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Full text of "Atti e memorie - Deputazione di storia patria per le Marche"

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ATTI E MEMOKIE 

DELLA 

K. deputazionp: di storia patkta 

PER LE PROVINCIE DELLE MARCHE 



lo 



ATTI E MEMORIE 



DELLA 



R. DEPUTAZIONE 



DI 



STORIA PATRIA 

PER LE PROVINCIE 

DELLE MARCHE 



NUOVA SERIE - VOLUME VI 

1909 — 1910 




ANCONA 

Presso la ìi. De])utazione di Storia Patria 
1911 




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ATTI 

DELLA 

il. DEPUTAZIONE DI STOIUA PATRIA 



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VERBALE l 

dell'adunanza 23 DEOEMBRE 1910 

Tornata Mattutina 

Il 23 decembre 1910 alle ore 9,30, in seguito a regolare 
invito, agii effetti dell'art. 18 dello statuto approvato con regio 
decreto 21 gennaio 1910, in una sala del palazzo comunale 
gentilmente concessa dal sindaco, si sono juiunati: 

Crivelhìcci prof. Amedeo, [)residente, Vernarecci mons. Au 
gusto, consigliere, Costantini avv. Enea, segretario-economo, 
Crocioni prof. Giovanni, Feliciangeli prof. Bernardino, Filip- 
pucci prof. Francesco, Luzzatto prof. Gino, Mancini prof. Lui 
gi, Morici prof. Medardo, Maroni prof. Michele, Scipioni prof. 
Scipione, Spadolini prof. Ernesto, tutti soci ordinari. 

Essendo legale il numero degli intervenuti, il presidente 
apre la seduta, rivolgendo parole di saluto ai convenuti. 

Letto poi ed approvato il verbale della precedente adunanza, 
il presidente, commemora il defunto socio corrisj)ondente ])rof. 
Paoletti, il quale, giovanissimo, aveva iniziato assai bene la 



VI 

sua carriera di studioso e prometteva, con i dotti lavori e con 
le sue erudite ricerche, di riuscire di molta utilità alla nostra 
deputazione, che 1' anno passato gli aveva dato l' incarico di 
curare la pubblicazione dei llegesti di Ascoli, e non le sarà 
facile trovare chi degnamente lo possa sostituire. 

Il prof. Luzzato alla sua volta, i)er incarico ricevuto dal 
presidente, commemora con affetto d' amico il socio ordinario, 
prof. Grimaldi, morto crudelmente ed improvvisamente nel fiore 
della virilità dell' ingegno e dell' azione. Discorre ami)iamente 
delle vicende della sua vita, e delle molteplici sue opere, i)o 
nendone in rilievo 1' importanza, e additandolo ad esempio. 

Al Luzzatto aggiunge alcune parole di rimpianto il prof. 
Crocioni, il quale fa notare che i lavori del Grimaldi, sono 
specialmente pregevoli i^er noi, perchè interessano la j^sicologia 
marchigiana. 

Il socio Maroni infine, annunziando la morte del i)rof. Ac 
quaticci, ricorda l'operosità di lui, letteraria e storica, mandan 
do alla sua memoria un saluto riverente ed affettuoso. 

Tutti i presenti si associano alle suddette commemorazioni, 
e deliberano che siano indirizzate lettere di condoglianze alle 
famiglie dei rimpianti soci, e che sia pubblicato in Atti e Me 
morie il discorso del prof. Luzzatto. 

Dopo ciò, prima di entrare nella trattazione degli oggetti 
all' ordine del giorno, il presidente fa noto che hanno giustifi- 
cato 1' assenza i soci. Castelli vice ]>residente, Calzini, Castel- 
lani, Colini Baldeschi, Mestica, Piergili, liadiciotti, Zdekauser 
membro del consiglio direttivo. 

Quindi egli rende conto dei lavori della Deputazione, e pur 
deidorando che la scarsezza dei mezzi, dei quali la Deputazione 
I)oteva disporre, abbia alquanto rallentato la stampa delle sue 
])ubblicazioni, dà notizia che tuttavia il VI volume di Atti e 
Memorie, sebbene non piti in forma periodica di fascicoli tri- 
mestrali, non tarderà ad uscire, e che a cura del socio Luzzatto 
si è già iniziata la stamjia «lei regesto di Matelica già ])repa 
rato dal compianto Grimaldi, e che infine la ristampa comi)leta 
dell' opera dell' Alessandrini, deliberata dalla Deputazione, fu 



VII 

senza alcun siìo dispendio feliceuiente esej^uita niercè il coni- 
uiendevolc zelo deila commissione editrice da essa nominata e 
il contributo pecuniario delle piovincie e delle città della regione. 

Dei lavori in i)reparazione riferisce die è bene avviato al- 
l' Archivio di Stato di Koma il Regesto del volume II delle 
carte di Fiastra. Non altiettanto può dire del Eegesto Fermano 
affidato al socio corrispondente Francesco J}gidi, il quale invi- 
tato ])iù volte a dare informazioni non si è neppure scomodato 
di rispondere. Propone perciò che sia tolto a lui quell' incarico 
od affidato ad altri. 

Assicura i soci che ha fatti tutti gli uffici possibili, in- 
viando persino le dimissioni da presidente, per ottenere dal 
Ministro della Pubblica Istruzione una maggiore dotazione, ma 
finora noo ha potuto avere (;he un sussidio straordinario di 
lire 1000. 

I soci plaudono all' opera del Presidente e lo pregano di 
non insistere nelle dimissioni. 

II presidente ringrazia, ma dichiara che non ritirerà le di- 
missioni, finché 1' assegno annuo non sia portato almeno a 
2000 lire. 

Aggiunge che deve dare un altro lieto annunzio. 

Il presidente del consiglio dei ministri, 1' On. Luzzatti, ce- 
dendo alle sue raccomandazioni, ha concesso anch' egli alla 
Deputazione, un sussidio di L. 1000 da erogarsi nelle spese 
occorrenti per il riordinamento degli archivi. 

Rammenta come una commissione all' uopo fosse stata da 
tempo nominata, e come poco avesse potuto fare si^ecialmente 
l)er la mancanza di fondi; manifesta la fiducia che ora si j)Ossa 
concludere qualche cosa. 

Il prof. Mancini, interpretando il sentimento di tutti i soci, 
rivolge parole di vivo ringraziamento al Presidente. Si augura 
egli pure che ora la commissione possa accingersi al lavoro e 
che il presidente Zdekauer si dia cura di convocarla. 

Il prof. Luzzato vorrebbe che fin da ora si deliberasse quali 
lavori fossero da farsi per primi dalia Commissione, valendosi 



vili 

(iella somma posta a sua disposizione, perchè se il Presidente 
non la convocasse n)ai, nessuno prenderà 1' iniziativa. 

Il prof. (Procioni alla sua voltai propone clie si scriva allo 
Zdekauer, dandof^li notizia dell' asvsegno ottenuto, ed invitajidolo 
a radunare la commissione per stabilire il prognunma dei lavori. 

Ed in questo senso rimane deliberato, riconferuiandosi la 
commissione, e chiamandosi a farne parte anche i soci Verna 
recci e Annibaldi. 

Esaurito questo argomento, il segretario-economo presenta 
il resoconto finanziario, che viene approvato dopo relazione 
favorevole dei revisori nominati dal presidente. 

Si procede in appresso, a termini dello statuto alle nomine 
dei soci e vengono nominati: socio onorario per acclamazione 
il conte Aristide Gentiloni Silvcri; soci ordinari, il prof. An 
nibaldi con voti 11 sopra 13 votanti, e il i)rof. Spadoni con 
voti 9 pure su 13 votanti; soci corrispondenti, Ascoli avv. Ro- 
berto, Bocci ing. Icilio, Dall' Osso 5>rof. Innocenzo, Feliciani 
Nicola, prof. Gregoriui, Santarelli mons. Benedetto, Vaccai Giulio. 

Il presidente da ultimo prega 1' assemblea di i)rovvedere 
all' ufficio del segretario economico, avendo 1' avv. Costantini le 
dimissioni. 

Il prof. Mancini prega l'avv. Costi^ntini a volerle rifilare; 
ma egli vi insiste, dichiarando che i suoi affari gli vietano di 
attendere ad altre occu])azioni. 

Il i)re8Ìdente allora invita i soci a procedere alla nomina 
del segretario economo. E con votazione a teimjui dello sta 
tuto rimane eletto il socio Michele Maroni con voti 9 su 13 
votanti. 

Essendo le ore 12 1' adunanza viene sospesa, 

Tornat/a Pomeridiana 

Si riprende 1' adunanza nella stessa sala coirjunale alle ore 
15. Sono presenti tutti i soci ordinari, come nella seduta anti- 
meridiana, e sono inoltre presenti i. soci corrispondenti, ]>rof. 
Annibaldi, j)rof. Pariset, e prof. Spadoni. 



IX 

I professori Aiinibaldi e Spadoni riiij*Taziano della loro prò 
mozione a soci ordinari. 

II prof. Annibaldi con grande soddisfazione dell' assemblea 
dichiara di assumersi 1' incarico di compilare ^li indici delle 
Antichità Pisene del Oolucci. E il prof. Spadoni raccomanda il 
])rezio80 archivio del Colucci, che minaccia di essere disperso 
con grave danno degli studi marchegiani. 

Il pi-of. Spadoni inoltre i)ropone e la proposta viene accet 
tata, che si scriva una lettera di ringraziamento alla famiglia 
dell' Alessandrini, la quale ha s<:»mm ini strato il manoscritto della 
parte inedita dell'opera « 1 fatti politici delle MarcJie dal 1859 
al plebiscito » ora pubblicata in due volumi, secondo la deli- 
berazione della Deputazione stessa, e si riserva di presentarti 
sulla medesima un resoconto, anche dal lato finanziario. 

Il presidente prof. Grivelhicci dichiara di doversi con suo 
dispiacere assentare, perchè è costretto di partire subito per 
urgenti motivi di famiglia. 

Invitato dai colleghi assume la i)residenza il socio i)rof. 
Scipioni. 

Il prof. Pari set comunica che egli sta pre|)arando una imb- 
blicazione sul Ci vi lotti, letterato e patriotta di Fano, e che ha 
in pronto anche un lavoro su Cristoforo Ferri con lettere del 
Perticari e di altri insigni patriotti e letterati. 

Il prof. Spadolini ricorda che il prof. Ciavarini pubblicò 
gli Statuti Anconitani del Mare, e doveva pubblicare anche 
quelli sulla dogana sul fondaco e sul fondichiero. Propone che 
questi statuti sieno fatti pubblicare dalla Deputazione con uno 
speciale volume. 

Il prof. Crocioni fa plauso a questa proposta, e richiama 
inoltre 1' attenzione dei colleghi sulle carte di Fiastria, pubbli- 
cate della Deputazione rilevandone la importanza grande per 
la storia della glottologia marchigiana. Si adotta la proposta 
del prof, Spadolini, ed il proponente viene incaricato di met- 
lerla in esecuzione. 

Il prof. Mancini dà schiarimenti su documenti importanti 



da lui rinvenuti nel!' archivio di Senigallia relativi al dominio 
dei Della Movere. 

Il prof. Annibaldi comunica che nell' archivio Guarnieri ha 
trovato documenti importanti relativi all'erudito Guarnieri vis- 
suto nella prima metà del 700 e morto a Venezia. Propone 
che si scriva all'erede per raccomandargli la conservazione del- 
l' archivio suddetto che ha molto valore storico. Egli propone 
ancora di fare invito al Comune di Iesi, perchè provveda al 
riordinamento della biblioteca Pianeti con uno schedario spe- 
cialmente per la parte non ancora inventariata. 

E le proposte dell' Annibaldi vengono tutte api)rovate dal- 
l'assemblea, la quale inoltre incarica l'Annibaldi stesso di esa- 
minare il volume inedito della Biblioteca Picena, facendo voti 
per una sollecita pubblicazione del medesimo. 

Infine il prof. Morici propone che si scriva al sindaco di 
Pergola raccomandandogli, di interessarsi della biblioteca del- 
l' Avellana, che ora trovasi in possesso di quel comune, ed 
anche questa proposta viene accolta. 

Dopo di che, essendo stato esaurito l'ordine del giorno, 
per il quale 1' adunanza era stata convocata, il Presidente, sa- 
lutando i convenuti, alle ore 16 la dichiara sciolta. 

p. il Presidente 
CASTELLI 

Il Segretario 
MA UGNI 



SETTANT' AN^^I DI PATRIOTTISMO MAIICHIGIANO 



Segui, risveglia i morti, 
Poiché dormono i vivi.... 

LEOPARDI 
§ 1 — LE MARCHE PRIMA DELLA VENUTA DEI FRANCESI 

Allorquando squillarono le trombe della rivoluzione di Fran- 
cia, le Marche, o come dicevasi allora la Marca d' Ancona e 
di l^'ermo, il ducato d' Urbino e lo stato di Camerino, vegeta- 
vano sotto un regime antiquato, misto «li dominio pontificio e 
di aristocratica oligarchia comunale. Le bolle papali e gli sta- 
tuti dei Comuni assicuravano, con una condizione di privilegio 
e quasi di monopolio politico, un' incontrastata supremazia alla 
nobiltà terriera, ma più ancora al clero, suo rivale. 

E se per la forza economica era tenuto in qualche conto il 
ceto mercantile, gli artigiani e i contadini stretti ne' vincoli 
medioevali delle corporazioni e del colonato, erano mantenuti 
gelosamente in disparte dalla vita pubblica, dal movimento in- 
tellettuale, spregiati come volgo quasi servile. Non parlo degli 
ebrei, che vivevano tollerati, e messi quasi al bando dal con- 
sorzio civile: costretti in luridi ghetti e tenuti a portar nel 
vestito segni si)eciali di riconoscimento; oggetto di dileggio e 
di prepotenze, e sempre tremanti di venir saccheggiati dalla 
plebaglia cristiana. 

La giustizia avvolgentesi misteriosa con latino linguaggio 
negli intricati laberinti delle bolle e degli statuti e degli anti- 
chi testi e commenti, con procedure lunghe e comi)etenze smi- 
nuzzate fra molteplici autorità, con metodi inquiritoriali segreti 

1 . — Atti e Menorie de Ila R. Dep. di Storia Patria per le Hareke. 1910, 



^ 2 — 

e tormentosi, e con pene feroci, che all' estremo supplizio ag- 
giungevano anche lo squartamento del cadavere. 

La società, per opera di Clemente XIV — del semimarchigiano 
Gang-anelli (') — pressata dai principi riformatori, s' era pur ora 
liberata dall' egemonia opprimente e intollerabile de' Gesuiti, i 
quali insinuatisi abilmente dappertutto, eransi impadroniti della 
politica e dell' educazione e governavano a lor ])osta tutte le 
classi, obliterando ogni senso d'energia e di virilità. (') Nelle 
nostre Marche le menti còlte, lasciando a poco a i)OCO le fan- 
ciullaggini accademiche, s' eran date da alcuni anni con spe- 
ciale ardore alle investigazioni di archeologia e di storia locale 
e regionale, risalendo sino all' antichità classica. E se Mons. 
Compagnoni non attuò il consiglio del Muratori di scriver la 
storia della Marca anconetana, vi fu 1' abate Colucci, il quale, 
delle patrie memorie amantissimo, fattosi centro di un eletta 
di studiosi e di dilettanti, ad imitazione del compilatore delle 
Antiquitates italicae^ promosse fra noi, dal 1787 al '97, la pub- 
blicazione delle Antichità picene. Così altri scrissero dei Mate- 
matici piceni^ dei Medici piceni, e il Quercetti aveva iniziato la 
pubblicazione della Biblioteca picena — lavorio d' eruditi che 
fu bruscamente interrotto dalla bufera della Rivoluzione. 

Però qui, dove 1' economia era ancor primitiva e prevalen- 
temente rurale, il risveglio intellettuale, a differenza di altri 
paesi, fu pigro e accidioso. Il gagliardo e ribelle movimento 
d' idee promosso dagli Enciclo])edisti, il riformismo di Toscana, 
di Lombardia e delle stesse Due Sicilie, nello Stato romano, 
anche per l' indole speciale del governo pontificio, ebbe assai 
scarsa eco. (') Qualche accenno di iniziativa novatrice si ma- 



(1) Egli nacque a S. Arcangelo di Romagna, ma di famiglia di S. Ange- 
lo in Vado. 

(2) Della congregazione nominata da Clemente XIV per la soppressione 
dei Gesuiti faceva parte il maceratese card. Mario Marefosehi, cui fu dalla 
tradizione attribuita la redazione della famosa bolla « DomiìiuH ac Redempfor 
Noster. » 

(3) Ho solo vaga notizia che un figlio del maceratese Giuseppe Alaleoni 
il quale insegnò legge qui e nelP Università di Padova, morì nel 1770 



nifestò solo iioi^li studi economici e specialiiieiite agrari. Mate- 
matico e agronomo eia Domenico Paoli di Pesaro; fervente cul- 
tore di studi agronomici era V avv. Luigi Kiccomanni, di fami- 
glia Sanginesina, il quale pubblicò a Roma nel 1776-77 un Gior- 
nale d' Agricoltura Manifattura e Commercio ('j e ])romosse nel 
1778 la trasformazione dell' Accademia dei Sollevati di Treia in 
Società georgica, la prima del genere nello Stato pontificio, di 
guisa che il Card. De Bernis ebbe a indicarla al primo Ministro 
di Francia come pianta esotica spuntata su questo nostro cielo. 
Siffatta società della i>iccola Treia, mentre con un Giornale delle 
Arti e del Commercio, che vide la luce a Macerata nel 1780-81 per 
la Tipografia Chiappini e Cortesi ('), s' ado))erò ad infondere fra 



nelle carceri dell' luqiiisizioue di Ancona per addebiti religiosi. Non mi cou- 
sta ancor con certezza che prima della venuta dei Francesi fosse nelle Marche 
penetrata la Massoneria. Solo alcuni mesi sono, nascosta sur una trave di 
soffitto d' un ex convento agostiniano di Treia, è stata trovata una medaglia 
con geroglifici e l'imagine d' Iside da una parte, e sul rovescio: le piramidi, 
la sfinge e il sole nascente, con altra scritta geroglifica alP esergo, emblemi 
e caratteii enigmatici pertinenti presumibilmente alla Massoneria egiziana, 
di cui erasi fatto banditore il famoso Balzamo, sedicente coute di Cagliostro, 
finito, alla vigilia della venuta dei Francesi, nel forte di S. Leo, ma della 
quale però tornò a parlarsi anche nei primi decenni del secolo decimonono. 
La medaglia conservasi nel Museo Marchigiano del Risorgimento in Macerata. 

(1) Vedi: Casamia. Almanacco enciclopedico per l'anno 1843. Loreto, Tip. 
Rosai. 1842, redatto da Filippo Mistichelli da Monsampietrangeli. 

(2) Fortunato Benigni, istoriografo dell' Accademia, così ne annunziava 
gli scopi (pag. IV, Tomo II): « Elaborato qnesto giornale da vari Membri 
della nostra Società Georgica amanti del pubblico bene tende a risvegliare 
1' industria in ogni ceto di persone, e ad animare i fortunati abitatori del 
Piceno e delle altre provincie del Ponteficio dominio allo studio dell' Agri- 
coltura, delle Arti e del Commercio, studio in oggi dominante presso che in 
tutta la colta Europa e che solo fra noi resta ancor quasi totalmente ne- 
gletto». A un certo punto egli scriveva, certo alludendo in ispecie alle Pro- 
vincie romane: « Parte della nostra Italia é ancora addormentata e perduta 
dietro vani e sterili studi e non conosce ancor bene tutti i vantaggi che po- 
trebbe avere. Ma chi sa che presto non giunga il momento di risvegliarsi 
e rimanere disingannata ? credo possa con ragione ripetersi come cantò il 
nostro amoroso poeta, 

che 1' antico valore 
Negli italici cor non è ancor morto, » 



-^ 4 — 

noi il gusto per gli studi economici e a propagare le buone pratiche 
agricole e nuove colture, ai diede anche ad esperienze, si occu])© di 
osservazioni nietereologiclie, e istituì i)ersino una Casa di cor- 
rezione e lavoro, che nuova in Italia, precorse di alcuni anni 
il tanto celebrato stabilimento d' Amburgo ('). 

Scoppiato in Francia il terribile incendio della Rivoluzione, 
e divulgatene le gesta dalle stampe francesi che riuscivano a 
])enetrare qua e là di soppiatto anche fra noi, ma più special- 
mente dalle gazzette (') e dagli almanacchi che ne davano noti- 
zie inesatte e ostilmente esagerate, in mezzo all' impressione di 
stupore, di scandalo e di sgomento che facevano in generale 
fra queste popolazioni timorate e primitive, esse ne scuo- 



Cosi poi veniva riferito nel Giornale (Tomo I, pagg. 126-130) il fatto 
della trasformazione dell' Accademia treiese: « Abbracciò V Accademia da 
poco risorta i suggerimenti di Luigi Riccomanni, Fortunato e P. D. 
Calisto Benigni loro C. Accademici. Presentarono a voce e in iscritto 
alcuni loro pensamenti all' Accademia geogica dei Sollevati e facendo ad 
essa considerare la sterilità di tutte le Accademie che la Poesia professano, 
e la vanità di altri con simili studi, cose tutte che per nulla oggimai si va- 
lutano dal nostro secolo illuminato, la esortarono ad applicare piìi fruttuo- 
samente i loro talenti a prò' dell' umanità, della nazione ed in ispecie della 
loro Patria. Posero loro in vista il nobile genio che oggi regna comune- 
mente in Europa di procurare ogni maggior bene alla società, i provvedi- 
menti di quasi tutti i sovrani diretti solo a sbandir 1' ozio, ed accrescere 
1' industria e le occupazioni degli uomini tutti sensati che in ciò soltanto 
si aggirano; e progettarono finalmente la trasformazione da Accademia poe- 
tica in Georgica, munita di nuove leggi, fondate sopra diversi principii e 
tendenti ad un fine più ntile, qual' è appunto il miglioramento dell' agri- 
coltura e l'incoraggiamento delle aiti; e dal Riccomanni presentato un bel 
piano e ridotto in compendio da Patrizio Castellani e Fortunato Benigni, fu 
riferito 1' 11 Luglio e approvato il 9 Settembre 1778 », Non va dimenti- 
cato che Fortunato Benigni, venuti i Francesi, fu tra i più caldi partigiani 
delle idee nuove in Treia, per cui ebbe a soffrir persecuzioni nella reazione 
soppravvenuta. 

(1) Fortunati Pacifico. Cenno sulla Società Georgica di Treia. Macerata 
Cortesi 1840. 

(2) Ad es. gli Annali di Roma, pubblicati dal sautelpidiese Michele Mallio 
in 83 tomi in 8. pei tipi di Filippo Neri, Roma 1790-1798. 



- 5 — 

tevano pur il torpore e apriv.ano nuovi allettanti spiragli alle 
menti i)er coltura i)iù spregiudicate é per età o per indole più 
fervide e indijìendenti, e mettevano una inconscia vaghezza di 
novità nei malcontenti del clero, delle fraterie e del patriziato^ 
tanto più in quanto la Francia accennava a volei* ajipoggiare 
il trionfo de' suoi principii anche in Italia. 

Del contagio che, sia pure solitariamente, cominciavano ad 
esercitare le nuove idee anche nelle Marche, è documento 1' a- 
bate Antonio Tocci da Cagli, il quale tiOn solo scrisse sull' a- 
gricoltura e suoi annessi, ma nel 1794 die a luce in Bologna 
(Ti]). S. Valla) un' opera notevole in sei volumi, intitolata La 
felicità per Udii, che quantunque dovuta stampare non confor- 
me al modo come 1' aveva concepita, pure manifesta, in mezzo 
all' involucro sinceramente religioso, il palpito delle [)iù ardite 
concezioni sociali, che con gli scritti del Rousseau, del Mably e 
Morrelly eran balenate nel grandioso movimento di Francia ('). 

E le nuove idee, come sempre, accennarono a far presa an- 
zitutto nella gioventù studiosa. Cosi, quantunque sul i)eriodo pre- 
francese nelle Marche non sia stata ancor fatta sufficiente luce, 
si sa che fra i processati e condannati della cospirazione ordita nel 
1794 a Bologna dagli studenti Zamboni e De Rolandis fu coni 
l)reso anche un Tommaso Bambocci di Ancona, e con sentenza 19 
a])rile 1796 fu condannato a 5 anni di galera nel forte di S. 
Leo. f) E nel giugno 1796 la scolaresca del ginnasio di S. Ve- 
nanzo in Ascoli rumoreggiava e scriveva sui muri delle scuole 
motti repubblicani (*). Anche a Pesaro non mancavano partigiani 
delle idee nuove, e fra i primi un Francesco Perfetti, il quale 



(1) Michelini Tocd avv. Agostino. La teoria socialista di nn abate del secolo 
XVIII, Rocca S. Casciaiio 1899; A. Tocci. Dell'agricoltura e suoi annessi, 
con prefazione dell' avv. Michelini Tocci. Cagli, Balloui 1905. 

(2) Aglebert Augusto. I primi martiri della libertà italiana. Congiura e 
morte di Luigi Zamboni e G. B. De Rolandis in Bologna etc. Bologna 1862. 
pagg. 29, 44, 138. 

(3) Capponi Cau. Pietro. Annali della città di Ascoli. Ascoli tip. Ascolana 
1906. Parte I. pag. 5. 



— 6 — 

doveva poi figurare nel movimento patriottico successivo fino 
all'epoca di. Pio IX ('). 

§ 2. — Invasione e rivoluzione repubblicana 

Questo lo stato degli animi nella nostra regione, allorché i 
iTrancesi, instaurata la repubblica cisalpina, si avanzarono sino 
a Bologna, stabilendo anche colà un governo democratico, e 
minacciando il rimanente stato pontificio. Fu fatto da questo 
un gravoso armistizio, per il quale Ancona sarebbe dovuta ri- 
manere ai Francesi sino alla pace del continente. Ben cercò nel 
frattempo il Governo papale approntare una resistenza contro l'e- 
sercito" repubblicano, sotto la guida di generali austriaci: infer- 
vorò con funzioni religiose il fanatismo delle moltitudini, do- 
mandò soccorso d' uomini e di valori a comuni, corporazioni e pri- 
vati. Ma in uno stato imbelle come il ponteficio gli eserciti non po- 
tevano improvvisarsi come i pellegrinaggi. L'appello all'armi su 
moltitudini abituate più a credere alla forza de' miracoli che al- 
l' efficacia degli eserciti^ mal doveva corrispondere alle speranze. 
Si moltiplicarono bensì i prodigi, o a meglio dire, le popolari 
allucinazioni. La Madonna di S. Ciriaco in Ancona fu vista 
ai)rir gli occhi, e dietro ad essa, come suole avvenire per forza 
di contagio e per rivalità di interessi, molte furono le madonne 
che nello stato romano ne imitarono 1' esempio. Ma allorché il 
2 febbraio 1797 1' esercito repubblicano guidato dal Bonaparte 
fu al ponte di Faenza, le truppe pontificie, dopo sparata qual- 
che cannonata, nella cui mitraglia pare entrassero anche i fa- 
giuoli ('), si disfecero qual fumo al vento. « Tutti fuggirono 
per duecento miglia, scrisse Monaldo Leopardi, né si fermarono 
che a Foligno ». I Francesi dal 3 al 10 febbraio, senza colpo 



(1) Bonamini Domenico. Pesaro nella Repubblica cisalpina. Estratti dal 
Diario, pubblicati da T. Casini. Pesaro, Federici, 1892. pag. 53. 

(2) Leopardi Monaldo, Autobiografia, con appendice di A. Avoli. Roma, 
Befani. 1883 pagg. 63-64. 



- 7 — 

ferire, furori padroni del litorale marchigiano da Pesaro ad An- 
cona, ])roseguendo per Macerata, Tolentino, Camerino. Atterrita 
la Corte di Roma fu sollecita a inviare il card. Mattei con al- 
tri commissari per chiedere la pace, e il 19 febbraio da loro si 
firmò col Bonaparte il relativo trattato, che fu detto di Tolentino. 
Per esso il Pontefice perdeva la Romagna^ lasciava Ancona in 
mano ai Francesi fino alla pace generale, e si impegnava al pa- 
gamento di nna forte indennità di guerra in oggetti preziosi 
ed artistici. 

Se non che eia nel!' intendimento dei Francesi di abbattere 
la teocrazia. E i principii emanciiiatori, in nome dei quali essi 
dicevano venire, i ricordi della gloriosa antichità latina eh' essi 
resuscitavano, associati al prestigio della forza vittoriosa, non 
})otevano non avere un effetto magico fra noi, specie tra gli 
elementi colti. Cosi sorsero e crebbero nelle nostre contrade 
come per incanto i partigiani dei Francesi, e della libertà, i 
cosidetti patrioti e giacobini, dispregiatori e nemici dell'impotente 
ed umiliata autorità i)ontifìcia. Così in Ancona, all'ombra amica 
del tricolore, ])resto si addivenne all' innalzamento dell' albero 
della libertà e alla istaura/ione del governo democratico, e nel 
novembre del 1797 fu proclamata la Repubblica anconetana, 
sotto la protezione di Francia. Venne il contagio dell'esenijiio, 
o, come scrive un cronista d'Ancona, l'e])idemia della libertà (*). 
Quel cronista, benché retrivo, confessa che « lo spirito re- 
Xmbblicano che sempre nei secoli passati signoreggiò in Italia, 
sembrò lisorgere in questo tempo. I capi aggirati dalle imina- 
ginazioiu di libertà ed uguaglianza desideravano efficacemente 
di goderne i vantaggi. La franca condotta d' Ancona eccitava 
nelle città della Marca rn non piccolo desiderio di repubblica, 
e perciò spesso alcuni venivano segretamente a pregare Ancona, 
perchè li soccorresse per iscuotere il dominio ponteflcio » (^). 



(1) Leoni Ab. Antonio, Aucona iUustrata. Ancona Balufifì, 1832, voi. Il: 
pag. 364. 

(2) Leoni, op. a. e, Voi. II. pag. 361. 



in seguito a istruzioni del direttorio di Francia, i Cisalpini 
il 4 dicembre si impadronivano di S. Leo, e il 21 dicembre i 
])atrioti pesaresi promuovevano nella loro patria la mutazione 
del governo. (') E da Ancona il movimento rivoluzionario irra- 
diando per le Marche, ogni città, una dopo V altra, si fece a 
chiedere presidio francese e addivenne quindi alla democratiz- 
zazione. Così nel gennaio 179» anche Macerata instaurò il re- 
gime democratico, avendovi gran parte il maceratese dott. Do 
menico Ranaldi, che in Ancona erasi già mostrato fra i piìi 
ardenti, per cui egli venne poi nominato prefetto consolare 
del dipartimento del Musone (^). Ultima Ascoli, dopo qualche 
renitenza, si democratizzò il 28 febbraio. Fu quindi stretta con 
Ancona una confederazione; di modo che la Repubblica anco- 
netana con propria bandiera finì per comprendere quasi tutte 
le Marche. In quel tempo vide in Ancona la luce anche un 
giornale: Lo scudo della libertà, certo la ]ìrima gazzetta repub- 
blicana nelle Marche. Breve fu però la durata di questo stato 
marchigiano, che abbattuto in Roma il governo pontificio, 1' anco- 
netana repubblica venne incorporata in quella romana, forman- 
done i dipartimenti del Metauro, Musone e Tronto, salvo Pesaro 
che fu aggregata alla repubblica cisalpina. 

Non è qui il caso di indugiarci a parlare della parte non 
trascurabile che i Marchigiani ebbero in quel governo ('); farò 
menzione dell' abate Michele Mallio ('') di Santelpidio, che ebbe 



(1) Bonamini a. e. pag. 23. 

(2) Nell'assedio d'Ancona del '99 il Ranaldi fu dal Monnier creato ufBciale 
sul campo per merito di guerra. Vedi: Spadoni Giovanni. Figure, documenti etc. 
della storia del Riaorginiento nelle Marche, in Rivista marchigiana illustrata, 
Anno VI u. 4, 1909: Falaschi G. Domenico Ranaldi, in Esposizione Marchi- 
giana, 1905, Macerata; IMi G. Fermo e il card. De Angelis. Roma Soc. D. 
A. 1902, pag. 12. 

(3) Mancini Luigi, Notizie marchigiane nel « Monitore di Roma » 1798-99, 
in Archicio march, del risorg. Anno I, 1906, pagg. 61 e segg.; Spadoni Gio- 
vanni, Figure, documenti etc. in liivisla march, ili. a. e. 

(4) Spadoni Domenico, Un poeta cospiratore e confidente. Macerata. Man- 
cini 1902. 



— 9 — 

parte nelle riunioni dei fautori dei Francesi jier preparare il 
loro ingresso in Konia e quindi con la pubblicazione di compo- 
nimenti poetici rivoluzionari, e soiu-attutto con quella del gior- 
nale quotidiano II banditore della verità,, si die mano alla divul- 
gazione delle loro massime ('). Un Pierelli, del Dii>artimento 
del Musone, nel marzo 1798 era Ministro della Giustizia del 
nuovo governo romano. 11 conte Muzio Torigiioni di Fano (o di 
Ancona!) vi coprì l'alta carica di Ministro dell'Interno, per 
il che, occupata poi Roma nel '99 dai Napoletani, malgrado 
i patti della resa, fu incarcerato e fors' anche condotto unita- 
mente ai Consoli alla berlina i)er il Corso, a cavallo d' un asino, 
fra gì' insulti della ])lebHglia ('). 



§ 3. — L' INSORGENZA 

Ma presto anche fra noi le ebbrezze [>atriottiche e democra- 
tiche intiepidirono, e la parte aristocratica-papalina riavutasi 
dal primo abbattimento e sbalordimento, rialzò la testa, facen- 
cendosi forte delle popolazioni rurali. I Francesi, stretti anche 
dai bisogni sempre piìi gravi e imperiosi delle guerre in Italia 
e altrove, sotto le spoglie di liberatori cominciarono a mani- 
festare la rapacità e l'arroganza di conquistatori, facendo pesare 
sempre i)iu la loro presenza nelle nostre contrade con le con- 
tribuzioni, le requisizioni, gli spogiiamenti, succedentisl e molti- 
plicanti si come gragnuola. Tutto ciò naturalmente rinfocolò il 
malcontento del popolo, in ispecie di quello rozzo e superstizioso 
delle cami)agne, scandalizzato per il disprezzo e la manomis- 
sione delle cose sacre, non escluso il famoso santuario di Loreto, 
la cui Madonna, qui circondata da così antica e i)rofonda vene 
razione, era stata dai Francesi derubata del tesoro e traspor- 
tata a Parigi come bottino di guerra. 



(1) Diario dell' ab. Benedetti, in Silvagni. J^a Corte e laSocietà romana nei 
secoli XVIII e XIX. Roma, Forzani 1883. Voi. I. pagg. 483, 514, 532. 

(2) Ricciardi Giuseppe, Martirologio italiano. Firenze, Le Monnier 1860. 
pag. 79. 



— io- 
li movimento reazionario rurale, manifestatosi dapprima iso- 
latamente a Santelpidio e nelle montagne dell' Urbinate, fin 
dal febbraio 1797 ('), e ad Amandola, Force e nelle montagne 
dell'Ascolano, fin dalla primavera del '98, cominciò a ingrossarsi 
e ad estendeisi nel 1899, specialmente dopo la sconfitta fran- 
cese d' Abukir, e quelle dell' alta Italia. In questo frattemjm 
il Re di Napoli, sobillato dall'Inghilterra, in odio alla Francia 
aveva invaso con tre corp^i d' armata lo Stato romano per rista- 
bilirvi il governo pontificio. Un d'essi, con a capo il Miclieroux, 
si diresse verso Fermo. Ma con audace e valorosa mossa esso 
fu battuto e respinto dai franco-cisalpini a Porto di Fermo e 
a Torre di Palma, e costretto a ripassare il Tronto in vergo 
gnosa fuga ('). 

Nella reazione antifrancese e antilibcrale, oltreché soffiare 
i nemici di Francia e gli aristocratici feriti ne' loro privilegi 
nobiliari, si gettò a capo fitto il clero, che pure per bocca dei 
Vescovi, come 1' Alessandretti di Macerata e il Berioli di Ur- 
bino, aveva predicato che la democrazia non ripugna al Van- 
gelo e che un buon cristiano è un perfetto democratico. Ho 
detto il clero; ma non tutto il clero, in verità, fu con la rea- 
zione, mentre taluni i)reti, e taluni frati anche fra noi abbraccia 
rono con entusiasmo le nuove idee, e furono banditori e anche 
martiri della libertà. Il movimento che si disse degli insorgenti 
era nell' Ascolano capitanato da Giuseppe Costantini, detto 
Sciabolone, di Lisciano, e dal nobile Giuseppe Cellini di Ripa- 
transone. A costoro s' aggiunsero il Vanni di Caldarola, 1' An- 
tonelli di Force, il conte Navarra di Castel (Jlementino, lo Sca- 
tasta e il canonico De Minicis di Fermo, il Mascalchi di Mace 
rata, il Marsili e 1' ex Zoccolante Vincenzo Benignetti di 



(1) Malllo Michele. Annali di Koma.Anno 1797. Roma, Neri, 1798; Gara- 
vani Giunto. Urbino e il suo territorio nel periodo francese. Parte I. Urbino 
Tip. Ardnini 1905. 

(2) Emiliani A. La battaglia di Porto di Fermo e di Torre di Palma 
(28 novembre 1798). Dalle Memorie del gen. Bar. Thii'banlt. Macerata Tip. 
Giorgetti. 1909. 



- li - 

Camerino, il qnnìe ultimo divenne aiutante di campo del 
ex iiaiToco abbruzzese Donato ])e Donatis, scostnmatisaimi 
nomini entrambi ('). Un 1). Sebastiano Grandi di Calibano ed 
ed altri minori imperversavano nel Pesarese ed Urbinate ('). 
Narrare le gesta sanguinose e rapinatrici, con cui costoro, in 
nome del Papa, del Re di Napoli, e dell' Imperatore d' Austria 
e al grido di Viva Maria, s' argomentarono con varia vicenda 
ad abbattere nelle città delle Marche il regime democratico, 
perseguitando con accanimento fanatico i Francesi e i cosidetti 
giacobini, sarebbe cosa troi)po lunga. A costoro, fuggito nel maggio 
da Pesaro, s' unì il generale cisalpino La Hoz, uoiuo valoroso ma 
auibizioso, e dai desiderii incouiposti di indipendenza nazionale 
precipitato ad abbandonare i Francesi e a servir la reazione. 

Lacrimevole periodo fu quello per le nostre povere Marche, 
le cui città e castella ebbero a soffrire le incursioni, gli assedi, 
i saccheggi, gii incendi, le stragi e 1*^. piìi inique e selvagge 
rappresaglie, alternativamente dagli iusorgenti e dai Francesi, 
che si disputavano il campo ferocemente. Prima Amandola, poi 
Ascoli, Macerata, Belforte, Iesi, Fano, Recanati, Senigallia, Fa- 
briano. Castelclementino, e tanti altri nostri paesi serbano an- 
cor vivo il tremendo ricordo. Ascoli più disgraziata di tutte, 
oltre a dibattersi fra i due fuochi dei Francesi e dei briganti 
delle sue montagne, ebbe a soffrir le conseguenze dell' incursione 



(1) Vedi in proposito, fra gli altri: Crivetlucci Amedeo. Un Comune delle 
Marche nel 1798-99 e il brigante Sciabolone, Pisa, Ed. Spoerri 1893', Memorie 
delle imprese militari del Sig. Giuseppe Cellini, etc. Roma, Salomoni, 1800; 
Capponi Can. Pietro. Annali d'Ascoli Piceno, Ascoli tip. Asc. 1905; Cotoloni 
Vincenzo (I. S. V. E. N. C.) Descrizione della caduta di Macerata, presa 
d'assalto dalle truppe francesi il di 5 luglio 1799, lettera d'un maceratese 
ad un amico di Pavia; Emiliani Antonio. Avvenimenti delle Marche nel 1799. 
Macerata, Giorgetti, 1909; Basti Luigi. Carlo e Celestina. Pesaro Nobili 1841 
Voi. 3. In questo romanzo, ora poco noto e quasi irreperibile, si contiene 
una ordinata, se non sempre esatta, narrazione storica dell' Insorgenza del 
'99 nelle Marche, che forma lo sfondo storico del lavoro. 

(2) Vedi Bonamini a. e. 



— 12 — 

dei brigjinti abbruzzesi, capitanati da D. Donato De Donatis. 
E come i^ittatti nemici non bastassero alle nostre contrade, si 
aggiunsero gli Austriaci , e i Kusso-Tnrchi-Albanesi , gente 
quest' ultima così barbara da giungere ])ersino al canniba- 
lismo. E le cronache contemporanee delle nostre città marittime 
raccontano episodi da far raccapriccio, in cui dopo 1' uccisione 
di disgraziati pel sem[)lice sospetto di giacobinismo, le loro 
meuibra venivano abbrustolite al fuoco dell' Albero abbattuto, 
e quindi mangiate ('). 

Ornai per i rovesci della fortuna francese tutte le Marche 
erano cadute in potere degli Insorgenti, i quali avevano istituito 
una iirovvisoria reale imperiale pontificia Ileggenza, con il ma- 
ceratese Mons. Francesco Marafoschi sopravvegliatore della 
Polizia di Stato e S. E. De Cavallar I. 11. Commissario civile 
per la Marca. Solo resisteva ancora il forte di Acquaviva, do- 
ve si erano rinchiusi, oltre al manipolo dei patrioti di quel paese 
con il parroco D. Vincenzo Piattelli, alcuni patrioti dell' Asco- 
lano, fra cui 1' ex frate rocchettino di liipatransone Vincenzo 
Boccabianca, tempra ardente di repubblicano; e resisteva altre^sì 
Ancona, in cui comandava una ]»iccola guarnigione di Fran- 
cesi, Cisalpini e Romani il valorosissimo gen. Mounier, che con 
frequenti spedizioni s' adoperava a ricuperare or questa or quella 
città marchigiana dagli Insorgenti, e coini)rimerne il movimento 
reazionario. Ma il luglio del '99 Acquaviva, assediata da 
Sciabolone, cadeva in uìano dei briganti, e veniva data a sacco, 
ferro e fuoco. Fra gli uccisi furono un frate e alcune donne 
che avevan preso parte alla difesa; d' una d' esse, Rosa Piat- 
telli, si racconta che puntatole dai briganti il fucile sul petto 
al grido: Chi vivaf, ella rispondesse eroicamente: Viva la re- 
pubblica, cadendo trafitta (^). 

Tratti da fanatismo, brama di vendetta e di bottino, tutti 



(1) Marìottì liuf/gero. Fano e la Repubblica francese nel secolo XVIII. 
Fano, Soc. tip. coop. 1895, pagg. 7-8 

(2) Crivellucci A., op. a. e. pagg. 192-193. 



— 13 - 

gì' insorgenti delle Marche co' loro capi convennero infine ni- 
V assedio di Ancona ('). Loro comandante generale era il valo- 
roso La Ilo/.. l'er mare Ancona era stretta dai Kusso-Turdii, 
a cui si aggiunsero per terra gli Austriaci. Il gen. Monnier, 
comandante degli assediati, con al fianco fra gli altri il gen. 
Pino e il gen. Palombini, di cui era aiutante il maresciallo 
conte Luigi Perozzi anconetano ('), resistette impavido (hil mag- 
gio al novembre, respingendo con energia i replicati assalti, ed 
eseguendo sortite audacissime contro gli accampamenti degli 
assediati. Dei piìi ardimentosi volontari fu formata una (;olonna 
detta infernale. A un certo momento fra gli assedi.iti e il 
La Hoz con altri insorgenti, corsero segrete misteriose intese 
sulla base dell' indipendenza nazionale, ma disgraziatamente non 
riuscirono, e il La Hoz in una sortita degli assediati fu ferito 
a morte (^). Ancona onoratamente capitolò agli Austriaci. 



§ 4. — RESTAURAZIONE E REGNO ITALICO 

Mentre però s' avviava la restaurazione, ecco il Bonaparte 
tornato dall'Egitto e nuovamente in Italia, vincere a Marengo 
e ri mutar d' un tratto, come per incanto la scena delle cose. 

Le Marche, nonostante un presidio francese in Ancona, ri- 
masero per qualche anno sotto il governo di Pio VII, che s'in- 
dustriava darsi aria di riformatore. Ma intanto alla Re])ubblica 



(1) Spadolini Ernesto. L' Assedio d' Ancona nel 1799 secondo la relazione 
inedita di C. Albertini, in Jrchiirio marchigiano del risorgimento Anno I. fase. 
1, Sinigaglia 1906. 

(2) Gramacci G. Cenni biografici del conte Luigi Perozzi. Ancona Tip. del 
Commercio, 1864. 

(8) Mongourit.J)6im\stì d'Ancone etc. Paris. Peugens 1802; i^^fOHJ. Op. a. e; 
lanieri Ilario. Il gen. Lahoz: il primo propugnatore dell'Indipendenza italiana 
(Anno 1799) Roma Civ. Catf. 1904; Spadoni D. Un po' piìi di luce sulla fine 
del gen. La Hoz, in Miscellanea per nozze Crocioni-Ruscelloni. Roma Un. 
Coop. Kdit. 1908. pagg. 109-121. Emiliani A. op. a. e. pagg. 31 e seg. 



— 14 - 

cisali)iiiJi subentrò 1' Italiana, e a questa il Regno Italico, nien 
tre Napoleone da Console divenne Imperatore dei Francesi e 
lie d' Italia. E sopravvenuto il conflitto col Papa pel blocco 
continentale contro 1' Inghilterra, le Marche furono annesse nel 
maggio 1808 alT italico regno, eseguirono le fortunose vicende 
del grande conquistatore. 

La nostra gioventù, militando sotto le gloriose bandiere na- 
poleoniche, prese parte col Vice Ile a molte battaglie, e spe- 
cialmente a quelle dell' infausta spedizione di Russia; e tra i 
valorosi Marchigiani reduci si ebbero poi a noverare il conte 
Andrea Broglio di Recanati, il maresciallo Cherubino Savini di 
Camerino, (') il maceratese Benedetto Ilari, il conte Antonio 
Gatti di Monterosaro, il conte Cristoforo Ferretti d'Ancona, Ni- 
cola Antonio Angeletti di Sant' Angelo in Fontano, Luigi 
Bartolncci di Cantiano, e tanti altri, che diedero poi 1' oi)era 
loro nel susseguente movimento nazionale (^). 

Il ])atriota pesarese Francesce Mosca fu prefetto, i)oi Di- 
rettore generale di Polizia e Consigliere di Stato del Regno 
italico ('). Fra i Marchigiani nominati senatori di quel Regno 



(1) Vedi: Spadoni Giovanni, diernbiuo Savini, in Esposizione Marchigiana, 
1905, N. 7 • pagg. 54-55; Ravioli Camillo. I reduci dell' epoca napoleonica 
romani e statisti a lui cogniti. Roma, Righetti, 1887, pagg. 127- 128. In 
quest' opera si fa anclie parola dei reduci napoleonici Nicola Lorini di Pesa- 
ro, Giuseppe Mastai di Senigallia e Alessandro Porti di Ferino, nonché di 
Giovanni Lazzarini di Pesaro, che nel '31 come tenente colonnello comandò 
le truppe pontificie fedeli a Civitacastellana e posto quindi a comandar la 
la piazza di Ancona, in seguito allo sbarco dei Francesi fu vittima della di- 
plomazia vaticana. 

(2) Vedi: Mestica G., Giacomo Leopardi e i conti Broglio d' Ajano, in 
Studi leopardiani. Firenze, Le Mounier, 1901, pagg. 560 e segg.; Spadoni G. 
Cherubino Savini, in Esposizione marchigiana. Macerata, 1905. N. 7. pagg. 
51-55; Spadoni D. Una trama e un tentativo rivoluzionario dello Stato ro- 
mno nel 1820-21. Roma, Albrighi Segati, 1910; Giannini C Vita di Antonio 
conte Gatti. Civltanova, Marche 1869; Spadoni D. Il conte Pietro Ferretti, 
con cenno dei fratelli gen. Cristoforo e card. Gabriele, in Risorgimento italiano 
Bocca. Torino 1908. Anno I.; Spadoni I). Nicola Antonio Angeletti; in Rivista 
Marchigiana Illustrata. Roma, Anno V. (1908) fase. 1. e 2. 

(3) Bonamini a. e. pag. 85. 



— lo - 

l)er mei-ito o i);itri()ttisiiì() notevole fu il nuu-erateso conte Leo- 
])ol(lo Annaroli, chiaro ^iurecorisnlto, <;ià presidente del Tribu- 
nale criminale del dipartimento del Musone; e un altro mace- 
ratese emerse in quel tempo, il Marchese Comm. Lodovico Cic- 
colini ])rofessore d' Astronomia nell' Ateneo di Bologna, il quale 
fu da Napoleone nominato membro del Consiglio dei Dotti del 
Regno italico, e Consigliere di Stato in Parigi ('). 



§ 5. — LA PRIMA GUERRA PER L' INDIPENDENZA 

Allorché, do])o la battaglia di Lipsia, la stella napoleonica 
volgeva rapidaniente al tramonto, il re di Napoli Gioacchi- 
no Murat, ambizioso quanto prode, vagheggiò ingrandimenti 
di regno, e con subdolo e ambiguo destreggiarsi fra 1' Austria 
e Napoleone pensò trar profìtto dagli avvenimenti. Così sul 
finir del 1813 occupò le Marche col proposito di farle sue. E 
allorché Napoleone dall'isola d'Elba eseguì il famoso sbarco di 
Cannes, ìiò (rioacchino credette venuto il momento di vendi- 
carsi delle contrarietà austriache verso di lui, chiamando gli Ita- 
liani all'impresa dell' indipendenza nazionale. Se non che gl'Ita 
liani, omai scettici e sfiniti, non corrisposero, e la nobile e au- 
dace iniziativa del Murat, dopo un lami)o di gloria ad Occhiobello, 
terminò in una miserevole disfatta. Le Marche a quell' imi)resa 
dettero contributi di danaro e d' uomini. Andrea Cardinali, let- 
terato e patriota di Monsampietrangeli, amico del Foscolo, scris- 
se un beli' Inno nazionale (') . Il giovane genio musicale di 
Gioacchino Rossini comi)ose per essa iMia Marsigliese italiana (■^) 



(1) Natali. Dizionario biografico degli illustri cittadini maceratesi. Ms. 
della Biblioteca Comnnale di Macerata, pag. 178. 

(2) Vn stampaio in Ancona dal Sartori. V. Profili e figure del patriottismo 
marchigiano: Andrea Cardinali, in Esposizione marchigiana N. 22 pag. 176. 
Macerata, Mancini, 1905. 

(3) Spadoni Domenico, Gioacchino Rossini « rivoluzionario » in Kiiista 
marchigiana illustrata. Anno I. N, 5. Maggio 1906. Roma, 



— 16 — 

aiKlata disgraziatamente perduta; e tra 1 prodi clie versarono il 
loro sangue per 1' Indipendenza van ricordati il conte Antonio 
Gatti, che pugnò eroicamente e rimase ferito ad Occl)iobello('), 
e il conte Andrea Broglio, che fu tra i difensori del forte di 
Gaeta {'). 

L' esercito del Murat fu disfatto nelle pianure della Rancia, 
tra Montemilone e Tolentino, ('). I Marchigiani, e specialmente 
i Maceratesi, videro 1 vessilli de]l'Indii)endenza itjiliana gettati a 
terra dall'Austriaco. Ma l'eco di quell'appello e di quella pugna ri- 
mase viva nella memoria nostra, come rimase col fàscino d'una me- 
moria e d'una speranza il Regno d'Italia. L'impresa del Murat fu 
come l' epilogo degli sforzi del patriottismo italiano sotto l'ègida 
francese, iniziatosi con le aspirazioni nazionali della Repubblica 
cisalpina. Ma fu anche un principio: fu la prima guerra per 
1' Indipendenza italiana, a cui due altre e, piìi rilevanti e de 
ci si ve, dovevano poi seguire nel corso di mezzo secolo. Ben 
potè qui, appena avvenuta la Restaurazione pontificia, il Lega- 
to ai)ostolico Mons. Tiberi affermare in un balordo editto: ci 
lusinghiamo che pili non esistano i partigiani d' una chimerica 



(1) Giannini Crescenfino. Vita di Autonio Gatti. Civitanova, Marche, 
Natalucci, 186D; Si>adoni D. Una trama e un tentativo rivohizionario nello 
Stafo romano nel 1820-21. Roma. Albrighi e Segati. 1910 pag. 33-34. 

(2) Mestica Giovanni. Giacomo Leopardi e i Conti Broglio d' Ajano, in 
Studi leopardiani. Firenze. Le Monnier. Macerata 1901, pagg. 560 e segg. 

(3) Oltre alle storie generali, consultare: Colletta Pietro. Memoria militare 
sulla campagna tV Italia del 1815, in Opere inedite e rare. Napoli Stamp. 
naz. 1861, Voi. I; Primavera Fortunato. Memoria relativa alla battaglia di 
Macerata avvenuta uel maggio dell' anno 1815. Macerata, Mancini 1815; 
Benadducci Giovanni, La battaglia di Tolentino nell' anno 1815. Memorie, do- 
cumenti, annedoti. Tolentino Stab. tip. Filelfo 1890; La battaglia di To- 
lentino. Memorie istoriche scritte da un contemporaneo. Koma. Tip. delle 
Scienze 1875; Mestica Giovanni. La battaglia di Tolentino in Atti e Memorie 
della R. Deputazione nuirchigiana di Storia patria. Voi. VI pag. 3 (1903); Spa- 
doni Domenico. Sètte, cospirazioni e cospiratori nello stato pontificio all'indo- 
mani della Restaurazione, Voi. I. (L'occupazione napoletana, la Restaurazione 
e le sètte) Torino-Roma, Roux e Varengo 1904. 



— 17 — 

indi2)cndenza. A questo Monsignore che cosi ]>aiiavji, e nella 
sciocca pretesa di rii>ristinaie, come se nulla fosse avvenuto, 
il vecchio regime, rimetteva in onore anche la frusta, i Mace- 
ratesi apjìena due anni dopo doveano rispondere riaffermando 
con 1' Altieri : V Italia e' è, e tentando risollevare la bandiera 
caduta a Tolentino. 



§ 6. — SECONDA RESTAURAZIONE 

Le nazioni alleate avevano abbattuto la potenza napoleonica 
e francese; ma nell'ultimo ventennio era per istraordinari even- 
ti seguito un mutamento cosi profondo nelle cose e special- 
mente negli uomini, che nessuna forza d' armi poteva omai 
valere a ricondurli allo statu quo. Lo stesso Congresso di Vien- 
na, che aveva creduto i)oter disporre dei ])opoli come di greggi, 
ritenne necessario prò bono pacis impegnare 1 governi restau- 
rati al rispetto degli avvenuti trapassi di proprietà e all' asten- 
sione dall' inquirere sui fatti passati. E il card. Brancadoro 
che a Fermo minacciava di non accordare il biglietto pasquale 
a chi non avesse restituito i beni della Chiesa e delle corpora- 
zioni religiose, veniva smentito da un concitato editto del 
Segretario di Stato Card. Consalvi. Gli animi erano così dissue- 
fatti e mutati, che le stempiatezze retrive di Mons. Tiberi nel 
Maceratese, scandalizzavano un fior di codino quale Monaldo 
Leopardi ('). 

In seguito al trionfo della reazione, le idee e le aspirazioni 
liberali, a cui fu tolto di poter manifestarsi in palese, furono 
coltivate nel segreto. Al disotto della tenue crosta del teocra- 
tico regime restaurato si formò come un mondo sotterraneo e 
misterioso, in cui si rifugiarono tutti i declassés e i malcontenti 
della restaurazione. Impiegati e militari, eh' erano abituati a 
un regime piìi largo, più civile, più avventuroso, e a cui il 
gretto ordinamento e l' indole clericale e pacifica del ponteflcio 



(1) Avoli A. Autobiografia di M. Leopardi a. e. pag. 947 e segg. 
2, — Atti e Menorie della R. Dcp. di Storia Patria per le Marche. 1910. 



— 18 — 

governo non consentivano di rimanere in servizio, o, gran 
mercè, li costringevano ad adattarsi a impieghi, gradi, ed emo- 
lumenti più meschini; nobili e professionisti e preti e frati, che 
avevano sostenuto cariche civili e assaporato i grandi pregi 
del regno napoleonico, e il piti libero e soddisfacente tenor di 
vita, e vi s' erano affezionati pur in mezzo alle mortificazioni 
dell'egemonia straniera ed agli estenuanti sacrifici di uno stato 
di guerra permanente, non potevano pensare al passato senza 
vivo rimpianto, e si gettarono quindi perdutamente, con la leg- 
gerezza dell' impazienza e di troppe fatue speranze, nelle co- 
spirazioni settarie. 

Alla Massoneria, abusata e screditata come strumento di 
governo dai Francesi, s' era sostituita fra noi al tempo del- 
l' occupazione napoletana, per opera precipua di quelle milizie 
che n'erano travagliate, la Carboneria, la quale poteva considerarsi 
come una riforma massonica adattata al nostro popolo e ai no- 
stri bisogni e interessi nazionali, per quanto piìi che l'indipen- 
denza nazionale, essa vagheggiasse nei suoi statuti la libertà. La 
Carboneria dunque, all' indomani della restaurazione, nelle nostre 
Marche, le quali più a lungo avevan sentito l' influenza dei 
NaiJolétani che avean mirato a farne una loro provincia^ prese 
una vigoria, un' ascendente e una estensione meravigliosi, e 
con a capo Ancona, ne divenne il focolare centrale per lo Sta- 
to pontificio. (') La Carboneria ebbe così forte presa nel nostro 
popolo, che resistette poi sempre all' introdursi di nuove e più 
larghe società segrete, le quali si succedettero o di fianco ad 
essa, o come temporanea e superficiale riforma di essa. 



§ 7. — LE PRIME CONGIURE CARBONARE 

Oltrepassato così il periodo della dominazione francese, che 
insieme con quello immediatamente precedente dell' antigesuiti- 
smo e del riformismo dei principi, può ben dirsi della preistoria 



(1) Spadoni D. Sètte etc. op. a. e. 



— 19 — 

del Risorgimento italiano, siamo entrati nel inimo periodo della 
storia del Risorgimento, la quale allora veramente incomincia, 
quando il nostro movimento nazionale si stacca dal movimento 
l)olitico francese, e vive di vita propria, autonoma, e pressoché 
indipendente. 

La caratteristica dominante e distintiva del primo periodo 
della storia del risorgimento nazionale è quella delle cospira- 
zioni. É il periodo essenzialir\ente delle società segrete e dei ten- 
tativi e moti passeggeri da esse ordinati, e va dalla Restaura- 
zione al moto di Rimini del '45, ossia alla vigilia dell' assun- 
zione al papato di Giovanni Maria Mastai, e può suddividersi 
in due sotto-periodi: 1' uno dal 1816 al 1831, che può chiamarsi 
della Carboneria; V altro dal 1832 a tutto il 1844, che i)uò 
chiamarsi della Giovane Italia. 

Ri})igliando, dopo questa parentesi, il filo del nostro racconto, 
diremo che, quantunque all' indomani della restaurazione pon- 
teficia moltissimi del patriziato, dei professionisti, dei religiosi, 
degli impiegati, dei militari e fin dei gendarmi si ascrivessero 
alla Carboneria, e il governo si trovasse sottominato e ostaco- 
lato in tutti i modi nella difesa, pure così intenso si fece il 
lavorìo, così audace la cospirazione carbonica, che ben presto 
ne pervenne sentore all' autorità; e incominciarono le inquisizio- 
ni e le i)ersecuzioni. Nel 1816 Mons. Spinola, delegato aposto- 
lico nell' Ascolano, die mano all' arresto dei membri iìrincii)ali 
della vendita carbonica d' Ascoli. Qualche altro arresto fu ese- 
guito qua e là nelle Marche, e principalmente in Ancona. Ma 
ciò malgrado non ristette nelle Marche la cospirazione dei 
Carbonari e dei Guelfi, nuova setta liberale da non confondersi 
coi neo guelfi, la quale in quel primo periodo prese subito voga, 
facendo capo a Bologna. Anzi la loro impazienza d' agire, fo- 
mentata dall' occasione propizia della carestia e delle malan- 
date condizioni di salute di Pio VII, li portò a disegnare un 
movimento rivoluzionario, che avrebbe dovuto aver luogo quan- 
to prima ('). Se non che un gruppo di avventati del Maceratese, 



(1) Spadoni D, Alle origini del Risorgimento. Un poeta, cospiratore e 



— 20 — 

cui si unì anche un ex militare di Komagna, vollero i)reci- 
cipitare ad ogni costo la trama nella primavera del 1817. Vane 
riuscirono le dissuasioni dei centri di Bologna e di Ancona, e 
degli stessi carbonari più cospicui di Macerata. Per la notte 
dal 24 al 25 giugno si stabilì lo scoppio della rivoluzione in 
questa città, a cui sarebbero dovuto accorrere per dar man 
forte i carbonari dei vicini paesi. Il moto rivoluzionario, riu- 
scito a Macerata, si sarebbe dovuto subito propagare in seguito 
a segnali di fuoco nell' Ascolano, nell'Anconetano e via via nel- 
l' Umbria, e nella Eomagna, senza limiti e intendimenti ben 
determinati. Ma il tentativo maceratese abortì miseramente, e 
a Macerata, Montelupone, Montolmo, Montesanto, Montecassiano, 
Fermo, Ancona, Santelpidio, Montedinove etc. incominciarono le 
carcerazioni dei più compromessi, e di coloro che per grado emi- 
nente coperto nella carboneria, erano dal governo ritenuti comun- 
que responsabili. Si die luogo a parecchie processure, che furono 
conglobate in una, annettendovi quelle per gli anteriori arresti 
d'Ascoli e di altri luoghi. Gli aggregati alla Carboneria, che ri- 
sultarono air autorità inquirente, furono tali e tanti, che se 
si fossero dovuti arrestar tutti, non sarebbero state sufficienti 
le carceri dello stato a contenerli e si sarebbero dovute toccar 
le migliori famiglie d' ogni paese. Il governo, per una ragion 
politica facile a comprendersi, dopo i primi arresti, fece sospen- 
dere le ulteriori carcerazioni; così quelle processure, condotte 
senza sufficienti garanzie di procedura, riuscirono una vera 
iniquità, per cui, di fronte a parecchi primari carbonari \in\n\nit\, 
pochi disgraziati e taluni anche dei meno colpevoli e temibili 
pagarono il fio per tutti. 

Con tre successive sentenze furono condannati per fellonia 
31 patriotti, di cui alcuni ecclesiastici: 11 a morte, 11 al remo 
perpetuo, e 9 a pene minori; condanne che, quantunque per 
grazia sovrana diminuite d' un grado, rimasero sempre gravis- 



confidente. Macerata. Mancini 1902; Idem. Sètte, cospirazioni, e cospiratori 
nello Stato ponteficio all' indomani della Kestaurazione a, e 



- 2i - 

siine. Fra i condannati furono il conte Cesare Gallo di Osirao, (') 
Giacomo Papis, l' avv. Pietro Castellano e Vincenzo llinaldi 
d' Ancona, Luigi Carletti^ Antonio Cotoloni, Carlo Scarponi, 
Nicola Pennelli, Vincenzo Pieri, Gabrielle Filippucci, Giuseppe 
Tauiburrini, Sante Palmieri, Francesco Molinelli e Luigi Fioretti 
tutti di Macerata; Ludovico Pochini, Don Vincenzo Cingolani 
di Montelupone; Pierangelo Pierangeli di Montesanto, Torello 
Cerquetti di Montecosaro, don Francesco Cani, e Nicola Mei di 
Montolmo, Eaffaele Zucclii di Fabriano, Giuseppe Lupidi, Felice 
lozzi di Filottrano, Luigi Amadei di Loreto; Francesco Aubert, 
Filippo Lattanzi, Giulio Cesare Brescia, Francesco Pieri d'Ascoli ('). 

Contemporaneamente a questi processi, se ne ebbero due altri 
in via economica contro parecchi carbonari di due altre città 
marchigiane, i quali furono gravati di forti condanne sotto l'ac- 
cusa di semplice pertinenza alla società carbonica: Ignazio e 
Eaffaele Gentili, Giovan Filippo Leopardi, Giuseppe Antonio e 
Kaflaele Migliorelli, Aniceto Mochi, Bernardino Grasselli e 
Gabriele Clementini, tutti di Sanginesio f), e Matteo e Fortunato 
Agostini, Antonio e Giacomo De-angelis, Camillo Gaj, Giovan 
Battista Guerra, Giuseppe e Angelo Magini, Nicola Moretti, 
Annibale Righini , Giovan Battista Serafini, tutti di Fano ('•). 

Le processure contro i carbonari delle Marche misero in atten- 
zione e illuminarono 1' Austria, che nel '18 iniziò gli arresti e 
le inquisizioni contro i carbonari del Polesine, fra cui troviamo 



(1) Romiti Cesare. La prigionia di Cesare Gallo, in Rivista marchigiana 
illustrata^ Anno VI (1909), n. 4; Idem. Giornale di Gasare Gallo dal febbraio 
1813 al febbraio 1814. Osimo, Rossi, 1898; Rosi Michele. Il diario del conte 
C. Gallo (1814-17), in rivista II Risorgimento italiano, Anno I, fase. 2. 

(2) Spadoni D. La cospirazione di Macerata nel 1817 etc. Macerata, Man- 
cini. 1895. 

(3) Costoro furono condannati a 7 anni di relegazione. Vedi Del Cei-ro 
Emilio. Cospirazioni romane. Roma. Voghera 1899, pagg. 35-36. 

(4) V. Fattiboni Zellide, Memorie storico-biografiche al padre suo dedicate. 
Cesena Tip. Nazionale Vignuzzi, 1885. Voi. I, pagg. 234, e segg. 



— 22 -^ 

compresi il conte Pacifico Camerata (;ol suo segretario Filippo 
Passerini (') e Domenico Collemarini ('), tutti di Ancona. 

Se non che le carcerazioni e le persecuzioni, se valeano sul 
momento a scompigliar le fila settarie e a seminar lacrime, dolori 
e miserie, non valevano a sofibcar negli oppressi il desiderio di 
libertà e di indipendenza nazionale, ch'era ornai nel clima storico 
del tempo. Così mentre piii infuriavano nel Maceratese le car- 
cerazioni e le processure contro i patrioti, un prodigio di giovinetto, 
che si rovinava negli studi la gioventìi, di mezzo alla sua soli- 
tudine in Kecanati e traverso l' educazione gesuitica di casa 
si sentiva palpitare il cuore per la patria, e faceva pelar di 
spavento il padre codino, lanciando le libere canzoni all'Italia, 
sul monumento a Dante, e ad Angelo Mai, eh' eran forti note 
di rimpianto, di corruccio, d' ammonimento. 

Amor d' Italia, o cari, 

Amor di questa misera vi sponi, 

Ver cui jaietade è morta 

In ogni petto ornai . . . 
Né egli era il solo nelle Marche a far del culto delle lettere 
e di Dante una patriottica missione. Pesaro, dove Giulio Perti- 
cari con la bella e colta figlia di Vincenzo Monti erasi stabilito, 
e la Villa di BYancesco Cassi a S. Costanzo, dove il parente 
Perticari dovea nel '22 chiudere i suoi giorni, eran divenuti 
focolari e ritrovi di una schiera di letterati marchigiani e roma- 
gnoli, che formarono la scuola di questo nome, scuola di spinti 
romanamente classici e virilmente italiani, a cui crebbero Teren- 
zio Mamiani di Pesaro^ Giovanni Marchetti di Senigallia, Filippo 
Polidori di Fano, Francesco Mestica di Apiro, Francesco Maria 
Torricelli di Fossombrone, Filippo Ugolini di Urbania, Giuseppe 
Fracassetti e Pompeo Azzolino di Fermo, Ciiterina Franceschi, 
marchegiana d' educazione, ed altri minori (•*). 



CI) Carte segrete della polizia austriaca. Capolago, Tip. Elvetica 1851. Voi. 
I, pag. 127 e segg. Un Gaetano Illuminati di Fermo, venuto nel '19 da Ve- 
nezia, fu arrestato a Roma e dato, come settario, al Santo Uffizio ! 

(2) Vannucci. I martiri della libertà italiana. Gap. XXXII. Nota 1. 

(3) Vedi in proposito: Polidori F. Ver8i di Gostanza e Achille Monti. Le 



- 23 - 

§ 8. - Trame e tentativi del 1820-21 

Viene il 1820, ed ecco im promettente àlito di libertà spirare 
a un tratto dall' occidente. Spagna e Portogallo insorgono per 
per la Costituzione. 

Ad esse tien dietro Napoli, e un fremito di riscossa pervade 
1' Italia intera. jS'el 1820-21 si vagheggiò e si tentò anche tra 
durre in atto dalla Carboneria il sogno di federazione costitu- 
zionale italiana, che doveva esser caldeggiato piìi tardi dai 
moderati e iieoguelfi. Ma vegliava Metternich, la sentinella dei 
troni, e ci stava sul collo I' Austria, la spada della Santa Al- 
leanza; quel moto costituzionale perciò fu represso. 

Anche in quel tempo le Marche, e in ispecial modo Mace- 
rata pagarono il loro tributo generoso alla causa della libertà 
patria. ì^ell' autunno del 1820 in questa città furono arrestati 
cospicui patrioti: Livio Aurispa, col figlio ventenne Pirro, il 
reduce napoleonico Benedetto Ilari, il medico Antonio Fioretti, 
Giuseppe Capanna, e il camerinese Giuseppe Pasini e 1' ancone- 
tano Alessandro Cellini, qui dimoranti; furono arrestati altri a 
Montesanto; e tutti, meno il Capanna e i Montesantesi^ s'ebbero 
alcuni anni di relegazione. Altri arrestati e condannati di quel 
tempo nelle Marche furono Vittorio Braga e Gian Battista Peona 
d' Ancona, Carlo Preziotti e Giuseppe Valeriani di Fermo. Tre 
altri patrioti a Macerata riuscirono a fuggir nel Napoletano 
prima d' essere arrestati, e furono il senigalliese Francesco 
Cattabeni, e i maceratesi Giuliano Ceresani e Vincenzo Pannelli. 
Il Cattabeni ebbe poi a servire come ingegnere militare nella 
difesa di Napoli contro l'invasione austriaca, per cui prestarono 



Mounier 1860; Casleìli Giuseppe, Proemio alla Notte di Dante di Giovanni 
Marchetti. Senigallia, Pattonico 1890; Mestica Giovanni. Manuale della lett. 
italiana del sec. XIX. Firenze, Barbera 1888; Vendemini Francesco. Discorso, 
intomo alla vita e alle opere di Giulio Perticari. Bologna, Zanichelli 1875; 
Gabrielli G. A. Notizie biografiche intorno a Filippo Polidori, in Rivista delle 
Marche ed Umbria Anno I, 1865 pagg. 248-280; Natali Giulio. Un poeta ma- 
ceratese etc. Contributo alla storia delle scuola romagnola e marchigiana. 
Grosseto Tip. dell' Ombrone 1898; Curi Colvanni Antonio. Giuseppe Fracas- 
setti. Fermo, Bacher, 1898. 



— 24 - 

il loro braccio molti Marcliigiani, specialmente d' Ascoli, fra i 
quali un Tusi, un Fontani, un Alvitreti e un lotti, che rimase 
ferito nello scontro d'Antrodoco. Vincenzo Pannelli concepì poi 
il disegno di rivoluzionare lo stato pontifìcio, e accordatosi 
perciò nell' Abbruzzo col grottamarese JDott. Palmaroli, e con 
alcuni fuorusciti di Romagna e di altri luoghi dello stato romano, 
fra cui Nicola Ricciotti, e con i carbonari di Benevento e Pon- 
tecorvo, stabilì una combinata spedizione rivoluzionaria nel 
Prosinonese e nell' Ascolano. La prima non ebbe luogo; la 
seconda, capitanata dal Pannelli, che era all' uopo d'intesa con 
i carbonari delle Marche, fu efiettuata il 15 febbraio del '21. 
La sua legione romana, composta da un manipolo di fuorusciti, 
in molta parte marchigiani, e appoggiata da alcuni soldati napole- 
tani, sc<mfinò, procedendo ad Ancarano, allora pontificia, Pagliare, 
Offida, Grottamare, e proclamando dappertutto la Costituzione 
spagnola. Ma pervenuta a Ripatransone, la spedizione rivolu- 
zionaria fu affrontata da truppa pontificia, e per il vile contegno 
dei Napoletani fu costretta a retrocedere, né potè piìi il Pan 
nelli, malgrado i suoi sforzi, ritentare l'impresa. Ed era orinai 
troppo tardi, mentre i Tedeschi, in marcia contro Napoli, già 
toccavano il suolo dello stato pontificio. 

Il tentativo del Pannelli fu di poco momento, ma fu l'unico 
tentativo d'azione avvenuto in quel tempo nello stato pontificio. 
E il Pannelli ebbe poi a scontarlo amaramente allorché, trion- 
fata a Napoli la restaurazione, e arrestato egli co' suoi compagni 
e consegnato all'autorità j)apale, fu da questa processato e con 
dannato a morte, commutatagli nell' ergastolo in S. Leo. Con- 
dannati con lui a gravi pene furono fra gli altri il Ceresani, 
Vincenzo Natali di Pesaro, Mortaccini ed Astorri di Fermo, 
Zazzetti e i sacerdoti Fiordi ed Amorri di Offila, Vulpiani, 
Ancellotti, Rossi, Tomassetti di Acquaviva, Grossi di Sambene- 
detto ('). 

Ma sorte i)iù barbara doveva attendere in Napoli un altro 



(1) Spadoni D. Uua trama e un tentativo rivoluzionario dello Stato ro- 
mano nel 1820-21. Roma, Albrighi e Segati. 1910. 



- 26 — 

marchij?iano, Nicola Antonio Angeìetti da Sant'Angelo in Fon- 
tano, prode reduce napoleonico. Arrestato e trovato in possesso 
di emblemi massonici e carbonari,^ egli fu dal principe di Canosa 
fatto girare per le vie di Napoli legato seminudo sopra un 
asino con gli emblemi settari e un cartello dichiarativo, men- 
tre di tratto in tratto, suonata la trojnba, il caruence lo 
liagellava. Barbarie che, se fu sospesa collo svenimento del 
paziente, fu a lui continuata con la <lurissima prigionia ^n nella 
fossa di Maretimo. (') 



§ 9. - Nuove congiure e màrtiri 

Nel 1823 Pio VII moriva, e succedevagli nel trono pontificio 
l'originario marchigiano Annibale della Genga col nome di Leone 
XII. Sotto di lui furono riprese con nuova lena le persecuzioni 
C(mtro i carbonari, specialmente in Romagna. Nel '24 vi fu 
mandato con i straordinari poteri il sanfedista card. Rivarola, 
estendendo la sua giurisdizione anche nella delegazione di Pesaro 
e Urbino. Così con sentenza 25 marzo 1826 dalla Commissione 
speciale di quella Delegazione venivano condannati per fellonia 
il i)ossidente Giulio Leonardi di Urbania, a vita, Antonio Bianchi 
di Pesaro impiegato, a 10 anni. Rossi Pacifico d'Ancona im- 
piegato, e Francesco Perfetti di Pesaro possidente, a 25 anni; 
e a pene minori Balterini Gaspare di Fossombrone, maestro di 
scherma, e altri dodici di tutte le professioni, fra cui due cara- 
binieri, d' Ascoli e di Senigaglia. (') 



(1) Vedi: Vannucci A. I martiri della libertà italiana. Firenze Le Mon- 
nier, 1860, pagg. 146 e segg.; Spadoni D. Un martire della libertà: Nicola 
Autonto Angeìetti, in Rivista Marchigiana illustrata, Anno V. (1908) Fasci- 
colo 1. e 2. 

(2) Dalle Memorie sulla 1. 2. e 3. Reclusione Politica nel Forte di Civita 
Castellana che hanno origine dagli il febbraio 1819, ms. Risorgimento N. 88 
della Bibl. V. E. di Roma, e dal Registro originale dei relegati entrati e usciti 
dal forte di Civitaeastellana, nis. dell' Archivio di Stato di Roma, consnltati 
da mio fratello Giovanni. 



— 26 — 

E il 6 luglio 1826 dalla Commissione speciale Inverni/zi, 
succeduta al Eivarola, in cui ebbe parte anche l' avv. Luigi 
Mattioli Benvenuti di Cingoli, che era stato l'anima dei processi 
maceratesi del '17 e del '20 21^ venivano condannati alla galera 
in i)erpetuo e ad altre gravissime pene, Vincenzo Penacchini, 
Giovanni Spinaci, Raffaele Pascucci, Romualdo Carandini, Teren- 
zio Ghirlanda e Nicola Conti, artigiani di Pesaro, per essere 
rimasti uniti nella società carbonica ('). Altri processi per 
simiglianti cause ebbero luogo contro carbonari di Gubbio e 
Fano {'). 

Ardeva intanto nella Grecia ostinatamente la lotta per l'in- 
dipendenza dai Turchi, seguita con simpatia dagli Italiani. E 
le Marche, dove presso il patriota anconetano Carlo Farinelli, 
allo scoppiar della guerra, avevan trovato ospitalità la moglie 
e i figli del prode Botzaris, {'■■) dovevan dare anche a quella 
causa generosa la vita d' un loro eroe nobilissimo, il conte 
Andrea Broglio d' Ajano, recanatese, che cadde coljìito da una 
palla di cannone il 23 maggio 1828 all' assalto di Anatolico, 
essendo comandante dei Filelleni (''). Come piìi tardi le Marche 
dovean dare il loro contributo alla causa della libertà in Ispagna, 
dove il conte Vincenzo Gentiloni di Filottrano, combattè da 
prode nella battaglia di Huesca. (^). 



(1) Gigliucoi Francesco, Memorie della Rivoluzione romana. Roma, Checchi 
1851. Voi I. pagg. 278-281. 

(2) Giglivcd. Op. a. e. Voi. I, pagg. 281-288. Nel luglio del 1827 a Ra- 
venna furono dalla Commissione Invernizzi arrestati e condannati fra gli al- 
tri due fanesi: Andrea Baldoni e Giovanni Orazietti, perchè sospetti di vo- 
ler istituire una setta. Vannncci. I martiri della libertà italiana, pag. 314. 

(3) Giangiaeomi Palermo. Carlo Farinelli, in Rivista Marchigiana illustrata 
Anno VI. N. 4, pagg. 119-120; Nel 50 Anniversario della difesa di Ancona, 
Roma, Un. Coop. Ed. 1899, pag. 18. 

(4) Mestica, Giacomo Leopardi e i conti Broglio d' Ajano a. e. 

(5) Bianchi E. Commentario intorno alla vita del conte Vincenzo Genti- 
tiloni. Cingoli, Falconi 1869; Gentiloni Vincenzo Ottorino. In memoria d' un 
prode. Appunti biogr. sul conte V. Gentiloni (Da documenti storici). Roma, 
Off. Poligr. Ital. 1910. 



— 27 — 

Troppo breve fa il pontificato del card. Castiglioni di Cìn- 
goli, succeduto a Leone XII nel '29 col nome di Pio Vili. 
Sotto di lui abbiamo a notare solo il processo di Roma contro 
i carbonari riordinati dal sacerdote napoletano Piccilli. Nel 
processo furono compresi ma dimessi per insuflQcienza d' indizi, tre 
Marcliigiani. (') Pio Vili moriva il 30 novembre 1830, mentre l'Eu- 
ropa era commossa dalla recente rivoluzione di Parigi, la quale con 
le sue dichiarazioni e promesse aveva rialzato le speranze dei 
liberali italiani, e specialmente di quelli dello stato pontificio, 
anelanti alla riscossa. 

In Roma, soffiando nei carbonari le ambizioni dei Bonaparte, 
si strinsero essi a congiura per ])rofittare della sede vacante, 
in cui il governo pontificio era più debole, e instaurare un governo 
italiano, con a capo un napoleonide. Gran parte nella trama 
erano il patriota recanatese Vito Fedeli^ maestro di casa del 
principe di Musignano Carlo Bonaparte, figlio di Luciano, e il 
conte Domenico Troili di Macerata, guardia nobile, cui fu sco- 
perta una corrispondenza col conte Filippo Camerata Passionei. (') 
Costoro, mancata la sollevazione che il 10 dicembre 1830 doveva 
aver principio in piazza S. Pietro, furono successivamente ar- 
restati. Il Fedeli, condannato a morte, commutata in 20 anni 
di relegazione, moriva per malattia di petto nell' autunno del 
1832 nel forte di Civitacastellana, dove ben presto doveva sos- 
tituirlo il fratello Vincenzo, condannato verso il '38 39 a dieci 
anni di relegazione, e morto anch'esso in quel Forte nell' au 
tunno del '45 ('). 

§ 10. - La rivoluzione del 1831 

Vero è che la rivoluzione, che aveva trovato in Roma am- 
biente refrattario, doveva accendersi e propagarsi poco appresso 
con facilità e rapidità meravigliose, in Romagna, in quasi tutta 



(1) Giglivcci a. e. Voi. I. pagg. 367 e segg. 

(2) Ghetti Bernardino. Yito Fedeli e la Cospiraz. detta di S. Pietro. Reca- 
nati, Simboli 1902; Colini Baldeachi Luigi. Avveuim. polit. delle Marche (1796- 
1849), in Rir. stor. Risorg. ital. Anno II, voi. 2. 

(3) Fannucoi. I martiri della libertà italiana a. e. 



— 28 — 

1' Umbria, e nelle Marche, nelle quali ultime il mutamento, 
iniziatosi il 9 febbraio nella Delegazione d' Urbino e Pesaro, 
il 23 si compiva in Ascoli ('). Le truppe pontificie aderirono 
quasi tutte al nuovo regime. Il conte Francesco Cassi, tradut- 
tore di Lucano, fu capo del governo provvisorio a Pesaro. Fu 
del governo provvisorio in Ancona e addetto alla polizia il 
conte Pietro Ferretti, che dispose in queste sue qualità l'arresto 
del marchigiano cardinal Mons. Benvenuti, il quale da Koma si 
era restituito al suo vescovado in Osimo come legato a latere del 
Papa per tentare una controrivoluzione (^), Vero è che nel con- 
tempo il fratello del Ferretti, Mons. Gabriele, vescovo a Rieti, 
ne incoraggiava con successo la resistenza alle truppe rivolu- 
zionarie del gen. Sercognani. Comandante generale delle trujìpe 
pontificie era un' altro marchegiano, il colonnello Lazzarini, che 
stava a Civitacastellana alla difesa di Roma ('), e per iscongiurare 
l'avanzata delle truppe rivoluzionarie, d'ordine del governo, aprì 
le porte a quei relegati politici, fra cui erano i novstri cospira- 
tori del '17 e del '20, mentre i relegati del forte di S. Leo 
avevano già ottenuta la libertà dalle truppe rivoluzionarie. 

Intanto il 26 febbraio si radunava a Bologna una prima 
assemblea di rappresentanti delle città libere, fra cui annovera- 
vansi: Terenzio Mamiani per Pesaro, Francesco Maria Torricelli 
per Fossombrone, Andrea Cattabenì per Senigaglia, Pietro 
Orlandi e Lodovico Sturani per Ancona, Tommaso Salvadori 
per Fermo. Per Macerata andarono Giovanni Lauri e Andrea 



(1) Spugni E. Un diario inedito della rivoluzione del 1831 a Pesaro, di 
Geltrude Busi. Venezia, Garzia, 1909; Leoni A. Ancona illustrata, a. e. pagg. 
451 e segg.; Spadoni D. Appendice dell'opuscolo: La cospirazione di Mace- 
rata nel 1817 a. e, Capponi P. Annali di Ascoli Piceno a. e, Parte II (dal 
1816 al 1898). 

(2) Spadoni D. Il conte Pietro Ferretti da alcune note autobiografiche, 
con cenno dei fratelli gen. Cristoforo e card. Gabrielle. Nella Rivista II Ri- 
sorgimento italiano. Anno 1909. 

(3) / XXXXII giorni della difesa di Civita Castellana. Memoria di Gio- 
vanni Cav. Lazzarini Tenente Colonnello Comandante la Colonna del Centro 
delle Truppe pontificie. Ancona, Sartori 1831. 



~ 29 — 

Cardinali, a cui furono in appresso aggiunti il Mse. Domenico 
l?icci e l'urbinate Prof. Francesco Puccinotti ('). Recanati scelse 
Giacomo Leopardi, che però non si mosse da Firenze (*). L'as- 
semblea dichiarò decaduto di fatto e di diritto il potere temporale 
dei Papi nelle Provincie libere, e in attesa di convocare i rego- 
lari comizi stabilì provvisoriamente il potere esecutivo, nominando 
fra gli altri Terenzio Mamiani Ministro dell' Interno, Lodovico 
Sturani Ministro delle Finanze, e Ministro di Giustizia il mace- 
ratese conte avv. Leopoldo Armaroli, che però trovandosi assente 
fu sostituito. Della Consulta legislativa furono tra gli altri no- 
minati tre delle Marche: l'impiegato corinaldese Pietro Orlandi, 
romano, Tommaso Salvadori e Andrea Cardinali (^). 

Se non che la rivoluzione, che era seguita, facendo affida- 
mento sul principio del non intervento proclamato dalla rivolu- 
zione francese del '30, si trovò di fronte all' esercito austriaco 
risohito a compiere la restaurazione del governo pontifìcio nelle 
Provincie sollevate. Nel frangente si pensava concentrare i po- 
teri in un triunvirato, in cni taluni valeano compreso il Mamiani, 
altri il Ferretti. 

Ma gli avvenimenti precipitarono, e di fronte alla marcia 
austriaca il governo rivoluzionario si rifugiò in Ancona, dove 
finì col capitolare nelle mani del card. Benvenuti ("). Da Ancona 
i più compromessi presero la via dell'esilio, fra cui il Mamiani 
e il Ferretti, che furono poi tra gli esclusi dall'amnistia, insie- 
me con altri quattro marchigiani ('). Rifugiatisi in Francia, 



(1) Tartufari Salvatore e Natali Antonio. Diario maceratese. Ms. esistente 
nella Biblioteca comunale di Macerata; Pantaleone Pantaleoni. Eivoluzione 
del 1831 in Macerata. Ms. esistente nel Museo marchigiano del Risorgimento 
di Macerata, 

(2) Carducci G. Giacomo Leopardi deputato, in Nuova Antologia 1897. 

(3) GigliuGci. Op. a. e. Voi. II. 

(4) Vedi fra gli altri: Facchini Cesare. La capitolazione d' Ancona. Notizie 
e documenti. Bologna Zanichelli, 1884. 

(5) Pietro Orlandi, Tuzzi Domenico, computista anconitano, e Pietro 
m.se Petrucci e Carlo Molinari pesaresi. Gennarelli Achille. Il Governo pon- 
tificio e lo Stato romano, Documenti. Prato, Alberghetti, 1860. Parte seconda 
pag. XIII. 



— 30 — 

furono entrambi di nobile esempio agli esuli e tennero alto 
l'onore della patria oppressa ('). Il conte Ferretti per vivere 
non isdegnò far modestamente il giovane di negozio, e fu sul 
])Uuto di far persino il lustrascarpe ! 

§ 11 - Commovimenti del 1832 

Intanto nello stato i)ontificio imperversò la reazione. Le Uni 
versità vennero chiuse, e a Macerata furono destituiti i professori 
Puccinotti e Silvestro Utili, per aver avuto parte nella rivoluzio- 
ne ('). Il segretario di stato di Gregorio XVI, dietro la pressione 
delle x^otenze che consigliavano riforme, promise bensì un' era 
novellili,^ ma fu delusione ('). Le Eomagne tornarono ai moti insur- 
rezionali, repressi con sanguinosi conflitti e stragi. Le Marche si 
commovevano. Una spia del Duca di Modena scriveva, a detta 
del Cantù, che Pesaro era una cattiva città, ad onta vi fossero 
moltissimi bei talenti, e viveva con la speranza di potersi 
riunire alle Romagne, se Kimini cadesse in potere de' lioma- 
gnoli » (*). 

Riapparvero a Bologna, accolti con simpatia, gli Austriaci. 
La Francia gelosa di loro influenza, la notte del 23 febbraio 
1832 fece improvvisamente occupare dalla truppa della sua 
squadra la cittadella d'Ancona. Gli Anconetani, rivedendo sven- 
tolare il tricolore sul forte, s'inebriarono di speranze, immagina- 
rono con la protezione francese di poter sottraisi come nel 1797 



(1) V. fra gli altri: Gas^mri I). Vita di Terenzio Mainiani. Ancona, Mo- 
relli, 1888; Colini E. Notizie della vita e delle oi)ere di. T, M. leai, Euz- 
Zini, 1885; Casini T. La giovinezza e l' esilio di Terenzio Maniiani. Firenze 
Sansoni 1896; Viterbo E. Terenzio Maraiani: Lettere dall' esilio. Roma. Soc. 
Ed. D. A. 1899. 

(2) Spadoni D. L'università di Macerata nel Risorgimento italiano, Fano, 
Montanari 1902; Bettucci Can. Enrico. Lettere di F. Puccinotti al M.so A. 
Ricci. Macerata Tip. Sed. San. 1898; Idem. Lettere del Pucc. a Fedele Bian- 
chini. Rivista march, ili. Anno VI, n. 9010. 

(3) Vedi: Intorno alla vera situazione del jwpolo nello Stato pontificio dopo 
le decantate promesse e il supposto adempimento di un'era novella. (Lettera di 
un cittadino anconetano ad un Francese). 15 giugno 1832. 

(4) Cronistoria dell' Indipendenza Italiana Voi. II. p. 1. pagg. 279. 



— 31 — 

alla soggezione papale, e giunsero quindi ad innalzare alberi 
della libertà ('). Ritiratosi in Osimo il Delegato apostolico, si 
raccolsero ben presto in Ancona, come in terra di rifugio, gli 
spiriti più ardenti e malcontenti, e i compromessi dello stato 
pontificio. Fra Anconetani e profughi si formò una milizia di 
sicurezza detta Colonna mobile, di cui fu ordinatore il patriota 
forlivese Camillo Meloni, già condannato per la cospirazione di 
Macerata del '17, e gran parte il frosinonese Nicola Eicciotti, 
accorso dall' esilio in Ancona. 1 soldati e carabinieri pontifìcii 
furono costretti a chiudersi in caserma e in fortezza. Si trascorse 
anche ad eccessi sanguinosi, come 1' uccisione del gonfaloniere 
Bosdari, invano scongiurati dal partito liberale. Il tre giugno 
in un comizio popolare furono espressi i voti degli Anconetani, 
e una bandiera alla Loggia dei Mercanti portava scritto: Buone 
leggi di garantita inviolabilità. Papa Gregorio, sommamente irri- 
tato, lanciò contro i liberali d' Ancona e d' altri luoghi la sco- 
munica maggiore^ accolta però con decisione e dis[)rezzo. Se 
non che pochi giorni appresso il Comandante francese d'Ancona, 
d'ordine del suo governo, mutò a un tratto contegno e, sciolta la 
Colonna mobile, espulsi o incarcerati i liberali più compromessi, (') 
provvide al pacifico ritorno del Delegato apostolico, il quale, 
ripreso possesso il 1 agosto '32 del governo della città, die 
subito corso a inquisizioni e processi, per cui poco dopo avvennero 



(1) Gigliucci Memorie della rivoluzione romana a. e. Voi. II. Libro V; 
Leoni. Ancona illustrata a. e. libro XVIII; Cenni sugli avvenimenti accaduti 
in Ancona dal 23 febb. al 1 agosto 1832. Tip. Sottiletto, Ancona 1833. 

(2). Fra i più intraprendenti patrioti anconetani era Lorenzo Lesti nativo 
d' Agngliano; nel luglio 1832 egli fuggì in Francia travestito da marinaio 
su legno inglese, colà rimanendo fino all' amnistia di Pio IX. Tornato in 
Ancona in anni fortunosi primeggiò nel movimento popolare, sicché dopo 
la restaurazione, arrestato e accusato di connivenza co' sanguinari, sottri pri- 
gionia fino al 1867, e pochi giorni dopo ritornato in Ancona vi mori, sem- 
pre incrollabile ne' suoi principii, fra largo rimpianto. Piccinini Augusto, Ne- 
crologia di L. L. Ancona, Gabrielli. 1867; Ciavarini C. Storia d' Ancoua. 
Appendice; Fatti atroci dello spirito demogogico negli Stati romani. Firenze, 
Campolani, 1853. pagg. 190-95. 



— 32 — 

fucilazioni di supposti rei di delitti coin messi per spirito di parte 
e di attinenza alla cosidetta Colonna mobile ('). 

§ 12 — La reazione sanfedista 

Molto interessante si presenta questo momento storico, per 
l' accanita lotta che a questo punto si impegna tra le forze 
della reazione sanfedista e quelle del liberalismo, rinfrescate 
da un nuovo soffio d'ideale. Mente politica della reazione fu 
il fermano card. Tommaso Bernetti, che il Farini disse d'animo 
fermo, d' ingegno pronto e perspicace, di costume sciolto, ma non 
perduto ('). Assunto egli nel '21, dopo la fuga di Mons- Tiberio 
Pacca, al Governo di Koma e alla Direzione generale della Po- 
lizia dello Stato, nominato cardinale da Leone XII e quindi 
nel 1827 Segretario di Stato, carica in cui rimase sino alla 
morte di quel Pontefice, vi era tornato con Papa Gregorio. 
Studioso della su])remazia del clero, e al tempo stesso dell' indi- 
pendenza della Corte romana dall' egemonia dell' Austria, che 
1' ebbe perciò in uggia fino a provocarne la caduta, e, d' altra parte 
mèmore delle risorse eh' ebbe già la causa papale dagli insorgenti 
del '99, e lusingato anche da recenti esemxn e dai suggerimenti 
che al Duca di Modena dava il famigerato principe di Canosa, 
il Bernetti venne in idea di reagire agli sforzi dei liberali for- 
mando sul finir del '31 una milizia di volontari, che nominò 
centurioni^ con gente del volgo, e specialmente del contado, tra 
cui qualche avanzo del vecchio brigantaggio, fanaticamente at- 
taccata al trono e all' altare e capitanata da preti e frati set- 
tarii e intraprendenti. Questi centurioni nel setteuibre del '32 
già ammontavano a circa 50 mila e loro comandante supremo 



(1) Il Tribunale d' Ancona nel 18 marzo 1833 sentenziò 24 imputati, con- 
dannando a morte Mariano Bevilacqua e Lorenzo Tonelli, alla galera in vita 
sotto stretta custodia Camillo Meloni, altri a pone minori, taluni dimetten- 
done. Gigliucci. Op. a. e. Voi. II. pagg. 293-96. 

(2) Farini L. C. Storia d' Italia dal 1814 ai giorni nostri. Torino, Franco 
1859, Voi. II, pag 172. 



— 33 - 

speciiil mente nelle Marche, o come e^li si cliiamavì», direttore 
orj^ani/zatore generale dei corjji volontari i)ontiticii, fn il i)ansola- 
no Giambattista Bartola//i, (') famigliare ab antico del Bernetti. 
Questi centurioni, non avendo nelle Marche un' uniforme, ma 
rimanendo in condizione di occulte associazioni, ne divennero 
il terrore, in guisa che nel '33 il Governo fu costretto ad al- 
lontanare dal comando il Bartolazzi e a moderare alquanto 1' in- 
fluenza dei centurioni, togliendo loro una parte della vigilanza 
l)o]itica. 

Furon quelli gli anni della più accentuata reazione sanfe- 
dista. E mentre i centurioni, ossia il sanfedismo armato, inti- 
midiva e comprimeva i liberali con la prepotenza della forza 
brutale, si ebbe tutta una fioritura di pubblicazioni s])eciali e 
alla portata di tutti, con cui si deridevano ed infamavano le 
dottrine, gli uomini e le opere del liberalismo, cercando con- 
trapporli ad analoghe pubblicazioni liberali clandestinamente 
circolanti. Per il che, se fu celebre in quel tempo a Modena 
Vntonio Capece Minutolo, principe di Oanosa, si ebbe nelle 
Marche un èmulo, se non ugualmente eccessivo, non meno ze- 
lante, e fu il conte Monaldo Leopardi^ padie del sommo poeta, 
i cui scritti, condotti a forma di dialogo e con innegabile ar- 
guzia e pubblicati da xlnnesio Nobili di Pesaro, furono molto 
in voga in quel tempo fra i retrivi, e si3 ne fecero anche ri- 
stampe alla macchia. K sempre più infervorato in questa pro- 
paganda sanfedistica il Leopardi nella primavera del '32 pub- 
blicò anche un periodico, che, ad imitazione della modenese 
Voce della Verità, chiamò la Voce della Ragione; ma dovè so- 
spenderlo, d' ordine del Governo, sul finir del '35. Per tutto 
ciò il Leoi)ardi teneva cordiale corrispondenza con i sanfedisti 
di Modena e col Principe di Canosa, il quale stabilitosi in quel 
torno di tempo a Pesaro, ivi rimase fino alla morte, travaglian 



(1) Gualterio F. A. Gli ultimi avvenimenti italiani. Napoli, Mirelli, 1861; 
Voi. I. pag. 98 e 338. 

3. — Atti e Meaiorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910. 



— 34 — 

dovsi, come scrive il Fari ni, in opere degne del suo nome, sètte, 
libelli, intrighi e scelleratezze » ('). 



§ 13 — Cospirazioni e conati della « giovane Italia » 

Ma se gli anni immediatamente successivi al 1831 furono 
gli anni della levata di scudi sanfedistica, furono anche gli 
anni di una im])ortante trasformazione nel movimento rivolu- 
zionario. Con la rivoluzione del 1831 si chiuse in Italia il i)e- 
riodo propriamente detto della Carboneria. Dopo quel moto, la 
sua influenza andò scemando, e ad essa subentrò l' influenza di 
una nuova società segreta: la Giovane Italia. Un giovane figlio 
dell' ardita Liguria, di forte intelletto e di fede incrollabile ne- 
gli italici destini, dal carcere di Savona riparato a Marsiglia, 
erasi fatto iniziatore di un nuovo apostolato patriottico, propo- 
nendosi gittare nelle divise e scorate genti della penisola il fer- 
mento di un pensiero e di un' azione strettamente unitarii e 
democratici, che agisse in strati più profondi del popolo, meglio 
che non era avvenuto per l' innanzi con le vaghe aspirazioni 
della Carboneria. 

Le dottrine dei socialisti utopisti di Francia e qualche scritto 
del belga De Potter, che trovò fra i liberali italiani il divul- 
gatore, non mancarono certo di influire sui sentimenti di Giù 
seppe Mazzini e di predisporre 1' ambiente dei nostri patrioti 
in favore del nuovo indirizzo rivoluzionario. Le Romagne e le 
Marche, riscaldate per i recenti moti, e tuttora in orgasmo, 
furono tra i paesi dove i germi della nuova cospirazione prima 
attecchirono e misero radice. In Ancona si diede l'occasione 
propizia dell' occupazione francese. Cosicché all' indomani di 
essa, secondo si ha notizia, fu colà attivata una congrega della 
Giovane Italia, forse per oi)era di quel Ricciotti, che doveva 
poi finir martire coi Bandiera. Con la congrega d' Ancona cor- 



ei) Farini L. C. Lo stato romano dal 1815 al 1850. Firenze Le Monuier 
1850 Voi. I. pag. 81. 



— 35 — 

iisi)on(leva il Mazzini personalmeute. K nieiitie infiaiiiniiiva i 
cuori con i suoi scritti appassionati, eh' egli faceva pervenire 
o col mezzo di emissari, o dissimulati da inchiostri simpatici, o 
ingegnosamente celati entro botti di bitume, il Mazzini dava 
opera fervida infaticabile a ordire una vastissima trama di ri- 
voluzione nazionale, a cui doveva per la prima volta aver parte 
tutta r Italia, e ogni provincia come se da ciascuna avesse a 
dipendere la sorte delle altre. Siffatta insurrezione nazionale, 
dopo varie ])eripezie, si finì col fissare per 1' agosto del '33. 
Gli Anconetani, in conformità delle istruzioni del Mazzini, si 
concertarono con le case marchigiane dipendenti di Ascoli, 
Macerata, Pesaro, Senigallia, Fano, per f organizzazione di 
bande armate, o guerrills, che concentrandosi nelle monta- 
gne dell' Ascolano, sarebbero state capitanate da Matteo Co- 
stantini, detto Sciabolone, come il prete Amici ex brigante e 
carbonaro, e compromesso nel '31; alla prima notizia di un 
moto nel Napoletano, avrebbero dovuto gittarsi nell' Abbruzzo 
e quindi, congiunte con quelle meridionali, accorrere a dar 
man forte all' alta Italia. 

1 patrioti marchigiani avevano riacquistato grande spirito e 
fiducia. Uno spione austriaco, riferisce il Cantù, informava in 
data 19 maggio 1833 che « a Fossombrone era tanto 1' entusia- 
smo dei liberali, che giornalmente si cantava la nuirsigliese, 
senza che la truppa pontifìcia fosse al caso di impedirlo. » (') 
Parecchio danaro si raccolse fra i nostri liberali all' impresa 
mazziniana. Mille scudi furono da Macerata inviati ad Ancona, 
da un P. A., probabilmente il fermano marchese Pompeo Az 
zolino, colà domiciliato, il quale aveva osato in quel tempo l'ese- 
cuzione entro il suo palazzo del Ouglielmo Teli del Rossini, 
dapprima fatta sospendere dal Governo di Roma e quindi con- 
sentita per interposizione del delegato apostolico mons. Ciacchi ('). 



(1) Cronistoria dell' Indipendenza Italiana. Voi. II. p. 1. pag. 302. 

(2) Spadoni D. Mons. Ciacchi e il « Guglielmo Teli a Macerata nel '33, 
in Rivista d'Italia: aprile 1910. 



— 36 — 

Se non c)ie la trama falli, e mentre già nel maggio la polizia 
aveva fatto arrestare a Filottrano il chirurgo e l'armaiolo, nel- 
P agosto procedette all' arresto di parecchi patrioti anconetani. 
Arrestato e certamente implicato nel processo fu Domenico Sche- 
lini, nella cui casa nel '31 e '32 si riunivano i piìi attivi e 
migliori patrioti anconetani di quel tempo: Lesti, Ricciotti, Fichi, 
Bruni, Candelari, Farinelli, Carlo Saltara, Giovanni Bonarelli. 
La moglie Albina partecipava ai convegni e custodiva la gelosa 
corrispondenza mazziniana ('). La Sacra Consulta ebbe poi a 
condannare a vita Tommaso Galletti, e a 20 aniii un fornaciaio 
di nome Salvatori. Furono nel contempo arrestati in Ascoli e 
tradotti a S. Leo il conte Emidio Ambrosi Sacconi, Giovanni 
Luciani, e Giambattista Marcatili. Vi fu anche tratto in arresto 
il fermano Candido Vecchi, padre di Candido Augusto. Questi 
furono i primi martiri marchigiani della Giovane Italia (^). 

Nel febbraio 1836 alcuni Marchigiani, appartenenti alla Gio- 
vane Italia e alla Carboneria, furono scoperti e processati in 
Roma, insieme con altri, undici in tutti, fra cui tre frati ago- 
stiniani e alcuni professionisti. Di questi il cursore capitolino 
Giuseppe Veccia di Ripatransone fu condannato a vita {^). 

Ma le persecuzioni politiche non intimidivano a sufficienza 
i nostri patrioti, sì da trattenerli dal partecipare alle manife- 
stazioni liberali del tempo. Cosi indettosi nel 1839 a Pisa il 
l)rimo congresso degli scenziati italiani, e fatto dal governo 
pontificio divieto di parteciparvi ai professori delle Uni- 
versità i)er sospetto di secondo fine ])olitico, il professore 
maceratese Barone Filii)po Narducci osò contravvenire all' or- 



(1) Cenni biografici sulla famiglia Schelini. Ancona Tip. Commercio 1899. 

(2) Spadoni D. Un episopio della Giovane Italia. Le guerrille delle Mar- 
che nel '33, in rivista II Risorgimento Italiano. Torino, Bocca. 1908. 

(3) Sentenza della Sacra Consulta 18 agosto 1837 per delitto di cospira- 
zione contro il sovrano e lo Stato. Coinvolti in questo processo furono anche 
due Maceratesi: 1' agostiniano Moschiui Guglielmo del fn Giovanni, di anni 
27, e Moschini Stefano di Sebastiano, di anni 28; ma furono scarcerati pri- 
ma della sentenza perchè abilitati, rimanendo « soggetti ai loro pregiudizi. » 



— 37 — 

dine governativo, e nascostamente, in mezzo a molti pericoli_, 
riuscì a recarsi al Congresso; per il che egli venne sospeso dal- 
l' insegnamento ('). E celebrandosi nel 1840 dalla Kei)nbblica 
di S. Marino il centenario del recupero della sua libertà, eh' a- 
vea tentato usurparle il card. Alberoni, molti liberali di Pe- 
saro mossero colà insieme con i Romagnoli dei circonvicini 
paesi, per farvi una dimostrazione ])atriottica, percorrendo le 
vie (5on coccarda tricolore italiana^ e acclamando alla libertà e 
contro il papa ('). 

E intanto nel Regno delle due Sicilie si tornava a cospirare 
e se ne risentivano le vicine provincia delle Marche, dove come 
in Romagna, la Carboneria e la Giovane Italia avevan molti 
proseliti ('). A Fermo quindi si istruì nel 1840 un gran pro- 
cesso contro parecchi patrioti, fra cui V anconetano Angelo Pi- 
chi, il quale nel 1831, primo tenente dei granatieri, avea se- 
guito le schiere rivoluzionarie del gen. Sercognani {'*). Era sta- 
to trovata da' un finanziere sulla via di Macerata una lettera 
a firma Nettuno, in cui si parlava dei Patriofili e dell' uccisione 
di Mons. Antonelli, allora galante delegato apostolico di Mace- 
rata. Il Pichi ne fu accusato autore, e insieme d' esser caijo 
della Società dei Patriofili e di altre società segrete. Ultimato 
il processo in Roma, con sentenza 7 aprile 1843 furon condan- 
nati, con pene varianti dai 20 ai 10 anni per società segreta, 
il fermano Carlo Preziotti negoziante, già condannato a 7 anni 
nel 1822, Torello Cerquetti di Montecosaro e Giuliano Gullini di 
Macerata, già condannati per la cospirazione maceratese del '17, 
e insieme ad essi il legale Giuseppe Gullini, fratello di Giuliano, 
lo stampatore maceratese Paolo Moschini, Luigi Boccanera e 
Raffaele Minnucci di Fermo, Domenico Rensi di Treia, Cesare 



(1) Spadoni D. L' Università di Macerata nel Risorgimento italiano a. e. 

(2) Coppi. Annali d' Italia. Anno 1840, par. 4. 

(3) Favini L. C. Lo Stato romano etc. a. e. pagg. 79 e 87. 

(4) Einaldini Mario. Appunti biografici su Angelo Pichi. Ancona. Meu- 
garelli, 1883. 



•^ 38 — 

Fioretti di Fabriano, Francesco Lanari di Iesi e Domenico Bu- 
glioni d' Ancona ('). A favore del Fichi valsero, a quanto pare, 
certe lettere del giudice processante, dimenticate nel!' incarta- 
mento, e da cui risultavano irregolarità i)rocessua]i, come affermò 
anche lo storico Gualterio ('). 

Eia accaduto nel frattempo che due rei politici napoletani, 
fuggiti dal forte di Colonnella nelF Abruzzo, essendo stati nel 
l)orto di Fermo messi in salvo per mezzo di piccolo legno, rii)a- 
rando a Corfìi, la polizia nelP estate del '41 era venuta a sco- 
prire in quel paese l'esistenza di una società rivoluzionaria 
d'una trentina d' individui, nella maggior parte contadini, for- 
mata dal mazziniano conte Giambattista Ferri. Il Ferri e tre al- 
tri aseritti fuggirono. Ventiquattro furono arrestati e 1' 1 L ai)ri- 
le del '43 furono dalla Sacra Consulta condannati da quindici 
a vent'anni di galera (•'). 

Mentre queste processure istruivansi, Papa Gregorio, accom- 
l)agnato dal i)ergolese Card. Mattei, segretario di Stato per 
1' interno, nell' agosto del 1841 andava alla S. (3asa di Loreto, 
proseguendo i)oi per Ancona, Macerata, Fabriano e altri paesi 
dello stato, con le consuete pompe, ma senza alcun risultato 
e speranza per i sudditi, essendo quel pontefice, oltreché rigido 
e assolutistico, avverso alle strade ferrate e ad altri portati del 
civile progreswso. Sicché le cospirazioni si rinfocolarono. Nel 
1843 fu dal Mazzini e dalla Giovane Italia architettato un 
juano rivoluzionario, che, a somiglianza di quello del '33, do 



(1) Registro originale dei relegati di Civitaeastellana, Memorie sulla i, P, 
e 3 reclusione politica nel forte di Civitaeastellana ecc. Vedi: In ricordo d' nn 
patriota anconetano (Domenico Buglioni). Ancona, Morelli, 1900. Vi si ac- 
acenna al contenii)orauep arresto di Castelli Antonio di Loreto. 

(2) Gli ultimi rivolgimenti italiani. Voi. I, cap. 15. 

(3) Coppi. Annali d' Italia. Anno 1841, par. 13. Sul conte Giovanni Bat- 
tista Ferri e sul salvataggio dei due rei politici napoletani, che pare fosse- 
ro il conte Castiglione e il Forcella di Teramo, vedi: Canaletti Gaudenti 
Alberto. Il neognelfismo, in Rivista d' Italia, agosto 1897, Roma. Circa il 
salvataggio dei due patrioti abruzzesi vedi pure 1' articolo snll' egregio pa- 
triota Gregorio Possenti di Cupramarittiina, che vi cooperò, Scritto da Gio- 
vanni Spadoni in Esposizione marchigiana del 1905 N. 13 pag. 102-103, 



— 39 — 

veva comprendere tutta la penisola. Il primo impulso doveva 
al solito venire dal Napoletano, a cui sarebbero tenuti dietro 
nella sollevazione gli stati pontifici. Ma Napoli non si mosse e la 
polizia papale, subodorate le trame, mise mano agli arresti ('). 

Di questo temi)o, crediamo, furoilo arrestati nelle Marche e 
processati per società segreta e lesa maestà: Agostini Francesco 
di Cartoceto, Achille Paggi d' Ancona, Maroni Eugenio di 
Recanati, Marchetti Nicola di Senigallia, etc. ('). 

Parecchi patrioti ripararono in Toscana; altri con a cax)0 il 
medico Muratori formarono una guerrilla, gittandosi nell' Appen 
nino bolognese. Ma di ciò non essendo pervenuta notizia nel- 
V Ascolano, non si ebbe in quelle montagne il concertato mo- 
vimento. Alla guerrilla del Muratori un' altra ne succedette ca- 
pitanata dall' ufficiale Ribotti, chiamato dalla Spagna, il quale 
anche dopo disciolta la guerrilla, continuò a girar nascosta- 
mente per la Romagna e per le Marche fino ad Ancona (^). 
Nelle Marche 1' elemento liberale era in quel tempo numeroso 
e danaroso, alimentato, a quanto pare, dai partitanti del duca 
di Leuchtemberg, tìglio del i>rincipe Eugenio ex viceré d'Italia, 
e generò dello Czar delle Russie (•'), il qual duca trovavasi in 
possesso del ricchissimo appannaggio sui beni dei luoghi pii 
e conventi delle Marche, conservato al padre dal Congresso di 
Vienna; per lo che il Papa si preoccupò di riscattare in ogni 
modo quegli estesi possedimenti del sospettato pretendente 
I)olitico (^). 



(1) Gualterio. Op. a. e. Gap. XVIIl. 

(1) Nelle a. e. Memorie sulla 1, 2 e 3 reclusione politica etc. è nota di 
loro come condannato nel 1843; però si sa che Achille Paggi fu arrestato 
nel 184.3, proveniente da Corfii, e condannato con sentenza del 6 dicembre 
1844. Vedi: Maroni Michele, Achille Paggi, in Rivista marchigiana illustrata 
Anno 1907, fase. 10-11. 

(3) Farini L. C. Lo Stato romano dal 1815 al 1850, 2. ediz. Voi. I. 
pag. 89. 

(4) Gualterio. Op. e cap. sopra citati. 

(5) In qucst' anno 1' inquisizione di Roma, dando sfogo ai suoi spiriti 



— 40 — 

Le trame maz/.iuiane non cessavano dal ripullulare ostinate 
nelle Roniagne e nel Napoletano, malgrado le ])roeessure, le con- 
danne e gli esilii dei patrioti. Ormai non i)assava anno senza un 
disegno e un tentativo rivoluzionario. Cosi nel 1841. La polizia 
intercettando una corrispondenza fra Bologna e lioma, dove erasi 
stabilito il comitato centrale rivoluzionario, scoprì che ad oi)r}ir 
l»iìi speditamente si stava cercando riunire in una le varie sette 
italiane. Furono arrestati il bolognese Giuseppe Galletti, il romano 
Mattia Montecclii ed altri qua e là. Fra questi i conti Augusto 
e Alberico Spada di Pesaro, (') studenti nell' Università romana, 
rilasciati però alcuni mesi dopo, non constando a bastsinza della 
loro colpevolezza. Il senigalliese Vincenzo Cattabeni, clie trovavasi 
studente a Bologna, venne in quella occasione, come sospetto^ 
esi)ulso dall' Università. 

Di mezzo alle trame e ai conati di quelP anno, i fratelli 
Bandiera, rifugiati a Corfù, dove era capo della Giovane Italia 
1' esule anconetano Severiano Fogacci (-), architettarono una 
spedizione sulle terre estreme della penisola. Vero è che esseu 
do andato nel maggio a Corfù Nicola Ricciotti, diretto ]>er Ancona 



inedioevali, emanava un editto contro gli ebrei, dove non sai se maggior 
fosse la intolleranza o la balordaggine. « Tutti gli Israeliti residenti in An- 
cona e Sinigallia non potranno più ricevere, nutrire i cristiani, ne ricevere 
servizio dai cristiani sott;) pena di essere puniti a nonna dei decreti ponti- 
fici. Dovranno gli Israeliti vendere entro uno spazio di tre mesi i loro beni 
mobili ed immobili, altrimenti saranno venduti all' incanto. Niun Israelita 
potrà dormire fuori del Ghetto, intrattenere amichevole relazione con dei 
cristiani, non potrà far commercio di oggetti sacri o libri di qvialsiasi specie 
e seppellendo i morti non dovranno fare alcuna cerimonia, né potranno ser- 
virsi di lumi sotto pena di confisca » Tlvaronì. L' Italia durante la domina- 
austr. Parte II. pagg. 239-40. 

(1) Spada Michelangelo. La famiglia dei conti Spada etc. Roma 1896, 
pagg. 39 e 42. Spadoni I). 1 conti Spada nel Risorgimento italiano. Macerata, 
Colcerasa, 1910. 

(2) Severiano Fogacci. Discorso letto al Teatro V. E. nella solenne com- 
memorazione del 14 febbraio 1886 da Mariano Micheli. Ancona. Tip. Com- 
mercio. 1886. Il Fogacci fu nomo di lettere, di patriottismo e d' onestà in- 
temerata. 



— 41 - 

coìi iiìandato di Mazzini, i Bmidiera furono sul i)unto di cam- 
biare progetto e di accompagnare il liicciotti al suo destino con 
altri venti comparili eil ivi iniziare le operazioni ch'avrebbe- 
ro dovuto dar la scintilla rivoluzionaria a Italia tutta ('). Senon- 
chè diflicoltà economiche pel viaggio e notizie inesatte ricevute 
da ('alabria li decisero detinitivamente di colà dirigere la spedi- 
zione trascinando seco il Kicciotti. 

Nel giugno infatti, con un manipolo d'ardimentosi fra cui al- 
cuni Marchigiani, i Bandiera sbarcarono, ma li attendev^ano il tra- 
dimento d'uno dei compagni e ii \nn amaro disinganno. (Ili 
aspettati soccorsi dei patrioti calabresi mancarono, e l'eroica schie- 
ra fu affrontata e sopraffatta da milizie borboniche. In uno scon- 
tro a S. Giovanni in Fiore, presso Cosenza, alcuni incontrarono 
la morte dei prodi, e fra questi 1' operaio pesarese Francesco 
Tesei ('). Gli altri, arrestati, furono processati e condannati a 
morte, commutandosi la sentenza solo i)er alcuni, fra i quali 
Carlo Osmani, operaio d' Ancona ('), e Giusej)pe Tesei di Pe- 
saro, fratello dell' ucciso Francesco (*). 

Né posarono per questo le trame. Anzi l'eroica fine dei Ban- 
diera e compagni non fece che alimentare la simbolica fiamma. 
Così nel successivo '45 tra romagnoli e marchigiani profughi 
in Toscana si concepì il disegno d' imi)adionirsi d' Ancona e 
farne centro delle ulteriori operazioni rivoluzionarie. Il card. 
Massimo, Legato di Eavenna, ai 12 agosto di quelH anno infor- 
mava il Governatore di Roma e Direttore di Polizia che una 
sollevazione doveva prorompere alla fiera di Senigallia, esten- 
dersi a Rimini e ad Ancona, la cui guarnigione renderebbe 
il forte, e cosi via via (''). Sta però in falto che alcuni capi 



(1) Pierantoni E. Storia dei fratelli Bandiera. Milano. Cogliati, 1909; pagg. 
297-307. 

(2) Pierantoni E. Op. a. e. pag. 385. 

(3) Giangiacomi Palermo. Anconetani precnrsori e soldati dei . Mille. An- 
cona, Tip. dorica, 1810. 

(4) Pierantoni E. Op. a. e. pagg. 483 e 490-93. Un Tesei Giuseppe figura 
nell' elenco degli emigrati che nel '46 fruirono dell' amnistia di Pio IX. 

(5) Cantii C. Cronistoria dell' Indipendenza italiana. Torino Un. Tip. Ed. 
1864; Voi. II, parte 2, pag. 693. 



— 42 — 

cospiratori convenneH) per concertarsi a Senigallia in occasione 
della fiera del luglio-agosto. Fra costoro erano il profugo Renzi 
di Einiini e quel Carlo Faiani d' Ancona, egregio i)atriota, che 
morto 1' anno appresso, doveva rimaner caro nella memoria 
dei concittadini, come fervente promotore^ fin dal 1843, delle 
clandestine scuole notturne i)er gli operai della sua patria ('). 
Tra il Faiani e il Renzi sorse forte contesa, sostenendo il 
primo che gli erano stati promessi danaro e ufficiali, ma che 
non gli erano pervenuti; non ])Otersi quindi eseguire la solle- 
vazione. Ritornato infatti in Ancona il Faiani significò ai com- 
pagni che per insorgere attendessero l' annunzio di un movi- 
mento che tra pochi giorni avrebbe avuto luogo nelle Cala- 
brie C). Per il che il Renzi e gii altri Romagnoli divisarono 
far centro delle operazioni rivoluzionarie Eimini, e nel settem- 
bre colà si sollevarono, pubblicando il celebre manifesto, che 
scritto dal medico Luigi Carlo Farini, allora rifugiato in To- 
scana, da quella città ebbe nome. 

Ma il moto di Rimini, malgrado guerriglie formatisi nell'Ap- 
pennino, non trovò seguito, e il Renzi, riuscito a riparare in 
Toscana, poi fatto emigrare in Francia, e di là tornato in To- 
scana e consegnato al Governo pontificio, tradì gli amici dive 
nendo impuni tarlo, e dando ampia materia di processure alle 
Commissioni militari, che costituitesi in Romagna, estesero le 
inquisizioni anche nelle Marche, inviando all' uopo commissari 
nelle provincie d' Urbino e Pesaro e di Ancona, e ordinandovi 
arresti, per cui molti patrioti tremarono per la loro sorte, e 
taluni, come in Osmio, dovettero la salvezza all' opera di auto- 
rità benigne {^). 



(1) Elogio di Carlo Faiani. 15 luglio 1846, Bastia Tip. Fabiani; Narrazio- 
ne degli onori funebri resi alla memoria di Carlo Faiani nel giorno XXVIII 
1847. Ancona Sartori Cherubini. 1847; Binaldini Mario. Le scuole notturne in- 
stituite in Ancona da Carlo Faiani. Noterelle storiche. Ancona Venturini 1897. 

(2) Coppi, Annali d' Italia a. e. Anno 1845, parag. 12. 

(3) Il card. Giovanni Soglia Cerroni, vescovo di Osinio, sul finir del 1845 
strappava di mano al più feroce e più fanatico sgherro di quella commissio- 
ne di giudizi straordinarii una lista di proscritti osiraani. Cecconi Giosuè. 



— 43 — 

§ 14 — L' ALBA DEL RIFORMISMO 

Ma se il moto di Kiiuiiii del '45 come tanti altri prece- 
denti fall;, il suo manifesto rimase documento memorabile, per- 
chè, quantunque ai)pof>giato con la rivoluzione, parlava un 
linguaggio inconsueto, ricliiamandosi al memorandum delle Po- 
tenze nel '31, e propugnando non già il rovesciamento del Go- 
verno pontificio, ma illuminate riforme. Qualcosa di nuovo era 
evidentemente omai avvenuto negli animi. I tentativi mazziniani 
che, con costante insuccesso e con vano sacrificio di tanti, 
eransi così frequentemente succeduti negli ultimi anni, avevano 
finito con lo stancare e con lo scre«litare il mazzinianismo, fa- 
cendo distaccare la parte ])iù sensata dalle cospirazioni della 
Giovine Italia. Intanto eransi venute pubblicando e diffondendo 
due opere notevolissime, una uscita nel '43 dalla penna del- 
l' esule Vincenzo Gioberti, e 1' altra nel '44 dalla penna di Ce- 
sare Calbo. Il Primato morale e civile degli italiani e le Spe- 
ranze d'Italia^ propugnando l'italica uìiione e indipendenza per 
mezzo delle riforme e della confederazione dei principi italiani, 
avean gittato le basi di un nuovo indirizzo piìi moderato e piìi 
pratico al movimento liberale, sebbene con piìi o meno sensi 
bili tendenze g;uelfe. Nò per le Marche è da trascurare un ro- 
manzo: Carlo e Celestina, che, pubblicato nel '41 a Pesaro da 
Luigi Dasti, (') dovè in quei giorni essere avidamente letto da 
uioltissimi, essendo di soggetto regionale. In questo romanzo 
che ha per fondo storico 1' insorgenza del '99 contro i Francesi 
nelle Marche, sotto colorito guelfo si esaltano i sentimenti di 
italianità e di patria indipendenza. 

Così accanto ai mazziniani e agli avventati s' era venuto 
formando negli Stati romani un elemento piìi temperato e più ri- 



Gii uomini illustri della famiglia Briganti Bellini di Osimo. Stab. Quercetti, 
1879 pag. 40. 

(1) Il Dasti era nativo di Orvieto, ma stabilito da ultimo nelle Marche 
ove il padre era Direttore di Polizia. Fu di liberali principi. Stato nel '48 
segretario del Ministro Mamiani, dopo la restaurazione fu costretto a esulare, 
né potò far ritorno in patria che alla vigilia della liberazione di Roma, 



— 44 — 

flessivo, che incominciava a reagire alla corrente rivoltosa. Fra 
i lettori e simpati/.zanti del Primato del Gioberti, delle ^Speranze 
d'Italia del Balbo e delle altre consimili pubblicazioni che 
uscirono in apjìresso, come Casi di Romagna del ])' Azeglio, 
era il Card. Vescovo d' Imola Giovanni Maria dei conti Mastai 
di Sinigallia, il quale in sua gioventù aveva fatto nella sua città 
scorta d'onore a re Gioacchino movente all'impresa dell'Indi 
pendenza, e sentito echeggiare nella sua casa i voti per la li- 
bertà d'Italia, e nel '31 aveva visto nel vescovato di Spoleto 
la balda gioventù romagnola e niarchigiana lasciar le armi per 
1' esilio^ e fra i partecipi e gli esuli di quella rivoluzione aveva 
avuto il diletto fratello Gabriele, membro della commissione 
del governo i)rovvisorio in Sinigaliia ('). 

Da siffatto elemento liberale moderato, nel settembre del '45, 
pochi giorni prima che i governativi rigori })rovocassero lo scoppio 
del n)oto di Rimini, rimasto però circoscritto, Massimo D'Azeglio 
ebbe a Roma da un gruppo di patrioti 1' incarico di fare un 
giro nell'Umbria e nelle Marche e nell'Italia centrale, per dis- 
suadere i liberali dal disperdere più oltre le loro forze in moti 
inconsulti ed inani f). 

E il D'Azeglio andò ed esortò i liberali a sperar nel Piemonte, 
unica forza che avrebbe potuto con successo venire in aiuto della 
causa nazionale, e che già fin dal '43, per questione apparen- 
temente doganale erasi messo in contrasto con 1' Austria, tra 
1' ammirazione degl' Italiani. E difatti il D' Azeglio racconta che, 
compiuto il suo viaggio, egli volle presentarsi a Torino a Carlo 
Alberto e riferirgli le ottime disposizioni trovate, salvo poche 
eccezioni, dappertutto; e da quel principe, di solito cosi cupo, 
ebbe le più consolanti promesse per 1' Italia. « Faccia sapere 



(1) Gualterio. Op. a. e. Voi. V. cap. 2.; Pasolini Giuseppe. Memorie; Spadoni 
I). Sette, cospirazioni etc. a. e. Voi. I, pag. XXXVII; Idem. Giovanni Mastai 
vescovo d' Imola, in Bollettino ufficiale del Primo Congresso storico del Bisoi-- 
gimento Italiano N. 6. Agosto 1906, Milano. 

(2) D' Azeglio M. I miei ricordi. 11. ediz. Firenze. Barbera. 1883, pag. 
504 e segg. 



— 45 — 

a quei si^^rioii, disse Carlo Alberto, che stiano in quiete e non 
si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma che siano 
certi che presentandosi 1' occasione, la mia vita, la vita dei 
miei tìgli, le mie armi, i miei tesori, il mio esercito, tutto sarà 
speso per la causa italiana. » (^) Promessa che, pur troppo, 
appena quattro anni doi)0, gli avvenimenti dovevano convertire 
in tragica realtà ! 

Il manifesto di Rimini del '46, chiude dunque il primo pe- 
riodo delle cospirazioni, periodo di svihippo, e segna il soprav- 
vento degli elementi moderati o neogneltì. Con ciò si entra nel 
secondo ])eriodo della storia del risorgimento nazionale, quello 
delle riforme^ periodo breve e di transizione. 

§ 15 — I PRIMI ANNI DI PIO IX 

Mentre cosi 1' opinione liberale andava polarizzandosi sem- 
l)re più decisanìente verso il riforniismo, Gregorio XVI nel 
giugno 1846 moriva. Nelle speranze dei liberali quella morte 
doveva essere la fine di nn sistema sciagurato e doloroso di 
compressione e di assolutismo (^), e il princi])io veramente di 
queir era novella, dal vecchio pontefice indarno promessa. Que- 
sti sentimenti furon manifestati specialmente con indirizzi po- 
I)olari o di magistrati cittadini ai cardinali che muovevano al 
Conclave, e al nuovo jiontefice che sarebbe stato eletto. 

Il primo a iniziar questi voti fu il Municipio di Osimo, do- 
ve al dir del Gualterio, gli uomini liberali e la parte onesta 
e saggia e illuminata eran signori della pubblica opinione f). 



(1) D' Azeglio M.0\). A. e. pag. 325-329. Dopo siffatto viaggio il D'Azeglio 
scrisse il famoso opuscolo Degli ultimi casi di Boviagna, che, pubblicato iu 
principio del '46, fece tanto rumore. 

(2) Pur troppo esso doveva lasciare in alcune città delle Roniague e delle 
Marche strascichi d' odi e di vendette sanguinarie. In Ancona, appena morto 
Gregorio cadde colpito di pugnale il gen. AUegrini, componente della Com- 
missione stataria. Tivaroni. L' Italia durante la dominazione austriaca. Tori- 
no-Roma. Roux, 1893. Parte II. pag. 262. 

(3) Gualterio F. S. Op. a. e. Voi. V, pagg. 272-273, e pag. 323. 



— 46 — 

Il ciiid. Sobilla suo vescovo, cui fu consegnato 1' indirizzo, ])ro- 
niise di raccomandarlo ('), Il Municipio di Ancona fece altret- 
tanto col card. Cadolini. 

Il 16 giugno il Conclave finì col concentrare i voti sul card. 
Giovanni Maria Mastai Ferretti di Sinigallia, die assunse il 
pontificato col nome di l'io IX. Fra gli indirizzi che Pio IX 
ricevette, ve n' ha uno dello stesso mese di giugno, senza firma, 
ma elle si dice interprete dei sentimenti di tutti gli onesti delle 
Marche; in esso si consiglia il nuovo pontefice di non deludere 
le speranze delle popolazioni, invocando fra 1' altro, come il 
manifesto di Kimini, e su per giìi come tutti gii indirizzi di 
quel tempo, una generale amnistia a tutti i prevenuti, ed 
esponendo un ])iano di riforme (-). E il i)rimo atto con cui 
Pio IX, un mese dopò, disse di voler inaugurato il suo 
regno, fu 1' amnistia. Se pensiamo dunque allo stato degli ani- 
mi di quel tempo, al regime infausto da cui pur ora si era 
usciti, e al significato sintomatico che si dava a quel primo 
atto pacificatore, non ci meraviglieremo i)iù di quell' esplosione 
irrefrenabile d' entusiasmo e di feste che raggiunse il delirio (''). 
E dalle menti eh' eran jnene del papa invocato dal Gioberti 
queir atto fu ritenuto come l' inaugurazione di un nuovo siste- 
ma: sistema di conciliazione, di riforme e di civile e nazionale 
concordia ('). In Ancona scrive il Mazzini, l'annunzio dell'amnistia 
pontificia raccoglieva nell' agosto 1846 la moltitudine sotto le 
finestre dell' agente austriaco, e la gioia si- traduceva natural- 



(Ij Carte segrete della polizia austriaca in Italia. Voi. Ili, pag. 97. 

(2) Gualfcrio. Op. e. Voi. V. pagg. 323-324. 

(3) Speciale importanza asannsero le feste fattesi in Senigallifi, patria di Pio 
IX il 27, 28, 2d settembre 18 i6 per l'amnistia (V. Narrazione ctc. Ancona, 
Aureli. 1846) con l'intervento dei Fanesi, Pesaresi, Fossombrouesi. in numero 
di circa 400 con musica, di molti cittadini di Cesena con musica, e di più di 
mille Anconetani ordinati in corteo, con bandiere e musica. 

(4) Caratteristiche le rappacificazioni clamorose fra p.iesi, per V innanzi 
divisi da rivalità tradizionali di campanile, in olocausto agli ideali allora 
dominanti. 



— 47 — 

inente nel jjrido: Via gli stranieri ('). E certo, se le aspettative 
andavano oltre la realtà, è innegabile che in quel papa niarcbi- 
giano si erano fatta strada le idee dei neoguelfì. E nell'entusiasmo 
da lui d'un subito suscitato nel popolo, credendo la sua anima 
mistica di scorgere il favore di Dio alla sua impresa di richia- 
mar nei popoli la fiducia verso il pontefice e la Chiesa, egli si 
mise volentieri sulla via delle riforme. 

Non è qui nostro compito di accennare alle riforme esegui- 
te. Ma non possiamo tacere che a cominciar dal primo atto 
della amnistia. Pio IX nel primo impulso alla politica riforina- 
trice sentì V influenza del consiglio e usufruì dell' opera di 
egregi suoi corregionali. Senza dire di Mons. Giovanni Corboli 
Bussi, di genitori urbinate, il quale fu estensore dell' atto del 
perdono, ed ebbe tanta parte nel riformismo di Pio IX e nella 
conclusione della lega doganale italiana! (^), va notato che Pio 
IX volle accanto nei primi tempi, come suo uomo di fiducia, 
il patriota senigalliese Andrea Oattabeni, suo vecchio amico. 
E nel luglio 1847, dimessosi da Segretario di Stato il card. 
Gizzi, subentrò il parente di Pio IX card. Gabriele Ferretti, 
eh' ebbe a segretario attivissimo il fratello Pietro, provato li- 
berale, il quale poi dovea nel '48 essere Ministro delle finanze nel 
ministero liberale del Borbone. E sotto il card. Ferretti fu con- 
cesso il ritorno dall' esilio al Mamiani, furon prosciolti i centu- 
rioni, avanzo della reazione del '31, che nell'Ascolano assom- 
mavano a circa 0500 sotto il comando di Domenico Taliani di 
Montegallo, furon i)rocessati i più facinorosi sanfedisti (■^) e fu 



(1) Mazzini, Scritti editi e inediti. Mihnio, Daelli, 1863. Voi. VI pag. 374. 
Ancona in una sottoscrizione a prò dei rimpatriati per 1' amnistia raccolse 
sopra a 2000 scudi. Bilancia di Roma. 18 maggio 1847. 

(2) Cnalferio, Op. a. e. Voi. V. Gap. 3; Nuvati Fcancesco. Un anno di 
vita italiana (1848). Lettera di Mons. G. Corboli Bussi al march. S. P. In 
Rivista storica del Risorgimento Italiano. Anno 1895, pagg. 259 e segg. 

(3) La Bilancia, giornale romano, anno 1847. Fra i compresi nel processo 
di quel tempo per la pretesa congiura sanfedistica contro Pio IX erano il 
famigerato carabiniere Nardoni ascolano, Vincenzo Micucci di Senigallia, 
Severino Santiangeli di Matelica e Raffaele Tagliarini di Castelfidardo. 



— 48 — 

coii dignità nazionale risolfa la vertenza dell' otn^npazione au- 
striaca di Ferrara, avendovi avuto onorevole parte il Legato 
card. Oia(;chi, ])esarese, e il reduce napoleonico Cristoforo Fer- 
retti, fratello del Cardinale. E i)er citar solo i princi[)ali, furon 
in appresso ministri di Pio IX il maceratese Mons. Lavinio 
Si)ada, Mons. Gaetano Bedini di Senigallia ('), Mons. Koberto 
Roberti di Monte S. Giusto (che fu poi della Commissione go- 
vernativa nominata da Pio IX doi)o la fuga di Gaeta), il card. 
Ciacchi, il sinigalliese poeta Giovanni Marchetti, 1' osimano 
Annibale dei piincii)i Simonetti, il niaceratesc conte Lauro Lauri. 
Assessore generale di Polizia e ministro interino fu il vecchio 
patriota pesarese Francesco Perfetti, nominato quindi direttore 
di polizia in Pesaro ed Ispettore straordinario della direzione 
di polizia da Ferrara al Tronto. E in critici momenti fu mi- 
nistro di Pio IX anche Terenzio Mamiani (^), il quale esercitò 
un'influenza grandissima sul movimento liberale romano di quel 
tempo, come in differente misura l'esercitarono l'urbinate conte 
Curzio Corboli, l' anconetano Cesare Berretta, il fanese Tom- 
maso Tommasojd, sia come commissari dei Circoli, sia nel 
giornalismo, nel quale quest'ultimo si affermò come redattore del 
Fanfulla e collaboratore dell' Italico^ e lavorarono Andrea Cat- 
tabeni, direttore prima della Bilancia poi condirettore iìnW Epoca; 
il letterato avv. Filii)po Ugolini, collaboratore nel Contemporaneo] 
il conte (Corrado Politi, collaboratore nelle Speranza; Salvatore 
Betti di Orciano di Pesaro e rilipi»o Luigi Polidori collaboratori 
nella Gazzetta di Roma', l'anconetano Giusei)pe Borioni, redattore 
del Don Firlone (^), e così via. 



(\) Mons. Bedini, dopo la Kcstanrazione, fu Connnissario straordinai io 
pontifìcio a Hologna, e di questo tempo si ricorda, curioso episodio, un 
battibecco epigrammatico avvenuto fra lui e il suo compaesano conte Gio- 
vanni Marchetti. l'aneiaro Antonietta. Lettere della contessa Maria Teresa 
Gozzadini, in Rivinta storica del Eisorf/imento Italiano, Voi. I (1895). 

(2) Belardi A. T. Mamiani ministro (1848-49). In Arehivio march, del Et- 
sorgiinento. 1906; Spadoni D. Terenzio Mamiani e il Congresso federativo del 
'48, in Birista marchigiana ili. Anno VI (1909) fase. 4. 

(3) Ciavarini Carisio, Storia di Ancona. Appendice biografica. 



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E fervido fu in (luel tempo il movimento liberale anche 
nelle Marcile, le cni città avevano ndito la parola infiammata 
di r. Alessandro Gavazzi (') e qnella, i>iù temperata ma non 
men patriottica, del D' Azeglio e del Gioberti. Ad imitazio- 
ne d' Ancona, che aveva già avute clandestinamente le scuole 
notturne anche sotto papa Gregorio, Fano, Iesi, Pesaro, Ma- 
cerata le istituivano alia loro volta. Furono istituiti anche cir- 
coli di lettura, ed asili d' infanzia, primo esempio dei quali 
nello Stato pontificio si era già avuto in Macerata, grazie 
al marchese Domenico Kicci, membro del Comitato di Governo 
e Deputato nel '31. Furono pubblicati giornali: e in Ancona 
vide la luce il Piceno e la Gazzetta d' Ancona^ a Senigallia 
VI^jCo del Misa; a Macerata uscì, per opera dell'avv. Piero Giuliani, 
l)rima V Educatore del Popolo e quindi Legalità e Progresso, 
e a Grottammare il Fra Crispino, con cui il medico Gian Fran- 
cesco Salvatori di Macerata si studiava popolarizzare i principii 
della libertà civile. 

All'avanguardia del movimento patriottico marchigiano era 
Ancona. Una sottoscrizione aperta^ colà prò rimpatriati dell'am- 
ministia fruttò \ni\ di 10,500 lire. E come si seppe l'occupa- 
zione di Ferrara da parte degli Austriaci, Ancona fu la prima 
città dello Stato romano che provvide a proprie spese all' ar- 
mamento. E spedì subito all' estero Cesare Beretta, Domenico 
Buglioni e Einaldo Simonetti per 1' acquisto di 1500 fucili, 
altri 300 ordinandone la vicina Osìmo (^). 



(1) H Gavazzi, in seguito a processo per le sne prediche patriottiche, 
era stato sotto Gregorio relegato in nn convento a S. Severino (1815-46); 
in seguito all' amnistia aveva salutato nel duomo di Senigallia 1' avvento 
di l*io IX redentoi-e d' Italia; a Macerata invitato dagli studenti aveva pre- 
dicato contro i nemici di Pio IX e delle idee liberali, e a Recanati, vendetta 
della storia, aveva letto V elogio funebre del conte Monaldo Leopardi. Vedi 
Nel funere del conte M. L. parole del F. A. G. barnabita bolognese. Loreto, 
Rossi, 1847. 

(2) La bilancia, novembre 1847. 

4. — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910. 



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^16 — LA SECONDA GUERRA PER L' INDIPENDENZA 

Gli eventi dovean presto precipitare. Dalle inconiposte riforme, 
per le rivoluzioni scoppiate nella ])rimavera del '48 a Parigi, a 
Vienna e nel Lombardo Veneto, si passò, con moto irresistibile, 
alla anelata guerra d'Indipendenza, proclamata da Carlo Alberto. 
Fremente, ebbra d' entusiasmo, la nostra gioventù voleva mar- 
ciare contro gli Austriaci; e tanta fu in taluni l' impazienza 
che per accorrere non attesero la partenza delle Legioni romane 
formatesi per l'impresa. Di questi valorosi, che bramarono var- 
care fra i primi il Po, mi piace accennare al iesino Gaetano 
Bavagli (') e al sinigalliese Giambattista Cattabeni che fu poi 
raggiunto dal fratello Vincenzo ('). Dappertutto si raceoglievan 
danari e volontari. In Ancona, ai)ertasi in piazza una questua 
per 1' armamento, nel primo giorno, che fu 1' 8 aprile, si rac- 
colsero 5000 scudi, 9 cavalli e altri oggetti (^), e si finì poi 
col mettere assieme, compreso il contributo del Municipio e 
della Provincia, scudi 29,500 (*). Le donne cucirono migliaia di 
divise. Il comune di Senigallia alla fine d' aprile acquistava 2 
cannoni forniti di carri, e assoldava 24 artiglieri da raggiun- 
gere 1' armata d' Italia, raccogliendo poi nel maggio 2500 scudi 
X)er la guerra (■'). 

Nella Legione romana e negli altri corpi volontari che par- 
tirono dalla città eterna, molti erano i Marchigiani: vi coman- 
davano fra gli altri i colonnelli Bartolucci di Oantiano e Savi- 
ni di Camerino, e tra gli ufficiali di stato maggiore era il prin- 
cipe Sigismondo Bandini di Macerata. Il fanese Tommasoni, a 



(1) Il Bavagli al fatto d'armi di Cornuda, colpito da palla al capo e 
sanguinante, continuò impavido nella pugna, meritando la promozione ad 
ufficiale. Spadoni D. Garibaldi e garibaldini nelle Marche, Roma, Tip. Coop. 
Operaia, 1908, pag. 66. 

(2) Spadoni D. I Cairoli delle Marche (La famiglia Cattabeni), Macerata 
Libr. Ed. march. 1906. 

(3) L' Epoca, Anno 1, n. 29. 

(4) L' Epoca, 24 aprile 1848. 

(5) L' Epoca. Anno I, maggio 1848. 



— 51 — 

fianco dell' aiiii(;o Massiino D' Azejj^lio, era ])ortabandiera della 
Legione civica mobilizzata ('). Portabandiera del battaglione 
universitario era il recanatese ing. Antonio Biancbi, che dal 
gen. Ferrari aveva avuto incarico d' organizzarlo. E di esso 
doveva esser uno dei quartiermastri il maceratese Antonio Gari- 
boldi e cappellano il sacerdote Kaffaele Martelli d' Ancona, 
maestro ed educatore di patrioti in quel Seminario, morto poi 
esule in Australia, sublime apostolo di religione ('). 

Allorché nei primi d' aprile 1' esercito romano traversò le 
Marche per raggiungere il Po, 1' accoglienza nelle città nostre 
fu delle più festose f), e a centinaia e centinaia i nostri gio- 
vani, studenti ed operai, facevano a gara per iscriversi sotto 
le bandiere, accorrendovi specialmente da Ancona, Iesi, Osimo, 
Senigallia, Fano, Pesaro. C) Si andò come a sacro pellegrinag- 
gio a Recanati, alla casa di Giacomo Leopardi. Furon viste 
scene commoventi di patriottismo: professori d' Università e 
vecchi e prodi avanzi delle armate napoleoniche chiedean di 
marciare come semplici soldati. Si videro famiglie intere dare 
volenterosamente alla patria il braccio e il sangue. In Ancona 
due di queste sono rimaste nella memoria specialmente gloriose: 
i Farinelli e gli Schelini. Il vecchio patriota Carlo Farinelli 
aveva quattro figli, Nicola, Gioacchino, Giovanni, Francesco. I 
tre primi prendono parte alla campagna del Lombardo-Veneto, 
e nel '49 poi prenderanno parte tutti alla lotta; il padre in 
Ascoli contro i Briganti, nella Compagnia civica anconetana 
comandata dal ca])itano Eugenio Andreucci; Gioacchino, France- 
sco e Giovanni alla difesa di Ancona; JSicola cadrà da prode a 



(1) Lettere inedite di M. D'Azeglio e F. Guaìterio a Tommaso Tommasoni, 
con una monogratìa, avvertenze e note di G. Tomniasoni. Roma, Forzani 1885. 

(2) Necrologie di alcuni giovani crociati militi del battaglione universi- 
tario romano, lette nei rispettivi funeri dui Cappellano Prof. Raffaele Mar- 
telli. In Loreto, Fratelli Rossi, 1849; Ascoli Napoleone. Raffaele Martelli. 
Ancona, Tip. dell' Ordine. 1881. 

(3) L'Epoca. Anno I N. 20, 21, 26. 

(4) Da Ancona partirono 150 volontari per Bologna formando una colonna 
o battaglione. L' Epoca, aprile 1848, passim,. 



— 52 — 

Villa Panifìli iu Roma. Così dei 6 figli dei patrioti Domenico e 
Albina Schelini, tre: Gustavo, Eiccaido, Felice combattono a 
Coinuda, Treviso, Vicenza; quindi, insieme col fratello Enrico, 
accorrono nella compagnia Baldi alla difesa di Venezia; nel 
'49 si troveranno tutti, insieme con Cristoforo e Gugiiehno e 
col padre, alla difesa di Ancona, meno Felice, che sarà alla 
difesa di Koma; e Felice e Guglielmo, piìi giovani, si ritrove- 
ranno poi ancora alla riscossa finale, dal '59 al '66, fra le camicie 
rosse (■). Ascoli fra cento e cinquanta suoi valorosi vede partire, 
accompagnati dal loro genitore marchese Vincenzo, ex sena- 
tore del Regno italico, Giuseppe, Giovanni e Marco Sgariglia, 
il quale ultimo poi 1' anno appresso, come Gonfaloniere della 
sua città, darà prova mirabile di civile coraggio nella difesa 
contro i briganti, e di nobile alterezza di fronte agli Austriaci 
accorsi i)er restaurare il pontificio governo ( ). 

Eco del guerriero impaziente furore di quei giorni ci rimane 
un inno, che un giovane di Ri patransone, predestinato ascrivere 
il peana di Garibaldi, compose in Senigallia, dove era insegnante, 
e musicò il Maestro sinigagliese Zampetti ni. Quest' inno, tutto 
marchigiano, gareggiando in popolarità col famoso inno di Ma 
meli, fu nel '48-'49 tra quelli ])iù cantati nella campagna del Lom- 
bardo-Veneto, e nella difesa di Venezia (^). 

Patrioti all' Alpi andiamo, 

Su fratelli andiamo al Po, 
Perderem se più tardiamo: 
Già il Tedesco ci insultò. 



(1) Cenni biografici della famiglia Schelini a. e; Giangiaeomi P. Carlo 
Farinelli a. e; Einaldini M. Due famiglie di patriotti, uel numero unico 
pel cinquantenario della difesa di Ancona del '49. Roma, Tip. Coo]). Ed. 
1899. pagg. 18-19. 

(2) Onoranze a Marco Sgariglia. Ascoli, Cesari, 1899; Cesari C. Giovanni 
Sgariglia, Ascoli, Cesari, 1908; Comune di Jacoli Piceno. Commemorazione dei 
fratelli Marco, Giuseppe, Giovanni Sgariglia. Ascoli, Cesari, 1909. 

(3) L' amico prof. Battista Tassara di Genova, dei Mille, ne ricorda una 
versione in piemontese, 



— 63 — 

Tre colori^ tre colori^ 

U Italian cantando andrà 

E cantando i tre colori 

Il fucile imposterà. 
Foco, foco, foco, foco 

S' ha da vincere o morir. 

Foco, foco, foco, foco 

Ma il Tedesco ha da morir ('). 

L' Italia, aveva detto in im dispaccio del 2 agosto 1847 il 
lu'incipe Metternicb al conte Dietriclistein, l'Italia è ima espres- 
sione geografica.... E ora egli, la sentinella dei troni, la vecchia 
guardia della Santa Alleanza, costretto a fuggire dinanzi al- 
l' Europa in rivoluzione, dovea ricevere la piìi solenne smentita. 
I militi delle romane legioni accorrenti nel Lombardo-Veneto 
si cliiauiaron crociati, fregiandosi d' una croce sul petto. Quel 
nome scherniron gli Austriaci oppressori. Ma nessun nome più 
appropriato di quello. Il Lombardo- Veneto fu realmente la terra 
santa per gli Italiani, come già per gli antichi crociati la Pa- 
lestina. Colà, come 1' anno appresso in Roma, dovean fraterniz- 
zare, nelle prove supreme, le genti italiche^ e cementare e san- 
tificare col sangue e con 1' ossa, sul terreno comune dell' Indi- 
})endenza, 1' edificio della patria libertà. 

I nostri combatterono nei fatti d' arme di Treviso, Cornuda, 
e Vicenza. Che dire delle gesta valorose dei Marchegiani % Io 
che mi sono finora indugiato a raccogliere ad uno ad uno i fiori 
di passione, lungo i rigidi anni delle congiure, mi sento ora 



(1) Mestica Giovanni. Canti di Luigi Mercantini. Milano. Ferrarlo, 1885; 
Mancini Luigi. Poesie inedite di Luigi Mercantini, in Bollettino ufficiale del 
I Congresso storico del Risorg. it. N. 4. Milano, 1906; Spadoni D. Un canto 
ignorato del Mercantini (1816) in numero unico [pel Centenario del Mercantini 
Ascoli, De-Santis, 1907; Mancini Ltiigi. L' Inno di guerra del 1848-49, con 
la musica, in Rivista marchigiana illustrata, Anno VI, N. 4. 1909; Castelli 
Giuseppe, Giovanni Marchetti e Luigi Mercantini in Senigallia. Senigallia, 
Puccini, 1890; CiccarelU-Togni Luigia, Ricordi di Luigi Mercantini in Arcevia. 
Ancona, Tip. Ecou. 1907. 



— 54 — 

smarrito dinanzi a tutta una fiorita primavera. Fra i tanti prodi 
nostri conterranei, che, coprendo i piti alti o i piìi umili gradi, 
combatterono o anche lasciaron la vita in quei campi di batta- 
glia (i), mi limiterò solo a ricordare due nomi gloriosi: il i)rin- 
cipe Rinaldo Simonetti (fratello di Annibale consultore di iStato 
e Ministro di Pio IX), il quale con cento civici osimuni, già da lui 
addestrati all'armi, fra cui 1 tre fratelli conte Briganti Bellini (') 
seppe così valorosamente diportarsi, die caduto nell' estrema 
difesa di Vicenza il romano colonnello Natale Del Grande, fu 
il Simonetti chiamato a sostituirlo nel comando del suo reggi- 
mento f ). E accennerò altresì ad un eroe luminoso, al capitano 
aiutante maggiore conte Vincenzo Gentiloni, che prendendo 
parte con un grupi^o di altri valorosi tìlottranesi a quella cam- 
l)agna, il 18 maggio, dojw Cornuda, fu messo all' ordine del 
giorno dal gen. Durando, proponendolo ad esempio per la rara 
bravura, con cui dal principio alla fine della pugna egli aveva 
incoraggiato e diretto i suoi dove era più fervente il cimento (''). 
Elevato a maggiore della terza legione, nell' assedio di Vicenza 
il Gentiloni doveva compiere la sua vita d' eroe. Che mentre, 
incurante del pericolo, proteggeva la ritirata de' suoi, dirigendo 



(1) Fra gli studenti feriti a Vicenza furono Antonio Bianchi da Recanati e il 
conte Alessandro Orsi, ravennate naturalizzato anconetano. Vedi L'Epoca 1848. 
A Treviso morì Bollici di Morrovalle, che aveva seguito con aHri tre studenti 
i professori dell' Università di Macerata Federico Bosi e Patrizio Gennari, il 
quale ultimo (nativo di Moresco) fu al monte Berico gravemente ferito in 
viso da palla tedesca. Spadoni. L'università di Macerata nel Risorgimento a. e. 

(2) Cecconì Giosuè. Gli uomini illustri della famiglia Briganti Bellini. Osimo, 
Quercetti, 1879; Fabrizio Briganti Mobili. Alla cara memoria di Giuseppe 
Bellini. Osimo, Quercetti, 1899. 

(3) Ferroni Lodovico. Don Rinaldo Principe Simonetti. Discorso tenuto in 
Osimo. Bologna, Zanichelli, 1905. 

(4) L' Epoca del maggio 1848. I Filottranesi comandati dal mse Rinaldo 
Rondini, tornarono al paese nativo con una lettera del colonnello Gallieno, 
in cui era detto aver essi mostrato ancora una volta che « V antico valore 
Negli italici cor non è ancor morto ». Spadoni G. Il maestro F. duelli, in 
Bivista march, ili. Anno 1909, n. 4. 



— 55 — 

di persona il cannone contro gli Anstriaci, egli cadde colpito 
in pieno petto da un colpo di mitraglia (i). 

Ed ecco entrare in scena Garibaldi. L' eroe di Montevideo, 
che anche i Marchigiani nel '46 avean contribuito ad onorare 
con le sottoscrizioni per una spada-ricordo (^), alle prime noti- 
zie della guerra d' Indipendenza era salpato dall' America, per 
offrire il valoroso braccio alla ])atria. Sospesa la guerra in Lom- 
bardia, egli venne alla volta dello Stato pontifìcio; che una 
forza segreta attraeva questo ligure, nobile campione d' Italia, 
verso la città eterna, verso Roma, sacrario delle memorie, 
delle glorie di nostra gente. E nella mia Macerata egli verso 
la tìne del quarantotto e poi nel gennaio del quarantanove do- 
veva aver cara ospitalità, e a Macerata dovea legare il suo 
nome per sempre, come suo rappresentante alla romana co- 
stituente (^). Perocché l' infausta allocuzione del 29 aprile aveva 
intanto rotto fatalmente il magico idillio fra popolo e pontefice, 
e fra 1' uno e 1' altro si era drizzata gigante l' Italia. 

Di fronte a Pio IX, che nel momento supremo e decisivo 
e mentre le romane milizie erano già entrate in campo contro 
lo straniero, disertava impaurito dalla causa nazionale, e gittava 
nelle nostre filejla discordia e lo scoramento, il popolo che ave- 
va per lui delirato, si destò come da un sogno, e obliò ogni affe- 
zione e riconoscenza per non veder piìi che l' imagine san- 
guinosa della patria implorante soccorso. L' idolo cadde nel 
corruccio e nelF abbandono; ma con esso caddero il prestigio 
e la fortuna dei neoguelfi e dei moderati, e riebbe agevolmen- 
te il sopravvento! il '^vecchio partito rivoluzionario carbona- 
ro-mazziniano. Così sijchiude il periodo di transizione e inco- 
mincia il complesso periodo delle rivoluzioni e delle battaglie, il 



(1) Bianchi E. Coiiimeatario a. e; Gentiloni Vincenzo Ottorino. In memoria 
(li un prode, a. e. 

(2) Vecchi Vittorio Angusto. La gratitudine italiana a Giuseppe Garibaldi 
nel 1846, in Rivista storica del Risorgimento italiano. Voi. I. 1891 pag. 321. 

(3) Spadoni D. Garibaldi e Garibaldini nelle Marche. Roma, Tip. Op. 1908. 



— 56 — 

periodo risolutivo, che con vari€ vicende, con la sosta di un 
decennio, e con reiterate prove, dovea aver termine solo nel 1870. 

§ 17 — RIVOLUZIONE REPUBBLICANA 

Dopo la uccisione di Pellegrino Eossi e la fuga di Pio IX 
a Gaeta, il Consiglio dei deputati, su proposta di speciale 
Commissione nominata a suggerimento di Diomede Pantaleoni 
di Macerata (che in quel Consiglio copriva la carica di que- 
store e. mostrò molta attività), istituì una Giunta di Stato, di 
cui faceva parte Francesco Camerata, gonfaloniere di Ancona. 
Questa, dietro sollecitazione dei Circoli romagnoli-marchigiani, 
dei quali si tennero due riunioni, a Forlì e ad Ancona ('), 
finì col convocare la Costituente, e la Costituente proclamò la 
romana Eepubblica. 

Risoluzione questa certo piena di fàscini ma di controversa 
opi)ortunità in quei critici monìcnti, in cui andava di mezzo l'in- 
teresse d' Italia, mentre re Carlo Alberto stava per ritentar la 
l)rova dell' armi contro 1' Austria, e sarebbe bisognata in suo 
aiuto la maggior concordia degli uomini e delle forze nazionali. 
Non è quindi a maravigliare se presso il marchigiano buon 
senso non incontrò molto favore la i)roclamazione della repub- 
blica in Roma. Cosa caratteristica questa, e degna di nota per 
lo storico: fra i contrari e gli astenuti con motivazione, nel 
voto della notte memoranda dell' S febbraio, la maggior parte 
furon marchigiani e specialmente d' Ancona. 

È noto il discorso di Terenzio Mamiani (^). Zenocrate Cesari 



(1) Gazzetta d' Ancona, 2 gennaio 1849; Canaletti Gaudenti A. Il neognel- 
fismo, in Rivista d'Italia, 1898. Fra i conoscenti di Ancona fn l'egregio 
patriota loretano Pietro Mengozzi, poi depntato alla Costitnente; Vedi: Com- 
memorazione di P. M. tenuta in Ancona il 4 maggio 1890. Ancona, Tip. 
Comm. 1890. 

(2) Spada. Storia della rivoluzione di Roma, Voi. III. pagg. 203-205. 11 
deputato Panichi di Ascoli formulò un progetto di legge per 1' abolizione 
della pena di morte e uno per la diminuzione del prezzo del sale e per un 
tassa sulle carrozze, cavalli e cani di lusso, avendo fra i firm.atari il Fabretti, 
il Vecchi, V Andreini, il Zampi, il Savini etc. Vedi 1' Epoca, 



— 57 — 

d' Osimo, si)iegò coraggiosamente il suo no, dicendo: io non 
giuoco V Italia alla lotteria della rivoluzione. In realtà parecchi 
dei contrarii alla proclamazione della repubblica seguivano le 
idee moderate, di cui era in Koina vessillifero il filosofo pesa 
rese, avendo a compagni i marchigiani Beretta e Pantaleoni, i 
quali fiirono fino all' ultimo oppositori del governo repubbli- 
cano, avendo per organo la Speranza dell' Epoca^ diretta dal 
fermano d' adozione Achille Gennarelli. Se ne togli alcuni 
prèsidi, i Marchegiani nel governo della Repubblica non ebbero 
cariche molto elevate, e solo può citarsi Giambattista Nicolini, 
di Serra dei Conti, che fu segretario del Triunvirato. Dei piti 
ardenti repubblicani fra i Marchigiani alla Costituente furono 
il conte Corrado Politi di liecanati (i), il D.r Filippo Mannoc- 
chi Tornaboni di Petritoli ('), che propose per lettera all' as- 
semblea fosse chiamato a lioma il Mazzini, dandogli la citta- 
dinanza; e Vincenzo Cattabeni, che fu col Cernuschi della Com- 
missione delle barricate. In quel concitato periodo, rimasto 
nella memoria delle reazionarie plebi rustiche come proverbiale 
pel disordine, le settarie rappresaglie e vendette di sangue, che 
avevano cominciato a funestar le Romagne e più ancora le 
Marche fin dal 1847, crebbero in modo spaventoso, (■^) specie in 
Ancona e Senigallia, dove eransi rispettivamente formate la Lega 
sanguinaria e la società degli Ammazzarelli o Compagnia Infer- 
nale, contro le quali si sforzò reagire il governo di Roma e inviò 
commissari, fra cui Felice Orsini, che S])iegando energia e sfidando 
minacce e pericoli, fece arrestare e trasportare circa una trentina di 



(1) Movici Pietro. Corrado Politi etc. Recanati, Simboli, 1900. 

(2) Marini Marino. Biografia del D.r Filippo Mannocchi-Toruaboni. Macerata, 
Bianchini 1863; Mannocchi Luigi. Cenni biografici del D.r Filippo Mannocchi 
Tornaboni etc. Monte Rnbbiano. Luchetti 1888. 

(3) Anche Pesaro, Coriùaldo e altre città marchegiane si brnttarono per 
qneste reazioni feroci e questo, trascico luttuoso degli odi suscitati dalle san- 
fedistiche prepotenze e dalle peisecuzioni gregoriane. Rimase immune da 
sift'atti delitti Macerata, per cui si dice che Pio IX ebbe poi a chiamarla 
una rosa senza spine. 



— 58 — 

facinorosi Anconetani ('). Intanto i/icoraggiati da Gaeta, che nell'A- 
bruzzo aveva all' nopo mandato mons. Savelli, si eran manife- 
stati movimenti d' insorgenza sanfedestica nelle montagne del- 
l' Ascolano e nelle campagne del Pesarese; quivi presto soffocati 
a Mombaroccio ('), ma non così agevolmente reprimibili invece 
nell' Ascolano, dove i briganti, con a capo il Piccioni e il ])rete 
Taliani, de' vecchi Centurioni, mettevano in serie angustie 
Ascoli; sic(5hè Roma dovè inviarvi il gen. Koselli e quindi Felice 
Orsini ( ). 

Non ultimi furono i Marchigiani nella difesa della città 
eterna assediata dai Francesi, e tra il fiore degli Italiani con- 
venuti a difendere il diritto e l' onore nazionale fin guardie 
nobili del Papa, come il conte Domenico Silveri di Tolentino e 
miti anime di artisti, come il pittore anconetano Francesco Pode- 
sti e l'incisore maceratese Luciano Bizzarri, salirono sugli spalti 
di Roma. Fra i preposti alla difesa delle mura fu Luigi Barto- 
lucci di Cantiano reduce napoleonico, che nella campagna del 
LomV)ardo-Veneto aveva comandato un Reggimento, e che fu 
promosso generale al comando della cavalleria. Nella suprema 
Commissione di Guerra era il fermano G. B. Carducci {'*). E 
come ricordare tutti i nostri eroi combattenti o caduti f Anco- 
na vanta di avere dato alla gloriosa gesta duecento tìgli, quasi 
tutti reduci dal Veneto. Fra questi Nicola Farinelli, del Bat- 
taglione universitario, morto il 30 aprile ("'); il conte Carlo Rinal- 
dini, tenente di quel battaglione, che il 30 aprile a S. Pancra- 
zio tra il fischiar de le palle, vacillando i suoi, afferrò la badie- 
ra e slanciossi gridando: Questa bandiera che si coprì di onore 
nel Veneto non vorrete disonorarla a Roma («); il cai»itano Lo- 



(1) Vecchi C. A., La Italia - storia di due anni (1848-49). Torino, Franco 
1856 Voi. II pag. 176-178. 

(2) Marcolini Gamillo. Notizie storiche della Provincia di Pesaro Urbino. 
Pesaro Nobili 1868. pag. CDXXXII-CDXXXIV. 

(3) Vecchi C. A. La Italia a. e. Voi. Il, pagg. 172 e segg. 

(4) Leti Giuseppe. Femio e il card. De Angelis a. e. pag. 201. 

(5) Riualdini Carlo, Biografia di Nicola Farinelli: Ancona Succ. Baluffi 1861. 

(6) Locatelli Annibale. Martiri pontifici Roma; Ciavarini Carisio. Carlo 



— 59 — 

renzo Bucci, ferito al Casino dei Quattro venti, morto il 27 
ftinj^no; i fratelli Francesco e Alessandro Archibugi, studenti, 
feriti ai Monti Parioli e morti il 13 e il 22 giugno ('); 1' an- 
conetano d' adozione dott. Alessandro Orsi, loro compagno 
e portabandiera, rimasto i)rigioniero per dar loro assistenza; il 
sottotenente Cesare Micci^relli combattente per tre giorni agli 
avamiìosti del Vascello; Felice Schelini, che il 14 giugno ai 
Monti Farioli salvò il comandante Berti Pichat; Severiano Fo- 
gacci capitano di stato maggiore, e Carlo Tangherlini, e Achille 
Paggi, (') e Giovanni Angelelli, e Edoardo Bianchi, e Alessan- 
dro Alessandrini e Francesco Negozi, e Cesare Ancinelli, e Se- 
bastiano Lombardi e Amato Boyer. (■"') 

Il 3 giugno al Vascello rimase ferito il conte Domenico An- 
gelucci di Macerata capitano del 6. reggimento e caddero da 
valorosi il tenente Luigi Marzari di Macerata, il colonnello Ila- 
rio Pollini o Pulini d'Ancona, vecchio patriota e soldato di 
America, e aiutante di campo della Legione italiana di Ga- 
ribaldi. E al biondo eroe non rimase infine altro aiutante 
che il capitano Candido Augusto Vecchi, patriota fermano, 
il quale avanzatosi all' assalto di Villa Corsini a fianco di Gof- 
fredo Mameli, ebbe la sorte di tornarne incolume (*). 



Rinaldini. Ancona Tip. Chernbini, 1869; BuialdUii M. Lettere di C. Rinaldini 
dal 1846 al 1849, in Archivio Marchigiano del Risorg. Anno I, 1906. 

(1) Silvagni Davide. Eroi sconosciuti (Fratelli Archibugi) 1848-49. Città di 
Castello Lupi 1893. Il Silvagni fa parola di altri eroi marchigiani che presero 
parte alla difesa di Roma: il tenente Donzelli Emilio di Pesaro (che scrisse 
delle Memorie), i conti Luigi e Francesco Sturani di Ancona (pagg. 123-12,5) 
il tenente Florido Bralli di Senigallia del 2 reggimento, ferito al Vascello 
tra il 27 e il 28 gingno (pag. 134). 

(2) Maroni Michele. Achille Paggi, in Rivista marchigiana illustrata, fase, 
ottobre-novembre 1907. 

(3) Nel 50. anniversario della difesa di Ancona del 1849. Fase. comm. 
a. e. pag. 19-20. 

(4) Taddeucci C. Ascoli e C. A. Vecchi nel 1849, in Archivio Marchigiano 
det Risorg. Anno I, 1906, Senigallia; Gaetani Tamburini Nicola. Biografia di 
C. A. V. Brescia, Sterli, 1867; Gaetani Tamburini Emanuele, Idem, SenigalUn, 
Pattonico, 1878; Meechi F. E. Idem, in Esposizione marchigiana, Macerata, 
1905, N. 27. 



— 60 — 

E Garibaldi doveva sperimentare nuovamente l' ospitalità 
marchigiana nella sua meravigliosa ritirata da Roma, attraver- 
sando i ])ae8i montani dell' alta Marca nella direzione di S. 
Marino. E molti Marcliegiaoi lo seguivano (specie nel batta- 
glione già raccolto in Urbino dal Colonnello Forbes), e un'altra 
Macerata, Macerata Feltria, doveva per breve ora ristorarlo. ('). 

Ma già gli Austriaci si erano avanzati nelle Romagne, e 
avevano superata la resistenza di Bologna, dove 1' anconetano 
colonnello Angelo Picbi era dei commissari sopra la difesa, e 
tra i difensori molti «ielle Marche, e specialmente d' Ancona, 
fra cui Felice Schelini, Cesare Gigli e i fratelM Paggi, reduci 
come il Fichi da Vicenza, e Massimiliano Venturi, che cadde 
nella sortita di Porta Galliera {'). 

Ancona, non apparecchiata a difesa contro 1' Austriaco in- 
vasore, era caduta dopo venticinque giorni di assedio (24 mag- 
gio-18 giugno), rifulgendo nella resistenza il valore, e l'ardire di 
di quei cittadini, fra cui i capitani Giovanni Ornani e France- 
sco Gigli, nativo quest' ultimo di Mogliano, gli Elia, gli Sche- 
lini, ma specialmente Enrico, e sopra a tutti la Compagnia della 
Morte, comandata da Andrea Fazioli (^). Si difendeva ancora, 
eroicamente, ad ogni costo, Venezia, a cui le città delle Mar- 
che, e specialmente Ancona, che dal Manin nel maggio del '48 
aveva avuto in dono 10 i»ezzi di cannone e due mortai (*), ave- 
van dato 1' obolo generoso e molti loro tìgli; e non va dimenti- 



(1) Parecchi Marchigiani lo seguirono anche dopo sciolte le truppe a 8. 
Marino alla volta di Venezia, e taluni caddero prigionieri degli Austriaci a 
Cesenatico e a Massenzatica. Vedi: Spadoni. Garibaldi e Garibaldini nelle 
Marche a. e. pag. 44 ed errata corrige. 

(2) Nel 50 anniversario della difesa d'Ancona del '49, Numero unico a. e. 

(3) Documenti della Guerra Santa d'Italia Fase. 13: Assedioe Blocco d' An- 
cona nel 1849 di B. Del Vecchio. Cupolago. Tip. Elvetica; Nel 50 anniversario 
dalla difesa di Ancona del 1849. Numero unico a. e; Gabrielli Francesco. Un 
episodio dell' assedio di Ancona nel 1849. Racconti di un testimone oculare. 
Nuova Antologia, fase. 657, 1899; Per la difesa d' Ancona nel cinquantenario 
(1849-1899). Discorsi. Ancona, Morelli 1899. 

(4) L' Epoca, 1848. 



— 61 — 

cato il capitano (xiiglielino Baldi di Ancona, i)oi deputato alla 
romana Costituente, il quale vi accorse con una compagnia an- 
conetana (*); e citato piìi volte negli ordini del giorno ])er sin- 
golare bravura fu Giambattista Cattabeni, di cui era stato per 
un certo tempo degno comi)aguo il fratello Vincenzo (-). 

§ 18 LA TERZA RESTAURAZIONE 

La restaurazione austriaca-assolutista trionfa aitine in Ita- 
lia dappettutto, salv^o che nel forte Piemonte, ultimo asilo e 
baluardo dell' italica libertà, suprema 8])eranza. Con la reazione 
le i)ersecuzioni, gli esigii, le morti; odissea dolorosa che sareb- 
be lungo descrivere, ed io debbo omai affrettarmi alla line. Tra 
gli esuli nostri in Piemonte Candido Augusto Vecchi si racco- 
glie a narrare la storia dei due ultimi anni; Zenocrate Cesari, 
amicissimo del Parini, si dà al giornalismo, entra nella dire- 
zione del giornale II Risorgimento del Cavour, fonda il Cimento^ 
ha la propi'ietà della Rivista contemporanea f ). Il jesino Pericle 
Mazzoleni, altro ex deputato alla romana Costituente, rimasto 
fedele al Mazzini, è in Francia del Comitato mazziniano insie- 
me col La Farina e col Campanella; poi passa a convivere in 
timamente coli' ex-triunviro a Londra e nel '53 lo sostituisce 
nel ricevere la corrisponden/.a; finché da ultimo non è anch'egli 
dall' evidenza delle cose condotto a confidare nell' iniziativa 
del Piemonte. 

Xelle Marche, all' opera persecutrice delle Commissioni di 
censura seguirono processi su processi contro i i)resunti rei di 
delitti commessi per ispirito di parte, e si)ecialmente contro i 



(1) Barattani Filippo. Canne cittadiuo. Fireuz*', Civelli, 1870, pag. 45, o 
Numero unico a. e. pag. 18. 

(2) Spadoni I). I Cairoli delle Marche, a. e. 

(3) Finali Gaspare. Le Marche. Ricordauze. Morelli, Ancona 1897 pag. 118. 
Anche di altro marchigiano, il corinaldese Ton)niaso Ciani, fervente repub- 
blicano del M9, egli fa menzione come di corrcdattore del Bìsorgimenfo e del 
Piemonte. 



— 62 — 

ritenuti membri della Lega sanguinaria d' Ancona e degli Am- 
mazzarelli di Senigallia e consimili omicidiarì di Pesaro. E in 
breve volger di mesi tre di Serra S. Quirico ne furono ghi- 
gliottinati a Fabriano, e 5 Fermani nella loro città; ventiquat- 
tro furono fucilati a Senigallia, 6 a Pesaro, 8 in Ancona ('), 
5 a Oorinaldo (due altri, condannati alla stessa pena, essendo 
j)remorti in carcere), e molti furono i condannati alla galera 
o a tempo ('). Senza contare poi tutti gli altri condannati e 



CI) Secondo il Coppi sarebbero stati novo. Annali d'Italia, Anno 1852. 
par. 21. 

(2) Gli Anconetani furono condannati con 4 sentenze dalla Sacra Consulta 
in data 17 decenibre 1851 e 13 gennaio e 17 febbraio 1852, eseguite il 25 
ottobre 1852. (Gennarelli. Il Governo pout. e lo Stato romano. Parte II, 
pagg. 258-263, 274-284, 485-518). I nomi dei fucilati sono: Vincenzo Rocchi, 
Pietro Cioccolanti, Giovanni Galeazzi, Antonio Biagini, Lodovico Beducci, 
Giovanni Dell' Onte, Ciriaco Giambrignoni, Andrea Papini. 

I Senigalliesi furono condannati con altre 4 sentenze in data 31 dicembre 
1851 e 21 febbraio 1852, eseguite il 28 e 30 settembre e 2 ottobre 1852. 
{Gennarelli, op. s. e. pagg. 289-311, 519-538). I nomi dei fucilati sono: Pio 
Clari, Stefano Francesconi, Luigi Salvatori, Annibale Giorgetti, Giacomo 
Giustini, Nicola Marchetti, Ralfaele Piantanelli, Francesco Polini, Elpidio 
Giambartolomei, Girolamo Girolomini, Domenico Paraventi, Vincenzo Para- 
venti, Gaetano Perini, Domenico Roccheggiani, Domenico Bavosi, Ferdi- 
nando Bavosi, Antonio Bedini, Alessandro Berardinelli, Mariano Cingolani, 
Aui-eliano Ortensi, Girolamo Simoncelli, Antonio Tarsi, I^uigi Zagaglia. Quasi 
tutti (tanto in Ancona quanto in Senigallia), nota il Coppi, respinsero i con- 
forti religiosi. 

I Pesaresi furono condannati con 3 sentenze in data 13 febbraio, 25 
.iprile e 6 luglio 1852, eseguite il 16 marzo 1853. {Gennarelli, op. s. e. pagg. 
264-274, 311-317, 322-330). I nomi dei fucilati sono: Lodovico Esposto, Igna- 
zio Reggiani, Luigi Lissi, Alessandro Terenzi, Giovanni Rosali, Pietro De 
Angelis. 

II processo di quei di Serra S. Quirico, eh' erano accus.'iti di mandato 
d' assassinio, rimasto semplicemente tentato, fu deciso con sentenza 27 mag- 
gio 1851, eseguita il 15 novembre 1851. I nomi dei ghigliottinati sono: 
Pietro Ventroni, possidente d' anni 26, Bonaventura Stefanini, studente di 
anni 20, e Benvenuto Cavalieri possidente d' anni 22 da Castelplanio, Tor- 
quato Piccioni era contumace. {Gennarelli, op. s. e. pagg. 454-460). 

Quei di Fermo furono condannati con sentenza 22 dicembre 1854 ese- 



— 63 — 

fucilati in via economica e sommaria, i)er motivi talvolta anche 
lefigeri, dagli Austriaci che tenevan le Marche con le Legazioni 
e Pesaro in istato d' assedio e con legge stataria: fra queste 
ultime vittime il prode n\arinaro e cajm popolo anconetano An- 
tonio Elia, padre del colonnello garibaldino Augusto (*). Ne 
soltanto nelle Marche, ma anche a lioma furon in quel tempo 
immolati alcuni nostri corregionali {^). 



guita il 23 maggio 1854. I nomi dei ghigliottiuati sono: Ignazio Rosettani, 
Enrico Venezia, Giuseppe Caselliui, F'ilippo Testori, Gio. Batta Smerlili. 
{Geunarelli, op. s. e. pagg. 392-396; Leti G. Fermo e il Card. De Angelis, 
Roma, Soc. Ed. D. A. 1902; Curi Colvantii Jntotiio. Fermo dal 1849 al 1860. 
Fermo, Bacher. 1893 pagg. 131, 197). Con sentenza 17 febbraio 1852 eseguita 
il 1 agosto 1852 a Fermo, fu condannato Filippo Tomassini di Petritoli. 

Con sentenze 3 e 17 giugno e 16 settembre 1853, eseguite il 13 maggio 
di quest' anno, furono condannati quei di Corinaldo. Fra gli accusati Giu- 
seppe Frigeri, perchè sacerdote, professore dei romitani di Sant' Agostino, 
fu condannato alla galera perpetua (Coppi, Annali, anno 1854, par. 26), 
ma chiuso in un convento di Montalto, riuscì poco dopo a fuggire e con 
1' aiuto dei carbonari, riuscì a riparare in Inghilterra. 

(1) Giangiacomi P. Antonio Elia martire anconitano fucilato dagli Au- 
striaci il 25 luglio 1849. Ancona, Santoni, 1907. Il 1. marzo '56 fu poi fu- 
cilato in Ancona un Raffaele Arcaugeli, sarto di Castelftdardo domiciliato a 
Macerata, sotto V imputazione d' aver ucciso un caporale degli Svizzeri. (Gen- 
nartUi A. Il Governo pontifìcio e lo Stato romano. Prato, Alberghetti, 1860. 
Parte II, pagg. 204-205). Il maceratese Pio Mignardi mi ha detto eh' egli 
aveva 19 anni e sei mesi, e che la madre Teresa, nativa di Monsanvito, im- 
pazzì dal dolore, sapendolo innocente, e morì poco dopo nel manicomio di 
Pesaro. Pare che altri fosse 1' autore dell' uccisione e 1' Arcangeli preferisse 
morire anziché denunziare il suo compagno. 

(2) Tra nei persone fucilate il 9 ottobre 1850 alla Bocca della Verità per 
omicidio commesso per ispirito di parte, nel libro della Compagnia di S. Gio- 
vanni decollato si leggono i nomi di Giardini Giacomo d' anni 25 da Anco- 
na, ex militare del Reggimento Masi, che aveva fatto parte delle milizie 
della Repubblica, Negrini Stanlsliio d'anni 29 da Montefano, carabiniere, 
Quagliarini Eugenio d' anni 41 da Gagliole (Camerino), lustratore di pietre 
(morto quest' ultimo impenitenie) per uccisioni avvenute nell' ultimo periodo 
repubblicano di alcnui contadini supposti gesuiti travestiti. Il carabiniere 
Giuseppe Straccini fu Domenico, d' anni 27 di S. Fortunato di Sassofer- 
rato, coimputato coi precedenti ebbe la condanna alla galera in vita sotto 
stretta custodia {Gennarelli A. Il Governo pontificio e lo stato romano a e. 



— 64 — 

Così 1' assolutismo inferociva contro i frutti di sangue del- 
l' assolutismo, colpendo anche innocenti, come 1' <)i)inione pub- 
blica ha sempre ritenuto, ad esempio, Girolamo SimoncelH di 
Senigallia (*) e Casellini, Kosettani e Venezia di Fermo. 

§ 19 — IL NUOVO MOVIMENTO LIBERALE 

La stato d' assedio, proclamato dagli Austriaci nelle pro- 
vince pontificie occupate nel '49, fu ristretto solo nel '56 e 
non cessò che nel '57, riducendosi nel contempo ad essi dal 
Governo papale 1' indennità che era salita ad annui scudi due- 
centoventiduemila {'). 

Ma a malgrado dell' occupazione austriaca e della polizia 
pontificia ('), della tremenda legge stataria, dei processi e delle 
fucilazioni, i Marchigiani non ristettero dal cospirare con gli 
altri Italiani, infiammando a la lotta Giusepi)e Mazzini. 

pj nel '53, mentre all' insurrezione di Milano doveva tener 



Voi. II pagg. 431-439. Per lo stesso fatto fa decapitato il 27 setteiiibro 18.50 
in Piazza dei Cerchi Gaetano Pettiuelli fu Giovanni, d' anni 34 da Monte- 
leone di Fermo {QennarelU A. Op. a. e. Voi. II, pagg. 2.51-253). E ai 16 
ottobre dello stesso anno, condannato alla pena della fucilazione, i)oi com- 
mutata nei lavori forzati a vita, era tra gli altri, Maurizi Felice, d' anni 
40 da Macerata, calzolaio, per attentato al famoso Nardoni. Ai 24 gen- 
naio del 1854 poi fra gli altri decapitati iu piazza dei Cerchi e morti 
impenitenti fu Mancini Ignazio di Egidio d' anni 30 da Ascoli, per omicidio 
di sacerdoti ed altri ecclesiastici commesso per ispirito di parte a Monte Mario 
e nel recinto di S. Calisto al tempo della Repubblica. Pogum Achille Un 
conto di supplizi in Roma per causa politica dal libro della Compagnia 
della Misericordia di S. Giovanni decollato iu Roma. In ffivìsta Storica del 
BÌ8orgimento Italiano. 

(1) Sul processo di costui si preannunzia una voluminosa pubblicazione 
dell' on. avv. Bonopera di Senigallia, il quale ha ottenuto di consultare il 
processo originale. 

(2) Coppi. Annali d' Italia. Anno 1857. 

(3) Alla direzione di essa sul finir del 1852 venne chiamato il fermano 
Mons. Antonio Matteucci. V. Leti Giuseppe. Roma e lo Stato pontificio dal 
1849 al 1870. Roma. Un. Ed. 1909, Voi. I, pagg. 177-178. 



— 65 — 

dietro quella dello Stato pontifìcio e della restante Italia, an- 
che da noi si era apparecchiati, ed eran nominati i capitani 
di milizia rivoluzionaria, e in Ancona si cercava accordarsi con 
gli Ungheresi che occupavano la fortezza. Il moto a Milano 
abortì, e seguirono per tr.tto arresti e processure militari au- 
striache. Undici dei nostri dal Tribunale di guerra d'Ancona fu- 
rono condannati a morte con la forca. Ma Radetzcki, spietato coi 
Lombardo- Veneti, volle coi sudditi pontificii mostrarsi indulgente, 
commutando loro la pena capitale in })Ochi anni di galera. I con- 
dannati delle Marche furono: Gaetano Latini di Mogliano, P^milio 
Castelletti, Ettore Giacometti e Francesco Bavai di Macerata, 
Vincenzo Taccari di S. Vittoria, residente pure a Macerata, 
Antonio Gianelli di Ancona, Francesco Saverio Grisei di Mor- 
rovalle. Fantini Luigi di Senigallia, Carancini di Eecanati, 
Mongandini e Fioravanti di Loreto ('). 

Frattanto il fanese Gabriel Angelo Gabrielli, con la coope- 
razione del fermano Giambattista Crollalanza f), sotto gli occhi 
della censura pontificia e degli Austriaci, aveva iniziato a Fano 
(anno 1854) la pubblicazione i)eriodica daW Enciclopédia con- 
tenn)oranea, informando e accendendo i corregionali dei pro- 
getti scientifici e delle migliorie industriali ed agricole, e te- 
nendoli altresì al corrente, come potè e finché gli fu tollerato, 
della vita politica degli altri stati, e specialmente del Piemonte, 
e profittando delle pubblicazioni eh' avea in cambio i)er aprire 
agli associati di Fano una specie di circolo di lettura. L' Enci- 
clopédia contemporanea attaccò ardite polemiche con la gesuitica 
Civiltà Cattolica, e fu sulla breccia fino al giugno 1859, mese 
in cui, repressa la sollevazione di Fano^ quella pubblicazione 
fu troncata, e in bando il suo compilatore (^). 



(1) Spadoni D. La trama mazziniana del '53 nelle Marche, e Un' artista 
del Risorgimento, in Rivista march, ili. Anno VI (1909) N. 1 e 2-3; Idem, 
Una relazione segreta di A. Saffi snlla trama di Milano del '53, in Rivista 
d' Italia, Anno 1909; Spadolini Ernesto. Documenti inediti su Antonio Gian- 
nelli, in Rivista march, ili. Anno VI, n. 4. 

(2) Leti G. Fermo e il Card. De Angelis a. e. pag. 83. 

(3) Seipìoni S. G. Cenni biogratici di Gabriel Angelo Gabrielli. Fano. Tip. 
Souciniana. 1884. 

5. — Atti e Hemorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marcile. 1910. 



— 66 — 

Ad Ascoli poi Nicola Gaetani Tamburini da Monsampolo, 
innamorato di Dante, si era proposto, come scrisse Gabriele 
Rosa, « trarre gli Italiani a libertà per mezzo del Sacro Poe- 
ma. » E nel '55 aveva promosso l' istituzione d' una specie 
d' accademia con Une politioo, detta dell' Apostolato dantesco, 
qualcosa di embrionalmente rassomigliante all' attuale società 
Dante Alighieri. Ma sul finire del '57 la polizia venutane a 
conoscenza, quantunque non fosse i)iù in attività, prese da essa 
motivo per arresti e processo, e con sentenza della Sacra Con- 
sulta in data 17 dicembre 1858 fiiron condannati a più anni 
di galera il Tamburini, Alessandro Corsini, Luigi Palmarini, 
Temistocle Mariotti, Annibale Menglii, Pietro De Tomasi e 
Gaetano Baldacelli, alcuni dei quali studenti e minorenni. Ar- 
restata con loro fu pure una giovinetta ascolana, Giulia Centu- 
relli, gentile anima di artista e di poetessa, anch' ella rea del 
delitto d' amor patrio (^), graziata poi i)er interposizione del 
mite vescovo Belgrado, di che non gli seppe certamente grado il 
card. De Angelis, il quale, per nulla moderato ne' suoi bollenti 
spiriti retrivi dalla sofferta prigionia del '49, teneva da Fermo 
inquisitorialmente le redini dell' alta polizia nella regione. 

Nel maggio del 1857, a far mostra della tranquillità dello 
stato e dell' amore de' sudditi, il Papa effettuò un viaggio 
per le provincie, attraversando anche le Marche. Si colse 1' oc 
casione per chiedere, ma inutilmente, atti di clemenza per i 
numerosi prigionieri politici, e per lamentare con divulgati in- 
dirizzi i mali da cui le popolazioni erano travagliate, e invocar 
rimedi. Così fu fatto in parecchie città romagnole, cosi a Pesaro, 
sottoscrivendo molti ragguardevoli cittadini. « La voce de' po- 
poli, scrive 1' ab. Coppi, non fu intesa, ma rimase profonda la 
sensazione in coloro che apprezzano la pubblica opinione ». (2) 



(1) Mariotti Temistocle. Pagine autobiografiche d' un soldato del Risorgi- 
mento italiano. Roma, Voghera, 1885; Spadoni D. L' Apostolato dantesco, 
in Eiviata march, ili. Anno 1906. N. 1-2. Il Mariotti e il Palmarini, nel '60 
appena liberati, volarono tra le file di Garibaldi in Sicilia. 

(2) Coppi. Annali d' Italia, Anno 1857. 



— 67 — 

Intanto Carlo Piwsacane, cavalleresco anarchico alla conqui- 
sta <l' una patria, salpava da Genova ]>el mezzogiorno «F Italia, 
e dell' eroico suo drappello erano quattro marinai anconetani: 
Achille Perucci, Cesare Cori, Domenico Mazzoni e Giovanni 
Caniillucci, i quali poi incontrarono, se non la morte dell' in- 
felice precursore di Garibaldi, la ben dura sorte de' superstiti. 
Nei '00, liberati dalle galere della Favignana, i primi due vol- 
lero subito, essere incorporati nei Carabinieri genovesi di Mosto 
e combatterono a Milazzo e al Volturno, e nel '66 Garibaldi li 
riebbe militi nel Trentino ('). 

Nel '58 e sul principio del '50 ancora altri arresti e altri 
processi nelle Marche; ben poche notizie però se ne cono- 
scono. Di Pesaro furono arrestati il conte Adolfo Si)ada, 
membro attivo di quel Comitato nazionale, che erasi portato 
a Sjìoleto f), Ernesto Ridolfi, nativo di Candelara, il mar- 
chese Antaldi, Girolamo Spadini , tìglio di un vecchio pa- 
triota maceratese, mandati quindi in esilio ('); a Civitanova fu 
arrestato Costantino Bernardini (*), oriundo di Romagna (morto 
poi nel '61 nelle Carceri nove di Roma), e coinvolto in un im- 
portante processura per delitti di lesa maestà, a capo di alti-i 
cinquanta (quasi tutti operai e specialmente facchini, ad ecce- 
zione degli anconetani sacerdote Achille Perini e flebotamo 
Ferdinando Cingolani), di cui i primi erano gli anconetani Sal- 
vatore Teodori, Carlo e Giuseppe Peratoner, chincagliere, e 
Ferdinando De Ales, calzolaio, e il sinigagliese Biagio Bocconi 



(1) Giangiacomi Palermo. Anconetani precnrsori e soldati dei Mille. Anco- 
na Tip. Dorica, 1910. pagg. 13-14. 

(2) Spada Michelangelo. La famiglia Spada etc. a. e; Spadoni D. I conti 
Spada nel Risorgimento italiano. Macerata Colcerasa. 1910. 

(3) Comandini Alfredo. Cospirazioni di Romagna nelle Memorie di Fer- 
dinaindo Comandini. Bologna, Zanichelli, 1899, pagg. 468-469; Spadoni I). 
Una trama e una tentativo rivoluz. dello Stato romano nel 1820-21 a. e. 
pagg. 87-128. 

(4) Gogna Amedeo. Le Marche nella Storia del Risorgimeuto d' Italia. Ma- 
cerata, Ilari 1905. pagg. 144-45. 



— 68 - 

calderaio ('). A Macerata fu arrestato e tradotto al carcere 
d' Ascoli, ove morì, V albergatore Pacifico Calabresi, ed egiial 
sorte toccò ad Ernesto Procaccini di Pausala, che doveva esser 



(1) N. 1205. Sacra Consulta Tribunale Supremo. Commissaria. Anconetana 
ossia II parte della processura ascolana di gravissime delinquenze comprese tutte 
sotto il titolo di lesa Maestà. Eoma, Tip. Cam. Ap. 1861. Pagg. XVIII-614. 
Questa causa era connessa cou altra grande processura precedente, riguar- 
dante di preferenza le provincie di Ascoli e Fermo, e di cui si fa cenno nel 
Ristretto in parola in questi termini, come mi ha comunicato mio fratello 
Giovanni, che per mio conto ho avuto a consultarlo: « Le cognizioni acqui- 
state nello svolgere e verificare gli andamenti che presentava la processura 
di Montegranaro, relativamente all' esistenza di una Società segreta, della 
quale si è fatta parola nell' altra relazione, di una Squadra cioè che media- 
tamente portava la sua dipendenza alla Setta Anconetana, non poteva non 
condurre ad altre discoperte, come di una Lega dello stesso genere nella 
provincia del Tronto pur dipendente da Ancona, del che formò 1' argomento 
V incarto intitolato I. parte della processura ascolana, già decisa dal Su[). 
Trib. Ed invero aiferrata una catena, gli anelli uno all' altro si succedono. » 
Si accenna quindi alla « Sovrana Clemenza », che « prima del compimento 
della processura stessa» ha voluto chiudere gli occhi sui delitti di carattere pu- 
ramente politico o di principii, per colpire solo 1 delitti di sangue e collegati 
a sanguinaria Lega. Cosi risulta che' nella processura Anconetana fu « so- 
spesa la processura » per altri, non compresi nei 50 imputati. In quello pro- 
cessure pare fossero impunitarii un Augusto Selva dei primi implicati nella 
causa dell' Apostolato dantesco e i fratelli Alberto e Antonio Luiselli di Loreto, 
secondo ha avuto a scrivermi 1' egregio colonnello Temistocle Mariotti, che 
ne accennò anche nel suo libro: Pagine autobiogrufiche . Giudice istruttore in 
quelle processure che portarono tanta jattura negli elementi liberali marchi- 
giani e che, avvenute alla vigilia del '59, non furono certo senza influenza 
sulP esito infelice dei tentativi marchegiani di queir anno avventuroso, fu 
il famigerato camerinese Dott. Giuseppe Eucherio Collemassi, che insediatosi 
in Fermo con la Commissione straordinaria per la causa dell' Apostotato 
dantesco nel dicembre 1857, vi rimase fino all' ultimo. Il Collemassi, col 
cambiamento di governo nelle Marche tornato a Roma, e fece parlare di sé 
per i riveli impunitari di Costanza Vaccari Diotallevi nel procosso Fausti-Ve- 
nanzi del '62. Nel '66 egli era Assessore di Polizia, mentre Diruttore e Go- 
vernatore di Roma era mons. Randi, ex-delegato apostolico di Ancona. 
Leti Giuseppe. Roma e lo Stato pontificio del 1849 al 1870. Roma, Tip. 
Un. Editr. 1909. Voi. II. pag, 123-244. 



— 69 — 

j)oi volontario di Garibaldi nel '(>() ed intimo di Mazzini ('). A 
Macerata in quel torno di tempo, fu pure arrestato, a quanto 
pare, e tradotto alle carceri di Montegiorgio il tipografo Anto- 
nio Vecchietti {-), e a Loreto fu arrestato Gaetano Gemelli, co 
spiratore i)ertirmce e milite valoroso per la patria libertà dal 
'48 al '67; nei primi mesi di quell' anno furono arrestati altresì 
i loretani Alberto Luviselli (mentre era a Fermo a vender cap- 
pelli) e Antonio suo fratello, commesso del dazio, e il calzolaio 
Vittorio Curti, e tutti tradotti a Fermo (^), In Ascoli, i)ure 
verso quel tempo, o poco di jmi, furono arrestati il conte Bal- 
dassarre Saladini, Giacomo Pelilli, Fortunato Cornacchia, Emidio 
Rosa di Casteltrosino, un certo Portiri di Montegallo, ed altri (*). 
Il movimento patriottico italiano dalla fine del 1849 fino al 
1855, ma più specialmente fino al tentativo insurrezionale del 
'53, eh' ebbe nome da Milano, è caratterizzato dall' influenza 
e dall' azione predominanti del Mazzini e della sua Associazione 
nazionale italiana^ che aveva un Comitato direttivo in Koma, 
in corrispondenza con quello supremo di Londra ('). Ma nel 



CI) Notizie avute dal colonnello Temistocle Marietti e dal maceratese Pio 
Mignardi. Sul Procaccini vedi : Spadoni D. Garibaldi e garibaldini nelle 
Marche a. e. pagg. 59-63. 

(2) Notizie avute da un vecchio portiere della Congregazione di Carità, 
di nome Ranaldi. 

(3) Notizia avuta specialmente dall' avv. Lionello Marini di Loreto, il 
quale le ha tratte da corrispondenze ufficiali. 

(4) Notizie avute in parte dal colonnello Mariotti a. e. o attinte dagli 
Annali di Ascoli Piceno del Can. Pietro Capponi a. e. Parte II. pagg. 
195-200. 

(5) Pare che il Mazzini dopo la restaurazione, per riorganizzare le file 
rivoluzionarie nello Stato pontificio, mandò in giro per le città Grandi e 
Fieschi con programma da lui firmato, autorizzante la costituzione di nuovi 
comitati alla dipendenza di quello di Roma. In Ancona specialmente Antonio 
Giannelli (sostituito poi da Eugenio Andreucci) e Luigi Montevecchi Severini 
furono quelli che cercarono tener ferme le relazioni di quel Comitato. Dal 
Ristretto del processo informativo relativo alla causa Anconetana, ossia II. 
parte della processura ascolana di gravissime delinquerne comprese tutte sotto il 
titolo di lesa Maestà a. e. 



— 70 ^ 

gennaio del '56 il Manin, staccatosi dal Mazzini, costituì una 
Società nazionale italiana, con intendimenti più temperati e più 
Idratici, in armonia con la politica piemontese, e vi aderirono 
il La Farina, e il Pallavicino, e il Garibaldi. lì periodo che 
va dal '50 in poi è caratterizzato dal credito, dalla diffu- 
sione e dell' opera di questa Società, facente capo a Torino e 
inspirata dal Cavour. 

Anche nelle Marche, dopo le trame fallite del '53, gli ani- 
mi dei più sensati liberali si erano venuti sempre i)iù acco- 
stando al Piemonte, l' unica forza nazionale, che omai dava 
serio affidamento dell' italica salute. Questa tendenza, che por- 
tava alla conciliazione ed unione delle forze, si andò accentuando 
e generalizzando ancor più all'indomani dell'esito disastroso 
dell' ultimo tentativo mazziniano culminante nella spedizione di 
Pisacane. In seguito ad un giro del m.se Migliorati per le no 
stre cittiì, anche nelle Marche forinaronsi comitati della Società 
nazionale, con centro in Ancona, di cui dal giugno del '59 fino 
alla sua morte, seguita nel '61, fu anima infaticabile il Dott. 
Alessandro Orsi (^), corrispondendo con Roma e Bologna. Questi 
comitati nella provincia di Pesaro e Urbino sul finir del '57 
furono riformati e riavvivati, primeggiando in attività Fano (2). 

§ 20 — TERZA GUERRA PER L' INDIPENDENZA" 

Intanto con la politica liberale e francamente nazionale del 
Piemonte, con la partecipazione di quel regno albi guerra di 
Crimea nella quale dovea cader da prode alla Cernala il colon- 
nello fanese Rodolfo Gabrielli di Montevecchio (*), e special- 



(1) Jscrizioni e discorsi in memoria del dott. Conte Alessandro Orsi. Ancona 
1861; Ciavarini Carisio. Alessandro Orsi, in Rivista delle Marche e dell'Um- 
bria; Finali Gaspare, Ricordanze delle Marche a. e. Gap. II. 

(2) Alessandrini Alessandro. I fatti politici delle Marche nel 1859-60. Ma- 
cerata, Mancini. 1910. 

(3) D' Ayala Mariano. I Piemontesi in Crimea. Firenze, Barbera. 1858, 
pag. 95; Spadoni Giovanni. Rodolfo Gabrielli di Montevecchio, in Esposizione 
marchigiana illustrata, N. 6, Macerata 1905. 



— 71 — 

mente per l' opera sapiente ed accorta del Cavour, le sorti 
d' Italia erano venute propiziandosi. Il 20 luglio 1858 ebbe poi 
luogo fra il Cavour e Napoleone III, prodromo speranzoso, l'ab- 
boccamento (li Plombier, e suonò finalmente la grande, decisiva 
diana della nazionale riscossa. Garibaldi, in previsione della 
guerra, aveva sollecitato ed avuto dal nostro Mercantini un 
inno marziale, che il Duce gli promise <' avrebbe presto intuo- 
nato caricando i nemici del nostro paese ». E quell' inno fu 
1' Inno di Garibaldi, e i>ortò nel cuore degli Ilaliani, oltre al- 
l'entusiasmo degli ultimi cimenti contro lo straniero oppressore, 
la nota ])opol9re suggestiva della concordia. 

Scoppiata la guerra contro V Austria, nell' esercito piemon- 
tese alleato con quello di Francia accorsero a centinaia, supe- 
rando gli ostacoli in molte maniere frapposti specialmente dalKi 
pontificia polizia, anche i volontari dei paesi marchegiani. Ben 
400 ebbe a inviarne la sola Fano; Ancona il doppio; 54 Per- 
gola; oltre 200 Macerata e Camerino. Circa 80 Ascolani com- 
batterono a S. Martino (i). 

Con le vittorie di Lombardia, e sopratutto in seguito al pro- 
clama napoleonico agli Italiani, era venuto il momento propizio 
di osare anche per le nostre province, ove per vero dire, cacciati 
in carcere e in esilio i piti audaci e accorsa sotto la bandiera 
del Piemonte la più ardente gioventù^ alla generosa avventa- 
tezza mazziniana non fosso omai succeduta nei patrioti rimasti 
una troppo timida, miope e calcolatrice prudenza. Cosi, sgom- 
brato nel '59 il presidio austriaco da Ancona a Bologna, que- 
sta seppe istantaneamente profittare dell' inattesa fortuna per 
levarsi dalla soggezione pontificia; Ancona invece rimase dub- 
biosa ed inerte, ritenendo dover attenersi ad istruzioni di disci- 
plina in antecedenza ricevute, e cosi lasciò passare senza co- 
glierla, l' occasione opportuna. Quando poi nuovi ordini ven- 
nero, essa non vi prestò subito fede e volle assicurarsene, e 



(1) Alessandrini A. I fatti politici delle Marche etc. a. e. Voi. I; Capponi. 
Annali di Ascoli Piceno, parte III a. e. Nicoletti Luigi. Pergola nel 1859. 
Memoria storica. Pergola Gasperini 1910. 



— 72 — 

taifìi cercò poi rimediare provocando la nomina di nn Governo 
provvisorio: il forte, abbandonato daj^li Austriaci, era stato nel 
frattempo riguernito dai pontifici accorsivi (hi Macerata. Tutto 
ciò fece si che qnest' nltima città e le Marche meridionali, che 
attendevano Ancona, esitassero. Si sollevarono bensì Fano, 
Pergola, Senigallia, Urbino, Cagli, lesi, Fossombrone; ma al- 
l' avanzarsi delle truppe papali ammassatesi fuori di Romagna 
e riordinatesi a Pesaro, tenuta da nions. Tancredi Bella, fu 
loro giocoforza, inermi coni' erano, ritornare in soggezione ('), 
col rammarico di veder separata la loro sorte da quella delle 
llomagne. Le stragi di Perugia ammonivano. 

(Cominciarono le persecuzioni, gli arresti, i processi, A Fer- 
mo furono carcerati circa una ventina di liberali, e sei dei ])iìi 
cosi)icni, tradotti alle carceri nove di Roma: il marchese Giù- 
sej)pe Ignazio Trevisani, Camillo Silvestri, Ponipeo Broglio, 
Pompeo Marini, Giovanni Poliuianti e Luigi Valorani, che poi 
furono mandati in esilio (-). I componenti la Giunta iirovvisoria 
di Governo anconetano: conte Michele Fazioli gonfaloniere. 
Monti dott. Benedetto, Cresci conte Ferdinando, Ploner Ma- 
riano, Feoli avv. Michele, nel dicembre 1859 vennero dalla 
Sacra Consulta condannati in contumacia alla morte d' esem- 
plarità, e Gulinelli Federico, Fazioli conte Andrea e Pichi conte 
Giorgio alla galera in vita ('). Ma costoro, ch'erano già in 
salvo, insieme gli altri maggiori compromessi fuori sciti (*) ed esuli 
della regione e del rimanente Stato pontificio, si adoperarono 



(1) Alessandrini Alessandro. I fatti'politici dello Marche dal 1 gennaio 1859 
all' ejtoca del plebiscito. Ancona, Rivista delle Marche ed Umbria. 1865, Voi. I. 

(2) Relazione e documenti degli arresti e proscrizioni di Fermo (Estratto dal 
giornale 11 Risorgimento Italiano). Firenze, Le Mounier 1859; Gennarelli A. 
II governo pontificio e lo Stato romano a. e. Parte II, pagg. 650-663; Tre- 
visani Cesare. Il decennio della reazione a Fermo dal 7 giugno 1849 al 31 
settembre 1860, in Araldo fermano. Anno I, N. 29 (1895). 

(3) Alessandrini A. I fatti politici delle Marche, a. e. Voi. II. 

(4) Tra questi nou va dimenticato il nome del patriota filottranonse Fi- 
lippo Barattani, forte poeta civile. Rosa Cesare. Filippo Barattani, in Espo- 
Hizione marchegiona. 1905, u. 12. 



— 73 — 

nelle Società degli emigrati a Bologna, a Firenze, a Kiinini, 
])er tener desti spinti e le aspettative dei liberali interni, con 
loro tramando colpi di mano e moti insnrrezionali, d'accordo col 
Garibaldi che, generale in capo dell'esercito dell' Italia centrale e 
di stanza a Eimirii, anelava correre in aiuto dei popoli oppressi 
dal governo de' chierici. E fu sul i)unto di sconfinare; se non 
che contrordini di dirigenti e preoccupazioni di diplomazia 
gli tolsero di eseguire la mossa audace. Tra i nostri emi- 
grati i)iu attivi erano in quel tempo il principe Rinaldo Si- 
monetti. Cesare l^eretta. Angelo Pichi, i pergolesi ing. Ascanio 
Ginevri Blasi e Gio: Battista lonni, il jesino Antonio marchese 
Colocci ('), il fanese Gabriel Angelo Gabrielli ed altri (2). 



§ 21 — l'impresa garibaldina del '60 

Frattanto la Sicilia è in fermento. Neil' aprile del '60 essa 
tenta una sollevazione. Garibaldi, ospite a Villa Spinola di 
Candido Augusto Vecchi, il 5 nuiggio salpa da Quarto x)er soc- . 
correrla. Fra i mille i^rodi, e specialmente fra i marinari, è un 
baldo manipolo di Marchegiani, che poi si faranno onore; tra 
essi otto figli della marinara Ancona: Carlo Burattini, capitano 
di marina mercantile, e Augusto Elia^ il quale a Calatafimi, 
parando un colpo per salvare la vita al Duce, ne avrà egli la 
bocca squarciata; e Carbonari, e Fabi e Conti, nostromi, dei 
quali i due i)rimi rimarranno feriti; e Zanni, e Bevilacqua 
e Novelli. Gli altri marchegiani erano il capitano Giacomo 
Vittori di Montefiore dell' Aso, il nostromo Rivosecchi di ('u- 
pramarittima, il- Bonvecchi di Treia, il Gramaccini di Senigallia, 
per non citare qualcuno incerto (')• Anche altri corregionali erano 



(1) Felcini Arzeglio. Il sen. Antonio Colocci, Rivista march, illustraia, 
Anno V. (1908), fase. 3-4. 

(2) Alessandrini A. Op. a. e. Voi. II. 

(3) Giangiacomi P. Anconetani precursori e soldati dei Mille a. e. pagg. 
41 e seguenti; Spadoni D. Garibaldi e garibaldini nelle Marche, a. e. 



— 74 - 

fra i salpati da Quarto con Garibaldi: il Tonti di Iesi, il Man- 
cini, il Pierantozzi e il Mondoni di Ascoli, il Cestarelli e il 
Della Costa di Fermo; ma sbarcarono a Talamone. 

l!^el Mezzogiorno si dettero convegno tutti i giovani entu- 
siasti, nonché i vecchi prodi, che accorsero dalle piìi lontane 
terre d' esilio. Come dire qui della schiera nunierosa dei Mar- 
chegiani ì Furono in quella campagna, oltre ad altri da noi in 
precedenza menzionati. Bernardino Serafini, Alessandro Mala- 
cari d ' Ancona; Gaetano Eavagli di Iesi, Andrea Fazioli e 
Achille Paggi d' Ancona, Aureliano Boldrini di Fano, Eugenio 
Gatti Corsetti e Giovanni Falleroni di Recanati (*); e tanti e tanti 
ancora, noti od oscuri ("), Ma fra tutti emerse un gruppo di prodi: 
i fratelli Cattabeni; Vincenzo e Giambattista maggiori, Attilio 
sottotenente nelle file garibaldine. Giambattista, avendo con se 
Attilio, fu il comandante e 1' eroe della difesa di Cajazzo, e 
baioiiettato e fatto prigioniero dai Borbonici (-). Il capitano 
Candido Augusto Vecchi fu poi tra i pochi dello stato maggiore 
garibaldino, eh' entrarono trionfanti a Kapoli col Duce, colà 
supplendolo talvolta in sua assenza nel governo dittatoriale. 

§ 22 — LIBERAZIONE DELLE MARCHE ED UMBRIA 

Una volta sul continente, Garibaldi meditava liberare anche 
l' Italia centrale, a lui altresì rivolgendosi sempre fidenti i 
Marchegiani, i quali non posavano, ma col rifiuto delle imposte, 
con dimostrazioni ed indirizzi, tiavagliavansi per dimostrare l'av- 
versione loro al governo de' chierici e il desiderio di far parte 
dell' Italia unita; gentildonne anconetane, invano minacciate 
dall' autorità governativa, questuavano pubblicamente per le 



(1) Feliciani Nicola. Eugenio Gatti Corsetti, in Pieenum, rivista march, 
ili. fase. IV, 1910. Morlacchi Eugenio. Il dott. Giovanni Falleroni. Ricordo. 
Recanati, Simboli, 1890. 

(2) Spadoni D. Garibaldi e garibaldini nelle Marche, a. e. 

(3) Cattabeni Attilio, La battaglia di Cajazzo etc, in appetidice ai Cairoli 
delle Marche (famiglia Cattabeni) di D. Spadoni. 



— 75 — 

famiglie dei prigionieri ed esuli per la Causa ilaliaìia, e le 
donne di Pergola facevano avere a Vittorio Emanuele due, si)e- 
roni d'oro con una ivspirata poesia del Mercantini, che ammoniva: 

Finché Venezia e Roma 
Portan V iniqua soma 
Non sei d' Italia il Re (*). 

E Garibaldi scriveva in data 14 settembre una lettera agli 
Amici ascolani ('), esortandoli a non i)erder8i d' animo, cliè po- 
chi giorni rimanevano di dura servitù, e ricordando le festose 
accoglienze da lui avute nel gennaio del '49 dalla sua « pre- 
diletta Ascoli », quando vi era veiuito per combattere gli stessi 
« abbrutiti montanari » che ora, ad estrema difesa pontifìcia, 
si stavano colà sciaguratamente riorganizzando dal colonnello 
Chevignè. 

Ma nelfa realizzazione del suo disegno il Garibaldi fu pre- 
venuto dal Cavour, che, assicuratosi del benevolo atteggia- 
mento di Napoleone III, con mossa rapida e genialmente audace, 
dispose 1' intervento dell' esercito nel Mezzogiorno previa occu- 
pazione delle Marche e dell'Umbria. L' 8 settembre un manipolo 
di volontari romagnoli e marchigiani sconfinava, prendendo di 
sorpresa Urbino {}). Nel giorno stesso insorgeva Pergola (^), e 
dietro ad essa, con 1' aiuto dei volontari, tutto il Montefeltro. 
Il cai)o dell' esercito i)ontificio general La Moricière a quella 
notizia ordinò da Spoleto al general I>e Oourten, eh' era a Ma- 
cerata, di accorrer subito per domare la sollevazione nell' alta 
Marca. Ma ecco 1' 1 1 settembre passare il confine l'esercito 
piemontese (in cui militavano parecchi Marchigiani) al comando 
dei generali Fanti, Cialdini e Della Bocca, e dirigersi parte 



(1) Nicoletli Luigi. Pergola nel 1859-60 a. e. 

(2) Ne fa cenno negli annali d' Ascoli (Parte III, pagg. 30 31) il Capponi 
riportando la notizia dalle memorie storiche ascolane del Can. Frascarelli. che 
si conservano manoscritte in quella civica Biblioteca. La lettera ò irreperibile, 

(3) Paolini Angelo. I volontari romagnoli ed emigrati marchigiani nei 
moti insurrezionali delle Marche nel settembre 1860. Roma, Botta 1886. 

(i) Nicoletti Luigi. Pergola nel 1859-60. Memoria storica, a. e; Idem. Per- 
gola nel Risorgimento della patria. - Pergola - Gasperini - 1910. 



— 76 — 

nell' Umbria e parte su Urbino e Pesaro. Sicché il De Coiirten 
provvide a rifugiarsi in Ancona. Ma un suo distaccamento che 
agli ordini del general Kantzler era andato a Fossoinbrone ('), nel 
ritirarsi, si scontrò verso S. Angelo di Sinigallia con una co- 
lonna piemontese inviata ad affrontarlo e dovè malconcio precipi- 
tosamente raggiungere i suoi in Ancona. Il Cialdini erasi già 
impadronito di Pesaro dopo una temeraria resistenza di quel 
facinoroso delegato Mons. Tancredi Bella, e con le sue forze 
aveva occupate Fano e Sinigaglia. Direttosi quindi a Iesi, già 
in rivoltura, egli con rapida marcia occupava Osimo e Castelfì- 
dardo, giungendo in tempo ad attraversare la via alle trui)pe 
pontificie, che in due corjji, con a capo il La Moricière e il 
Pimodun, dall' Umbria per Tolentino e Macerata e Loreto cer- 
(^avano concentrarsi in Ancona (-). 

Nel 18 settembre il La Moricière, congiuntosi al Pimodan, 
tentò forzar la linea nemica, impegnando una zuffa fra Loreto 
e Castelfidardo, verso la località delle Crocette; ma il Pimodan 
combattendo da prode in testa a' suoi, rimase ferito mortal- 
mente sul cami>o, dopo di che le truppe raccogliticce intemazio- 
nali del papa, all' urto incalzante degli Italiani, finirono con 
lo sbandarsi in malo modo e col darsi alla fuga, in buona 
])arte senza neppur combattere, e il La Moricière, dopo quella 
disfatta, potè a malapena trarsi in salvo con pochi de' suoi ed 
entrare in Ancona. Colà egli fece la suprema resistenza. Ma 
stretta la città d' assedio jjer terra e bloccata per mare dalla 
fiotta comandata dall' ammiraglio Persano, saltata con la pol- 
veriera la batteria della Lanterna, dopo sei giorni dovè il La 
Moricière scendere alla resa, la quale fu effettuata con la capi- 
tolazione del 29 settembre ('). 



(1) Grossi Giuseppe. Fatti fi' arme e viceTide politiche a Urbino e a Fos- 
sombrone nel settembre 1860. 

{2) Alessandrini Alessandro. I fatti politici delle Marcile nel '59-60. Nuova 
ediz. sotto il patronato della Società di Storia patria per le Marche, Mace- 
rata, Mancini, 1910. 

(3) Vedi fra gli altri: Alessandrini A. Op. a. e. La Campagna di guerra 
nelV Umbria e nelle Marche. Narrazione militare. Torino. Tip. Cassone. 1881; 



— 77 — 

Alla vigilia di questi avvenimenti, come i volontari ai con- 
fini dell' Urbinate, numerosi liberali marchegianì delle provin- 
ce di Macerata, Camerino, Fermo ed Ascoli, attraverso molti 
l)ericoli, s' erano raccolti a Martinsicnro sul confine napoletano, 
formando quei Cacciatori delle Marche ('), che, guidati dal civi- 
tanovese Pierfrancesco Frisciotti e da Francesco Saverio Grisei, 
doveva alla sua volta sconfinare per rivoluzionar l'Ascolano. Ma 
per tardato npprovigionamento d'armi, essi non furono in condi- 
zione di poter avanzare che nel giorno stesso del combattimento 
di Castelfidardo. L'o])era sua però non fu inutile. L'Ascolano e il 
Fermano furon per essi levati a jìopolo^ e presso Marano un 
loro manipolo, con un colpo d' audacia, riuscì a far prigioniera 
una numerosa colonna di pai)alini fuggiaschi e diretti probabil- 
mente ad ingrossar le fila del brigantaggio, che in quelle mon- 
tagne, con a cai)0 il famigerato Giovanni Piccioni, doveva ]>oi 
lasciare così triste strascico di lotte e di vendette feroci ('). 

E venne il Ke liberatore nelle nostre contrade, diretto con 
l'esercito noi Mezzogiorno, alteramente fra noi proclamando di 
voler chiuder 1' era dell' italiche rivoluzioni. Sbarcalo nel!' ot- 
tobre in Ancona, ebbe ivi e per tutto le più festose accoglien- 
ze {'), e a Kecanati la giovane poetessa Maria Alinda Bonacce 



Orerò B. Da Pesaro a Messina. Ricordi del 1860-61. Milano,' Streglio 1895; 
Oeiiora Di Bevel. Da Ancona a Napoli. Milano Duniolard. 1892; Della Bocca 
Enrico. Ricordi storii-i e anncdotici. Voi- II. Bologna, Zanichelli 1898; Filiali 
(laspare. Le Marche, Ricordanze, in Jtti e Memorie della li. Deputazione 
tnachigiaiia di Storia Patria. Voi. III. Ancona, Morelli 1897; Narrazione della 
battaglia di Castelfidardo e dell'assedio d' Ancona scritta da un romano. Italia, 
1862. 

(1) Speranza Giuseppe. Relazione de' principali avvenimenti occorsi nelle 
Provincie di Ascoli e di Ferino dal 19 settembre al 15 ottobre 1860. Ri[)a- 
transoue, laffei 1860. 

(2) Emiliani Antonio. Sceno ed episodi del brigantagijio ascolano del 1860-61 
Saggio Storico. Roma, Tip. op. rom. coop. 1907. 

(3) Farisei Camillo. L' entrata dell' esercito piemontese in Ancona, dalle 
memorie di F. Pariset (1860), in Archivio march, del Risorg. Anno 1906, fa- 
se. 1-2, 



— 78 — 



gli dimostrò clie 1' appello del Leopardi alle itale donne non 
era fra i i)ropri concittadini passato invano ('). A Grottaniniare 
si soflfermò, e vi ricevette una deputazione napoletana sollecitante 
il suo intervento ('). 



§ 23 — ULTIMI CIMENTI PER L' UNIFICAZIONE ITALIANA 

Nel '61 sebbene la Corte di lionia -fosse di fresco adirata e 
dolorante i)er la sofferta iattura, il Cavour, ad affrettare il com- 
pimento dell' edificio nazionale, già s' argomentava di raggiun- 
gere cosa^ che a tutti, fuorché a quel genio sagace della di])Io- 
mazia, sarebbe parso follia sperare: la soluzione conveniente e 
e pacifica della questione romana. E i)oco mancò non riuscisse 
iiell' intento. Ma con o senza il consenso della Corte vaticana, 
il Cavour voleva fare al più presto di Roma la capitale d' Ita- 
lia, e tale con sicura baldanza la faceva in anticipazione pro- 
clamare dal Parlamento; e piìi che difetto d' animo, a lui fu 
ostacolo la morte, che nel fervor dell'oi)cra quell'anno stesso lo 
incolse. Uno degli intermediari suoi più fidi e capaci all' alta 
impresa era stato il maceratese Diomede Pantaleoni ('). 

Nell'anno successivo, Garibaldi, con i prei)arativi soffocati di 
Sarnico, tentava riaprir le ostilità con l'Austria per la liberazione 
del Veneto: era d' essi principale organizzatore il nostro Giambat- 
tista Cattabeni. Né 1' ei)opea garibaldina s' arrestò; ma proseguì 
da Aspromonte al Trentino, da Mentana a Digione, ed in tutti 
questi fatti d' armi vediamo una schiera più o meno grande di 
Marchigiani, giovani e reduci, graduati e militi oscuri e mo- 
desti, seguire il biondo duce. Ad Aspromonte, dove fra gli altri 



(1) Ghetti Bernardino. Il plebiscito del IS^iO in Recanati e M. Alinda Bo- 
nacci Brunamonti, in Archivio March, del Bisorg. Anno 1906, fase. 8-4. 

(2) Il Nazionale di Napoli, N. 61, 11 ottobre 1860, relazione riprodotta 
snl Mare piceno di Grottanimare, Anno III. N. 10 (14 luglio 1910). 

(3) Pantaleoni Diomede. L' ultimo tentativo del Cavour per la liberazione 
di Roma nel '61. Firenze, Cellini; Faldella Giovanni. Carteggio inedito fra 
M. W Azeglio e D. Pantaleoni. Roux Torino 1888. 



— 79 - 

nostri era il Burattini, Garibaldi ferito trova in Vincenzo Cat- 
tabeni la suora di carità, come al Varignauo trova in Candido 
Aujiusto Vecclii il compagno devoto. Nella guerra del '66 il 
settantenne Angelo Fichi ha il couiando della 2. brigata, il Vec- 
chi è capo di stato nìaggiore dell' Avezzana e vi partecipano 
fra gli altri l'Elia, il Eavagli, il Malacari, il maggior Francesco 
Politi di Iesi, il Burattini. L' eroismo de' molti volontari delle 
Marche combattenti nel Trentino al comando di Garibaldi è 
simboleggiato degnamente da tre operai maceratesi, i fratelli Cic- 
carelli: Sigismondo, già difensore di Koma, Ercole, milite del 
59-60, e Cesare, i quali uniti pugnano a Bezzecca strenuamente, 
1' ultimo lasciandovi la vita, il secondo rimanendovi grave 
mente ferito al viso ('). Altri Marchigiani in quello stesso 
tempo combattevano con onore nelle file dell' esercito regolare, 
e nell' infausta giornata di Custoza erano fra gli altri il mace- 
ratese tenente Alessandro Nisi, che vi incontrava la morte del 
prode, e il sottotenente Antonio Vermigli d' Amandola, il quale 
in una ricognizione, trovatosi di fronte a quattro Austriaci, ne 
tornava incolume dopo avere uccisi i nemici a colpi di rivotella. 
Pili nnmerosi che nelle altre campagne i Marchigiani dovea- 
no naturalmente accorrere in quella garibaldina del '67 nell' A- 
gro romano, dandovisi convegno molti vecchi camjtioni delle bat- 
taglie patrie^ da Giambattista Oattabeni a Sigismondo Ciccarelli, 
da Pasquale Papiri di Montefalcone, un reduce della difesa di 
Rouia, a Giambattista Bosdari di Ancona^ da Orazio Pennesi di 
Sarnano a Francesco Pascucci di Recanati, ad Aureliano Bol- 
drini, a Francesco Aiuti di Pesaro, ad Achille Grassi di Iesi, 
il quale ultimo a Mentana ebbe da una palla trapassato il cuo 
re (2). Una intera colonna, quasi tutta di lesini e Anconetani, 
era comandata dal colonnello Elia (') E mentre Marchigiani tro- 



(1) Spadoni G. Una famiglia d' operai patrioti, iu Esponiz. march. 190o, 
n. 8; Spadoni D. Garibaldi e garibaldini nelle Marche, a. e. 

(2) Spadoni D. Garibaldi e garibaldini etc. a. e. 

(3) Elia col. Augusto. Ricordi d' un garibaldino. Roma, Tip. Genio civile 
1904, Voi. 2. 



— 80 — 

vavaiisi fra i difeiisoii di casa Alani, e Jiionterubbianese era 
quel Giuseppe Monti, che col Tognetti il 22 ottobre fece saltare 
la caserma Serristori ('), quattro Marchigiani furono altresì fra i 
70 eroici compagni dei Cairoli a Villa Glori: il i)etritolese Ta- 
manti, Lelli d' Ancona, Pasquali e Gentili di Loreto, come an- 
cora Marchigiani e fra loro il prode veterano Maggiore Serafini, 
furono nelle truppe regolari che quattro anni dopo nel 1870, 
apersero la breccia di Porta Pia ('). 

Finalmente a Bigione, con cui Garibaldi rijìagò la Francia 
di Mentana, si coprì di gloria il ])esarese capitano Francesco 
Aiuti, con altri minori. 

§ 24 — IL DOVERE PRESENTE 

Giunto così al termine di questa succinta e certo incomideta 
rassegna della j)arte nobilissima avuta dalle Marche nel risorgi- 
mento nazionale, mi sia permesso conchiudere ricordando il mònito 
di un grande Italiano, che per relazioni amichevoli con parecchi 
Marchigiani e per vincoli di sangue con una delle più degne fa- 
miglie patrizie è caramente legato alla mia Macerata e alle Mar- 
che: intendo di Massimo d'Azeglio. L'Italia è fatta, egli disse; ma 
son da fare ancora gl'Italiani. Far l'Italia nazione una e libera, 
fu compito arduo, irto di lotte e di sacrifizi, delle generazioni pas- 
sate, i cui uomini van divenendo, ahimè, sempre più radi in mezzo a 
noi ! Ben è vero che, oltre gli attuali confini della patria, ai 
di là del glauco mare adriatico, sono ancora dei nostri fratelli 
irredenti, cui 1' Austriaco contende fin la gloria della lingua 
materna, della lingua di Dante. Ma non dimentichiamo che al- 
tri fratelli irredenti son pure al limitar delle nostre città, e fin 
dentro le nostre mura, lungo i sudati solchi, e nei fetidi abituri 
— e son tanta parte degli abitanti ! liedimere quegli uomini, 



(1) Del Cerro Emilio. Cospirazioni lomaue a. e. pagg. 252 e segg. 

(2) Spadoni D. Garibaldi e garibaldini nelle Marche a. e; Emiliani Antonio. 
Sulla via di Roma. Bozzetti. Fermo, Baeber 1889; Mannoochi L. Costantino 
Tamanti, in Archivio March, del lìisorg. Anno 1906, fase. 2-3. 



— 81 — 

cui la società fu matiignii: redimerli dall' ignoranza, dall' abi- 
zione, dalla miseria; far di i)lel)i^ ancora abbrutite e incoscienti, 
un i)0|)olo educato e prosjìeroso di cittadini; cancellare dalla 
fronte d' Italia madre la vergogna dell' analfabetismo; tìaccare 
le ultime resistenze dell' esclusivismo confessionale, conquistan- 
done alla libertà laica gli ultimi contesi i)r<)i)ngnacoli; cancellare 
dalla società le ingiustizie stridenti e sanguinanti; far juii 
profonda l'umana solidarietà; ftvr di tutti veramente gli Italiani 
una famiglia davvero civile e operosa di fratelli: è questa, o 
giovani, la missione nostra. Sappiamo adempiere anche noi, con 
pertinacia e con fede, il compito sacro della nostra generazione, 
come sei)pero e vollero le generazioni che ci han preceduto. E 
se nella lotta si affievolisse la lena, ci rianimi la vista della 
veneranda canizie garibaldina, ch'io qui saluto insieme a tutti 
i nobili avanzi dei patrii cimenti. 

Sappiamo apprezzare ed amare 1' opera de' padri. Ma que- 
sta Italia, affrancata ed unita dai loro sacrifizi e dal loro braccio 
gagliardo, e noi fac(;iani()la veramente grande e gloriosa, affret- 
tando il giorno augurato in (!ui tutti i suoi cittadini, potranno 
recar corone alla Concordia nel teujpio de la Libertà e de la 
sociale Giustizia. 

Domenico Spadoni 




Aggiunta, in nota alla riga 27 pag. 75: 

Merita speciale ricordo il maggiore Norberto Mozzoni di Moiitefiore del- 
l' Aso, che a Spoleto fu a capo del manipolo di prodi che espugnò quella 
Rocca. 

6. -^ Atti e Heaiorie della R. Dep. di Storia Patria p«r le Marche. 1910. 



UN FOKMULAlilETTO 
DELLA CANCELLEEIA URBINATE 

(SEC. XV") 



Qualche anno fa, esi)]orando alcuni codici niisccllauei del- 
l' Aicliivio Vaticano, che contenevano del materiale storico 
ri<>uardantc le Marche e che mi erano stati indicati dal Prof. 
Amedeo Crivellucci, Presidente della li. Deputazione marchi- 
giana di storia patria, fermai la mia attenzione sopra uno di 
essi, al quale era allegato un piccolo libro in pergamena, che 
mi sembrò degno di esser conosciuto. Prima di parlare di questo 
libriccino, descriverò il- codice nel quale è compreso. 

Segnatura: Archivio della 8. Sede, armadio 60, 1. 

Sul piatto anteriore della rilegatura, antica collocazione, a 
penna: " n. 298 - D. p. ni. „; nuova collocazione, a lapis : 
" Armadio LX, n. 7, Urbino ,,. Sul dorso, in carattere più recente 
della composizione del codice, a i)emia: " Materie d' Urbino, 60 ,, 
'' Gubbio „ " 343 „ " I ,. " 27 „ f" Urbino e " / ^, sono 
stati ricalcati da poco tempo; " 27 ,, è scritto in senso inverso). 
Sul piatto })osteriore, in carattere coevo alla composizione del 
codice: " B. ,,. 

È un codice miscellaneo, ben conservato, contenente varie 
scritture dei secoli XV, XVI, XVII, tutto manoscritto, tranne 
un ojmscolo a stampa di quattro carte, allegato (e. 405 e sgg.), e 
completamente cartaceo, a eccezione di un librettino in perga- 
mena, diviso in due fascicoli, che è stato annesso al principio 
del codice, subito dopo l'indice. La legatura, in cartone flessibile 
ricoperto da pergamena, fu ultimamente restaurata. Le carte 
numerate sono quattrocentosessantanove; cinque carte bianche 
non numerate si trovano nel codice: una dopo la e. 13, anch'essa 
bianca, e quattro dopo la e. 17. Alla e. 405a corrisponde la 



- 84 — 

prinia pagina dell' opuscolo a stampa, già ricordato, di quattro 
carte, delle quali è numerata soltanto questa i)nma; carte 
bianche numerate: 94, 95, 117, 198, 208, 247, 282, 385, 345, 
346, 347, 357, 358, 360, 367, 368, 369, 370, 398, 422, 423, 
457. Le carte sono di varia grandezza; la misura massima è 
mm. 295X220. 

Precede l'indice, che fu aggiunto, a quanto mi sembra dalla 
scrittura, dal cardinale Garampi e fu scritto sopra a quattro 
mezzi fogli tolti da lettere, mandate, in vari tempi, a persone 
diverse; infatti sul verso delle due prime carte si trovano due 
indirizzi: sulla prima quello del cardinale Garampi, sull' altra 
quello del cardinale Valenti-Gonzaga, Segretario di Stato; la 
quarta carta ha sul recto una lettera diretta a ignoto da Antonio 
Bernardini, nel 1753, da Eimini. La terza carta dell'indice non 
riguarda questo codice, ma il tomo X dell' Armadio 60. Nel 
rilegare il codice avvenne un errore nell' impaginazione dell'in- 
dice, per cui, delle tre carte di esso che si riferiscono al con- 
tenuto di questo I tomo, 1' ultima divenne la seconda e questa 
la terza. Né l' indice è completo, i)erché si arresta alla e. 405. 

Segue il libriccino in pergamena, diviso in due fascicoli 
quinterni ('), nel secondo di essi sono state tagliate la ottava 
e la decima carta; la prima carta è preceduta da un foglio di 
guardia cartaceo che porta impressa a stampa l'arme dei Della 
Kovere. I pezzi di pergamena che compongono il libretto non sono 
tagliati regolarmente e però non sono di uguali dimensioni (misura 
massima ram, 120X^7); alcune carte sono macchiate dall' umidità, 
ma, pur tuttavia, sono tutte leggibili; mancano dei richiami; la 
scrittura, tutta di una mano, che scrisse peraltro a i)iù riprese, 
è la minuscola cancelleresca del secolo XV (fine); vario è il 
numero dei righi per ogni pagina. È, come vedremo, un formu- 
larietto della cancelleria dei Duchi d'Urbino. La carta la non 
fa parte del formularietto; precede la frase: " Oculi mei semper 



(1) Quando, per la prima volta, esaminai il codice, il libretto era ancora 
tutto unito, ma, subito dopo, riparandosi la legatura dell' intero tomo, fu 
separato in due fascicoli, che furono posti 1' uno superiormente all' altro. 



— 85 — 

'' ad dominiiin quum iv>8e evellet a laqneo i)edes ineos ,,; segue, 
nella stessa carta, il principio di una dissertazione giuridica, 
che è interrotta alla fine della e. la: ine. " Glorioso nomine ,,; 
expl. " domine glorioso ,,. A e. 1 6 incomincia il formularietto, 
del quale darò, in seguito, l'intera trascrizione; termina a e. 12a. 
Segue la e. 13^ bianca, e un'altra carta bianca non numerata. 

Segue, a e. 14a^ in un fascicoletto quinterno (*), la copia 
di un passo di un'opera a stampa: " Ex Doglione, in Theatro 
" Principum, voi. 2°, par. 7, fol. 356, 357, 358 (sic) 359 „; 
Inc. (ibidem) " Urbino è città ,,; expl. a e. Ila: '' nella città 
di Ferrara „. Seguono quattro carte bianche non numerate. 

A e. 18a: " Epithaphium incisuui in ecclesia Sancti Bernar- 
" dini „. Inc. (ibidem) " Federico Montefeltrio Urbini duci li „ 
expl. (ibidem) " et egregia virtute coniunctissime „. 

Da e. 19(1 a e. 46a, compresa, seguono lettere, decreti, 
atti di Guidantonio di Montefeltro, insieme a memoriali a lui 
presentati dal 1418 al 1439. 

A e. 47ft: " Vita Federici Urbini ducis ex Hhieronimo 
" Mutio Justinoi)olitano ,,; ine, e. 48a, " Vita de Federico 
" duca d' Urbino II. Federico, figlio del detto Guidantonio „ 
(di qui incomincia, col numero 93, la numerazione piìi antica, 
originale, del ms., che procede per pagine sino a p. 136 - nella 
numerazione posteriore e. 686 - ). Expl., e. 68» (è una notizia 
del 1479): " Il conte Belardino, figlio del conte Carlo, con Ro- 
" berto Sforza vinse in un fatto d' arme il Duca de Calabria 
" e Federico d'Urbino alla Maggione de Benini (sic). Extat de 
" Min. (?) e e. 24. „. Sono degli estratti dall'opera di Girolamo 
Muzio: " Storia dei fatti di Federico di Montefeltro, duca di 
Urbino „ pubblicata, nel 1604, dal Ciotti a Venezia. In questi 
estratti è segnata sempre la pagina, o le pagine, donde è stata 
copiata ciascuna notizia. 

Da e. 69a a e. 107&; lettere di Federico III di Montefeltro, 



(1) Dei fascicoli seguenti non si può verificare la composizione, né essi 
possono esser contati, perché sono incollati 1' uno con 1' altro. 



— se- 
duca d' Urbino, e memoriali con rescritto di lui e della moglie, 
Battista Sforza, dal 1446 al 1481. 

Da e, 108a a e. 156a; lettere di Guidubaldo I d' Urbino 
e di Elisabetta Gonzaga, sua moglie, e memoriali presentati a 
questo duca, con rescritti di lui e della moglie, dal 1484 al 1507. 

A e. ]57a; " Summarium vitae Francisci Mariae 1, Urbini 
ducis IV, ex eius vita impressa a Ioanne fstcj Baptista Leonio „. 
7wc,, e. 158a.; " Nacque Francesco Maria ,,; expL, e. 181a: 
" Francesco Maria i)redetto fatto generale de' Veneziani, ut 
" dicitur e. 533 ,, - Sono -estratti «lalP opera pubblicata dal 
Leoni (*), della quale è citata, i)er ogni notizia, la carta donde fu 
copiata. Dalla carta 158a incomincia una numerazione piìi 
antica, per pagine (pp. 145-191). La scrittura di questa i)arte 
del codice è della stessa mano che copiò dal Muzio la vita di 
Federico^ secondo duca d' Urbino — v. e. 47 e sgg. — . 

Da e. 182a a e. 2846; lettere di Elisabetta Gonzaga, moglie 
di Guidubaldo I d'LTrbino; di Francesco Maria I d'Urbino, della 
moglie di questo, Eleonora Gonzaga, dei governatori generali 
del suo stato; memoriali a essi i)resentati, con i loro rescritti, 
dal 1510 al 1529. 

Da e. 285a a e. SOOb: memoriali presentati al conte Koberto 
Boschetti, viceduca d' Urbino per il duca Lorenzo de' Medici, 
quasi tutti con rescritto, dal 1518 al 1520. 

Da e. 30 la a e. 328a.; memoriali con rescritto i)resentati 
a Monsignore Filonardi, vescovo di Veroli, governatore di Gubbio 
per la S. Sede, dal 12 settembre 1520 al 19 febbraio 1521. 

Da e. 329a a e. 4046: memoriali con rescritto presentati 
a Guidubaldo II, duca d' Urbino, all' ava di lui, Elisabetta Gon- 
zaga, e alla madre Eleonora Gonzaga dal 1546 al 1573. 

Segue, a e. 405a, un opuscolo a stampa di otto pagine, 
numerato soltanto sul frontispizio ((;. 405a): " Oratione nel 
" funerale della Serenissima Signora Vittoria Farnese Feltria 
" Della Rovere, madama d'Urbino, di grata memoria, fatta dal- 



(l) Leoni G. B., Vita di Francesco di Montefeltro della Rovere III Duca 
d' Urbino (Venetia, MDCV). 



— 87 — 

" l'illustre e molto reverendo signor Federico Falcacci in Gubbio. 

" In Perugia, per Vincenzo Coloinbara, 1602 „. 

A e. 406a.: domanda al Principe di contrarre un censo di un 

tale Antonio di Sanfice (sic) da Gubbio, datata del 19 giugno 

1574, alla quale segue il permesso vistato da Giovanni iSforza 

Uè Angelis, cardinale vescovo di Pesaro. Inc. (ibidem) " Antonio 

di Santìce „; expl (ihidem) " alla Serenissima Signoria Vostra 

mi raccomando ,, . 

A c.407a.; appunti sulla vita di Francesco Maria II 

d'Urbino; ine: (ibidem) " 11 detto Francesco Maria „; expl. (ibidem): 

'• nel giorno di San Giacomo e Mariano (?). 

Da e. 408a sino alla e. 418a; liste dei salariati (di Gubbio ?) 

e di quello che percepivano nella seconda metà del secolo XVI 

e nel principio del secolo XVII. 

Seguono tre carte (419-421) con qualche principio di appunti 
personali d' ignoto, scritti sul verso di alcuni indirizzi di lettere 
ricevute dalla cancelleria del Ducato d' Urbino. Seguono poi due 
carte bianche (422-823). 

A e. 424a; " Eelatione delle allegrezze fatte in Gubbio 
" nella solenità (sic) del Natale del Serenissimo Federigo 
*' Ubaldo, prencipe de Urbino, raccolte da messer Annello 
" Charuci, canonico de Gubbio, ad istantia de Monsignore 
" Reverendissimo Accoromboni (sic), Vescovo de Fossombrone 
(cod: Fossobrone) „ - Federico Ubaldo, tiglio di Francesco Ma- 
ria II d^Urbino, nacque il 16 maggio 1605. - Manca la fine; ine: 
(ibidem): " L' antichissima nostra patria de Gubbio „; expl. 
e. 4346: " et segnio di alegreze ,,. 

A e. 435a: lettera di Tommaso Morton al maggiordomo 
del Duca d' Urbino, Girolamo Antalmai; ine. (ibidem): " Se 
prima non ho fatto risposta „; expl. (ibidem) " le conceda ogni 
" felicità. Di Genova, li 31 di marzo 1606. _,, 

A e. 436a: Donativo delle Comunità per la nascita del 
" Principe [Federico Ubaldo] ,, È un elenco delle varie somme 
donate dai comuni del ducato d' Urbino; ine: '^ Urbino denari 

" 4000 „; expl. e. 4366; " Castelnuovo „; la cifra della somma 

versata da quest' ultimo comune è scomparsa, perché il foglio 



- S8 — 

fu incollato con quello seguente sul margine, cioè proprio dove 
era scritta tale cifra. 

A e. 436«: annunzio ufficiale della nascita di Federico 
Ubaldo; ine. (ibidem) " Essendo piaciuto a Dio „; expl. (ibidem) 
-" sigillata col ducal sigillo. Dato in Pesaro^ li 16 maggio 1605 „. 

A e. 438«. seguono varie notizie sulla vita di Federico 
Ubaldo; ine: " Federico figlio unico „; expl. (ibidem): " della 
famiglia di Montefeltro, e. 24 ,,. Da quest' ultima indicazione 
(" e. 24 „) si rileva clie le notizie dovettero essere tratte da qualche 
opera a stampa, o manoscritta, sulla vita di Federico Ubaldo (*). 

A e. 439a segue una lettera di Porzia Gabrielli, inviata 
da Gubbio al Duca Guidubaldo II per rallegrarsi del fidanzamen- 
to del princii)e ereditario, Francesco Maria, con Lucrezia d'Este; 
ine: {ibidem) " Quanta sia stata l'allegrezza „; expl. (ibidem): 
" me li raccomando. Di Gubbio, a dì 4 di genaro (sic) 1570 „. 

Segue, a e. 440a, una lettera di omaggio degli ebrei di Ur- 
bino al Duca Francesco Maria II per annunziargli un loro dona- 
tivo; ine. (ibidem): " Lo spirito è pronto „; expl. a e. 441 b.: 
" cannella libre otto. A dì 21 novembre 1605 ,,. Segue po- 
stilla d' altra mano: " Nota del presente fatto dalla Università 
" delli Ebrei de Urbino „ . 

A e. 442a segue una " Il^ota del presente magnati vo che 
" fa la Città d' Urbino al Serenissimo Signor Duca per 1' oc- 
" casione del Battesimo del Serenissimo Principe {^) che si dovrà 
" cellebrare in detta Città, e prima: Vitelle, n. 25 - ,, ; exjyl. 
(ibidem): " orzo stara venticinque - n. 25 - ,, . 

A e, 4436; " A dì 19 novembre 1605: '' Nota del presente 
" fatto dalla Comunità de Urbino a S. A. Serenissima „ . La 
nota è riportata in un piccolo foglio, annesso frale ce. 442 e 443. 

Dalla e. 444a a 456» seguono ordini per la cerimonia del 



(1) Può supporsi che sieiio state trascritte dalle " Memorie „ che lasciò 
il padre di lui, Francesco Maria II, memorie citate "tante volte dall'Ugolini 
(Ugolini F., Storia dei conti e duchi di Urbino (Firenze, 1853), voi. II, 
p. 393 segg.) dal manoscritto esistente nella Magliabechiana di Firenze. 

(2) Il battesimo pubblico del principe Federico Ubaldo fu fatto nel no- 
vembre del 1605; cfr. Ugolini F., Storia, cit., voi. Il, p. 423. 



— 89 — 

(letto battesimo e una nota (a ce. 446a-4:47«) delle persone 
che hanno accompagnato il Marchese di Pescara, c;he è interve- 
nuto al battesimo ('). 

A e. 458a; •' Copia della scrittura venuta dalle mani delli 
Keverendi Padri di ban Bernardino fuori d'Urbino ,, . Inc. 
(ibidem): " Il molto Reverendo padre lettore ,,; expl. (ibidem): 
" et altro non si vide „. Segue postilla della stessa mano: " he 
'' (sic) questi padri di San Berardino sono zocolanti ,, . 

Da e. 459a a e. 468^ seguono epigrammi e poesie per la 
morte del principe Federico Ubaldo e a e. 469a; " Prodigio 
" nel tempo della morte del Princii)e d' Urbino, cioè a dì 29 
giugno 1023 ^, . Vi è soltanto questo titolo; la narrazione del 
l)rodigio trovasi nella carta 469, ma non è possibile leggerla, 
perché questa carta fu incollata internamente sul i)iatt() poste- 
riore della legatura del codice. 



Faccio seguire la trascrizione del formularietto (e. 16o-12cf), 
tralasciando la e. la, che non fa ])arte de! formulario, perché, - 
come ho già detto, oltre a una frase d' ossequio, già riferita 
nella descrizione, e che, evidentemente, è indirizzata dal can- 
cellarius stesso che scrisse il libriccino a un duca di Urbino, 
sia esso il secondo duca. Federico III, sia Guidubaldo I figlio di 
quello non contiene che il princii)io di una dissertazione giuri- 
dica, la quale è interrotta alla fine della stessa carta ìa. 

[C. I. b.J C) Federi cus Monti sferetri etcetera. 

Confisi de legalitate virtutc fide iustitia ac industria D. de Eu[gnbio] 
hainni latoris vera comprobante experientia in nostrum doniesticnm familia- 
rem dnximus et acceptavimus. Supplicantea dominis et patribns nostris *" 
fratres et aniicos rogamus subditis vero et offlcialibus nostris stricte ininn- 
gimus et mandamus quatenns dum enndem D. quem ad diversas mundi 
partes prò nostris agendis sepe transmictere consuevimus per eorum civi- 



(1) In rappresentanza del Re di Spagna, padrino del neonato; cf. Ugo- 
lini, op. eit., voi. II, p. 423, 

(2) Manca il titolo: evidentemente è un modello di Utera passus. 



— 90 — 

tates terras locha passns pontea tiansire contigerit eundo stando vel re 
deundo semel et plnries benigne recipiant nostri amoris intuiti! reeomniissuni 
faciendo eum cuoi tribus equis duobusqne famnlis cuni snisqne armis rebus 
valisiis et arnensibns a solutione cniuslibet datii pedagil fundi navis vel 
gabelle exemptum liberuni et immuncm ad nostrani complacentiam singula- 
rem qnin imo si ei opus fuerit et ipse duxerit exposcendum provideant [e. Il a] de 
scorta guidis salvoconductu et de quolibet alio suffragio opportuno offeren- 
tes nos eisdem ad rependia similium et maiorum in quorum fidem ed testi- 
monium has fieri iussimus et nostri consueti sigilli impressione muniri. Da- 
tum etcetera. Dummodo contra statum sancte matris ecclesie et sanoti do- 
mini nostri pape et nostrum aliquid non tractet intimet innovet vel commit- 
tat de ipsiusque grata receptione sumnium nobis fiet beneplacituni offerentes 
nos ad queque dictum D. benetractantium grata et beneplacita. 

Forma salviconductun 

Federicus etcetera. Tibi D. etcetera. Veniendi undecumque standi atqne rece- 
dendi in civitatem nostram cum nno socio prò libito voluntatis licentiara 
securitatem ac liberum salvumconductum sine aliqua noxia vel novitate a 
nostris subditis otficialibus ac gentibus equestribus vel pedestribus in ere et 
j)ersona [e. Il b] in accessu et reditu vel mora quomodolibet inferenda valiturum 
duobus mensibus a die datarum presentium computandos concedimus damus 
et inviolabiliter impertimur. In quorum fidem et testimonium presentes fieri 
iussimns et registrari et nostri consueti sigilli niunimine roborari. Datum 
etcetera. 

Brevis salvuscondactua. 

Federicus etcetera. Tibi T. haruni latori undecumque ad hanc civitatem 
et omnia nostra locha veniendi standi atque recedendi semel tantum equester 
vel pedester prò libito voluntatis cum omnibus suis rebus et bonis omniqae 
impedimento remoto in accessu mora vel redditu liberam licentiam et tutuni 
salvumconductum duraturum hodie tantum damus et inviolabiliter concedi- 
nius per presentes. In quorum testimonium presentes fieri iussimus etcetera. 

Luterà passus 

Federicus etcetera. Illustres ac niagnificos dominos patres fratres et ami- 
C08 affectuose rogamus [e. Ili a] offlcialibus vero et subditis nostris stricte pro- 
oipimus et mandamus quatenus dilectum nostrum D. de tali locho quem prò 
nostris agendis mittimus versus Lombardiam cum quatuor equis tribusque 
famulis et cum suis armis valisiis rel)us et bonis per quascumque civitates 
terras castra passus pontes et locha tam per terram quam per aquam sine 
alicuius datii solutione pedagii fundi navis vel gabelle libere tute eundo 



— 91 ^ 

stando vel ledtiunilo trausirc pcniiittant et eidcni provideaut do scortis gui- 
dis et salvocondiictn si opus fiierit et ipso duxerit requireiidiiiii ad nostrani 
coniplacentiaiu singnlareni. Ofìeientes nos ad quecumque siniilia et uiaiora vo- 
bis grata. In cuius rei testinioniuiii bas tieri iussinius et nostri consueti si- 
gilli impressione muniri. 

Luterà benserviti (sic). 

Universis et singulis ad quos presontes advencrint. Nos F[edericus] Mon- 
tisferetri etcetera. De fide yirtute legalitate et iustitia. S. V. de T. dilecti 
nostri faniiliaris vel potestatia et de eius bono et liberali servitio landeni 
fidemettestimoninni perhibentes[c. Ili bjonndem cuni dnobus faniulisetnnoeqiio 
ciim suisqne valisiis rebns et bonis ad propria renieantem vobis etiani faci- 
mus reconiniissuni. Ex eo qnod nobis in sno officio vel faniiliariatn tìdeliter 
virtnose legaliter et inste servivit et taliter se gessit ut prò merito nostre 
benevolentie merito adscripserimus et carissinium habenius. Reservantes 
eidem nostrorum officiorum et familiaritatnm locum apud nos et in nostris 
locis honorabileni et condignum. In cuins rei testimoninm etcetera. 

Littera passua 

Federicns etcetera. Cnni transniittamus ad nonnulla locha prò nostris 
occnrrentibus peragcnidis circunispectnm virum etcetera presentium obsten- 
sorniii dilectum ed domesticum familiarem nostrum. Idcirco etcetera. 

Boniserviti (sic). 

Federicns etcetera. Quoniam omnium virtutum lans in actione coustitit 
et ipsius nberimnm alimentnm est honor. Cnni ita sit quod strenuns vir et- 
cetera ad nostra servitia eerto extiterit tempore et nobis bene fideliter so- 
liciter et virtuose se gesserit et serviverit [e. IV a] nnmquam parcens laboribns et 
incomodis sed continue promptus et obediens ad omnia nostra exequendo 
mandata a nobisque cura bona gratia et amore secedens idcirco omnibus 
singulis ad quos presentes advenerint attestamur de sua probitate fide et 
bono opere tamqnam de benemerito dignum testimoniuni sui boni et legalis 
servitii perhiberaus illustres dominos principes patres fratres benivoles (sic) 
et aniicos atìectuose rogamus officialibus vero gentibns ac subditis nostris 
stricte ininngimus et mandamus quatenus ciini per eorum civitates terras 
castra et locha passus et pontes predictum D. cum * * famulis equestribus cum 
suisqne arncnsibus rebus pannis et bonis transire contigerit transire et mo- 
rari permittant sine ulla solutione datii pedagii fundi navis vel gabelle pro- 
videntes etiam ipsi de scorta et securo transiti! si opus fnerit et ipse duxerit 
requirendum et quidquid eidem impensura fuerit illud riobis continuo ad- 



— 92 — 

scribemns et tamquani benegrati prompti eriimis ad rependia similium et 
iiiaioruni parati. In quorum fideui et testimouium presente» fieri iussimua 
etcetera. 

[C. IV b] Littera recommendatoria iuhellarii. 

Federicus Moutisferetri etcetera regius capitaueus geueralis etcetera. 
Roganius onines douiinos civitatum terrarunuine rectores offlciales et alios 
Serenissimi Regia Aragone devotos amicosque uostros necnon gentes armige- 
ras equites et peditea ad quoa presentea advenerint vel ubilibet coustitutoa 
quateuua T. harum exibitorem ad civitatem Arimini persoualiter acceden- 
tem cum noatria literia eundo atando et redeundo per omnia locha tranaire 
stare et redire tute et expedite omni impedimento remoto nostri contempla- 
tione dimittant. Datum etcetera. 

Quando au/ugei'it aliquis famulus alicuius 

Federicus etcetera capitaneus etcetera. Cum nobili et strenuo viro A. de 
Senia amantiaaimo socio noatro presentium ostensori beri hic antequam ca- 
atrametati fuissemus aufugerit quidam familiari» nomine Rosettus de ** cum 
uno ronzino morello cum suiaque armia et noaciatur quo suos direxerit greasus. 
Idcircho [e. V a] illustres et maguificos dominos patres fratres et amicoa af- 
fectuose rogamus subditis vero offitialibus et gentibus nostris atricte preci- 
pimus et mandamua quateuua prefatum Antonellum dictum Rosciettura fa- 
miliarem suum inveatigantem benigne recipiant eidemque faveant et intuitu 
nostrum favorabiliter habeant recommisaum ad nostrani complacentiam sin- 
gularem et quicquid eidem circa hoc actum fuerit nobis proprio adscribe- 
mus. Oiferoutes nos ad rependia et similium et maiorum paratos. In cuius 
rei testimouium has fieri iussimus et quia nostro malori aigillo ad preaentes 
ob iustam causam indigemus in premiaaorum tìdem noatri consueti sigilli 
parvi iusaimus etcetera. Datum etcetera. 

Littera credfentiej 

Magnifico domine mi. Ecce venit ad preaentiam vestram amantissimus 
sotius meus S. de Spo[leto?J lator presentium cui dignemini in bis que vobia ex 
[C. V b] mei parte explicabit ut mihi proprio fidem crcdulam impertiri. Ad 
mandatum dominatiouis veatrae paratila. Datum etcetera. 

Boniaervitii 

Federicus Montiaferetri etcetera. Ut dignum reddamua tostimonium veri- 
tati universis et singulis presentea nostras literas inspecturia facimus mani- 
festum quod nobilis vir T. olim noster familiaris armiger quam diu nobis 



— 93 — 

servivit in discipline exercitio niilitaris adeo strenne et fideliter se gessit nt 
ubiqne veniat merito coniniendandus et de eo reddainur ex onuii parte bene 
contenti. In quorum omnium testinionium etcetera. 

Crefdentìe] 

Spectabili etcetera. Dilecto nostro S. harum exibitori nonnulla cominissi- 
mus ore tenus exprimcnda prò parte nostra d[ominationi] s[ue] cui super bis 
que ex parte nostra vobis referret taniquam nobis proprio placeat fidem 
credulam impertiri. Datum etcetera. 

[C. Vii a] Passus 

Federicus Montisferetri etcetera. Cum Ma. Io[hannes] de T. dilectus fami- 
liaris iioster presentium exhibitor ad partes Romandiole videlicet ad talein ci- 
vitatem de presenti se persoualiter conferai prò nostris peragendis. Ideo ro- 
ganuis omnes ad quos presentes advenerint etcetera. Require supra etcetera. 

Salvusconduetu8 

Federicus etcetera A. p. de Ro. presentium obstensori eundi ab Urbino 
Ariminum cum quatuor equitibus indeque Anconani redeundi semel tautum 
cum omnibus eorum rebus et bonis omni impedimento remoto libei'am licen- 
tiani ac tutum salvumconductum diebus octo proximis duraturum valiturum 
damus atque impertimur plenarie per presentes. Datum etcetera. 

Guidautonius etcetera Te. Io. Pe. de Bo. presentium latorem ab Imola 
cum tribus equitibus cum suisque rebus et bonis Anconitauam Marchiani 
accedentem semel tautum [e. VI b] omnique impedimento remoto per dies tres 
proxime futuros assecuramus et presenti» tenore quibuscumque non obstantibus 
infallauter afìfìdamus. In quorum fidem presentes fieri iussimus etcetera. 

CredfentieJ et visitatfioniaj 

Reverende pater etcetera. Venit ad partes Rodi amantissimus civis noster 
vir nobilis T. lanue cives capitaneus sive potestas noster vos (*) visitaturus parte 
nostra nostreque intentionis plenarie inforniatus. Cnius relatibus amore nostri 
l)laceat vobis ut nobis proprio fidem plenariam adliibere. Datum etcetera. 

Litera recommendatoria 

Si contingat afflnem mihi T. presentium latorem ad v[estrani] d[omina- 
tionem] suis aliquibns de causis habore recursnm eaudem precor istantia 



(1) Nel cod. segue sit cancellato. 



— 94 - 

longiori quatenus euni contemplatione mei suscipere placeat recomniiasnm et 
loco ac tempore proseqiii singnlis favoribus oppor [e. 7 a] tiuiÌ8 et in eiim demum 
facere qnemadmoduiii factiiram ipsam certa teneo coufideiitia indubitata et 
ex hoc me tibi constitnere obligatum et ut iu re hac ipso l>ene noscat 
quantum iste mee valeant precea. Datum etcctera. 

Pa88U8 

Franciscus Foscari universis et siugulis tam amicis quam fidelibus presentes 
litteras inspecturis saluteni et sincere dilectionis ailectum cnm T. no- 
bis sincero dilectionis sit ad Tuscie partes Romandiole Marcbie et alio per- 
sonaliter profecturus. Aniicos rogamus fidelibus precipiendo mandamns qua- 
tenus dictum T. cum equis famulis pannis armis valìsiis bulziis et aliis 
quibuscumque rebus per civitates terras loca et castra portus pontes passus 
et loca vostra seu vobis commissa trausitum faoientem eundo stando et redeundo 
tractare et expedire atque tractari et expediri faciat et facere placeat et velitis 
tute libere [e. 7 b] secure favorabiliter et benigne absqne solutioue aliqua 
datii pedagii gabelle sive fundi navis omnibusquo impedimento arestationt! 
et molestia penitus cessantibus et remotis. Et valeant presentes nostre men- 
sibus tribus proximis tantum. Datum etcetera. 

Luterà boni servitù prò magistro scolarum 

Federicus etcetera. Spectabili et erudito viro T. de ** amico pluri- 
mum honoraiido salutem. Consuevere maiores nostri illos viros quos fide 
probitate ac doctrina preditos intellexere si quando ipsos (i) facultas be- 
nemerenti non daretur bis litteris tamquam testimonio rei gesto et admini- 
strate decorare ut eofum virtus re comprobata fama etiam clarescat iu dies. 
Nos igitur qui peritiara ac facultatein tuam haud vulgarem esse novimus 
profecto omni laude omuique comnieudatione dignum te existimavimns. Ita 
enim cum iudicio ac scientia in erudiendis edocendisque pueris te habuisti et 
quidquid in te studii laboris aut vigilantie fuerit contemptis ceteris actionibus 
[C. 8 a] meo unico offitio benegerendo contuleris tantum denique de te tuisque 
virtutibus nobis ipsis persuasimus ut piane putemus neminem iu buiusmodi 
ludis ac gignasiis (sic) versari qui aliqua ex parte tibi preferendns videatur. 
Preter ea est tua innata humanitas gratia ac benignitas ut homini politico 
sopra nihil esse possit. Habes igitur prò tanto tuo officio ac beuefitio in nos 
nostramque universam rempublicam, cominunitatem liane ceterosque optima- 
tes ac vnlgus omne tibi obnoxium et in tuis comodis ac negotiis facilem ac 
parata m. Vale, 



(1) ipsos nel cod. è corretto su ipoper. 



— 95 — 

Littera passile et recommendatoria. 

Federiciis. Cuui inittere iutendaiiiiis in territoiia et loca excelsi curnunis 
Floreutie nunnuUani anìnialiani et bestiaruin quantitatein cupieutesqiie hniii- 
Hiiiodi auimalium et bestiarum coudiictoribus iter tutiim et expeditissimum 
fore universos domiiios patres fratres beiiivolos et ainicos nostros ad quos 
presentes advenerint reqnirimns et affectuose rogamus subditis vero iiostris 
et geiitibiis armigeris eqnestribus vel pedestribus stricte precipiendo manda- 
mu8 cuni subditi nostri seu ii)sorum alter cuiii qiiibuscumque bestiaminibus 
et animalibus cuiuscumque maneriei spetiei qiialitatis et quantitatia existant 
ac [e. 8 b] rebus inaasaritiis et suppellectilibus spectautibus usui dictoruin ani- 
inaliuni per civitates et loca vestra decliuaverint siniul et tam semel couiunctim 
quam divisim per terrai» et aquam die noctuque (^) sine «olutione datti pedagii 
fundi navis vel gabelle seu cuiuscumque alterius oneris exactione ire transire 
pernoctare recedere et se couferre cum dictis animalibus et massaritiis ad dieta 
territoria et loca prefati excelsi communis Florentie et ibidem in pascuis 
morandi et pasculaudi tute libere et impune omni molestia et impedimento 
reali et personali prorsus remoto nostri amoris intuitu libere permittant pro- 
videant que si opus fuerit de scortis et salvisconductis. Ita quod vobis ad 
condigna gratiarum rependia teneamur offerentes nos ad maiora et similia 
paratos . Datura etcetera. 

Brevis prorogatio treugue 

Federicus. Treuguam firmatam inter magnifìcum dominum Carolum de 
Fortebracciis comitem Montoni prò se et eius gentibus subditisqnc parte ex 
una et nos prò nobis subditis similiter et gentibus ex altera die secunda in- 
stantis menais lulii de nostre libere voluntatia arbitrio spónte et ex certa 
acieutia prorogamua et refirmamua cum omnibus clausulis et condictionibua 
in dieta treugua insertis usque ad diem mercurii proxime futurum in ortu 
solis, que erit XX* instantia mensis iulii promittentes dictam treuguam 
nos cum omnibus nostris gentibua et subditis dicto durante tempore obser- 
vaturoa nec non etiam promittentes dictam treuguam prò omnibus gentibus 
illustrissimi domini comitia Francisci Sfortia omni dolo et fraude remotis. 
In quorum etcetera. 

[0. 9 a] Breve mandatum 

Federicus. Tenore presentiuni elligimus dcputamus facimus et coustitui- 
mus nostrum veruni legitimum procuratorem actorem factorem et certuni 
nuntium specialem virum egregiuni Ser Guererium de Eugubio cancellarium 



(1) cod. notuque. 



— 96 — 

nostrnin specialiter et expresse ad firmandum trenguam prò iiobis nostrisque 
gcntibns et subditis nec non prò gentibus prelibati illustris d[uiniiii] oomi- 
tis Fra[ncÌ8ci] S[fortie?] et prò qnibnscumque civitatibus terris et locis nobis 
subditis parte ex una et ex ali* parte cntn magnifico domino comite Carolo 
de Fortebracciis prò se et qnibuscnmque eius gentibus armigeris tam eque- 
vstribus quam pedestribu.s et prò quibuscumque eius subditis terris et loeis 
per dictum dominum comitem Carolum tentis et possessis videlicet ad fir- 
mandum dictam treuguam ad certum tempua vel incertnm cum certis diebus 
ad disdicendura dictam treuguain prò ut inter dictas partes extiterit firma- 
tum et couvcntum. Item ad promitteudum prò observatione diete treugne 
quamlibet peuam inter eos conventaui. Nec non ad obligandum prò obser- 
vatione promissoruni et quorunicumque promittendornm omnia l)ona nostra 
I)roniittente8 nos habituros ratum gratnm oinne id et totum quod per dictum 
Ser Guererinm niintium et proenratorom nostrum fìrmatum promissnm et 
conventum extiterit sub fide nostra et ad fidem veratn sincera m et puram 
cuiuscnnKiue legai issimi domini. 

Salf^usconductus plenus 

Fidanfiam liberam ])lenamqne licentiam tutnmque vallidum et secu- 
rnni salvumconductum damus et harum serie concedimus Simoni Casparris 
de Florentia commoranti in provintia Marchie Anconitane undecumqne ve- 
niendi ad civitatem nostrani Eugubii eiusque comitatum territoriuni et di- 
strictum equester vcl pedester cum tota sua familia et cum omnibus suis 
rebus et bonis ibique et iu eis standi habitandi morandi permanendi nego- 
tiandi et trafìfìcaudi [e. 9 b] iudeque discedendi et quo voluerit accedendi et iter 
semel et pluries redeundi ac quotiens eidem Simoni videbitur et placuerit 
tute libere secure et expedite omni prorsus contraditione molestia et novi- 
tate ac impedimento cessantibus non obst<antibus quibuscumque debitis civi- 
libus i\\ìo ipse Simon habet si ve haberet cum quibuscumque spetialibus personis 
si ve nniversitate vel communitate ac etiam sotietate et etiam guerris et re- 
presaliis. Et non obstantibus quibuscumque delictis mallefìciis cnlpis et 
excessibus per eum nbicumciue et quandocumque commissis factis et perpe- 
tratis de quibus cognitum fuerit vel non. Et omnibus que eidem ciuovis mo- 
do impingi possent etiam si talia forent que mentionem exigerent spetialem. 
Quorum vigore noluinus euindein capi citari impediri tnrbari aut molestari 
vel quovis modo inquietari posse vel debere presenti durante salvoconductu 
et concessione. Mandantcs omnibus et singulis ad quos spectat vel iu futuro 
spectabit quatenus presentem salvumconductum ad beneplacitum nostrum 
cum disdieta quattuor niensium valliturnm et durafurum observent faciantque 
inviolabiter observari sub nostre indignatioiiis incursu. 



- 97 — 

Fani marita i in li itera 

Federicus. Coiitiiiuo (ligiinni (liiximns ut eoiuin <iui se iiobis fideles et 
devotos Cj per openiiu ex[»erioiitiiim exbil)ueniiit prerogativa favori» et 
gratie specialis reiiimierata devotio illa restat {sic) {-). Siiadeutibus itaque 
nobis devotionis affectibus et operuiii beneineritis spectabiliuin fainiliarlorum 
nostroniin Matei ser lacobi de Paulectis et Oetaviaui de Jierardellis anui- 
gei'oruiu de Engiibio precij)ne nobis dilectoniin ipsos Mateiiiin et Octavianuni 
ili nostros caros et dilectos faiuiliares duxiimis assnmeudos nostreque faini- 
liaritatis titillo ipsos decoraiiius aiiornin iiostroruni dilectoruin faiiiiliarium 
coiisortio aggreganins ut illis frnaiitnr houoribus favoribus gratiis et prehe- 
minentiis queniadniodiini alii nowtii cari et dilecti faiuiliares perfrni et gaudere 
noscuutur [e. IO a] et duiu opus extitit nostroruin favorum patrociuia sortiautur 
et eis seu alteri eoruiu de scortis et guidis proAMdeatur temporibus opportunis 
ainicos igitiir dominos patres et fratres roganius actente officialibus vero 
uostris et subditis quibuscumque mandantes expresse quatenus eosdeni Ma- 
teuiu et Octavianum et quemlibet ipsorum cuui quatuor vel quinque equis 
et omnibus rebus eorunidem seu alterius eorum et ipsorum famulorum su- 
8ci])iant recòmmissos permittautque e uni eorumdem rebus armis arnensibus 
et valixiis et famulorum predictorum equis arniis et aliis quibuscumque per 
eorum terras passus portus castra et loca ('^) absque datii pedagii gabelle 
vel fundi navis solutioue aliqua libere tute secure et expedite nostri intuita 
pertransire stare morari et redire perniittant offerentes nos ad similia et 
malora. 

Becommeiì dataria super iustitia favorabiliter ministranda. 

Miigiiifici fratres carissimi. Accedit illuc dilectissinins civis noster prò 
quibusdam suis iuribus consequendis. Ipsumque fraternitati vestre att'ectuo- 
sissimo commendamus omni cuni instantia vos rogaiites quatenus circa 
eius t^xpeditioneni tani celerem quain votivam et ut sibi iustitia favorabilis 
et suiniiiaria ministretur oi)portuno placeat reinedio providere. Nani gratuni 
habebimus plurimum et acccptuni quidquid in eius favoreiu duxeritis statuen- 
dum idque nobis ad non parvam complacentiani ascribemus. 

[C. IO b] Salvtisconductus etcelera. 

Federicus etcetera. Universitati et liominibns taliuni castrorum etcetera 
et singularibus personis dictoruni castrorum quibuscumque nominibus nun- 



(1) devotos corretto su devolom dalla stessa mano e con lo stesso inchiostro. 

(2) iUa restat, probabilmente errore di trascrizione per clareseat. 

(3) loca corretto su altra parola illegibile. 

7. — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910. 



— 98 — 

cupatis et in dictis castris et villis et ei«8 nostre (sic) se leducentibus et 
habituris cum eorum et cuiusque ipsoruni bonis rebns aninialibus grossis et 
minutis cuiuscumque generis standi moraudi peiuotandi (sic) negotiandi Iabo- 
randi cultivandi eorum et cuiusque ipsorum possessionibus et ex ipsis fructus 
quoscumque recoligendi et ipsos reportandi ad dieta castra. Et alia quecumque 
negotia et exercitia exercendi in dictis villis iiostris et castris que ad artem 
agriculture pertinere et spectare uoscuntur. Cum hoc qnod durante tempore 
dicti salvi couductus non liceat nobis uec alicui ex 8tip[endiariis] sive sub- 
ditis nostris furto aut vi nec étiam mediante aliquo tractatu seu couspi- 
ratione accipere seu capere nec acceptare aliquid dictorum castrorum etiam 
si homines dictorum castrorum eorum sponte se rebellare vellent ymo intel- 
ligatur et sit dictum castrum cum eius forlilitiis et pertinentiis tutum libe- 
rum ab orani violeutia et impedimento ut supra. (') 

[C. I \ a] Federicus etcetera. Prudenti viro [et]cetera salutem. Si exteros mul- 
totieus et nobis incognitos quadam mentis clenieutia nostris literis nostrisqne 
favoribus insignibus favemus quanto magis eoa amplecti decet quos immensa 
caritate diligiraus. Exigentibus autem apud nos benenieritis fide atque devo- 
tioue inconcussa quam ad nos statumque nostrum gessit atque gerit talis (^) 
non immerito inducimur ut eumdem * * (siv) familiaritatis titulo condeco- 
rantes harum serie cousortio atque cetui aliorum nostrorum familiarium 
adiungemus (sic) et optabiliter quidem adiungamus ita ut de cetero perfrua- 
tur illis favoribus prerogativis emolumentis comnioditatibus et preheniinen- 
tiis quibus alii familiares nostri cari siquidem (■^) nobis et domestici gaudere 
et frui posse dignoscuntur et dum opus fuerit nostrorum suffragia conse- 
quatur que propter illuni etcetera. 

[C. 1 1 b] Litera familiaritatis pulcra (sic) et etiam passiis 

Federicus etcetera. Tali. Quamplurimum nobis fido salutem et sincere di- 
lectionis affectum. lllos familiaritatis nostrae conventui libenter adicimus et 
favoris nostri largitione prosequimur quos ratio intellectiva, vite puritas et 
simplicitas morum venusta» et literarum scientia percommendat qui nostris 
sese continuo reddunt votis et obsequiis promtiores [_8Ìo). Hinc est qnod te 
talibus insignitum meritis esse cernentes nec non pergrata nobis ubsequia 



(1) Quest'ultimo periodo, da Cum hoc quod.... a ut supra, è sottolineato. 
Nel margine a sinistra della carta, in basso, e nel margine inferiore vi è una 
nota della stessa mano e dello stesso inchiostro del testo: hec clausula vult 
esse post mandantes. 

(2) Segue familiaritatis titulo condecorantes, cancellato. 

(3) Siquidem è ricorretto dalla stessa mano su si dedem. 



— 99 — 

que acfceniis liberaliter imj)en«lÌ8ti at<ine inipendere desideras in fiiturum tam- 
que beueineritum idoneuin et condiojmiin in familiaiem te nostrum gratiose 
recipiiuus et aliornm faniiliarinni nostrorum presenti programate consortio 
deputanius vocamus eliginius et socianms volentes atque decernentes ut de- 
cetero ubilibet noster dilectus et precipuus faniiliaris publice habearis te- 
nearis reputeris et iiuncuperis ininiunitatibns favoi'ibus honoribus prerogati- 
vis et gratiis (luibiis cett^ri faniiliares nostri et domestiri gaudere fruicine 
soliti siuit et fruuntnr ab omnibus amicis et benivolis nostris et ab omni- 
bus quibuscumque tainiinam verns faniiliaris (') domesticus et «lilectus 
noster recommissus singulariter babearis. Cumque prò nostris sepissime ad 
nonunllas mundi j)artes ac etiam j>ro tuis peragendis presentialiter habeas 
te transferre. Idcirco illustres ac magniticos dominos patres ftatres amicos et 
benivolos [e. 12 a] nostros ab intimis rogamus officialibus vero ac subditis atque 
armigeris nostris ubicumque coustitutis et locorum et passus quorumcumque 
iu)8trorum custodibus expresse prccipiendo maudamus per quorum civitates 
terras castra villas s[»lagia8 litora portus passus et poutes flumina atipie loca 
(lueeumque et nostra e cum (~) suis socis {sic) et famulis et servientibns 
usque ad numerum sex equis saimis pannis libris armis valisiis bulgiis pe- 
cuniis mcrcantiis arneiisibus utensilibus carriaggiis rebus et bouis (piibus- 
cumque proficisci contigerit terra niari({ue tara in accessi! mora quam in 
transitu reditu ire stare morari transire atque rece<lere permittant semel et 
(luotiens tibi tuisc^ue sociis et familiaribus aut ipsorum alieni sininl ac visus 
fueiit et placitum libere tute et sicure et expedite licitum et impune sine 
aliqua reali aut personali molestia omnibus impedimento arestatione captura 
tibi aut tuis sociis et familiaribus aut ipsorum alieni in personis vel rebus 
modo aliquo inferendis cessantibus sine solutione aliqua datii pedagii fundi 
iiavis et cuiuscumque alterius gabelle seu gravaminis. Qnin ymo provideant 
tibi aut tuis sociis et familiaribus de gnidonis et scortis atque libero (^) sal- 
voconducto uno vel pluribus dum tibi necesse erit et illos aut ipsorum ali- 
quera duxeris requirendum. Tu denique illos audacter prò tui favoris socio- 
rum et familiarium tuoruni requisitione propterea omnia per gratiam liabe- 
bimus quidquid a prefatis tibi aut tuis famulis contemplatione nostri favoris 
urbanitatis comodi gratie vel honoris inpensum extiterit atque factum et 
eisdem ultra gratiarum actionem remanebimus ad niaiora perpetuo obligati 
iiostrarumque officiali uni armigerorum et subditorum quorumcumque prompti- 
tudinem ad mandata merito dignoscemus. 



(1) nel cod. familiariss; V ultima s è cancellata dalla stessa mano, con lo 
stesso inchiostro. 

(2) Cìtm è ricorretto su dum dalla stessa mano e con lo stesso inchiostro. 
(3j Manca il segno di abbreviazione delP r su libero. 



— 100 — 

Clie questo sia un piccolo formulario della cancelleria del 
ducato di Urbino non può esservi dubbio; clic non solo il libric- 
cino è allegato in un codice che contiene materiale storico 
riguardante esclusivamente lo stato urbinate, non solo si trova 
stampata sul frontespizio del libretto 1' arme dei Della Rovere, 
ma inoltre sta il fatto che i vari modelli di lettere sono presi 
da sedici literae patentes che portano il nome di Federico III 
di Montefeltro, da una copia della proroga della tregua con- 
clusa da Federico stesso con Carlo Fortebraccio da Montone e 
da una lettera di salvacondotto di Guidantonio di Montefeltro. 
Oltre a questi modelli v' è una copia di una littera passus del 
doge Francesco Foscari a favore di un tale che si dirigeva 
" ad partes Tuscie, Romandiole et Mar chi e ,,; e si comprende 
facilmente come questa lettera potesse esser rimasta nella can- 
celleria dello stato di Urbino, che era lo stato delle Marche 
più vicino alla Romagna ed evidentemente il luogo dove il rac- 
comandato del doge dovette terminare il suo viaggio. Solo sei 
modelli di lettere non recano alcuna ])recisa indicazione, né 
topica, né cronica, né onomastica. 

Quanto al tempo della composizione del formularietto, è da 
osservare che, oltre alle sedici cojìie di lettere, che dovrebbero 
essere effettivamente spedite al tempo di Federico secondo 
duca d' Urbino, morto nel 1482, ve ne è una di Guidantonio, 
padre di Federico, morto nel 1443, e un' altra di Francesco 
Foscari, doge di Venezia dal 1428 al 1457; finalmente v' è la 
copia della pioroga della tregua tra F'ederico III d' Urbino e 
Carlo Fortebraccio conclusa a Gubbio nel 1451 e durata un 
paio d' anni ('). Potremo dunque dire che il formulario dovette 
esser composto nella seconda metà del secolo XV, ciò che, del 
resto, è confermato dall' età approssimativa che si può asse- 
gnare alla grafia del formularietto. 

Può anche farsi qualche ipotesi sul luogo dove fu composto 
il libretto. Nel codice, in cui esso si trova, vi sono uìolte lettere, 



(1) Cfr. A. FAnnETTi, Biografie di capitani venturieri dell' Umbria (Monte- 
pulciano, 1842), voi. II, p. 315 e voi. Ili, p. 375. 



— 101 — 

l)er la magg'ior parte datate da Gubbio; così anche hanno la 
datazione da Gubbio, nella 8i)edizione o nel rescritto, i molti 
memoriali allegati. E i)er di ])iìi, come si è veduto nella descri- 
zione del codice, esso comprende alcune narrazioni di fatti sto- 
rici, più o meno importanti, i)ressoché tutti avvenuti a Gubbio. 
Si deve, dunque, tener conto di ciò: che, cioè, il materiale sto- 
rico contenuto in questo tomo, riguardando esclusivamente lo 
stato di CTrbino, è particolarmente interessante per la storia di 
Gubbio, una delle più importanti città del Ducato. Anche il 
libriccino può, dunque, esser stato composto a Gubbio. 

E, finalmente, non mi sembra di fare un' ipotesi trojipo ar- 
rischiata nel ritenere assai probabile che questo formulario, 
di così ])iccola mole e di tanto modesta apparenza, sia stato 
composto da qualche addetto alla cancelleria di Federico III, 
o di Guidubaldo, figlio di lui, che avesse seguito temporanea 
mente a Gubbio il duca, o qualche altro personaggio della casa 
ducale, per servirsi di questo libriccino come di un piccolo 
prontuario nel disbrigo delle ordinarie occupazioni della sua 
professione ('). 

Albano Laziale, luglio 1910. 

Diomede Toni 



(1) Mi sono mancati, sinora, e il tempo e i mezzi per studiare e illu- 
strare com])iutameute questo formulariotto; mi riservo di farlo quanto 
prima mi sarà possibile. 



NEL PRIMO CENTENARIO 
DALLA MORTE DI LUIGI LANZI 

(31 marzo 1810 - 31 marzo 1910) 



11 31 marzo di quest'anno ricorreva il primo centenario dalla 
morte di Luigi Lanzi, gloria non prre marchigiana, ma italia- 
na. Egli merita veramente il nome, che gli dettero i dotti del 
suo tempo, di Varrone del secolo XVIII. L' archeologia e la 
filologia progredirono non poco per lui, padre degli studii pa- 
leoitalici e rinnovatore del sistema greco-latino nell'interpreta- 
zione dell'etrusco. La storia della pittura italiana fu da lui per 
la i)rima volta metodicamente disegnata. Filologo, non disdegnò 
l'arte, simile ai nostri umanisti; e fu buon traduttore dei testi, 
che sapeva criticamente ricostruire. Fu uno di quei grandi eru- 
diti italiani del Settecento, che preannunziarono 1' erudizione 
tedesca del secolo seguente; ma tutti li superò pel sentimento 
del bello. Il Carducci disse tutto in due parole, quando lo 
chiamò dotto e giudizioso. 

Il Lanzi nacque a Treja di madre pausulana e di fami- 
glia che fissò poi domicilio a Pausula e ne divenne patrizia. 
Sua patria egli chiama Pausula, (') che, non avendo potuto 
quest' anno, si prepara a commemorare nella primavera del 
1911 il suo illustre figlio. 

Mi pareva che il miglior modo col quale Pausula potrebbe 



(1) Della quistione della patria del Lanzi mi sono già occupato nella 
recensione del libro di U. Segrè, L. Lanzi e le sue opere, pubblicata nella 
Rassegna iibliografica di A. D' Ancona del 1905 e nell' articolo L. Lanzi (a 
proposito d'una recente pubblicazione), ne Le Marche, Siaigaglia, luglio-agosto 
1906. 



— 104 — 

onorare la memoria del Lanzi, sarebbe quello di acquistare i 
manoscritti lanziaui e il carteggio co" i)iù illustri eruditi del 
secolo XVI li posseduti da gli eredi; di riordinare la Biblioteca 
del Comune, dove essi manoscritti dovrebbero essere custoditi; 
e }»ossibilmente instituire una Pinacoteca L. Lanzi, nella quale 
dovrebbero essere accolti i i)oclii, ma notevoli quadri di cui si 
adornano le chiese di quella città: quadri di Andrea da Bolo- 
gna (1372), di Antonio Vivarini (1461), di Carlo Crivelli, di 
Lorenzo da San Severino (1481), dei cinquecentisti Vincenzo 
Pagani e Durante Nobili e d'altri minori. Ma quod aufertur.... 

11 Municipio di Pausula à deliberato che il 31 nuirzo 1011 
si tenga un discorso commemorativo nel Teatro ('omunale, e 
s' inauguri un ricordo marmoreo nella r. Scuola d' arte e me- 
stieri sórta a Pausula da tre anni, che dal Lanzi prende il nome. 

Volendo onorar per mio conto la memoria del mio illustre 
concittadino e antenato, m' è venuta vaghezza di cercare 1' elo- 
gio del Lanzi, che G. B. Niccoli ni, come ci fa sapere Atto 
Vannucci ('), lesse il 29 settembre 1810 all'Accademia di belle 
arti a Firenze, e che rimase inedito nell' Archivio dell' Acca- 
demia stessa. Intermediario 1' illustre senatore Isidoro Del 
Lungo, sempre liberalmente pronto a soccorrere gli studiosi, ò 
potuto ottenere dalla gentilezza del dott. cav. Peleo Bacci, 
r. ispettore dei monumenti della provincia di Firenze, copia di 
questo elogio. È, a dir vero, uno de' soliti elogi accademici 
questo che il Niccolini, allora ventottenne, recitava in onore 
del suo maestro; ma non vi mancano accenti vigorosi, e non 
è indegno uè del Lanzi uè del Niccolini. 

Aggiungo una notizia dei manoscritti lanziaui; umi nota sul 
Lanzi dantista; e finalmente dal mio giovanile Dizionario hio M- 
hliografico de' letterati della provincia di Macerata e dalle mie 
memorie degli artisti marchigiani estraggo, e ordino qui alfabeti- 
camente, i cenni bio-bibliografici dei letterati e degli artisti 



(1) Ricordi delia vita e delle opere di G. B. NiccoUni, Firenze Le Moii- 
uier 1866. 



— 105 — 

])jinsMÌ,'iiii, clie fiiniio modesta corona a Luigi Lanzi, massima 
j>loi'iii (li Paiisula (già Montolmo). 

I. 
ELOGIO DI LUIGI LANZI 

ietto da (}. Batt. Niccolinl il 29 sett. 1810 dinanzi ai componenti il 
corpo accademico delV Acc. di Belle Arti di Firenze. 

« Nò la brevità del tempo, uè la difFicoltà dell' impresa mi conce- 
dono di tenere un elogio conveniente ai meriti dell' abate Lanzi socio 
onoiario di (inesf accademia, all' oniamento dell' Italia, alla gloria dei 
buoni studi i nel marzo di quest' anno rapito. 

« E il mio animo rifugge dal rammentare le doti di tanto uomo 
per non rinnovare in noi il dolore della sua perdita immatura per 
tutti i buoni, quantunque egli assai pel corso di questa vita mortale, 
e più per la sua gloria vivesse. 

« Vero è che, obbligato dal mio ufficio a favellarvi dei più illustri 
accademici, molte cose dir dovrei intorno all' abate Lanzi, se fra gli 
altri motivi non me ne distoglies.se il timore di scemare le sue lodi, 
lungamente di esso parlando. 

« Nacque in Mont' Olmo 1' anno 1732 ed ebbe sin dalla sua pueri 
zia per maestri i Gesuiti sovercliiamente lodati o depressi, ma per 
certo conoscitori solenni dei grandi ingegni ed attissimi ad ammaestrare 
la gioventii nella pietà, o nelle lettere, che in quella Società erano in 
concordia, ai nostri tempi rara, congiunte. 

« Dotato d' ingegno vivace fé' tali progressi nell' umane lettere, che 
i Gesuiti, lodevolmente scaltri, le loro brame e la sua inclinazione 
secondando, ne! loro Ordine lo trassero. 

« Né la severità delle teologiche discipline atterrì la mente del 
Lanzi ai classici avvezza della Grecia e del Lazio, perchè oltre alla 
religione che in questa carriera lo confortava, era in esso mirabile fe- 
licità d' ingegno accomodata ad ogni genere di studii; onde di lui con 
eleganza e verità fu detto, che sembrava nato per ciascuna di quelle 
cose che a fare imprendeva. 

« Ritornato all' amenità delle lettere, insegnò con plauso in Roma 
e in Siena eloquenza, di gran lunga superando la fama che in quella 
città 1' aveva accompagnato. 

<< In questa epoca della sua vita molte cose scrisse in poesia ed 



— 106 — 

in prosa; tradusse iu versi Teocrito, Catullo, dei quali le versioni tut- 
tora si desiderano, ed Esiodo, che due anni prima della sua morte diede 
alla pubblica luce, illustrandolo con dottissime note. 

« E quest' anni della sua gioventìi rammentava lacrimando il buon 
vecchio, che non ftistidio delle cose umane, non superstizione e igno- 
i-anza, chiamato aveva alle dolcezze e agli ozii gloriosi delle lettere e 
della religione. 

« Disciolta la Società cui apparteneva, fu eletto dall'immortale 
Pietro Leopoldo in sotto -prefetto della Galleria: qui cominciò Lanzi 
quelle profonde investigazioni sulla lingua e sugli antichi popoli italici 
che nella ricordanza degli uomini doveano renderlo eterno. 

« L' osservazione di tutte le reliquie dei prischi tempi che sono 
in Italia, il diligente paragone di esse, 1' esame di tutti gl'interpreti 
di queste antichità, il confronto dei classici che per lungo uso e felice 
memoria riteneva, lo posero in grado di emendare l'alfabeto del Gori, 
di stabilire il primo una grammatica d' etrusco idioma, non vaneg- 
giando sull' etimologia dei Celti o d' altro popolo settentrionale, ma 
colla scorta sicura delle due lingue greca e latina, senza le quali il 
tentare simili ricerche è matta presunzione o stolida ignoranza. 

« Radunato il frutto dei suoi studii in un' opera classica, che mo- 
destamente intitolò Saggio di lingua etnisca, salì il Lanzi in alto 
grado presso gli stranieri, uìa in Toscana ebbe poco più del titolo 
d' Antiquario del Gran Duca, e dovette soffrire le goffe insolenze d'al- 
cuni cortigiani suggerite dall'invidia di chi pochissimo sapea di latino, 
nulla di greco. 

« Invano il Visconti, principe degli antiquarii, predicava questo 
libro come il migliore che fosse stato scritto sopra questo diffìcile e 
vasto argomento: invano 1' Heine, dottissimo fra tutti i filologi della 
Germania^ confessava che innanzi il Lanzi si credea di sapere e (;he 
dopo esso veramente si sapea, che 1' autorità di questi sommi potea 
consolare lo scrittore dell' ingiustizia della fortuna, ma non placare 
1' invidia o persuadere 1' ostinata ignoranza di coloro che credeano 
di sapere. 

« Ma che mi lagno del passato, se, adesso che dal consenso di 
tutti i letterati d' Italia, dai monumenti che ogni giorno riveggono la 
luce sono avverate le dotte idee del Lanzi, v' ha pure chi nega ingiu- 
stamente i progressi che mercè d' esso si sono fatli e possono farsi 
nell' italiche antichità, e vilipende le memorie di questo sommo? Si- 



— 107 — 

mile il quel frigio pigmeo clic salì insultando sulla tomba ti' Ajace, e 
fuggì i)oi spaventato dall' ombra dell' Eroe. 

« Sollecito Lanzi, quanto altri mai, della gloria d' Italia, rivolse 
le sue cure all' Istoria della Pittura, in cui siede maestra dell' altre 
nazioni, non perdonò a spese uè a viaggi per esaminarne quell' opere 
che possono essere più invidiate die imitate dagli stranieri, con istile 
conciso ed elegantissimo tessè di quest' arte un' Istoria, in cui, divi- 
dendo i pittori per iscuole, tracciando 1' epoche dei progi-essi e dei 
decadimenti di esse, non poche cose trovò e molte corrèsse. 

« Quantunque avesse occhi eruditi a conoscere il bello, pure mo- 
destissimo com' egli era volle sempre interrogare il giudizio dei più 
accreditati artisti; onde la sua Storia pittorica non meno da essi che 
dai dotti è lodata. 

« E chi di sentire i pregi di quest'opera immortale è più in grada 
che voi, Accademici ornatissimi, clie con tanta k»de (jueir arte eserci- 
tate, della quale egli ragionò così dottamente? 

« Ben mostrò il Lanzi che l' ingegno è l'ultimo a morire nei dotti, 
perchè questo in lui, quantunque vecchio ed infermo, durò sino agli 
ultimi periodi della sua vita, come fede ne fanno alcune iscrizioni e 
dei versi nei quali imitò le delicatezze e le grazie di Catullo. 

« Unitamente all' iscrizioni, eguali all' antiche, gli ammirò prima 
della sua morte il pubblico in un sol volume raccolti, e gli amici 
dell' Italia e dei buoni studii si com piaccj nero udendo che con ingenua 
libertà sgridava nella prefazione, quel dottissimo vecchio, gli amici 
dell'inondante barbarie che, bestemmiando ciò che non intendono, cacciar 
vorrebbero dal loro nido le lettere latine^ e le memorie non che lo 
studio abolirne. 

« Le dissertazioni intorno ai vasi dipinti volgarmente chiamati 
etruschi, che furono pubblicate prima dell' Iscrizioni, gli confermano 
la fama di solenne interprete dell'antichità che già col Saggio di lingua 
etrusca acquistato avea: queste dissertazioni scritte colla più fina cri- 
tica racchiudono un tesoro di cognizioni intorno alla bacchica mitologia. 

« Queste opere fanno a noi e faranno ai posteri eterna fede dell'in- 
gegno del Lanzi: e dell' innocenza della sua vita, della bontà del suo 
core, testimonii sono tutti quelli eh' ebbero la ventura di conoscerlo, 
e che ne serbano oiu)ratissima ed acerba la ricordanza. 

« Santissimo di costumi, affabile di maniere, eccitava i giovani 
alla pietà e alle lettere coi discorsi e coli' esempio: chi non partì mi- 
gliore da lui? chi non fu commosso veggendolo nell'amabili verità 



— 108 — 

della nostra religione così penetrato, che parlandone caldissime lacrime 
gii bagnavano le gote? 

« Lontano dall'ambizione fu tanto, che molti lo hanno udito dire 
che di tutte 1' opere sue desiderava che si perdesse la memoria, fuori 
di quelle scritte sopra argomenti religiosi, le quali alla sublime sem- 
plicità del Vangelo, allo spirito di esso conformi^ spirano la più. nobile 
carità e i più affettuosi sentimenti. 

« Così, caro ai buoni, visse quost' uomo incompanibile, e la sua 
morte non fu senza le lacrime degli amici, senza dolore o cura di tutti: 
e sarà sempre luttuoso per noi il pensarvi, quantunque sia certo che 
amato ed ammirato vive e viverà sempre negli animi degli uomini 
per la memoria delle opere e delle virtù sue, e (quel eh' è più) che, li- 
berato da questo sogno che vita si chiama, gode di quella pace e di 
quei preraii, che ninna umana sollecitudine può turbare, niuna tiran- 
nide può rapire », 

II. 
I MANOSCKITTI LANZIAXI 

li recente libro di U. Segrè (L. Lanzi e le sue opere), che à avu 
to cura di consultare anche i repertorii niss. del Lanzi esistenti 
nell' Archivio della r. Galleria degli Ufflzii, contenenti, tra 
1' altro, V indicazione de' viaggi fatti dal buon gesuita per la 
Storia pittorica, è esauriente, per ora. Nuovi studii sul L., con 
siderato soprattutto nel suo tempo e in relazione co' suoi amici, 
saranno possibili solo quando qualcuno potrà prendere in esame 
i mss. conservati a Pausula da gli eredi del dotto gesuita. Ecco 
un elenco dei mss. lanziani: 

1 Catalogo di opere da lui studiate. 

2 Mss. e documenti relativi alla dissertazione su Pausula. 

3 Versi e prose italiane e latine autografe. 

4 Cinquantasei lettere alla famiglia. 

5 Traduzione delle Vite di Cornelio Nepote. 

6 Diplomi, documenti, carte diverse che si riferiscono alla 
vita del Lanzi. 

7 Iscriptionum variarum liber secundus (prò viri» et foeminis 
illustrihus). 

8 Annotazioni su 1' Eneide del Caro. 



— 109 — 

Ma assai più iin]H)rtante è la raccolta di lettere indiriz- 
zate al Lanzi, che raggiungono, se ò contato bene, il nun)ero 
di 1171. Lo Zannoni, nell'elogio premesso al Saggio di lingua 
etnisca, dopo aver detto che il suo maestro comunicava senza invi 
dia le sue vastissime cognizioni a quanti i)er lettera lo consultas- 
sero, aggiunge in nota: « Gran giovamento arrecherebbe alla storia 
dell' antiquaria chi volesse fare spoglio di queste lettere, le 
quali per testamento del L. furono inviate a Montolmo, ove 
sono tuttora e si custodiscono con somma cura dal sign. Gae- 
tano L., nii)ote ed erede del celebre uomo ». 

Ecco alcuni nomi di corrispondenti del Lanzi (quelli che mi 
sono parsi pivi notevoli), con a fianco il numero delle lettere 
scritte da ciascuno: Assemani S. (2) - Baldelli G. B. (5) - Bar- 
bieri G. (2) - Benci venni G. (14) - Benvenuti P. (2) - Betti F. 

(1) - Bettinelli S. (16) - Boni Mauro (106) - Boni Onofrio (16) - 
Bramieri L. (28) - Cancellieri F. (1) - Canova A. (3) - Carmi- 
gnani G. (2) • Ciampi S. (1) - Cunich E. (2) - De Lazara G. 
(37) - Della Valle F. G. (1) - De Eossi G. B. (0) -Dionigi Ma- 
rianna (2) - Dionisi G. J. (3) - Eckhel G. (10) - Fabbroni G. 

(2) - Gamba B. (27) - Heyne G. G'. (2) ■ Lambruschini R. (2) - 
Marini G. (50) - Monti V. (1) - Morcelli A. S. (4) - Morelli J. 
(6) - Morghen E. (1) - Mustoxidi A. (1) - Niccolini G. B. (1) - 
Olivieri Giordani A. (5) - Pagnini G. (2) - Pignotti L. (2) - Pin- 
demonte I. (1) - Puccini T. (5) - Eosini G. (5) - Schiassi F. (2) - 
Tiraboschi G. (6) - Valeriani D. (1) - Vermiglioli G. B. (4) - 
Visconti E. Q. (2) - Zannoni G. B. (2). 

Questi uìanoscritti e queste lettere, proprietà indivisa di 
mia madre, cólta e devota alla memoria del suo avo illustre, 
e di altri eredi del Lanzi, sono ora custoditi dal Municipio di 
Pausula. 

Finalmente alcune carte del Lanzi sono passate in possesso 
del prof. IST. Acquaticci a Macerata. Eccone 1' elenco: 

1. Orazione panegirica in onore di s. Antonio di Padova, 
detta da lui nella Collegiata di Montecchio, oggi Treja, il 13 
giugno 1741, nella età di anni nove. 

2. Lettera del Presidente dei Gesuiti in Eoma al superiore 



— 110 — 

(iella Compagnia in Ferino su 1' ammissione a quel noviziato 
del giovane Luigi Lanzi (Roma, 3 maggio 1749). 

3. Lettera del Preposto della Collegiata di Montolmo d. 
Nicola Barbo al Lanzi in Firenze, ofierentegli la nomina ad 
un canonicato (29 novembre 1782) (lettera annotata dal Lanzi). 

4. Copia autentica dell' aggregazione del Lanzi alla nobiltà 
di Gubbio (Xocera, 23 agosto 1790). 

5. Lettera al Lanzi dei Gonfalonieri di Montolmo Pacifico 
Paoletti e Agostino Fortunati su 1' aggregazione di Ini nel 
ruolo dei i)rimi Gonfalonieri, con richiesta delle sue opere e 
di una sua dichiarazione scritta circa il riconoscere Montolmo 
come sua patria (11 dicembre 1801). 

6. Biglietto dell' Arcivescr»vado di F'irenze per celebrazione 
di Messa nel suo oratorio privato (22 dicembre 1805). 

7. Lettera del Lanzi al Cardinale Brancadoro a Fermo rela 
lati va alla stampa delle sue oi)ere e al dono delle stesse al Co- 
mune di Montolmo (Firenze, 25 settembre 1807). 

8. Lettera del cav. Onofrio Boni da Firenze al hepote del 
Lanzi in Montolmo signor Gaetano, comunicantegli la morte 
dello Zio, con invito di accedere sul luogo come erede (31 mar 
zo 1810). 

9. Documento originale dell' aggregazione del padre di Lui- 
gi Lanzi, dottor Gaetano, di Macerata, all' Accademia delle 
Scienze di Bologna, autografo di quel segretario Francesco Ma- 
ria Zanotti autenticato per notaro (Bologna, (5 a])rile 1728). 

10. Tre ])oesie del dott. Gaetano Lanzi al figlio Luigi, con- 
vittore nel collegio di Fermo e poi gesuita. 

11. Lettere 31 (delle quali cinque frammentarie) su argo- 
menti di studio, dirette all' abate Lanzi. 

12. Lettere 24 e biglietti familiari e d' interessi diretti al 
Lanzi. 

13. Poesie 30 del padre del Lanzi dottor Gaetano, su diversi 
argomenti di studio e giocosi e personali. 



— Ili - 
III. 

L LANZI DANTISTA 

Al Gioberti, cbe rimproverava a' gesuiti il non aver in- 
teso Dante, rispondeva il p. C. M. Curci che il lìettijielJi, cri- 
ticando con acerbezza Dante, esi)riinevii la sua opinione, non 
quella dell'ordine; che al contrario il Lanzi e il Mazzolari erano 
ammiratori di Dante, e il p. D' Aquino, oltre la raccolta delle 
similitudini, diede la versione latina della Divina Commedia, e 
il Venturi, non ostante qualche critica severa ben meritò del- 
l' Allighieri (^). Espongo i fatti: non giudico. 

Quanto a Luigi Lanzi, piìi che all' ordine al quale appar- 
tenne, che appropriava a parte il pensiero del Poeta, dovè forse 
alla regione ov' egli nacque, il culto e 1' amore di Dante. 

Impossibile qui tessere la storia del culto dantesco nella 
Marca. Basti accennare che, se la Marca [)rodus8e nel trecento 
un detrattore di Dante in Cecco d' Ascoli, più tardi, per am- 
menda, mostrò costante amore al divino Poeta. Per non dire di 
Bramante e di Raffaello, studiosissimi di Dante, « la maggiore 
e pili interessante illustrazione dantesca che l' Italia abbia mai 
prodotta », a dire di C. Ricci, è quella di Federico Zuccaro. 
Furono de' i)rimi restauratori della poesia dantesca i marchigiani 
Cosimo Betti e Alfonso Varano, contemporanei del nostro Lanzi; 
e da essi e da lui prende le mosse quella scuola di classicisti 
marchigiani, onde uscirono esimii dantisti e poeti danteschi: il 
Perticari, il Marchetti, il Maraiani, Pompeo Azzolino, Fr. Maria 
Torricelli e altri e altri meno noti. 

Tornando al Lanzi, egli fra tutti gì' italiani scrittori predi- 
lesse Dante. Ci fa sapere lo Zannoni che maestri dello scrivere 
italiano al Lanzi giovine, a quel Lanzi che negli ultimi anni 
di sua vita dovea presedere all' Accademia della Crusca, fu- 
rono Dante per la poesia, il Firenzuola per la prosa. Il No- 
stro fu in relazione col Dionisi; Dante spesso citò nell' opere 



(1) Fatti ed argomenti in risponta alle molte parole di V. Gioberti intorno 
ai Gesuiti; Napoli 184G, 8'^ ediz., cap. XI, § XVI. 



— 112 — 

sue, fin nella Guida della (lalleria di Firenze (17.S2); Dante 
chiosò ('); su la Divina Conunedia modellò la sua versione 
in terza rima del poema <l' Esiodo 1 lavori e le giornate, lavoro 
forse giovanile, ma ritoccato negli ultinii anni e ]»ubblicato nel 
1808, clie 1' Accademia della Crusca, al cui giudizio il Lanzi lo 
8otto])ose, nella sua seduta del 25 ottobre 1808 dichiarò testo 
di lingua. 

In una recente monografia della vita e delle opere di L. 
Lanzi (') trovai notati cinque sonetti danteschi del Lanzi (Le 
lodi della 8. Teologia sotto nome di Beatrice, cavate dalla Come- 
dia di Dante), ristampati a Torino nel 1828 dal Marietti, che 
dichiarava di averli tratti da un libro rarissimo del 1762, inti- 
tolato Coetus solemnis Eeipuhlicae Litterariae Umbrorum init'il.s in 
Curia litteraria fulginati. In parecchie biblioteche feci ricerca 
di questo libro e dell' opuscolo estrattone; ma senza frutto. (•') 
Capitatomi poi tra le mani un opuscolo di E. Filippini A pro- 
posito di una recente pubblicazione sulle raccolte poetiche del set- 
tecento (Venezia, Stab. d' arti grafiche, 1 909), e trovandovi ci- 
tata una raccolta folignate del 1702, pensai che dovesse essere 
quella contenente i s(metti dei Lanzi, e me la feci mandare dal 
cortese amico e collega: avevo còlto nel segno. 

La raccolta — contenente gli atti dell' Accademia degli Umbri 
sórta a Foligno nel 1760 — è intitolata Ada Beip. Litterariae 
Umbrorum (Foligno Fofi 1762); si apre con le Leges Reip. Lit- 
terariae Umbrorum; contiene il Coetus solemnis Eeip. Litterariae 
Umbrorum initus in Curia litteraria fulginati VII. Kal. Mari. 
A. E. 8. MBCCLXII, e si chiude (;on i' Album sodalium Reip. 



(1) « Quanto a Neiiibrotte io non vidi la sentenza e chiosa del Lanzi » 

— scriveva nel 1825 A. Cesari a G. Fraoassetti. Y ^(W: Lettere preeettive scelte 
da P. Fanfani; Firenze Barbèra 1871, p. 226. 

(2) U. Segrè, L, Lanzi e le sue opere; Assisi 1904; p. 123. 

(3) Avevo già scritto questo articolo, quando mi accadde di vedere i so- 
netti del Lanzi riprodotti di su 1' edizione del IMarictti a pji. 193-9!) del vo- 
lume VII delle Poesie di mille autori intorno a D. Aligìtirri jiiccolte da C. 
Del Balzo (Roma Forzani 1901). Ma [)iace ad ogni modo risalire alla fonte. 
Né 1' opera del Del Balzo è sempre e facilmente reperibile. 



— 113 — 

LiUerariae Umhronim, dove trovo i nomi di molti inarcliigiani: 
tra gli altri, quelli di Aloysius Lantins e di Alphonsns Varano, 
dei maceratesi Gius. Aut. Conij»agjio?ii, Gius. Mozzi, Giuliano 
Alaleoua, Mario Coaipagnoni. In quella riunione si lessero 
varii componimenti italiani e latini, tia i quali son degni di 
nota quelli che illustrano in versi le scienze, le belle arti e le 
utili e i riti. In versi sciolti l'ab. Gaetano Golt canta la Filosofia; 
in ottave la Geometria il conte G. F. Fattiboni; in versi sciolti 
la Poesia Astridio Dafnitico; all' eloquenza, alla Grammatica, 
all' Architettura dedicano tre canzoni rispettivamente gli abati 
A. F. Palatini, F. Betori Betardi, Lorenzo De Dominicis; ce- 
lebra la Pittura in ottave 1' ab. A Baldelli; la Scultura in un 
sonetto G. C. Brighi; la Musica in un' anacreontica il cap. G. 
Pai>otti; la Cultura de' fiori in una canzonetta G. Paolucci; la 
Caccia e la Pesca in un'egloga 1' ab. Stefano Felici; V Alchimia 
in un capitolo bernesco Zenobi Del Rosso, poeta e architetto 
fiorentino. Seguono quattro componimenti latini: In Jurispru- 
dentiam, elegia del march. V. Elisei; De Bello et Arte Militari, 
elegia dell' ab. G. De Dominicis; In Sacr. Caeremoniarum Laudem, 
elegia del can. S. Branducci; In Historicem, carme dell' ab. G. 
Spalletti. E basta, se Dio vuole. Ò voluto enumerare questo 
l)o' po' di roba ])er far conoscere un nuovo esempio di quella 
enciclopedia versificata in che facevano consistere il sommo del- 
l' arte quelli avoli nostri, quelli arcadi della scienza, come il 
Bertana li chiamerebbe, che col Quadrio definivano la poesia 
scienza delle umane e divine cose esposta al popolo in immagine 
fatta con parole a misura legate ! 

Tutti questi componimenti sono preceduti dai sonetti del 
Lanzi, che anno questo frontispizio: Le Lodi - della - S. Teolo- 
gia - sotto nome ■ di - Beatrice - Cavate dalla Comedia di Dante - e 
distribuite in cinque Sonetti. - Dal P. L. L. D. C. D. G. S. L. U. 
(l)adre Luigi Lanzi della Compagnia di Gesù sodale letterario 
umbro). Nella prefazione (Idea de' cinque sonetti), assevera il 
Lanzi esser comun ])arere dei commentatori di Dante eh' egli 
intendesse di simboleggiare e di lodare sotto il nome di Beatrice 
la sacra Teologia, seguendo la quale, come dice il Landino, si 

6. — Atti e Memorie delia fi. Dep. di Storia Patria per le Marche. lillO, 



— 114 — 

trova la vera felicità. « Questa verità par che sia lo 8CO])o a 
cui mirano le lodi di Beatrice, che sparsamente si leggono nella 
di lui Comedia; o vogliam dire le grazie, ch'ella fece a Dante; 
le quali si riducono specialmente a cinque. I. Sviato nelP amor 
delle creature, lo rimise nel buon sentiero. II. Purgato di vizj, 
gli tranquillò lo spirito, e gli die' quell' interne dolcezze, eh' egli 
ci figura coli' allegoria del Paradiso terrestre. III. Gli beò 1' in- 
telletto colla contemplazione delle celesti cose. IV. La volontà 
ancora coli' amor di Dio. V. Lo trasformò, e lo divinizzò in 
certo modo. » 

Cinque grazie, cinque sonetti incatenati, ai quali il buon 
Abate aggiunge copiose e dotte note (di cui faccio in gran 
parte grazia al lettore), nelle quali degli antichi cita il Landino, 
e de' moderni commentatori G. A. Volpi e il p. Venturi. 

Sonetto I. 

Voi, che 'n cerca del Bene, onde Natura 
Arcana sete in noi con noi produce, 
Dietro '1 senso ven gite; ed ei v' adduce 
A torbo e scarso rio, che cresce arsnra; 

Che non chiamate Lei, che ver' la pura 

Fonte del Ben chi n' ha desio conduce; 
Quella pia, che sovvenne, e si fé' duce 
Al gran Tosco smarrito in selva oscura? 

Da Lei vienci '1 terror eh' a eterna amara 
Pena c'invola; ella a purgar la mente. 
Indi a bearla il ver cammin rischiara. 

Credete a Lui, eh' alto sonar si sente: 
Beatrice, dolce guida e cara ! 
O Luce, gloria delV umana gente ! 

Alla parola alto del duodecimo verso il L. appone questa 
nota: « Dante è chiamato per antonomasia il Poeta sublime e 
il Poeta teologo. Il signor conte Magalotti lo nominò ...... 

altissimo poeta 

Padre di lei, che H piii bel fior ne coglie. » 



- 115 — 

Sonetto TI. 

O Luce, o gloria deW umana gente ! ^ 

Tu se', che, quando al cor si seria intorno 
La notte, che di grazia estingue il giorno , 
Vel' raccendi più puro e più lucente: 

Lo qual salito al suo meriggio ardente. 

Giunge 1' Uoni da te scòrto al queto, adorno, 
Beato poggio, u' dolce ebbon soggiorno 
I duo, elio prima fùr di noi semente: 

E appo '1 Carro che 'n guardia il Ciel ti diede. 

Su 1' erba e' fior che '1 vital legno adombra 
In riva al chiaro Ennoe, con tecó siede. 

E come può cui moi-tal veste ingombra. 

Nel tuo piano parlar comprende e v«de 
Ciò che avvolge la Fé tra velo ed ombra. 

Il carro di cui al nono verso, è « il mistico carro d' p]ze- 
chiele, cioè la Chiesa, lasciato in cura di Beatrice là nel Para- 
diso Terrest':e {Purg. 32) », e « simboleggia la custodia, che 
ha della purità della Fede la Teologia ». Il vital legno del ver- 
so seguente è « V albero della vita ». 

Sonetto III. 

Ciò che avvolge la Fé tra velo ed ombra, 
Qualor d' oscure note 1 fogli verga, 
Tu 1' apri a noi; così piacque a chi alberga 
Entro 1' eterna luce, onde s' adombra. 

Quindi sguardo ti die', che purga e sgombra 

La nebbia, clie ci preme, e vien che terga 
Nostro 'ntelletto; anzi 1' impiumi, e 1' erga 
Infin al ciel, cui nulla nube ingombra. 

Ivi pien d' ineffabili delizie, 

Fiso in Lui, eh' è del ben frutto e radice. 
Dell' eterno piacer coglie primizie. 

E '1 giorno e 1' ora e '1 punto benedice 
Che sì nuove gli desti ali e letizie, 
alma, o vera, o sola Beatrice. 



— 116 — 
Qui la Teologia diventa, se non m' inganno, alata poesia. 

Sonetto IV. 

alma, o vera, o sola Beatrice, 

Ne' cui belli occhi, ove fa nido il riso, 
Il sol, che scalda e veste il Paradiso, 
Qui, come in speglio, rimirar ci lice; 

Poiché tal vista il santo ardor n' elice. 
Che e' innamora del beato viso, 
Che '1 Ciel fa lieto; i' dico, e ben m' avviso. 
Che tn se' d' esto amor madre e nutrice. 

Or se, veduto e amato, Iddio fa piena 

La voglia di color che 'n festa e 'n gioco 
Nel deiforme Regno a cenar mena; 

Quanto deggiarao a te che pur un poco 
Qui prelibar ci fai di tanta cena? 
Ah giugni luce a luce, e foco a foco ! 

Sonetto V. 

Ah giugni luce a luce^ e foco a foco, 

Diva; e la tua virtù che i cor riforma, 
Sì che di mal, segno non lascia od orma , 
Piovi 'n me, che t' onoro,^ e umìl t' invoco. 

possente virtù, che a poco a poco 

A' messaggi di Dio 1' Uomo conforma; 
Anzi n' india così 1' interna forma. 
Che par natura umana ivi dar loco ! 

Secol fu già, che a farne divi un' erba 

Credea bastar, e Glauco a' ciechi tempi 
Umana gente fea di sé uperba. 

mal credute fole ! vani esempi ! 

No in erbe, o in fior; ne' tuoi occhi si serba 
Tal possa, o Dea; tu '1 gran prodigio adempì. 

Al sesto Verso il Lanzi appone questa nota: « La confor- 
mità, o somiglianza de' veri Teologi con gli Angioli (dice il 
Tournely nella prefazione al ])rimo tomo lìe Deo) è tale, che 
siccome gli Angeli sono i Teologi del Cielo, così tai Teologi 



~ 117 — 

sono gli Angeli della terra E Dante, escludendo gli altri 

dalla lezione del suo Poema, o i soli Teologi ammettendo, che 
si fossero a buon' ora applicati alla considerazione del sommo 
bene, dice loro: 

Voi altri poclii, che levaste il collo 
Per tempo al pan degli Angeli .... » 

Naturalmente, il buon gesuita in Dante vede solo il teologo, 
e non ricorda clie Dante s' augura che il poema sacro, al quale 
ha posto mano e cielo e terra, e più la terra che il cielo, vinca 
la crudeltà che fuor lo serra del bello ovile: il che dimostra che 
egli lo scrisse per lo meno anche [)e' suoi concittadini, non 
tutti teologi; ma più tardi il Lanzi mostrò di vedere in Dante 
anche le umane bellezze della poesia. A ogni modo e' è più 
Dante in questi sonetti giovanili del Lanzi che nelle imitazioni 
verbali del Varano. 

IV. 
LETTERATI E ARTISTI PAUSULANI 

Agostini Gian Paolo, nato a Pausula nel 1630, minore 
conventuale col nome di p- Bonifazio, fu reggente della pro- 
vincia, rettore del Collegio di s. Bonaventura a Roma ed esa- 
minatore dei vescovi. Tornato in patria, morì nel convento di 
Pausula il 3 decembre 1G98. Compose alquanti volumi di com- 
mento alle oi)ere di s. Bonaventura, dei quali, prevenuto da 
morte, potè pubblicare soltanto il primo: Seraphici s. Bonaven- 
turae Ecclesiae doctori super IV Sententiarum libros Theologia 
juris et facti, in summam redacta a p. Bonifatio de Aagustinis 
a Monte Ulmi Picenae Provinciae, grosso volume in folio edito 
a Roma nel 1696 da gli eredi Corbelletti e dedicato a Inno- 
cenzo XXII. 

L' Agostini è uno de' più notevoli rappresentanti del ritorno 
della scuola francescana alla sapienza di s. Bonaventura, se- 
condo il quale strumento di cognizione è 1' amore. Nella storia 
dell' ordine minoritico, scrive il p. Giannini, « riscontriamo di 



— 118 — 

quando in quaiid^ì felici ritorni alla sapienza serafica. Uno di 
questi felici litorni, il più famoso e fecondo^ fu procurato dal 
conventuale Peretti, ossia da Sisto V, che, prima da senipliee 
religioso e, quindi, da cardinale e da pontefice, non ':;essò mai 
d' adoperarsi a favorire una vera e profonda restaurazione degli 
studii bonaventuristici. Al quale sco})o, fra le altre cose, fondò 
il celebre Collegio di s, Bonaventura nel Convento dei ss. XII 
A}»08toli in Eoma. Questo collegio, in circa due secoli, diede 
all'ordine de' Conventuali 1310 dottori bonaventuriani, e quat- 
,tro assai celebri commentatori delle opere del Serafico. » 

I qnattro commentatori sono il ]>. Ferclii^ il p. Capuleo, il 
p. Gabrielli e il nostro Agostini, clje il Giannini erroneamente 
dice nativo di Montalto in quel di Fermo, die è in vece la pa- 
tria del Peietti. 

Bibl. unir, francisc, I. 241, cit. dal Mazziiccholli, Scrittori d' Italia I, I, 
221; - P. P. Bartolazzi, Montolmo, Pausala 1887, p. 210; - P. Frediano 
Giannini, Studii su la scuola fì-ancesyma, Siena 1895, p. 120. (Il nome del- 
l' Agostini si cerca invano nei Cenni cronologico-hiografici dell' osservante pro- 
vincia picena del p. Lnigi da Fabriano, Quaracchi 1887). 

Agostini Matteo, fratello del i)recedente, pubblicò nn' opera 
scenica^ in prosa, intitolata Guglielmo Acceso fondatore della Con- 
gregazione di Monte Vergine delV Ordine di .s. Benedetto (Mace- 
rata Piccini 1673). 

La registrano l'Allacci (Drammaturgia), il Mazzncchelli, la Hihlioteca 
Picena, il Bartolazzi, o. e, p. 210. 

Angiolo da Montolmo, francescano, dottore di teologia, 
fu, tra la fine del XV e il principio del XVI secolo, revisore 
- della stamperia di G. e A. Britannici a Bologna. 

P.Lhigi da Fabriano, o. e.;- - C. Arlia, Dizionario hìbliografioo, Milano 
Hoepli 1892. • - 

Antonio, da Montolmo, astrologo i^ausulano della seconda 

metà del. secolo XIV, lesse astrologia e medicina pratica nel- 

JMJniy.ersità di B(dogna dal 1287 al . 130^. J vecchi storici pi- 

.iCQqj..qii iffinnp, sai)e,re che.alqune sue opere, un Liber deoocultis 



— 119 — 

et manifestù artium, un altro Be astrologia judiciaria e una 
Glossa super immagines duodecim signorum Hermetis, « mano- 
scritte si conservano a J^arigi nella Biblioteca di S. Maestà 
Cristianissima »; ma io non le trovo registrate dal Mazzatinti 
nel!' Inventario dei codici italiani della Biblioteca Nazionale di 
Parigi. Kesta bensì un volume in 4** pubblicato a Norimberga 
da Giovan Petrejo nel 1540: Antonii de Montulmo Artium ac 
Medicinae Doctoris de Judiciis nativitatum liher praeclarissimus, 
additionibus Joannis de Monteregio illustratus. L' illustratore di 
questo libro, Giovanni Regiomontano, ossia l' illustre astronomo 
Giovanni Muller, che insegnò nelP Università di Padova, tenne 
in tanto pregio il nostro Antonio, che, eome ci fa sapere il 
Gassendi, ne raccolse i frammenti: Antonii quoque de Monte Ul- 
mi, quamvis fragmenta, in usuni multiplicem exponentur. 

Oltre gli storici piceni Compagnoni, Colucci, Pannelli, Santini, Bartolazzi, 
0. e, p. 133, elogiano il nostro Antonio: G. N. Pasquali Alidosi, nell'elenco, 
che io non ò potuto vedere, dei proif. forestieri dell'Università di Bologna; — 
T. Garzoni, La piazza universale di tutte le professioni del mondo, disc. XXXIX, 
Degli astronomi et astrologi; — Josias Siiuler, Bibliotheca instituta et collecta a 
Conrado Gesnero,..., Tiguri 1583, p. 65; - Pietro Gassendi, Opera omnia, Fi- 
renze, Tartini 1727 v. V., Vita Joannis Begismontani, p. 469. 

Bartolazzi P. Paolo, parroco prevosto in patria, morto 
nel 1888, pubblicò, oltre una memoria, da me non veduta, su 
la prodigiosa immagine di 8. Maria in Ouadalupe (1879): Me 
morie francescane^ Pausula Crocetti 1884, e Montolmo oggi Pau- 
sula, memorie, con molte notizie di storia marchigiana, Pausula 
Crocetti 1887, che è la più notevole opera storica che illustri la 
patria del Lanzi. 

Nel FU giorno dalla morte di P. P. Bartolazzi.... iscrizioni temporarie 
(di L. Lanzi juniore), Pausula, Crocetti 1888. 

Bernardino da Montolmo, della famiglia Ducaina, appar- 
tenne all' ordine de' minori conventuali. Fu buon predicatore, 
autore di commentarii Super libros Sententiarum juxta mentem 
Scoti. Tanto dotto da esser chiamato V anima di Scoto, professò 
in parecchie università. Era lettore a Pisa, quando si senti chia- 



— 120 — 

muto ;i ])iù austera vita. Moi-ì nel 1565, in odore <li santità^ nel 
Convento di Macerata. 

Bibl. unto, franuisc. — Ne tace il p. Lnij^i tla Fabriìuio; ne parla il 
Bartoluzzi, o. e, p. 181-3, su le orme del Colucci. 

Cola Ahoangelo, quando a Pausola ne' primi anni del 
secolo XIX fu ricostruito il Teatro de' Condomini, scrisse pa- 
})arecclii oratorii sucri (Il Vitello d' oro, L i figlia di Jefte, La 
sconfitta degli Anniri), che furono musicati dal valente maestro 
pausulano don Pietro Ciapfoni, già allievo in Loreto del p. 
maestro Ammoni. 

Bartolazzi, o. e, p. 221. 

Fausto Bonifazio, detto il padre Montohno, appartenne al- 
l' ordine de' minori conventuali. Apprese i i»rimi rudimenti di 
retorica dallo /io p. Fausto de' Fausti, buon predicatore, che 
poi lo affidò al |). Agostino Cassandri da Castelfidardo, « fonte 
delle meraviglie del dire ». Grande ingegno in robusta quadra- 
tura di corpo, il j). Bonifazio si conquistò, dice il Franchini, 
« uno de' ])rimi luoghi fra' i)iù celebri [)redicatori d' Italia, che 
vuol dire del mondo ». La « vigorosa e vetusta maestà » del 
discepolo era i)iù aujmirata della « profonda copiosità » del 
maestro, che egli avrebbe sorpassato, se nell' età matura avesse 
perseverato negli studi!, perchè nelle doti naturali, presenza, vo- 
ce, manierosità, lo vinceva. Il Tesauro, che aveva conosciuto il 
Montolmo, lo giudicava nel Trattato de' concetti predicabili, uno 
de' quattro più valenti predicatori del suo tempo: Cornelio 
Musso da Piacenza, il Panigarola da Milano, il Cassandri da 
Castelfidardo e il Fausti da Montolmo, tutti e quattro france- 
scani. Del Fausti si rammentano due quaresimali a Bologna, 
tre a Roma, tre a Napoli, con immenso concorso di popolo, 
cinque a Venezia, e gli applausi da lui meritati a Genova, a 
Torino, a Messina, a Milano, a Taranto, a Palermo, a Cremo- 
na, a Piacenza. 

Ammesso nel 159() nel C(dlegio di s. Bonaventura e lau- 
reato nel 151)1), riportò per primo grado , il. magistero di studio 



— 121 - 

nel Convento di Padova dove non potè trasferirsi, perchè eletto 
baccelliere del Convento di Napoli. Nel 1602 fu nominato reggente 
dello Studio di Milano, e nel 1G07 gli fu data la cattedra di 
Bologna. Fu carissimo al Duca di Ossuna, viceré di Napoli, 
che gli fece molti doni, tra cui un càmice, una pianeta, un calice, 
« che sono (dice il Franchini) nella sacrestia nostra di Monte 
dell'Olmo » (ci saranno ancora?); al Duca di Savoja, a Paolo V, 
a Urbano Vili. Narra lo Sbaraglia che da Paolo V fu man- 
dato ambasciatore al Re di Francia, e da Urbano Vili al Duca 
d' Urbino, e che morì nel 1028 d' anni 52. Altri lo dice morto 
predicando, non si sa quando, in Assisi. 

Di lui scrive il Waddingo: Bonifacius Fau^tus de Monte 
Vhno Picenus mcrarum concionum per universam Italiam decla- 
mator eeleberrimuHj varias edidit conciones: de S. Carolo, de 8. 
Ignatio^ de B. Aloysio, de 8. 8indoney de davo Mediolani amer 
vaio, et alias. Ma di queste concioni soltanto le due prime ci 
restano. 

La prima è così intitolata: Oratione in lode del B. Carlo Bar 
romeo cardinale di 8. Chiesa Romana del Titolo di 8. Pras- 
sede. Composta e recitata alli 4 di Kov. del 1604 nel Duomo di 
Milano. Dal M. E. P. Fr. Bonifatio Fausti da Monte dell'Olmo 
delV Ordine de' Min. Con. Dottor Tlieologo, Predicatore, è liegente 
dello Studio di 8. Francesco di Milano (Milano Tini e Lomazzo 
1605). I! Fausti intreccia a quelle di s. Carlo le lodi di Milano; 
glorifica, ])iìi che il santo, « 1' huomo heroico », di s. Carlo 
illustrando prima le virtìi cardinali, le « virtìi che fanno l'huomo 
quadrato, cioè perfetto »: la i)ruden/a, la giustizia, la temi)e- 
peranza, la fortezza, e poi le virtìi teologiche, che fanno i)er- 
fetto il cristiano. Invoca le virtìi di tutti i santi per lodare s. 
Carlo, che paragona a lungo con s. Ambrogio. Ecco un saggio 
di questa orazione, che dimostra non al tutto infondata 1' idea 
di coloro che vedono una delle cause del secentismo nella let- 
teratura ascetica dell' ultimo Cinquecento: « Perdonatemi, ò 
Santi, se io quasi nuovo Apelle rimirando di voi le più Illustri 
parti nella tela di questa aria, con il pennello di questa lingua, 
hoggi un quadro solo ritraggo, e vi dipingo Carlo, o se quasi 



— 122 — 

giojelliere nell' erario de' tesori vostri, scielgo le più ricche 
geimne, e ne formo corona al nostro Carlo, percbè così richieg- 
gono i snoi meriti, e tutto ritorna a gloria vostra, et ad honor 
di Dio.... ». Questa orazione, che l'autore fu restìo a pubblicare, 
sapendo, come dice nella prefazione, che gli occhi giudicano 
assai meno favorevolmente degli orecchi, è un notabile docu 
mento storico^ per essere stata una delle prime recitate in onore 
di 8. Carlo dopo la sua canonizzazione: prova sicura dell' alto 
concetto in che doveva esser tenuta 1' eloquenza del Montolmo. 
Una delle prime, dico; e non la prima, come dicono gli storici 
l)iceni, perchè nella Miscellanea della Biblioteca Vittorio Ema 
nuele di Koma, dove 1' ò trovata, è preceduta da una Relazione 
di Gius. Milani « dell' apparato nuovamente fatto nel Duomo di 
Milano alli 4 di Novembre dell' anno 1603 per rinovare la me- 
moria del B. Carlo Cardinale di S. Prassede » (Brescia 1604): 
relazione nella quale si accenna a un' orazione fatta dal p. 
Fidele Daniele della Compagnia di Gesù, che dovrebb' esser la 
seconda. L' orazione del i). Fausti sarebbe dunque la terza. 

I gesuiti di Bologna, nel 1611, vollero che le lodi d'Ignazio 
fossero dette dal francescano Fausti, come si à dall' opuscolo: 
Relatione delle Feste fatte dalli molto Eev. P.P. della Comp. di 
Giesù, e dal Coli, de' Nobili nella Città di Bologna per la solen 
nità del B. P. Ignatio con la predica che nella Chiesa dei detti 
Rev. P.P. fece in lode del Beato, il giorno della sua festa, il 
molto Rev. P. Maestro Bonifacio Fausto Moni' Olmo Regg. di S. 
Francesco Pred. famosissimo. Raccolta dal molto Rev. Signor D. Si- 
nibaldo Biondi Rettore del medesimo Collegio (Bologna Cochi 1611). 

Oltre il Colucci, il Bartolazzi, o. e, p. 178 9, e altri storici provinciali, 
parlano del Montolmo: G. Cinelli Calvoli, Biblioteca volante, Venezia 1734: 
II. 293; -Fra' Giovanni Franchini. Bibliosqfia, o memorie letterarie di scrittori 
francescani che hanno scritto dopo il 1585, Modena 1693, p. 133-41; — Eni. 
Tesanro. Il cannocchiale aristotelico, Venezia Pauli 1702, Trattato de' concetti 
predicabili, p. 302-3; - L. Waddingue, Scriptores ordinis Minorum, Roma 1806; - 
G. G. Sbaraglia, Supplementum ad Scriptores trium ordinum S. Francisci a 
Waddingo descriptos, Roma 1816. Trovo anche citati, ma non sou riescito a 
trovare, il Gasparini, Memorie mss. de' Conventi dei Minori, Mons. Thenli, 
Trionfo Serafico, p. 77, e Maurizio Gregorj, Guida del predicatore. 



— 123 — 

Fausti Pietro Simone da Montolmo, discei»olo di Arcan- 
gelo Mercenari, pubblicò il seguente libro, dedicato a SiwSto V: 
Ex tripliei gradu divino, naturali rationaliqve disputatiovefì in am- 
plissimo orbis Urrarum Gymnasio Patavino disputandas publice 
proponit Petrus Simon Faustus Ulmensis (PiuloA^a Pasquali 1585). 

Lanciani Domenico. i)ittore del secolo XIX, noto a Roma 
e altrove, decorò egregiamente in patria la Chiesa del Sacra- 
mento. 

Bartolazzi, o. e, p. 180, u. 

Mantovani Valentino, minor osservante pausulano^ teologo 
e predicatore, pubblicò a Firenze, pei Giunti, nel 1619, una 
raccolta di sermoni intitolata Gemma pretiosa. 

Battaglia, Scrittori dell' Ordine Serafico, cit. dal Bartolazzi, o. e, p. 209. 

MoLLARi Antonio, nato a Montolmo ria una famiglia di 
artigiani il 7 giugno 17G8, studiò architettura a K(nna. Da Roma, 
nella invasione francese, fuggì a V^enezia; donde si recò a Trie 
ste, dove presentò il disegno per la costruzione della nuova 
Borsa, inciso in quattro grandi tavole con prospettive e spac- 
cati, e dedicato nel 1802 a Francesco 'li, disegno preferito fra 
tanti altri dalla r. Accademia di Parma. La i^rima pietra fu 
posta solennemente il 7 maggio 1802, e 1' 8 settembre 180(5 le 
sale della nova Borsa furono aperte al pubblico. Il Moroni cosi 
1» <Iescrive; « «La Borsa, eretta soi)ra canale interrato a spese 
del privilegiata corpo mercantile, è un edifizio architettato dal 

maceratese (leggi: pausulano) Ant. Mollari Bellissima è la 

sua facciata ornata di quattro grandissime colonne, e d' un por- 
tico ove sono sei statue colossali Si vuole che dopo la gran 

Borsa di Amsterdam questa abbia il primo rango per grandezza 
e disegno » 

Il Capri n la dice, senza nominarne 1' autore, « condotta 
secondo gli usi del più accademico classicismo »; ma è certo 
che con questo edilizio, maestoso e grave nel suo stile vigno- 
lesco, Tiieste, che prima delF età napoleonica non aveva eiifizii 
civili di qualche valore architettonico^ vide iniziato il suo rin- 



— 124 — 

novamento edilizio. Del Mollali Trieste possiede anche il Pa- 
lazzo Chiozza. 

Tornato in patria nel 1807, il Mollavi vi fu accolto con 
onore, e fu eletto i)rimo priore, e pose mano a lavori di rico- 
struzione: per esempio, ridusse a modiche proporzioni 1' Ospe- 
dale, troppo suntuosamente disegnato dal Valadier. « Ma decla- 
mando contro i soprusi e le ingiuste usurpazioni (dice il Bar- 
tolazzi), si attirò fiera persecuzione; onde si allontanò, e tini 
altrove i suoi giorni ». 

Moroni, Dizionario, art. Tries/e; — liartolazzi, o. e, p. 65 e 207-8; - G. 
Natali, A. Mollavi, in Vessillo delle Marche, Macerata, 10 agosto 1895; Storia 
dell' ai-te, I. ediz., Torino-Roma 1903, p. 495, e successive edizioni; L'arte 
marchigiana, Macerata 1905, p. 25; — G. Caprin, Trieste, Bergamo 1906, p. 82; — 
E. Scatassa, Un artista marchigiano a Trieste, in Rivista Marchigiana Illustrata, 
Roma, gen.-febbrajo 1908 (riproduce le due opere triestine del M.) 

Velluti Giovan Battista, l'ultimo sopranista celebre 
d'Italia, nato a Pausula nel 1780 di povera famiglia, mercè 
private sovvenzioni potè studiare ne le cappelle di Assisi e di 
Loreto. Allievo dell' abate Calpi, maestro di canto a Ravenna, 
dopo sei anni di continui esercizii di solfeggio e di vocalizzo, 
cominciò la sua carriera teatrale, e colse allori nei principali 
teatri d' Europa. Era ammirato per la bellezza della voce e per 
la soave espressione del suo canto. Nel 1813-14 cantò a Mila- 
no, dove ebbe avventure amorose che levarono gran rumore. 
Xel 182o. durante il congresso di Verona, fu cliiamato in quella 
città a ricreare le teste coroiinte della Santa Alleanza. 11 com- 
positore era G. Rossini. Il quale soleva chiamarlo imperatore del 
dolcissimo canto ^ come il Meyerbeer \o cM^imAY a prodigio di melodia. 
L' ultimo e più clamoroso successo dei sopranisti italiani fu 
quello del Velluti a Londra nel 1826. Narra il Panzacchi che, 
accolto ostilmente per quella violazione della natura che gl'In- 
glesi non credevano piìi possibile, finì col conquidere il pubblico, 
tanto da esser portato a casa con le fiaccole. Negli ultimi anni 
di sua vita riposò all' ombra degli allori meritati, negli ozii 
felici d^ una sua villa presso le sponde ridenti della Brenta. 
Morì nel gennajo del 1801. Nel 1803 fu posta una lapide coni- 



— 125 — 

memorativa nella sua casa natale. Nel 1909, dopo un silenzio 
di oltre dodici anni, fu riaperto a Pausula il Teatro G. B. Velluti^ 
ridotto a nova forma e decorato dal valente concittadino prof. 
Sigismondo Martini. 

M. Marini, Pausula e il suo territorio, Loreto Rossi 1855; — Bartolazzi, 
0. e, p. 221-2; — Fótis, Biogr. et hibliogr. univ. des muticienu; — L. 
Mastrigli, Gli uomini illustri nella musica, Torino Paravia 1883, p. 237; — 
E. Panzacchi, La musica, in La Vita italiana nel settecento, conferenze, 
Milano Treves. Snl Velluti promette nuove preziose notizie l'amico prof. 
G. Radiciotti, da cui attendiamo con desiderio il Dizionario dei musicisti 
marchigiani. 

Giulio Natali 




MEMOKIE DI UN CONDANNATO 

(INTORNO LA COSPIRAZIONE MACERATESE DEL 1817) 



Il cliiaio dottor Domenico Spadoni ha rievocato, sulla base delle 
sentenze dei 6 ottobre, 24 ottobre e 24 novembre 1818, della 
Congregazione criminale ordinaria del Tribunale di governo in 
Eoma, presieduta da monsignor Pacca, che era insieme governa- 
tore di Eoma e direttor generale di polizia, la cospirazione di cui 
si fece centro Macerata, e che avrebbe dovuto scoppiare nella 
notte dal 23 al 24 giugno 1817: il primo fatto patriotico note- 
vole dopo la restaurazione del 1815 ('). 

Pubblico oggi il racconto, inedito e sconosciuto, d' uno dei 
compromessi per quella cospirazione, Gio. Filippo Leopardi di 
S. Ginesio, notevole per le notizie che contiene, specie della 
prigionia dei patrioti colpiti, d' una loro disgraziata e, eh' io 
sappia, sconosciuta evasione, del trattamento eh' era fatto ai 
detenuti politici, delle persecuzioni i)osteriori alla liberazione 
loro, pregevole altresì per lo studio dell' epoca e dell' ambiente. 
\ Le note che io vi ho aggiunte serviranno a completare e ad 
illustrare il racconto, e a fare maggior lume intorno le persone 
nominate e le cose narrate dal Leopardi. 

« Nel 1793, addì 24 Gennaio nacqui in Sanginesio da Tommaso 
Leopardi (^) e da Lavinia Gentili genitori amorosi e in uno assai cari 
alla Patria, e mi fu posto il nome di Gianfllippo, nome istesso del 
mio Avolo paterno. Mi precedevano in età un fratèllo per nome Raf- 



(1) Spadoni Domenico, La cospirazione di Macerata del 1817. Macerata, 
stab. tip. Maiicini, 1895. 

(2) Tommaso Leopardi era segretario del Comune di Sanginesio nel 1801, 
e tale lo ai ritrova nel 1814. 



— 128 — 

faele (^), e tre sorelle Marianna, Antonia e Irene. Le imparziali care di 
questi genitori fui'ono sì incessanti all' istruzione dei figli, che sin 
dalla nostta infanzia avevano posto in casa 1' erudito Sacerdote Don 
Filippo Bracci, pel nostro insegnamento. 

« Proseguiti gli Studi nel pubblico ginnasio di questo Luogo, nel- 
1' anno 1808, addi 1 1 Maggio allorché le Marche furono destinate a 
far parte del Regno d' Italia, sotto lo scettro di Napoleone I Impera- 
tore de' Francesi, fui proposto da questo Gfiudice di Pace, e quindi 
ammesso all' impiego di Commesso civile presso questa Cancelleria 
nell' età di anni 16, e senza che io ambissi avidità di onoranze, o 
avanzamento nell' avviato impiego, pure all' insaputa del Gran Giudice 
Ministro della Giustizia con Dispaccio del 23 Dicembre 1812 n. 26498 
Divisione 2 fui nominato all' Officio di Cancelliere provvisorio presso 
la stessa Giudicatura di Pace, e quindi Sua Altezza Imperiale il Prin- 
cipe Vice Re d' Italia con Decreto dato dr.l Quartier generale di Lipsia 
li 19 Marzo 1813 si degnò nominarmi stabilmente in detto Officio, 
proseguendone 1' esercizio anche dopo la disfatta di Napoleone Primo, 
e nel tempo dell' occupazione delle Marche eseguita da Gioacchino 
Napoleone Re delle due Sicilie, il quale nel 1814;, proclamando l'indi- 
pendenza italiana, invitava i popoli a concorrere a distruggere il giogo 
straniero e stabilire 1' unificazione dell' Italia. In quell' opportunità le 
Società liberali e politiche (^) si spiegarono vigorose a raggiungere 



(1) Una cronaca inedita del tempo dimostra che Raifaele Leopardi era 
amico di Giuseppantonio Migliorelli, di Girolamo Clementini, di Girolamo 
Zaccagniui, di Aniceto Mochi, del dottor Bouanui fin dal 1811; e che era 
stimato dal Vice Prefetto. Questi infatti apprezzò nel 7 luglio di quell'anno 
una sua deposizione, concorde ad altra simile di Giuseppantonio Migliorelli, 
a favore di persona che ingiustamente era accusata di violazione del pre- 
cetto di non molestare una signora della città. Raffaele Leopardi doveva 
essere uomo mondano, come d'altronde molti a quel tempo, che si ha notizia 
di frequenti sue partecipazioni ad amichevoli allegri banchetti. 

Lo stesso Raffaele Leopardi fu presente, nel 27 luglio 1815, alla solenne 
cerimonia della restaurazione in Sanginesio dell' antico e virtuoso governo della 
Santa Sede^ cerimonia che si svolse in mezzo a replicate e festose acclamazioni 
dei giolivi Circostanti. 

(2) Nel mio Boma e lo Stato pontificio dal 1849 al 1870 (Roma, Unione 
editrice. 1909, voi. I, cap. 9) ho ricordato che 1' occupazione napoletana 
aveva convertito alla carioneria i migliori liberali marchigiani, i quali ave- 
vano adottato anche altre congeneri e filiate associazioni, singolarmente 



— 129i ^ 

questo sospirato tìne, e la uguale Società che fioriva iu Sanginesio, e 
di cui rai trovavo capo, (') gioiva io mezzo a queste speranze, e colle 
spontanee offerte di danaro, coli' incoraggiare i pusillanimi, e accor- 
tamente ispirando fiducia al popolo a sì strepitosa impresa, non fu 
1' ultima a mostrarsi zelante per la liberazione della Patria Italiana. 
Ma il destino volgendo a nostro danno surse di nuovo l' oppressore 
austriaco a soffocare lo slancio della Patria, e con tìera pugna respìnse 
1' armata di Gioacchino, il quale non solo perdette il possesso, delle. 
Marche, ma più di peggio il reame delle due Sicilie. 

« Nel 1815 ('), avvenuta 1' invasione austriaca, si stabiliva dalle 
Sovranità Europee con un Congresso a Vienna la ripristinazione del 
Governo Pontificio. Quindi con Editto del Cardinal Consalvi 6 Luglio 
1815, prescrivendosi il riordinamento degli Uffici Provinciali, Munici- 
pali e Giudiziarii (^), avanzai domanda di restare al posto di Caqcel- 
liere, e ne ottenni la patente in data iJO Settembre 1816, rilasciatami 
da Monsig. Colapietro Delegato di Fermo, come da Disp. n. 10630. 

« Venne confermata in Siinginesio la Giudicatura colla denomina- 



quella dei guelfi. Certo in Ancona esisteva un' alta vendita, una veìidita, era 
a Fermo, e vivi ai couaervavaao i rapporti col consiglio centrale guelfo di 
Bologna. Si sa del pari d' una vendita maceratese, d' un' altra in Ascoli, e 
i processi riesumati dallo Spadoni e da me attestano d' una vasta ramifica- 
zione carbonica, in quel tempo, iu tutte le Marche. 

(1) Gianfìlippo Leopardi era ritenuto per carbonaro e professava certa- 
mente principii libéralissimi, ma era prudente e poco animoso, come dimo- 
stra il resto della sua vita, da lui medesimo in queste memorie narrata. Poco 
si intende perciò di quale società egli era o si diceva capo a San Giuesio, 
e non si sa perchè egli ometta di indicarla. Scrivendo egli dopo il 1860, 
non aveva più nulla da temere, nulla da nascondere. D' altra parte, la 
serietà del Leopardi non consente si vada all' idea di una sua millanteria. 
Siccome a Sangincsio non esisteva una vendita carbonica, potrebbe trattarsi 
della società dei patriqfili, che pare esistesse nelle Marche prima del 1843. 

(2) Gli austriaci si scontrarono coi napoletani nel 2 e nel 3 maggio in 
territorio di Macerata in più scaramuccie prima, in una fazione campale e 
decisiva poi fra Tolentino e Monte Milone nelle pianure della Rancia, dove 
i napoletani, benché guidati dal Murat in persona, ebbero la peggio. Cadde 
per allora, in mezzo al generale scoramento, il sogno dell' italica indi- 
pendenza. 

(8) Neil' Archivio Marchigiano del Risorgimento (Sinigaglia, 1906) ho pub- 
blicato integralmente un interessante verbale di tali repristinazioni. 

9. — Atti e Meaiorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910. 



— 130 — 

zione di Governo, ma gli furono tolti gli Uffici di Registro, Cancel- 
leria del Censo e Magazzeno de' Sali e Tabacclii, clie per maliziosa 
astuzia di Monsignor Perfetti Sarnanese si destinarono nel Comune di 
Sarnano (*). 

« Fra l'anno 1816, e il 1817, dopo una carestia sentita da ogni 
Classe di persone, sviluppò in Sangiuesio un Tifo sì pestilenziale (^), 
che innumerevoli vittime d' ogni età, e di ogni sesso vennero condotte 
al Sepolcro fra le quali si annovera 1' adorato mio genitore Tommaso 
cessato di vita la notte degli 11 Maggio 1817 nell' età di anni 61. 

« Dovetti allora assumere la gestione dei ben limitati, e disestati 
affari domestici, e non peranco rimessomi dalla desolazione in che mi 
dilacerava la perdita fatale del genitore, dopo un mese e 25 giorni 
(addì 6 Luglio dello stesso anno, nell' età di anni 25) fui improvvi- 
samente imprigionato (^) unitamente ai due fratelli Raffaele (^) e Giu- 
seppantonio (^) Migliorelli, il primo Commesso di Cancelleria e il se- 
condo Procuratore Fiscale di quel Governo (*'). 



(1) Vecchie erano le discrepanze fra Sauginesio e Sarnano. Nel 1812 
parendo sopite, Aniceto Mochi in un' accademia vocale che fu data in onore 
dól neo Vice Prefetto allora allora insediatosi a Sauginesio, il 23 o 24 aprile, 
iìi fine della sua composizione nominò Sarnano. Non lo avesse mai fatto ! Si 
fece gran, fracasso contro il medesimo, minacciando di darne ricorso a Milano. 
Ciò rilevo dalla cronaca inedita del tempo, che ho dianzi ricordata. 

(2) Carestia ed epidemie afflissero in quel tempo tutte le Marche, preci- 
puamente la provincia di Macerata, come rilevasi da varie memorie ma- 
noscritte di quell' epoca. 

(3) L' avvocato Gustavo Baldoni mi ha cortesemente fatto esaminare un 
prezioso stato nominativo dei pregiudicati e sospetti politici a Sauginesio, redatto 
e firmato nel 2 ottobre 1850 dal governatore A. Buccolini. Gianfilippo Leo- 
pardi è compreso fra i sospetti e sorvegliati. 

(4) Migliorelli Raffaele, nel luglio del 1811, aveva assistito Aniceto Mo- 
chi e 1 periti demaniali nelle perizie di collaudo dei cimiteri, voluti dalle 
nuove leggi, a Gualdo di Macerata e altrove. 

(5) La ricordata cronaca inedita narra d' una inchiesta fattasi nel 1811 a 
carico di Giuseppantonio Migliorelli e Aniceto Mochi, perchè dicevasi per- 
cepissero più del giusto, in occasione di matrimoni, a titolo di tasse. Ma 
l'inchiesta deve aver dato risultati negativi, poiché poco di poi entrambi in 
compagnia del Vice Prefetto e del Podestà presero parte a un pranzo ufficiale. 

(6) Sanno gli studiosi di storia del risorgimento come numerosi funzio- 
nàri governativi, anche di polizia, cougiuraseero allora e più tardi per Ita- 
lia una e indipendente. 



— 131 — 

« L' Imperatore Nap. I e Re d' Italia essendo suo principale inte- 
resse di consolidare 1' Impero della Francia, pose a reggere il Regno 
colla Corona di Vice Re e colla Sede in Milano il Principe Eugenio 
Beauhornais. 

« Le Marche che, come dissi di sopra, furono nel 1808 riunite al 
Regno d' Italia, vennero divise in tie dipartimenti cioè in Metauro 
quello di Ancona, Musone quello di Macerata, Tronto l'altro di Fermo. 
Sanginesio riunito al Dipartimento del Tronto fu dichiarato Capoluogo 
di Cantone colla Sede di un Giudice di Pace e di un Podestà, avendo 
"sotto di se pel giudiziario i Comuni di Caldarola con Vestignano, 
Camporotondo, Cessapalombo con Monastero, S. Angelo, Gualdo, Col- 
murano e Ripesanginesio. 

« Nel 1811 Sanginesio passò ad essere Capoluogo del 3. Distretto 
del Tronto colla Sede di un Vice Prefetto (') e cogli Uffici della Can- 
celleria del Censo, del Registro, e Magazzeno de' Sali e Tabacchi e 
facevano parte soggetta i due Cantoni di Montegiorgio e Sarnano per 
modo che 19 Comuni formavano il 3. Distretto (-). 

« La saviezza di quelle Leggi, la maestà del Codice Civile e Crimi- 
nale, la speditezza della Procedura, il Regolamento Notarile, il Com- 
mercio rianimato, 1' Istruzione pubblica protetta, Severa e investiga- 
trice la Polizia, il celere obbedire, tutto m'infuse amore e confidenza {^) 
a quel sorprendente sistema di regime, che i retrogradi portando vanto 



(1) Questi, in persona del sig. Carcano, giunse a Sanginesio nel 2 di 
aprile, festeggiaiissimo, incontrato dalla banda, dalle autorità, dal popolo, 
mentre sonavano le campane e si facevano esplodere 240 colpi di mortaretto. 
Si installò in ufficio il 3, e si fecero feste, accademie e banchetti fino al 24, 
chiuse con lo steccato e un ballo. Il Carcano non riuscì però a cattivarsi 
molte simpatie, che pare fosse soverchiamente galante colle signore della 
città: ciò che diede luogo a vari e piccanti incidenti. 

(2) Il Leopardi, nel dare queste notizie, non ha serbato ordine cronolo- 
gico; in sostanza, quelle concessioni furouo date a Sanginesio nel 1811, e 
furono ritolte nel 1815. 

(3) I patrioti di allora nutrivano tutti siffatto entusiasmo, singolarmente 
perchè nel regno italico vedevano, per quanto sotto la egemonia francese, 
il primo embrione della nazionalità, e gli auspici della patria italiana. La 
letteratura patriotica di allora é tutta una fioritura, talvolta idiliaca, di elogi 
di inni, di speranze, che riassunse egregiamente in un suo capitolo poetico: 
Omaggio dell' Italia alla maestà di Napoleone Primo Eutimie Carnevali, elettore 
nel Collegio dei Dotti, 



— 132 — 

di gloria pel restauramento del governo pontificio, veduto che io non 
potevo nascondere, e scordare la celebrità del cessato liegno Italico, 
e le delizie in che trovossi Sanginesio distinto in quell' Epoca fortu- 
nata, persuasi pur' anco che io appartenessi come Primate alla Società 
Politica sopraindicata, mi credettero avverso al Papato, mi guardavano 
biecamente a segno (e taluni anche per invidia dell' impiego) che nel- 
1' impuro lor cuore avevano giurato il mio esterminio. 

« Si scagliarono alla malvaggia impresa cogliendo 1' occasione di 
un sconvolgimento inconsultamente tentato in Ancona, Macerata e 
Fermo nel 1817 (^), e maliziosamente ideando che anche fra breve 
avrebbe avuto effetto una rivoluzione in Sanginesio con a capo me e 
i due Migliorelli anzidetti. 

« G B , per esimersi da un procedimento da me incoato per 

falsità di scritture con faccia franca da esso operata a danno della 
famiglia del fu Francesco Tardella persona saggissima, si condusse in 
Macerata in compagnia di R. .. C... edi G-. .. B... M... a denunciare la 
pretesa cospirazione a quella Direzione di Polizia. Sebbene fossero tre 
ad asserirla (sempre falsamente) pure Monsig. Delegato volle meglio 
informarsene dal Gonfaloniere di quel tempo G. .. M... (^), il quale 
chiamato in Macerata, e covando in seno malvaggia vendetta contro 
Giuseppantonio e Rafl. (Migliorelli) per interessi di famiglia, ebbe 

l'audacia di confermare l'esposizione del falsario B e compagni, e 

fu allora che Monsignor Delegato ordinò il nostro arresto. Altri con- 
giurati si unirono poscia esultanti a render peggiore il nostro destino, 
e ne taccio i nomi per i riguardi e per la stima che professo verso i 
superstiti congiunti e famiglie che hanno tralignato dai loro autori. 

« La sera del giorno stesso 6 luglio 1817 venne da Macerata il 
Giudice istruttore Chiesa ad incominciare il processo e fummo assog- 
gettati a rigorosa perquisizione domiciliare e negli Uffici della Can 



(1) Come narra lo Spadoni nel citato opuscolo, la insurrezione era stata 
fissata per la notte dal 23 al 24 giugno del 1817, ma non tutti i liberali lo 
avevano trovato opportuno: pochi si ridussero all'appuntamento nel convento 
dei barnabiti a Macerata, e il moto falli. È chiaro che Gianfilippo Leopardi 
non lo aveva favorito, sebbene Torello Cerqnetti ed altri di Sanginesio lo 
caldeggiassero. 

(2) Nel principio del 1815 il gonfaloniere nominato dal Leopardi appa- 
risce come capitano nei quadri della guardia nazionale; e partecipò nello 
stesso anno alla cerimonia di restaurazione del governo pontificio. 



-- 133 — 

celleria. In queste visite nulla fu trovato, che appena avesse un lontano 
indizio dell' empia accusa. Il dì seguente fummo tradotti al Carcere 
di Macerata ('). 

« Lasciavo nel lutto e nel!a desolazione la mia genitrice Lavinia, 
il zio Canonico Don Giuseppe (^), il fratello Raffaele (qui il Leo- 
pardi nomina tutti gli altri di sua famiglia, le sorelle, la moglie, una 
bambina delV età di dieci mesi, etc). 

« La congiura non contenta di avere spinto le sue male arti su di 
noi tre, che volle gagliardamente estenderle anche contro Aniceto 
Mochi (■') Segretario del Municipio, contro i due fratelli Ignazio e 
Raffaele Gentili (*), Bernardino Grasselli (•') , Gabriele dementi- 



ci) lu tutte le Marche e la Romagna furono fatti innumerevoli arresti e 
perquisizioni, che formavano il materiale del grande processo 1817-1818, di 
cui ha scritto lo Spadoni, e di cui dirò infine, per fellonia e ribellione. 

(2) Questo canonico fu anch' egli libéralissimo, e ho di suo pugno fir- 
mati due scontrini di propaganda napoleonica, cogli emblemi italici. Del 
resto, tutta la famiglia coltivava aspirazioni libertarie. Alfonso Leopardi, 
pro-nepote del canonico e di Gianfilippo, già segretario capo del Comune di 
Sauginesio e nel 1860 di Fermo nel primo municipio italiano, cospiratore, 
massone, carbonaro, scrittore forbito specie in vernacolo marchigiano, è de- 
scritto dal Buccolini, nel citato stato nominativo, come pregiudicato in linea 
politica, caldo aderente e seguace di quel disordine, che alro poi non era che 
la costituente romana. 

(3) Il Mochi, colto e buon verseggiatore, era stato tenente della guardia 
nazionale; era ardito e intraprendente, e il suo nome ricorre sovente nella 
ricordata cronaca anonima in ogni avvenimento cittadino. Tra il Mochi e il 
Vice Prefetto Carcano non erano rapporti molto cordiali; nel giugno 1811 il 
Vice Prefetto confidò a certo Pietro Vallonica di volersi disfare del Mochi, 
col quale, dopo la inchiesta che ho ricordata in una precedente nota, ebbe 
difatti, nel 4 luglio dello stesso anno, un grosso diveì-iio. Il Mochi gli parlò 
forte e fiero, ma il Vice Prefetto lo denunciò alla Prefettura di Fermo per 
impropria condotta. 

(4) Un ex gendarme Gentili di Sanginesio, non so se uno dei qui ricor- 
dati, doveva mandare a Macerata uomini per la insurrezione, come si ap- 
prende dall' o. e. dello Spadoni. Un G. B. Gentili e i suoi figli Carlo e 
Giuseppe, poi, furono anch' essi libéralissimi, e annoverati dal Buccolini fra 
i pregiudicati in linea politica a San Ginesio. 

(5) Questo Grasselli si dilettava di letteratura poetica. Ho una sua com- 
posizione in versi offerta nel 25 febbraio 18.54 alla madre dell' avv. Aristide 
Morichelli, in occasione della costui recuperata salute dopo malattia mor- 



~ 134 — 

ni (') e Dionisio Germani, i quali il 10 Luglio furono posti agli arre- 
sti, e tradotti alle prigioni di Macerata. 

« AncìieG... B... (il dertir/iciaiorej venne allora arrestato, processato; 
e convinto di falsità di scritture fu quindi coudannato alla pena di 
cinque anni di galera, che dal Tribunal di Appello gli fu ristretta a 
tre anni. 

« Il 28 Luglio suU' albeggiare da Macerata sotto scorta militare 
fummo tutti nove tradotti in Roma ove giunti il 4 Agosto ci fu asse- 
gnato 1' alloggio alle Carceri nuove in via Giulia in una Segreta per 
ciascuno. Pochi giorni appresso fummo posti ai costituti dal Giudice 
Arduini, e nel 21 Ottobre dopo mesi 2 e giorni 17 tolti dal Carcere 
Segreto ci vedemmo collocati in quello della Larga ("^). 

« Il 10 Novembre poi improvvisameute poco dopo la mezzanotte 
ci si fece ritornare alle ris])ettive Segrete (^) senza poter conoscere il 
motivo di tale misura, facendosi rimanere nella Larga i soli Raffaele 
Gentili e Bernardino Grasselli. 

« Quindi per la seconda volta tenuti sotto il rigore della custodia 
segreta, di mesi 7 e giorni 11 passammo a quella della Larga la sera 
del 21 giugno 1818 alle ore 2 di notte. 



tale, e delle costui prossime nozze; composizione difettosissima ma che rivela 
un cuore molto ben fatto. Di Bernardino Grasselli lo stato nominativo del 
governatore Buccoliui dice che era sospetto da tenersi sotto sorveglianza, asso- 
ciato di continuo con persone di dubbio nome in politica, e che nel 1849 ha dato 
non equivoci segni di adesione a potere diverso dal legitimo. 

Un Flaminio Grasselli, poi, che era stato commesso postale durante il 
regno italico, aveva avuto la fermezza di rifintare, nel 15 giugno 1811, al 
Vice Prefetto il permesso di aprire una lettera, da questo reclamata, e che 
era stata impostata all' indirizzo del Direttor Generale delle Poste a Milano. 
Ne seguì una fortissima competizione, che il Grasselli sostenne vittoriosa- 
mente pel segreto epistolare. 

(1) Forse parente di Emiliano Clementiui, noto agitatore in prò' della 
costituente romana del 1849, e membro della magistratura comunale repub- 
blicana. Di questo il Buccolini dice che è individuo di calda immaginazione, 
facile a trascendere, di poco o ninno buon nome, e trovasi sotto vigilanza. 

(2-3) Probabilmente, nel 21 ottobre si riteneva esaurita la istruttoria del 
processo, che sarà stata riaperta invece nel 10 novembre, com'è molto vero- 
simile, a seguito di riveli di spontanei e di impuniti. Difatti le tre sentenze dei 
6 e 24 ottobre e dei 24 novembre vennero relativamente poco guari dal ri- 
torno dei nostri alla larga, che segui nel 21 giugno 1818. 



— 135 — 

« Non vedendo più Giudice, non ci fu possibile conoscere a quanto 
fosse giunto 1' incarto percliè il tutto si teneva nel più tenebroso si- 
lenzio. Le nostre istanze venivano ricevute con volpino sorriso da 
monsignor Pacca (i) governatore di Roma e Direttor Generale di Poli- 
zia, e dal Cardinal Consalvi Segretario di Stato senza poter ottenere 
qualunque benché lusinghiero rescritto. 

« Nel mese di Agosto nella visita mensile delle Carceri e dei Car- 
cerati che si eseguiva da Monsig. Olgiati {-), vidi alla sfuggita segnati 
i nostri nomi in un elenco di detenuti, che si teneva aperto da un 
impiegato della visita, e nella colonna Osservazioni essere scritta la 
parola Destinato (^). 

« Sorpreso da questa annotazione ne feci subito consapevoli i miei 
compagni, e non si tardò di sentire in merito Mons. Invernizzi (*) 
Difensore Officioso dei processati il quale acceduto nel Carcere, e uditi 



(1) Il Nisco, nella sua Storia d' Italia dal 1814 al 1880 narrsi, e lo Spadoni 
ueli' o. e. riferisce che il Pacca fn nel 1820 denunciato a Pio VII quale a- 
gente segreto della carboneria, e dovette esulare per non essere tenuto prigione. 

Strana coincidenza è poi questa, che rilevasi dalla difesa a stampa pre- 
sentata pel Papis e coiraputati da monsignor Invernizzi al Pacca nel 1818: mho 
spontaneo svW ulteriore rivelo non dubita asserire che espose tutte falsità nel primo, 
adducendo per isousa la pertinenza al Massonismo di un ministro del Tribunale. E 
il tribunale era presieduto appunto dal Pacca. 

C2) Marcantonio Olgiati chierico di camera aveva preso parte in qualità 
di giudice alla compilazione delle sentenze nella causa a carico Papis e co- 
imputati. 

(3) Nel mio Roma e lo Stato pontificio dal 1849 al 1870 ho dimostrato 
come vi fossero usitate simili forme di processure. Nelle istruttorie dei de- 
litti di lesa maestà, di fellonia, di attentati alla sicurezza pubblica, ecc. era 
normale la deputa di giudici speciali, speciali forme stabilite caso per caso dalla 
Segreteria di Stato, non altro difensore che quello designato dal capo del 
Tribunale, in generale monsignor avvocato dei poveri, non conforto di te- 
stimoni, e va' dicendo. 

(4) Difatti, l'Invenizzi difese anche il Papis, il Gallo, il Carletti, il Riva 
e gli altri imputati del processo richiamato dallo Spadoni. Filippo Invernizzi 
fu poi, nel 1826, presidente a Ravenna della commissione speciale mista 
istituitavi dal papa allo scopo di scovrire e colpire gli autori dell'attentato 
contro il cardinale Rivarola. Fu l' Invernizzi che introdusse, a fiaccare la 
carboneria, la spontanea o rinuncia di cui parlo nel mio Roma e lo Stato 
pontificio dal 1849 al 1870. 



i tfò]^tn lànièhti su quanto eraci noto, in ordine alla maniera della 
procódurà, al non essere stato pubblicato il processo, non contestate 
le pene, non ammessi alla difesa, alla scelta del difensore, ed infine 
sugi' intriglii ne' quali eravamo stati avviluppati empiamente, seppe 
rispondere èssere stata ad esso affidata la nostra difesa (senza voler 
dire da chi) e averla eseguita, avendo dovuto prestare il giuramento 
(senza dire in mani o avanti di qual Autorità) di tenere occulto ciò 
che risultava dal processo, quali e quante fossero le persone esaminate 
a nòstro danno, ed in qual modo fosSe stato istituito il processo stesso. 
Còncliiuse il suo discorso coli' esortarci a soifrir tutto con rassegna- 
zione perchè tutto procedeva dalla volontà di Dio, così ci lasciò e 
partissi da noi. 

« Dall' empietà, dalla nequizia e da un nefando dispotismo non 
poteva attendersi che questa maniera di procedimento, poiché da chi 
sta a capo di un pessimo governo, non altro vien prodigato che quanto 
di male aver può nome, intento sempre a calcare i buoni, e a solle- 
vare i pravi. 

« Non ristammo dal fare presso la Segreteria di Stato le nostre 
ragionevoli rimostranze in scritto su quanto avevamo udito da Monsi- 
gnor Invernizzi, e 1' esito delle nostre domande (') fa veramente ma- 
gnanimo, e sì degno della tirannide, cui stavano a capo il Pacca ed il 
Consalvi, che fu dato ordine per la nostra deportazione in tre Fortezze. 

« Infatti alla mezza notte del 12 Settembre 1818 fummo dal nostro 
affannoso sonno destati, e fatti accedere nella Cancelleria esistente nel 
Carcere ci venne intimata la deportazione, cioè, di me, di Giuseppan- 
tonio e Raffaele Migliorelli al Forte di Perugia, di Aniceto Mochi, e 
d' Ignazio e Raffaele Grentiti al Forte di Civitacastellana, ed a quello 
di Pesaro Bernardino Grasselli, Gabriele Clementini, e Dionisio Germani. 

« Ci si negò a dirittura che il Fornitore somministrasse i mezzi di 
trasporto, e non si volle permettere neppure che ce ne fossimo forniti 
a proprie spese a fronte che il P. Bencivenga Chierico Minore nostro 
conoscente , ricolmo di umani sensi, avesse fatto approntare due 
Carrozze. 



(1) Certàhiente tra i reclami dei condannati e la deportazione in fortezza 
ùón vi fu rapporto di causa ad effetto. La deportazione sarebbesi operata 
anche senza i reclami, come misura generale: tanto vero che furono depor- 
tati anche detenuti che non avevano reclamato, e a Civitacastellana più tàMi 
ei ritrovarono in molti. Quella era la pena a cui èrano stati condannati. 



— 437 — 

« Congiunti insieme a due a <lno con manette ai polsi assicurate 
ancora da una catena infilzata negli anelli delle manette istesse do- 
vemmo partire a piedi dalh; Carceri nuove colla scorta di 12 Gendarmi 
a cavallo, ed a gran stento a piedi potessimo sopportare un cammino 
di 27 miglia circa (i) sino a Monterosi ove giungemmo all' Avemmaria 
della sera tutti spedati affatto essendo i piedi a chi gonfi, a chi feriti, 
a chi divenuti echiraòsi, 

« La mattina susseguente il Custode del Carcere ci diede avviso, 
che il domani si proseguiva la traduzione egualmente a piedi. Udito 
elle volevasi rinnovare il nostro strazio risolvemmo concordemente di 
opporci ad ogni costo a qualsiasi violenza. Intanto fatto invitare il 
Chirurgo di Monterosi perchè ci visitasse, e con relazione scritta dasse 
il suo giudizio se noi eravamo atti a potere, o no intraprendere un 
viaggio a piedi, si presentò subito all' inferriata del Carcere, e ci 
disse che prima di entrare a visitarci desiderava avere nota dei nostri 
cognomi, nomi e patria. Li scrisse immantinente con Lapis in una 
carta e si allontanò da (pici luogo dicendo Eccomi a Loro. La nostra 
aspettazione restò delusa a tale che ne la porta del Carcere fu aperta 
ne il Chirurgo si vide più da noi per qualche ora. 

« Non potemmo reprimere con disdegno i lamenti, e le invettive 
con animo crucciato contro il Chirurgo che ci aveva sì fattamente in- 
gannato, ma nel colmo dell' ira che occupava le potenze del nostro 
animo, ecco all' impi-ovviso il Chirurgo all' inferriata con atto di com- 
passione ci saluta, ci porge un foglio, e quasi lagri mando s' involò 
dai nostri sguardi, e non vi fu tempo a ringraziarlo. 

« Il foglio descrivev^a la visita fatta a ciascun di noi, e la con- 
clusione ch'eravamo affatto impotenti a viaggiare a piedi, ed era munito 
del Visto del Sindaco locale che ordinava al Fornitore la sommini- 
strazione dei mezzi di trasporto. 

« Quest' atto ci fece ricredere dalle mal concepite idee verso il 
Chirurgo, e ci rese fermamente persuasi, eli' egli nutriva nel fondo 
del cuore umanissimi sensi differenti e contrarii affatto da quei delle 
feroci belve del dispotismo. 

« Con i mezzi di trasporto dovemmo partire il domani da Mon- 
terosi, e giunti a Civitacastellana vennero fra noi separati il Mochi, 
e i due Gentili perchè destinati in quella Fortezza dove rimasero, 
scambiati prima i reciproci cordiali amplessi. 



(1) La distanza di Monterosi da Roma è di chilometri 38. 



— 138 — 

« Devo accennare poi che fatta sosta a Nepi, dove cambiavasi la 
traduzione crovammo il Capo-scorta di animo assai cortese il quale 
fatto il nostro appello di consegna, ci mostrò il foglio di Via in cui 
leggemmo i nostri Cognomi e Nomi, coli' annotazione nella Colonna 
Osservazioni — Condannati alla galera per sette anni per delinquenze 
politiche — 

« Ecco finalmente conosciuto il gran mistero dell' empia occulta 
condanna la quale senza forma di procedura, ma colla sola base del 
dispotismo clericale è stata pronunciata al buio dell'empietà da giudici, 
non rendendo pubblico il processo per non arrossire (se ne fossero stati 
suscettivi) in faccia alla nostra difesa che certamente li avrebbe fatti 
declinare dalle loro perverse intenzioni. 

« Proseguita la traduzione passando per Otricoli, Narni^ Terni, 
Spoleto, giunti a Foligno venne eseguita la seconda separazione fra 
noi, cioè Grasselli, Clementini e Glermani furono diretti nella via del 
Furio pel Forte di Pesaro, ed io, ed i due Migliorelli nella strada di 
Assisi pel Forte di Perugia (^). 

« In Assisi non vedemmo prigione poiché quel Custode umanissimo, 
all' atto di nostra consegna, avendo avvertito nel foglio di traduzione 



(1) Raffaele Migliorelli compilò in carcere, di sua mano, essendo valente 
calligrafo, un album che intitolò: Esemplare di carattere — pel principiante — 
scritto sul gusto moderno inglese e francese — da Raffaele Migliorelli. E lo de- 
dicò al conte Luigi Onofri allora giovanetto, nel '31 capitano della guardia 
nazionale, nel '48 Priore comunale di Sanginesio. Pietosissima e fiera è la 
lettera dedicatoria, nella quale, dettosi bersaglio delle umane vicende, e affer- 
mato d' aver costretto all' obbedienza il suo coraggio che vorrebbe rendersi 
disertore, dichiara d' essersi convinto che gli uomini in ogni epoca sono stati 
il flagello dei suoi simili per invidia, per vendetta, per interessi. Invano la Prov- 
videnza ci ha dato delle leggi per renderci felici; invano ci ha inclinati ad a- 
marci per farci socievoli, amici e contenti; le passioni ci tolgono la ragione, e 
tiranneggiando noi stessi ci rendono oppressori d'altrui. 

Non furono forse le passioni degli uomini che legaron le mie mani, 

intatte dal delitto, con quei ceppi che una giusta legge riserba solo ai colpevoli ? 
E dice d'offrire la sua fatica al giovanetto gentile, educato, che se non la gra- 
disse, la compatisse almeno senza rigettarla. È un esempio di serena pazienza, 
è un campione pregevole di calligrafìa, e portala data del 21 gennaio 1820. 

Il museo del risorgimento di Macerata possiede un altro esemplare di 
calligrafia, del Migliorelli, del pari eseguito nel forte di Perugia, e dedicato 
con nobilissima lettera a una propria nepote. 



- Ì39 — 

che iKti eravamo condannati politici, incominciò a lagrimare, e strin- 
gendoci al sno seno 1' un dopo 1' altro con amplessi di compassione 
volle che facessimo dimora nella sua abitazione che era assai decente, 
e comoda. 

« Il caso dell' arresto improvviso, e detenzione nella Rocca di Spoleto 
dell' unico suo tìglio nell' età di circa 24 anni per detto titolo politico, con 
susseguita «lorte per passione di animo avvenuta nella Rocca stessa po- 
co tempo dopo il carceramento, lo mosse a tanto pietosa accoglienza ver- 
so di noi che lo vedemmo e lo lasciammo inconsolabile del nostro destino. 

« In quella sua abitazione il Custode aveva permesso che stasse il 
Sig. Agostino Ricciarelli di Perugia arrestato per debito in Assisi dove, 
trovandosi ad apparare una chiesa, il suo creditore lo aveva fatto 
porre in carcere. Il Ricciarelli persona assai benevola avendo udito 
che eravamo destinati al Forte di Perugia ci consegnò sul nostro par- 
tire una lettera pel suo tìglio Sig. Giuseppe dicendoci che aveva cre- 
duto raccomandare ad esso le nostre persone per tutto ciò di che 
avessimo avuto bisogno. 

« Il 3 di Ottobre, passato il mezzo giorno, dopo 22 giorni di penosa 
tPciduzione per corrispondenza militare giunti in Perugia fossimo posti 

al Forte dove in assenza del Comandante C ricevette la nostra 

consegna il di lui Aiutante. 

« Ci si assegnò un appartamentino con andito per entrare in quattro 
camere libere da letto, e in un camerino della latrina. L'Uscio prin- 
cipale d' ingresso al corridoio nel giorno si teneva aperto, e all' Ave- 
maria della sera veniva chiuso con chiavistello all' esterno da un Ser- 
gente che aveva la nostra consegna, e doveva prestarci servizio. 

« Il Forte era situato nell' interno della Città fatto ivi costruire 
d.al Papa Paolo III coli' iscrizione seguente all' esterno del Maschio: 
« Ad reprimendam audaciam Perusinorum ». Questo Forte poi nel 
tempo della Repubblica del 1849 fu demolito interamente e saviamente 
da' Perugini. 

« Di rimpetto vedevansi il gran piazzale denominato Rivarola, e 
il Coi'so principale della Città dove esistono grandiosi ed eleganti 
Palagi, con a capo quello del ricchissimo Donnini, e nella parte op- 
posta verso la Toscana eravi 1' ampio Sferisterio destinato ai diverti- 
menti dell' anno, alle giostre, al giuoco del pallone, ai fuochi di piro- 
tecnia etc, ed essendo lo sferisterio unito a quella parte del Forte, 
noi dai Bastioni e dalle Troniere agevolmente potevamo godere di quei 
divertimenti. 



— 140 — 

« Dalla parte opposta allo stesso Sferisterio eravi un' altra porzione 
del Forte per la polveriera detto S. Barbara, posta fuori della (^'ittà, 
nella quale si accedeva per via di un corridoio coperto, il di cui uscio 
si chiudeva a chiave dalla parte del Forte principale ed era lungo 
(IMiinto il muro di appoggio del giuoco del pallone nello Sferisterio. 
Fuori della porta della Città medesima esisteva un assai ampio piaz- 
zale per uso di Fiere e Mercati. 

« Oltre a comoda abitazione pel Comandante, Aiutanti ed altri 
Uftiziali, eranvi Caserme per la linea, e separata Caserma pei Canno- 
nieri la quale era inerente alla nostra abitazione. Un gran Cauierone 
era destinato per altri detenuti, ed altri auipi locali per i condannati 
rei di delitti comuni nel caso che per questi non vi fosse luogo nella 
Rocca di Spoleto. 

« Nella Fortezza vi erano sei cannoni da 12, palle di ferro da 12 
ammucchiate a piiamidi nel passeggio coperto. In sei parti poi dei 
vspazi scoperti stavano le troniere, e quivi i sei cannoni. 

« Nel giorno posteriore al nostro arrivo nella Fortezza venne a 
trovarci il Sig. Giuseppe Ricciardelli, ci mostrò la lettera di Suo padre 
che gli avevamo fatto ricapitare, si protestò con ogni maniera di ur- 
banità e gentilezza a compiacerci in tutto ciò che fosse stato di nostro 
desiderio. 

« A quando a quando ci somministrava dei libri per leggere, e 
fra questi il Dante, il Tasso, l' Ariosto, il Petrarca, il Boccaccio, 
Gianni, Monti, Guadagnoli, la Mitologia del Ripa, ed altri classici 
Autori in prosa, le gazzette etc, per modo che avevamo una gradita 
occupazione di passare la noia e il peso della rilegazione. 

« Spesso veniva a visitarci e segnatamente quando il di lui geni- 
tore Sig. Agostino dal carcere di Assisi venne condotto nel Forte e 
posto fra noi pochi giorni dopo il nostro arrivo. 

« Fu egualmente collocato fra noi il Conte Claudio Morelli di Todi 
nobil di cuore, scienziato che aveva dottrina nella prosa, e special- 
mente nella poesia, di animo aperto, e leale^ e le sue civili maniere 
facevano invidiato quello che lo avvicinava. Era stato fatto tradurre 
al Forte dietro arresto ordinato da quel Vescovo per supposta amicizia 
e prodigalità verso la di lui nepote Laura, per la quale invero spen 
deva largamente al solo oggetto peraltro di farla rinsavire e guarirla 
dalla infermità di mente cui era sgraziatamente caduta. 

« Erano stati pure ristretti nel Forte altii otto detenuti politici 
che furono allogati in quel Camerone che Lo sopra indicato. Erano 



— 141 — 

Antonio Cottoloiii (') e Giusepp** Tambarini di Macerata C'^), Torello 
Cerquetti di Montecosaro (•^), Mei di Montelupone (*), Zucchi di Fa- 
briano (''), Lupidi Frate Agostiniano di Montelpare (^), Sainpaolesi 
Notaro di Ancona C), e Betti G. di Sinigallia, sette condannati a 
dieci anni e il solo Zucchi a vita. Si tenevano chiusi in quel Camerone, 
ed avevano il passeggio quattr' ove al giorno, cioè due alle 10 del 
mattino, e due alla sera sino all' Avemaria. In questo spazio di tempo 
ci riunivamo nel passeggio, e il tema de' nostri abboccamenti per lo 
più si aggirava sulle sorti del nostro destino. 

« Nel maggio del 1819, il Comand. del Forte ci annunciò che 
Sua Santità;, nella Sua benigna clemenza si era degnata di commutarci 
la pena della galera con quella della Fortezza, e ridurre la condanna 
da 7 a 5 anni a contare dal giorno dell' arresto. Non fu clemenza, 
ne benignità, nui Coscienza che il mordeva per 1' empietà del suo 
dispotismo. 

« Io userei parole ancor più gravi « Dante » Inf. Cauto 19. 

« Nel 1820, proveniente da Roma fu di passaggio in Perugia l'Im- 
peratore d' Austria, e fra gli altri onori i Perugini del Ceto nobile 



(1) II Cottoloni fu ritenuto segretario della vendita carbonica di Macerata, 
depositario delle armi del coute Cesare Gallo, e della corrispondenza fra 
questo e Giacomo Papis, e fu perciò condannato alla pena del remo perpetuo, 
con sentenza del 6 ottobre 1818 del Tribunale di Governo a Roma. 

(2) Il Tamburini, già volontario col Murat, aveva preso parte alla bat- 
taglia di Tolentino; fu condannato, cou sentenza del 24 novembre 1818, 
alla galera in perpetuo, poscia commutata nella relegazione per un decen- 
nio, per aver preso parte a riunioni preparatorie della mancata rivolta del 1817. 

(3) A Torello Cerquetti, avvocato, toccò la stessa sorte del Tamburini, 
quale asserto propagatore di un proclama incendiario. 

(4) Nicola Mei s' ebbe anch' egli la galera perpetua, commutata poi alla 
relegazione per dieci anni, per complicità nel delitto di cooperazioue alla 
rivolta. 

(5) Raffaele Zucchi, fu condannato a morte, poi commutatagli questa pe- 
na nella relegazione perpetua in fortezza, come quegli che s' era portato al- 
l' Alla vendita di Ancona per ricevere le istruzioni per la rivolta. 

(6) Lo Spadoni, nell' o. e, accenna a un Giuseppe Lupidi, non so se si 
tratti di questo frate, che nel 24 novembre 1818 si buscò la galera in vita, 
commutatagli nella relegazione per dieci anni, quale eccitatore alla rivolta. 

(7) Pio Sampaolesi fu condannato, nel 6 ottobre 1818, alla pena del remo 
perpetuo, come e per lo stesso motivo del Cottoloni. 



— 142 — 

disponevano clie .indie la Banda della Gtiardia Civica si unisse ad ac- 
clamare 1' Imperatore: ma i Bandisti tutti concordi nel giorno del- 
l' arrivo dell' Imperatore scomparvero dalla Città, e il Colonnello 
adirato segnò il dispregio degli ordini da esso dati. 

« Otto gioi'ni dopo il passaggio dell'Imperatore proveniva egual 
niente da Roma per condursi nell' Isola Maggiore del Lago Trasimeno 
la Diu'liessa di Parma e Piacenza Maria Luigia Moglie di Napoleone I 
rilegato allora nell' Isola di S, Elena come prigioniero degl' Inglesi. 

« In quell' occasione i Perugini nel maggior numero divenuti entu- 
siasti e caldi ammiratori della Duchessa, erano preparati, e sì pronti 
con gioia ad ogni maniera di manifestazione di giubilo verso la mede- 
sima, che fra le altre pompe e feste magnifiche, alcuni Nobili conve- 
nuti ad incontrare, e rendere gli omaggi ossequiosi alla duchessa, 
staccarono dalla carrozza i cavalli a tre miglia lontano da Perugia, e 
legate in essa doppie funi di seta, trentasei giovanotti robusti e vivaci 
gaiamente vestiti, fecero le veci dei cavalli insino al gran piazzale 
Rivarola presso la Fortezza, dove riunitasi una popolazione senza misura 
attendeva 1' arrivo desiderato, e noi dal Forte altro non vedemmo che 
lo sventolar di fazzoletti bianchi, tenere in alto i cappelli, coprirsi di 
scelti fiori la Carrozza, ed offrirsene mazzetti alla Duchessa, e udimmo 
ripetute acclamazioni, e un incessante dire « Viva Maria Aloisia e 92 » 
(1 92 baiocchi erano equivalenti a cinque franchi ossia un Napoleone, 
e per non dire Viva Napoleone dicevano 92). La Duchessa fu veduta 
commossa e lagrimando proseguì il suo viaggio pel Trasimeno non 
ajjpena levate le funi di seta dalla Carrozza e attaccati i Cavalli. 

« Il Colonnello della Guardia Civica aveva inibito ai Bandisti di 
suonare alla venuta della Duchessa perchè se n' erano ricusati nel 
passaggio dell' Imperatore padre della medesima, ma non curando af- 
fatto il divieto essi andettero in colepo a far l' incontro alla Viaggia- 
trice suonando sempre fino alla Piazza Rivarola. 

« Il Colonnello aspettato il finire della dimora della Duchessa nel- 
1' Isola Maggiore del Trasimeno, e il suo ritorno a Parma, ordinò a 
sette bandisti i primi promotori dell'incontro fra i quali il Capo- banda, 
che si consegnassero agli arresti nel Forte, ove vennero spontanei e 
furono posti nel Camerone insieme ai politici Cottoloni, ed altri di 
sopra nominati. 

« Un mese stettero consegnati ed in questo tempo, tranne la notte, 
si tenne sempre aperto il Camerone per 1' andirivieni dei parenti e 
degli amici dei sette bandisti, fra i quali devesi noverare un Guar- 



— 143 — 

dabassi giovane ricco, ragguardevole, affabile e di animo affettuoso. 
Nel giorno per lo più si conversava insieme, e non può dirsi abba- 
stanza quanto si stasse in allegria, specialmente poi nel tempo in cui 
godevamo delle armoniose melodie suonate dalla Banda che spesso si 
riuniva nel Forte. 

« Sul volgere dell' anno 1820, fu imprigionato un tal Giuseppe 
Bocci di Assisi di mediocre condizione, per una scandalosa amicizia 

con una tal P coniugata, di stirpe nobile e ricca, che lo manteneva 

in tutti i modi. Fu condotto nel Forte, e posto fra noi nel sovrac- 
cennato appartamento, e siccome dipendeva dal Vescovo, e non dal 
Governo, non fruiva di alcuna razione giornaliera, sicché vicino a con- 
sumare quel poco di danaro che aveva seco portato, si raccomandò 
tanto al Comandante per avere dal Governo quello che in contanti a 
noi si dava, che ottenne 15 baiocchi al giorno a condizione che dovesse 
esser contento di esser collocato nel Camerone fra gli altri Politici, colla 
promessa di sorvegliarli nei loro discorsi e in tutto ciò che riguardava il 
Governo, e coll'obbligo di riferire il tutto in ogni mattina al Comandante. 

« Giurò sulla sua fede. Rientrato nel nostro appartamento, tutto 
ci disse, e assicurò che appena posto piede nel Cameione, e salutati 
i Politici, avrebbe loro manifestato che il Comandante lo poneva fra 
di essi per sorvegliarli, e quindi far da Spia sui loro andamenti, ma 
però la sua indole, sebben povero, non lo avrebbe mai indotto a sì 
vile bruttezza, che ispira generale disprezzo. 

« Il Bocci infatti con saldezza di animo, costante nelle dichiarazioni 
a noi fatte, si dimostrò verso quei Politici con vera e ferma lealtà di 
cuore che seppe meritarsi la loro fiducia e amicizia. 

« Sulla primavera del 1821, sollevatosi il regno delle due Sicilie, 
il Re fu contento di giurare, e dare una Costituzione. Prima che dalle 
Potenze di Europa fosse riconosciuto ed ammesso il Regime costitu- 
zionale di Napoli, 1' Austria propose un Congresso europeo a Laibac 
dove fu invitato anche il Re di Napoli. Egli si mostrò pronto ad unirsi 
al detto congresso, ne ottenne il pei-messo dai Napoletani (sbaglio im- 
perdonabile !) e prima di partire giurò e promise non pure di ritornare 
al suo Trono, ma che avrebbe fatto riconoscere dalle Potenze la costi- 
tuzione data, e lasciò in Reggente il suo primogenito figlio Francesco 
Erede del Trono. 

« Il Re non ritornò: non solo non fece riconoscere la costituzione, 
ma rendendosi due volte spergiuro verso i suoi sudditi, e in faccia al 
Mondo intero, invocò, invece, ed ottenne dal Congresso, che un Annata 



— 144 — 

Austriaca invadesse il suo regno, abbattesse la costituzione, e gli rido- 
nasse lo seettro del tirannico, ed assoluto dispotismo. 

« I politici, che io cliianio del Camerone, lusingati dagli avveni- 
menti dello Stato Napoletano, e sulla speranza di un lieto avvenire, 
nel primo esordire di detti mutamenti, meditarono una fuga dal Forte 
sui primi del Marzo con tale riservatezza che a nessuno di noi tre ne 
fecero ingerire neppure un lontano sospetto, forse persuasi che ci sares- 
simo ricusati di unirci seco loro pensando che poco più di un anno 
mancavaci a riacquistare la primiera libertà. 

« Il Bocci fu fedele compagno nella fuga; un Giovane Cannoniere, 
un loro scopino stipendiato dal Governo cooperarono e si unirono con 
essi. Avevano scuciti i lenzuoli, e con i teli avevano formato una fune. 
Fecero un foro nel muro del Camerone e colla scorta del Cannoniere 
e dello scopino si trovarono presso 1' Uscio dello stradone coperto che 
dava accesso segreto a S. Barbara. L' Uscio fu aperto dal Cannoniere, 
e in un attimo furono alla Polveriera undici tutti insieme. Posta in 
linea orizzontale una leva da manovra di caunoni in una feritoia de' 
bastioni, vi passarono la fune sopradescritta a scorsoio per toglierla 
aft'atto dopo la discesa, tirando a sé uno dei capicorda. 

« Dieci scesero felicemente, ma Bocci malaccorto, ed inesperto sul 
modo di scendere posatamente cadde dopo superati due terzi di quel- 
1' altezza, e soggiacque alla lussazione del collo di un piede, 

« I Politici non sbigottirono per sì fatale riuscita: fermarono ac- 
cordi col Bocci, che, cioè, si contentasse di restare legato in un albero 
di un terreno alquanto lungi dalla strada provinciale dove lo portarono, 
in una discreta vicinanza della Casa Colonica; sul far del giorno chia- 
masse il Contadino pregandolo a farsi portare in casa, ivi fare accedere 
il Comandante del Forte per narrargli 1' accaduto, esponendo che si 
era dovuto unire alla fuga per schivare il pericolo di morte minaccia- 
tagli con fermezza dai politici, onde con questa scusa o pretesto potesse 
liberarsi da qualche pena. Sopratutto poi dovesse assicurare a chiunque 
ne facesse richiesta, che essi si erano diretti per la Toscana senz' af- 
fatto nominare Napoli. Il Bocci promise e giurò: quindi lo lasciarono 
prendendo la via di Casalina Luogo natio del Cannoniere. 

« Tutte queste operazioni furono eseguite in poche ore prima della 
mezzanotte. 

« Giunti in Casa del detto Cannoniere presero riposo e ristoro, 
e quindi in tutta fretta proseguirono il cammino verso Trevi, e sul- 
1' aurora arrivarono a stento alla sommità di quel monte da dove scen- 



— 145 — 

deudosi dalla parte opposta, jj,'ian tempo non ci voleva per trovarsi 
sul territorio napoletano^ ma spedati tutti dieci nel faticoso cammino, 
straziati da vento impetuoso, ed improvviso, dovettero ricoverarsi in 
una casa dove furono accolti da quei montanini con generosa ospitalità, 
av^endo ricevuto anclie 1' assenso di trattenervisi anche qualche giorno, 

« Un ora circa dopo la mezzanotte il Bocci vide apparire un lume 
fuori della Casa di (\iu'\ terreno dov' era rimasto legato in un' albero. 
Chiamò, e disse — Aiuto: per carità aiuto — A questa voce lamentevole, 
nella sua direzione accorse un uomo, il quale commosso dallo stato, 
e dalle preghiere del Bocci che in brevi accenti narrò quanto eragli 
accaduto fatto accedere un altro di sua famiglia in tutta fretta in quel 
luogo, ambedue sciolsero dall' Albero il Bocci, lo portarono in casa 
loro, e lo adagiarono in letto. 

« Fatto giorno il Capo di quella famiglia si condusse dai suoi pa- 
di'oni in Città, che erano i Monaci di S. Pietro (presso i quali era 
stato collocato all' istruzione nella sua adolescenza V Avvocato Enierico 
Morichelli) ed il Superiore di essi udito il fatto ne fece inteso il Co- 
mandante del Forte, il quale circa le ore 8 del mattino senza indu- 
giare montò in legno coli' Ufficiale di settimana ed acceduti ambedue 
nella Casa di quel Contadino, fecero porre nella Carrozza il Bocci, 
lo condussero all' Ufficio di Polizia, e subito venue sottoposto ad esa- 
me: quindi fu fatto passare all' infermeria per la cura della lussazione. 

« Appena intesi i risultati della sua deposizione furono si)editi i 
Gendarmi a cavallo a Foligno ed a Spoleto al gran galloppo. 

« Il Bocci fedele nella fuga, non arrossì di commettere un tradi- 
mento a grave danno dei fuggitivi politici e compagni. Invece di in- 
dicare la direzione della Toscana, accertò quella di Trevi per lo Stato 
Napoletano, accennando i distintivi del vestito, dei bonet con visiera, 
e vari strumenti da musica che portavano i sud. politici. 

« A fronte di sì precise indicazioni poteva riuscire fortunato 
lo sforzo azzardato dai medesimi, perciocché giunti salvi in quel 
luogo quasi infi-equentato, poco mancava a valicar quel Monte, e di 
trovarsi in franchigia fuori del confine dello Stato Pontificio. Ma per 
perfidia del fato, poco lungi da quella Casa in cui presero ricovero, 
furono incontrati da due contadini i quali, come fu successivamente 
conosciuto, si conducevano a Spoleto ad un esame di causa criminale. 
Innanzi al Giudice Istruttore uno di quei disse aver trapassato il 
Monte con pericolo di esser portato via dal Vento che ivi imperver- 
sava furibondo, e dubitava se si fossero scampati da quello infuriare 

10. — Atti e Meaiorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910, 



— 146 — 

dieci giovani, e se avessero avuto tempo di giungere ad una Casa cui 
si dirigevano a gran stento. Alle interrogazioni fattegli sull' incontro 
di quei giovani, il Contadino diede i connotati somiglianti in tutto a 
quei descritti dal Bocci, indicando ancora 1' ubicazione della Casa. 

<< In un attimo la Direzione di Polizia di Spoleto, presso la quale 
era impiegato coli' onorifico grado d' Ispettore Innocenzo Santini di 
Sarnano, resa istrutta dell' accaduto da quella di Perugia coli' aggiunta 
degl' indizi assunti dal deposto di quel Villico, spedi una turma di 
soldati di linea in quel Monte di Trevi, con alquanti gendarmi, e 
giunti nella indicata Casa trovarono ivi i dieci latitanti, e venne loro 
intimato 1' arresto. 

« La notte furono guardati a vista, e nella seguente mattina dovet- 
tero assoggettarsi alla traduzione per Perugia, dove giunsero la Sera, 
e furono posti al Carcere del governo. 

« Io, e i due Migliorelli per circa un mese soffrimmo la noia di 
rimanere chiusi nella nostra abitazione e privati del passeggio a causa 
di detta fuga. 

« Il Bocci quasi risanato dalla lussazione fu ricondotto nel Forte, 
e posto con noi tre nel ripetuto appartamento. Ci narrò tutte le ope- 
razioni della fuga particolarezzandone tutte le circostanze. Pretese poi 
scusarsi di avere manifestata la direzione presa dai Politici per Trevi 
persuaso che alla mezza mattina in cui parlò col Comandante, eglino 
fossero già fuori di Stato, e giunti al sicuro nel Napoletano. Noi nul- 
ladimeno non ci ristammo dal dichiararlo traditore, e spergiuro. Ci diede 
poi assicurazione di avere accertato il Comandante al suo secondo in- 
gresso nel Forte che ignota fu affatto a noi la meditata fuga, percioc- 
ché ci venne ridonato il passeggio negli ampi spazi della Fortezza. 

« Per vero il Comandante non si era mai mostrato rigoroso verso 
di me e dei Migliorelli, ma soltanto devo render palese che egli fosse 
stato un ladro a nostro danno truffando a tutti i politici rinserrati 
nel suo Forte, ed a ciascuno di essi mezzo paolo al giorno sull'assegno 
di due paoli che il Governo ci somministrava per ognuno in luogo 
del vitto in natura, per modo che dandoci soltanto 15 baiocchi, fro- 
dava in ogni giorno ad 1.1 individui cinque paoli e mezzo romani. 

« Il Governo prese la determinazione di l'iunire tutti i politici in 
una sola Fortezza, laonde quei rilegati a S. Leo, Pesaro, Ancona, 
Perugia, Civitavecchia e Castel S. Angelo furono trasportati al Forte 
di Civitacastellana. Il 26 ottobre 1821 lasciammo Perugia, ed entrammo 
il 31 del d. mese prima del mezzo giorno nel Forte di quest' ultima 



__ 147 — 

Città. In pochi giorni il Forte era abitato <la 76 politici (*), e dei 
ginesini ne mancò uno, cioè Dionisio Germani che era cessato di vita 
nel Forte di Pesaro. 

« Dopo elle i Compagni di Perugia ci particolarizzarono le sven- 
ture della loro fuga, l' arresto, e la condanna al doppio della pena 
rimasta a scontare, fu risoluto di reclauiare alla Segreteria di Stato 
sulla trutfa di circa 600 scudi in tre anni operata dal Comandante del 
Forte di Perugia a nostro danno sull' assegno alimentario come 
di sopra esposi, e fatto un prospetto dimostrativo ed esponente le 
somme l'icevute per le quali in ogni quindicina il Comandante ci fa- 
ceva emettere quietanza in ragione di 15 baiocchi al giorno, e in 
un' altra colonna quello che avessimo dovuto avere a baiocchi venti, 
fu dato corso all' istanza e prospetto da tutti undici firmato. 

« Quindici giorni dopo venne al Forte un Commissario da Roma 
per conoscere le nostre intenzioni sul reclamo avanzato, e quali prove 
avessimo in appoggio alla domanda. La risposta fu che bastava venis- 
sero ritirate le nostre quietanze esistenti presso il Comandante C , 

che da esse risultavano i pagamenti quindicinali a noi fatti in ragione 
di baiocchi 15, e non 20 al giorno, e se il Comandante avesse negato 
o impugnato queste quietanze, la prova della reità sarebbe stata con- 
statata con la di lui ricusa. Il Commissario con delicati modi cercò 
farci condiscendere a declinare dalla nostra domauda, la quale invece 
fu da noi costantemente confermata. Si licenziò da noi, e partissi. 

« Nulla più si seppe del nostro credito, e lo dovemmo porre in 
oblìo. Sol che avemmo certezza che il Comandante C venne desti- 
tuito da quel posto. 

« Il Forte di Civitacastellana fu fatto erigere da Papa Giulio II. 
Innanzi il portone d' ingresso eravi un "ponte levatoio. Da un secondo 
portone si entra in un ampio Cortile circondato da due Portici uno 
sopra 1' altro, nel giro de' quali vi sono Camere abitabili, dove a 
scelta si stava in due, in tre, in quattro ancora. Ogni vano era for- 
nito di una sedia, di un tavolino, un letto compito per ciascun' indi- 
viduo. La finestra era con Vetri e con inferriata. L' uscio si chiudeva 
al dì fuori con catenaccio e chiave. Oltre all' abitazione pel Comandante 
e sua famiglia esistono vari saloni, che servivano di passeggio. Allo 



(1) NelP aprile 1822 erano in numero di 8.S, giusta 1' elenco nominativo 
pubblicatone dallo Spadoni nel La cospirazione Ri Macerata del 1817. 



— 148 - 

V scoperto si andava di rado, preferendosi il piacere di stare in Società 
fra detenuti, e passeggiare sotto i portici, e nei saloni. Fra 76 che 
eravamo in quel luogo si trovava un buon numero di persone erudite 
fra le quali nomino il Conte Cesare Gallo di Osimo (^), l'Avvocato 
Pietro Castellano di Macerata (^), il conte Fattiboni di Cesena (^), 
Papis (*), Passano (''), e Sampaolesi di Ancona, Aubert di Ascoli (*^), 
Torello Cerquetti di Montecosaro, Aniceto Mochi, Giuseppantonio e 
Raffaele Migliorelli di Sanginesio, Antonio Cottoloni di Macerata mec- 
canico e bravissimo calligrafo, Livio Aurispa (^) pur di Macerata esperto 
ritrattista, ed altri. Eranvi sette sarti, G. B. Peona di Ancona Cap- 
pellaio, Amadei di Loreto Orefice, i quali, con il permesso del Coman- 
dante, lavoravano quasi di continuo ed a seconda delle commissioni 
cLe loro si davano anche da molti della Cirtà. Amadei era pure 
Maestro di ballo, tre Romagnoli maestri di scherma, e davano lezioni. 
Dodici Marchigiani amanti della Musica avevano formato una mezza 
banda, e due o tre volte alla Settimana suonavano pezzi di musica 
tutti variati e diversi. Io mi occupavo nella lettura di qualche buon 
libro che mi favoriva il Conte Gallo, e nella Stenografia, e mi pia- 
ceva di esercitarmi nell' Aritmetica insieme a Peona che n' era assai 
istruito, dandoci scambievoli problemi a cifre stenografiche. Di guisa 
che tutti occupati chi in una maniera, chi in un altra si era nell' in- 
tento d' ingannare il duolo della perduta libertà personale. 

« Il Governo aveva stabilita una fornitura con appalto pel nostro 

(1-2-4) Cesare Gallo, Pietro Castellano, Giacomo Papis furono condannati 
alla pena di morte, poscia commutata in quella della relegazione perpetua 
in fortezza sotto stretta custodia, quali capi della cospirazione. 

(3) Vincenzo Fattiboni s' ebbe la pena del remo perpetuo, perchè convin- 
to d' essere stato V intermediario fra il Consiglio centrale di Bologna e quei 
di Ancona, portatore del piano della rivoluzione. 

(5) Francesco Passano era còrso di nascita ma risiedeva in Ancona. Fu 
condannato a dieci anni di galera, poscia commutata la pena a sette anni 
di relegazione, per aver avuto cognizione e aver preso interesse in alcune ope- 
razioni dei settari dirette contro il governo. 

(6) Francesco Aubert s' ebbe la stessa pena che il Passano, per aver 
diffuso in Ascoli le idee dei settari, e per aver tenuto corrispondenza con set- 
tariì singolarmente dell' estero. 

(7) Figlio di Livio, che s' ebbe sette anni di relegazione, fu quel Pirro 
Aurispa da giovanetto arrestato e inquisito, poscia professore celebrato, che, 
successore del Puccinotti, eccitò dalla cattedra innumerevoli giovani all'a- 
more dì patria. 



— 149 — 

servizio e trattamento. In quanto al vitto il Fornitoi-e fu contento 
somministrarlo crudo, che avressimo fatta cucina da noi. Quindi a 
cadauno erano assegnati due pani di lib. l 1^2 1' uno, una foglietta 
di vino, once dieci di carne senza 1' osso e 4 once di minestra, sale 
etc. Oltre al carbone dava le stoviglie per la cucina^ e formatesi di 
noi tante compagnie di 12, di 18, di 24 etc. ognuna cucinava a 
suo modo, e siccome ciascuno aveva cinque baiocchi ogni cinque giorni 
pei frutti, questi bastavano per la cena, coli' aggiunta di quello che 
si ritraeva dalla vendita dell' Olio, dato nella quantità di once due 
per sera, e per ogni Camera, il quale sempre sopravanzava. 

« Per noi gineeini si avvicinava il tempo della nostra liberazione 
tra il 6 e 10 Luglio 1822. Quindici giorni prima il Conte Cesare Gallo, 
incaricato dal Comandante, assunse la briga di segnare i nostri conno- 
tati, e questi essendo stati inoltrati alla Segreteria di Stato, vennero 
poscia i Passaporti colla data del 10 Luglio 1822, nei quali a ciascuno 
di noi veniva ingiunto di rimpatriare, e di non deviare dal retto 
str adale. 

« Ci si diede avviso che noi all' alba del dì giorno 10 dovevamo 
esser fuori del Forte, e tutti gli altri politici dovessero rimanere chiusi 
nelle rispettive Camere, sicché alla sera precedente imbandita da essi 
una cena vollero che stassimo a mensa con loro in esultanza della no- 
stra liberazione, e quindi dopo replicati cordiali, ed affettuosi amplessi, 
all' Avemaria fu sciolta la riunione, ed ognuno dovette condursi nelle 
rispettive Camere. 

« La mattina del 10 circa l'Aurora avevamo posto piede fuori del 
Forte, e non mi rimarrei mai di esternare quanto immensa fosse l'an- 
sia di presto rivedere i nostri di famiglia, e quanta doglia fosse in 
noi di aver lasciato in quel luogo di pena 68 oppressi dalla tirannide. 

« Presi a vettura due Legni ci partimmo a mezza mattina da Ci- 
vitacastellana, e dopo il mezzo giorno del 13 giunti in Tolentino, la 
sera istessa sulle ore tre della notte ci trovammo presso i nostri ri- 
spettivi Cari di famiglia. 

(Il Leopardi descrive, qui le accoglienze e le affettuosità ricevute da1)a 
propria famiglia, che non interessano lo studioso). 

« Destituito dall' impiego di Cancelliere non mi diedi ad altro che 
di attendere ai -dissestati affari di famiglia, non avvicinavo alcuno del 
paese, e per lo più me la passavo nella campagna. Non bastò che io 



— 150 — 

tenessi si riservata vita (0, che la perfidia e la pravità di alquanti 
coll'appoggio di persona autorevole che sempre anelava innalzarsi sulla 
ruina altrui sperando benemerenza dal Governo, invocò dalla direzione 
di polizia di Macerata una rigorosa sorveglianza su di noi reduci po- 
litici, ed un precetto di non poterci assentare dal Comune senza il 
permesso del Governatore. Questo precetto ci fu intimato per mezzo 
del Cursore Tommaso Renzi li 9 Gennaio 1823 (2). 

« Non ci portò sbigottimento questa misura poiché in quanto alla 
sorveglianza già eravamo persuasi che ne saressimo gravati, la quale 
sarebbe stata delusa dalla nostra condotta, e in merito poi al precetto 
eravamo concordi, per ottenerne la revoca, di stancare il. Governatore 
colle richieste di permesso in iscritto di assentarci dal Comune facen- 
dole or 1' uno or 1' altro tre o quattro volte la settimana. 

« Un giorno nel mese di Marzo mi fu negato dal Governatore Pa- 
gnoncelli ('*) simile permesso perchè invece di chiederlo io in persona 
avevo mandato la mia serva. Nulla di meno mi condussi senza tema 
in Caldarola, e al mio ritorno mi presentai dal d. Governatore e spinsi 
tan' oltre le mie rimostranze, che gli dissi pure che se non voleva 
soffrire la noia di scrivere i permessi non doveva promuovere il pre- 
cetto, o almeno doveva farlo contramandare subito che conosceva la 
nostra condotta in tutte le maniere irreprensibile. Egli adirato, per 
farmi ricredere dalla datagli incolpazione, mi mostrò un calunnioso 
rapporto di altra persona autorevole del luogo (che non voglio no- 
minare) diretto alla Delegazione di Macerata in cui fra le altre menzo- 
gne esponeva esser necessario porsi un freno ai nostri andamenti, e 



(1) Difatti il Buccolini nel 1850 dice che il Leopardi, tornato in patria, 
8i è condotto con qualche riservatezza, simpatizzò per la repubblica del 1849, 
ma giamììiai ha favorito, e molto meno cooperato pel disordine. 

(2) Il precetto uon era sempre identico, variava caso per caso nelle cou- 
dizioui e imposizioni, delle quali però erano costanti il divieto d'assentarsi dal 
paese senza preventivo permesso, I' obbligo di non uscir di casa la mattina 
prima dell' ave e di ritirarsi innanzi che sonasse 1' ave della sera. 

(3) Questo Pagnoncelli non fu risparmiato dalla maldicenza popolare. Ho 
un libello che fu trovato appiccicato alla bottega d' un panattiere, nel quale 
egli è indicato di professione: Massacrate la giustizia; vi si dice odioso ad 
ogni ceto, esercente trattoria in un fienile, e lo si accusa di costringere gli 
amnùnistrati a recarvisi a consumare e a spendere, dando per giunta generi 
tali che le Nobili Marchesine Giherti vomitarono per tutta la strada. 



^ 161 — 

dietro a questo rapporto si leggeva il seguente rescritto: « Al Sig. 
Gov. di Sangiaeaio, perchè ponga sotto sorveglianza i nominati reduci 
politici, e faccia loro precetto di non assentarsi dal Comune senza suo 
permesso » (i). 

« Mi fece poi conoscere quanto fosse stato maravigliato di quella 
disposizione sì imprevista stanteclie con rapporti quindicinali egli a- 
veva sempre encomiato il nostro modo di vita, e volle che io vedessi 
le minute lasciate per 1' Ufficio. 

« Frattanto io mi trovavo senza impiego e senza una risorsa per 
potere supplire alle bisogna della Famiglia, e piacendomi di scansare 
r ozio, il mio amico Bartolomeo Gasoli Notaro, e Archivista notarile 
ebbe a compiacenza che gli prestassi la mia, benché debole, opera 
nell' esercizio notarile. 

« La malvagità fu posta in campo per avversare anche questa mia 
quanto onesta altrettanto onorifica occupazione, e i maligni portarono 
reclami avanti la Presidenza degli Archivi in Roma a carico dell' o- 
nesto Notaro Gasoli, al quale per ordine della stessa Presidenza fu 
inibito di servirsi della mia persona come reduce politico negli affari 
Notarili, e dell' Archivio. 

« Ragguagliatomi il Gasoli delle ricevute disposizioni, fui pronto 
di condurmi in Macerata avanti quel delegato Mons. Spinola, che 
mi aveva conosciuto nel Forte di Perugia allorché anche colà reggeva 
quella Delegazione, e presentatogli nn memoriale sulle male arti che 
dai scelerati si adopravano per vieppù opprimermi, anche in voce 
esposi che io cercavo impiegarmi onestamente per fuggire 1' ozio pre- 
cursore di ogni vizio, e per procacciarmi di che vivere e sostentare la 
famiglia, scarse assai essendo, ed insufficienti le rendite del mio pic- 
colo avere. Ghe se al Governo non fosse piaciuto che da me esclusi- 
vamente venisse procacciato un mezzo anche di piccole risorse, mi a- 
vesse del resto destinato, esso in un impiego nel giudiziario o in qua- 
lunque altro posto, diversamente avrei dovuto persuadermi, che altra 
mira non avrebbe avuta che di proteggere la malvagità, e i-espingere 
gli uomini di buon volere. 

« Monsignor Spinola ascoltò con generosità i miei giusti lamenti, 
e mi accertò che da esso non era stata data veruna disposizione sui 



(1) Lo stato nominativo del governatore Buccolini, del 1850, comprende 
36 cittadini pregiudicati in linea politica, 5 cittadini sospetti da tenersi sotto 
sorveglianza, e i capi dei corpi militari esclusi dall' ultima amnistia. 



— Ì52 — 

narrati fatti. Fece chiamare a ae il Sig. Mario Mattioli Benvenuti Se^ 
gretario della Direzione di Polizia, e lo incaricò di riscontrare la pro- 
venienza delle luisure prese a mio danno, e verso il Notaro Gasoli, 
e intanto io fossi andato nell' Ufficio della Direzione per dare le op- 
portune indicazioni. 

« Il Sig. Mattioli mi trattò con maniere si ingenue e cortesi che 
sembrava fossimo congiunti in antica e leale amicizia. Mi confidò che 
in ogni settimana da Sanginesio giungevano reclami anonimi (i) contro 
noi reduci politici, ma clie la Direzione non li curava affatto, perchè 
dai periodici bollettini del Governatore si conosceva abbastanza la no- 
stra condotta. Dal protocollo riscontrò che la Presidenza degli Archivi 
aveva fatto inibire il Notaro Gasoli di servirsi della mia mano nel suo 
ufficio. Ritornammo da Monsignor Delegato, e sentito il tutto dal 
Mattioli, con modi benevoli mi disse che fossi ritornato in Patria 
tranquillo assicurandomi del suo favore presso la suaccennata Pre- 
sidenza. 

« Passati non appena 15 giorni al G-overnatore di Sanginesio venne 
I' avviso, da comunicarsi d' ufficio al Gasoli, che questi poteva preva- 
lersi di qualsiasi persona per gli atti del suo ministero sotto la sua 
responsabilità. Tutto ottenni, e ritornai ad unirmi col Gasoli stesso. 

« L' empietà non cessava di cospirare fabbricando maligne trame, 
con inaudite congiure, e giungendo perfino a deporre in iscritto il 
falso e il calunnioso a danno mio, di Giuseppantonio e Raffaele Miglio- 
relli, di Bernardino Grasselli, e del Parroco Don Angelo Manicatori. 

« La congiura nacque e fu alimentata nel 1826 da A M.... 



(1) A Sanginesio, nell' epoca a cni il Leopardi si riferisce, che certa- 
mente segnava per la citt.4 un periodo di decadimento, era costante 1' orri- 
bile uso degli anonimi, a cagion forse della supina ignoranza in che la rea- 
zione, pavida e perversa, amava conservare le masse popolari. Io possiedo innu- 
merevoli libelli, varie satire staccate (strano caso, sempre da preti !) dalle 
mura della città, poesie che si facevano girare di bottega a bottega, di 
famiglia a famiglia, dove le piìl oneste reputazioni venivano assalite, le 
signore pivi modeste e pie vituperate, uomini ragguardevoli oltraggiati I 
Financo i vari cronisti prendono gran diletto a narrare con particolari mi- 
nuziosi, e con frasi salaci, gli episodi più caratteristici in fatto di moralità 
e di costumi. Buon per Sanginesio che la progredita civiltà abbia spazzato 
via quei sistemi e quei gusti dalla simpatica, industre, gentile città, che ha 
recentemente reso omaggio e fatto onore al suo ADierigo Gentili. 



— 153 — 

Sostituto (li Cancelleria nel Governo di Sangincsio, e da A... M... contro 
Bernardino Gra-^selli, Don Angelo Manicatori ('), e Raffaele Migliorelli 
sulla supposizione che questi potessero servir d' intralcio agli amori 

del con una figlia delM..., e che per lo mezzo ne fosse stata 

avvertita la Curia Arcivescovile di Camerino. La congiura veniva 
diretta dall'empio R C cognato del M — , i quali vollero esten- 
derla pure contro Giuseppantonio Migliorelli, ed anche contro di me 
sebbene ad altro non fossi intento, che a stare pe' fatti miei. 

« 11 reclamo da munirsi di attestazione stragi udiziale doveva redi- 
gersi, e spedirsi alla Segreteria di Stato dal direttore della congiura 
C... Ecco il tenore ad verbun) delle disposizioni. 

— Goveino Pontificio — Sanginesio 13 Agosto 1820. 
<< Io sottoscritto per la pura verità e per la legitima difesa dello 

« Stato depongo e certifico che in una sera dop > le ore 4 della notte, 

« non ricordandomi del giorno preciso, ma mi pare che fosse nel mese 

« di Maggio corr. anno, mentre me ne ritornavo in casa, e passando 

« lungo la piazza, m'incontrai con questo Filippo Leopardi già reduce 

« politico, clie andava in abito da Campagna, come fosse tornato 

« da fuori frescamente, ed avendo sospettato, che potesse machinare 

« (jualche cosa, mi gli feci da lontano senza esser veduto onde sor- 

« vegliarlo; e difatti appostatomi sotto le logge del Palazzo Comunale 

« intesi, dopo aver tatto esso qualche piccolo passeggio avanti e dietro 

« le finestre di Bernardino Grasselli, sibilò o fischiò al medesimo, e dopo 

« pochi momenti intesi aprire la porta della sua speziarla di dove 

« sortì il detto Grasselli, il quale si accompagnò col Leopardi, quali 

« unitamente chiamarono Raffaele Migliorelli con qualche cautela, ed 

« unitamente tutti tre partirono alla volta di Fiolce; io insospettito 

« di qualche manovra di questi soggetti nemici del Trono mi feci le- 

« cito di osservare le loro mosse, e seguirli in qualche <listanzii; difatti 

« giunti al Convento di Fiolce vicino alla Croce viddi un uomo vestito 

« di nero, il quale si unì con essi, e fermatosi a discorso intesi be- 

« nissimo che era il Curato Don Angelo Manicatori loro stesso confi- 



ci) Un altro prete di San Giuesio, Don Tito Goveruatori, è compreso 
dal Buccoliui tra i i>r egiudicati in linea politica nel 1850. Vi si dice anzi 
ch« il Governatori non recede nuli' ostante censure ecclesiastiche coercitive dal 
frequentare individui sospetti. Nondimeno, la sorveglianza fu per esso soppres- 
sa con dispaccio delegatizio del 21 maggio 1858, come risulta da annota- 
zione del governatore M. Masini sullo stesso stato nominativo del Buccolini. 



— 154 - 

« dente, il quale l'improverò quelli di averlo tanto trattenuto in quel 

« luogo, ma poscia [)ro8eguiroiu) il loro viaggio, ed io per vedere il 

« fine, proseguii anch'io da lungi; e giù nella Croce presero la strada, 

« che conduce al Casino del Serrone, ed in questo tempo viddi venire 

« (ine uomini a Cavallo per la strada di Tolentino i (pulii presero 

« pure la direzione verso il Casino Migliorelli, ed io maggiormente 

« insospettito proseguii i detti soggetti, quali giunti, dopo scesi dai 

« cavalli, diedero un segno, e nel momento si aprirono le porte di 

« detto Casino. Mi appostai sotto del Casino per sentire di che mai 

« si tiattasse i loro trattenimenti, ma non intesi altro che vari scon- 

« certati ahbracciamenti di allegrezza; e dopo qualche altro piccolo 

« trattenimento essendomi convinto che la loro permanenza, e loro 

« unione fossero i soliti progetti di quella fellonia, e congiura couti-o 

« il Governo, io me ne partii senza poinii in nuovi pericoli di esser 

« veduto, e riconosciuto. Ho potuto risapere molte particolarità della 

« infamia di questi Reduci, e delle massime cospiratrici contro il Go- 

« verno esternate ad un tal G V colono dei Miglioielli che a- 

« bita nel Casino del Serrone, couje potrà il Governo rilevare dal di 

« lui esame, e si convincerà quali pessimi soggetti siano quelli, e se 

« meritino più la confidenza della Società. 

« Tanto per verità, in causa di piena scienza, e coscienza, e co- 

« me fatto proprio, però ho scritto il presente, e firmato di proprio 

« pugno e carattere. In fede etc. 

« lo K M confermo quanto sopra mano propria ». 

« Governo Pontifìcio 

<< Sanginesio Delegazione di Macerata li 12 Agosto 1826. 

« Io sottoscritto alla presenza dei sottocritti Testimoni per la ve- 
« rità, e per la garanzia che debbo alla Religione e alla .siciìrezza del 
« G<n'erno certifico, proutro sempre di ratificarlo avanti qualunque 
« Superiorità, come in un giorno del p. p. Maggio non ricordandomi 
« del giorno preciso, stando vicino alla Casa di questo Chirurgo Pa- 
« squali, ed all'incontro stava passeggiando non molto lontano da me 
« Giuseppeantonio Migliorelli già reduce politico con un forestiere, 
« che io non riconobbi se fosse da Tolentino, o Colmurano, ed intesi 
« benissimo, che il Migliorelli diceva a questo Forastiere suo comi^a- 
« gno che passeggiavano, come dissi, lungo il così chiamato Colle 
« avanti la Casa del Chirurgo Pasquali, ove io mi trattenevo, come 
« dissi, per 1' oggetto di aspettare il Fabbro, le seguenti parole: 



— 155 — 

« — Che vuole obbligaici questo e e del Papa a doverci confes- 

« sare e prender Pasqua, (juanto farebbe meglio a starsene per i suoi 
« guai, e se non la finisce, presto glie la tinireino noi, giaccliè co- 
« niandianio più noi, die lui — (i) Depongo altresì che tenendo di- 

« scorso con un tal G V Colono del d. Migliorelli, che ritiene 

« a colonia il teireno dove è situato il Casino del sud. in Contrada 
« Serrone, questo mi assicurò delle spesse adunanze che teneva con 
« Fili{)po Leopardi, Bernardino Grasselli, unitamente al di lui fratello 
« Ratiaele pur Migliorelli, e quivi in questa unione parlavano contro il 
« Governo, contro il Papa, e vi erano progetti di atterrare il Gover- 
« no medesimo, aggiungendomi di più il medesimo che se parlava 
« poteva dir tanto a carico di <iuesti reduci, che avrebbe fatto racca- 
« pricciare la natura istessaj ma che non poteva parlare ne deporre 
« per timore della propria vita, ma clie essendo esaminato sarebbe 
« stato obbligato di verificare il tutto. Tutto ciò per la verità in causa 
« di vera scienza e coscienza mi sono sottoscritto alla presenza dei 

« qui sottoscritti Testimoni. - F C mano propria. Io A... M... 

« testimonio alla firma e deposizione ». 

« Queste infami deposizioni restanmo presso il Direttore C per 

essere unite, come dissi, al reclamo che egli doveva, per assunto in- 
carico, redigere, e dargli corso. Ma il C se ne astenne, ed altro 

non fece, che fattomi chiamare e accedere in sua casa, mi rivelò la 
congiura e tutti quelli che la formavano. Mi fece leggere le due depo- 
sizioni che mi lasciò in mano accompagnate da una sua lettera diretta 
a Giuseppantonio Migliorelli. Eccone il tenore: « Sig. Giuseppantonio 
« Padrone. Una catastrofe di mali e discapiti vi si prepara da' vostri 



(1) Di Giuseppeantouio Migliorini così si logge nello nfato nominativo 
del Buccolini: Sedicente causidico, ammogliato con un figlio. Sino dal 1817 
fu processato per delitti politici, e fu condannato ed espiò la pena nel forte di Pe- 
rugia, e fu caldo rivoluzionario nel 1831. Trovasi sottoposto a semplice sorve- 
glianza. Ha costantemente tenuto sospetto contegno, poiché nella ì'ivoluzione del 
1831 copri cariche conferitegli dai faziosi; in seguito si abbandoìiò anche a vita 
lasciva, € per ordine ecclesiastico fu ristretto in carcere, e nell'ultima rivoluzio- 
ne ha dato segni di estesa aderenza. Il Migliorelli ha inimica la fama pubblica 
pel suo assurdo tenore di vita sott' ogni rapporto: neW ultima anarchia fu tra 
quelli che redassero V inventario dei beni ecclesiastici in questa teii-a: rive quasi 
miserabile, e costituito quaV è in vecchiezza trovasi respinto da tutti i buoni ed 
è sotto sorveglianza. 



— 156 — 

<< nemici, basati questi nella più micidiale impostura, architettata 
« dall' infamia, dall' animosità, dalla menzogna più manifesta. Non 
« ignorate che i priuìari nemici autori di ogni accaduto disordine sono 

« pure B — 8 — (') e G... B..., e «luesti sono stati, e s<mo i 

« Direttori delle mosse dell' empietà, e tengono i satelliti esecutori 
« de' loi'o circoli infami profittando della necessità de' Terzi, e vio- 
« leutarli ancora per compiere e mandare ad ettetto il sacrilego atten- 
« tato di sacrificare innocenti vittiuie, e renderle responsabili di delitto 
« atroce da esse non conosciuto. Questi satelliti, questi esecutori in- 
« degni che saprete essere M... S... detto Catà, A... M... Sostituto 
« meritissimo. A... M..., e C... L... vi hanno ordita una trama mici- 
« diale c(m deposizioni le più architettate e bugiarde. Asserisco che 
« soiu) menzogne perchè fui presente al congresso tenuto dai primi tre 

« che dovevano deporre, e come dovevano deporre. Difatti F C... 

« depose, e fu scrittore A... M... ed A... M... Di suo pugno e carattere 
« emise altro accomodato documento, ed io fui onorato dell' incarico 
« di spedizioniere lasciando in mie mani il monumento dell' empietà. 

« Sebbene tardi, debbo conoscere il mio dovere, attendere a me 
« stesso, garantire la verità, e non rendermi più responsabile in faccia 
« a Dio ed alla Superiorità di pregiudicare il Prossimo, e causargli 
« danni incalcolabili senza verità, senza giustizia. Credo di esonerare 
« la mia coscienza, e di eseguire in parte al mio dovere con rassegnarvi 
« gli originali documenti, i)erchè possiate garatitire la vostra, e l'altrui 
« innocenza, difendervi dalle imputazioni, e tenere a calcolo gli oltrag- 
« giatori. Salvate, ve ne prego, la mia convenienza, e la mia tranquil- 
« lità, e guardatevi di arrecarmi il minimo dispiacere in compenso 
« della sincerazione presente, e chiamatevi contento del mio rav- 
« vedimento, mentre con stima mi ripeto V. Servo Obb." R.... C ». 

« Da me e Ratfaele Migliorelli vennero fatte le copie della lettera del 
C... e delle sud. deposizioni di A... M... e di C... che tuttora conservo 
fra le mie carte, e ])erciò ho avuto cautpo di trascriverle in questa 
memoria. 

« Da M... e da M... fu penetrato il tradimento verso di loro com- 
messo dal C e persuasi che noi ci saressimo rivolti alla via cri- 
minale, vedendosi perduti nelle loro mire, diressero un memoriale alla 



(1) La persona (juì nominata, savio municipale, assistette alla cerimonia 
di restaurazione del governo pontificio nel 1815. Una satira in versi lo 
paragona per lussuria all' imperatore Caracalla. 



— 157 — 

St'greteriii di Stato, col <iiiale spontanei confessavano il pessimo di loro 
operato, si disdicevano da quanto calunuiosauiente avevano esposto, 
incolpando il C di sedazione e d'inganno. 

« Fu nostro costante proposito di vedere il termine di tante iniquità 
onde ottenere il possibile di starcene tranquilli in famiglia, di guisacliè 
Giuseppantonio Migliorelli, ed il Mariicatori si condusseio in Macerata, 
e rappresentato il tutto a Monsignor Delegato li assicurò che esposta 
formale querela avanti quel Tribunale, avrebbe fatto accedere in Sangi- 
nesio un Giudice per istruire il processo, il quale quivi si recò otto 
giorni dopo. 

« In questo mezzo M si conduce a Cingoli nel di cui Governo 

era stato traslocato come sostituto di Cancelleria, e il M.... partì per 
Ancona dove si arruolò e venne accettato nei Dragoni Pontifici. 

« Compilato il processo, il Giudice fece arrestare subito U C 

e F — C — che furono tradotti alle carceri di Macerata, e i)oscia che 

erasi restituito nella sua residenza fece porre il M agli arresti per 

la Città di Macerata, come impiegato, e il Dragone M... spoliato dell'As- 
sisa venne egualmente condotto a quelle Carceri. 

« M prima che fosse giudicato cadde infermo in Macerata e 

la natura tolse la vita a (luesto scelerato, che morì fra i rimorsi di 
nefande ini(|uità. 

\< A capo di otto mesi fu pronunciata la sentenza colla quale C 

fa condannato al Carcere per un anno, e M... e C bastantemente 

puniti colla sofferta prigionia. 

« La miglior condanna fu poi quella della Parca che a sollievo 
degli uomini tolse dal mondo il M cioè quel mostro di malvagità, 

<< Questo procedimento e (jueste condanne posero abiuanto freno al 
progredire delle insidiose macchinazioni ridonandoci la pinduta calma, 
e la tranquillità delle Famiglie. 

« Mio fratello Raffaele aveva 1' impiego di Computista e protocol- 
lista in questo Municipio, quando sui primi d(^l 1828, colpito da morbo 
apopletico il Segretario Girolamo Zaccagnini, (') restò solo al disim- 
pegno di tutti gli aftari. Il Cavaliere .Sig. Niccolò Barbi (-) in allora 



(i) Girolamo Zaccagiiiui era stato nel 1815 capitano della guardia nazio- 
nale; fu arguto, satìreggiatore feroce e talora scomposto d' uoiiiiiii e cose, 
pieno di verve e di ingegno. 

(2) La cronaca anonima più voltr ricordata attribuisce a ([uesto Nicolò 
Barbi una avventura boccaccesca snfticienteniente sapttrita. Il Barl)i era stato 
intimo del A ice Prefetto Carcaiio, e lo aveva sempre coadiuvato. 



— 158 — 

Piioic Coinnnalc, e gli Aggiunti Sigg. Tlarione Morichelli, (') e Raniero 
Miizzabnfi che forniavano la Magistratura, considerando essere di neces- 
sità di porre un altro impiegato in aiuto di mio fratello, risolsero di 
farlo passare interinalmente al posto di Segretario, destinando me all'im- 
piego provvisorio di Computista, e Protocollista in luogo di Raffaele. 

« Restai maravigliato come avessi potuto meritare tanta considera- 
zione, e deferenza mentre mi vedevo preferito all' altrui abilità ed 
erudizione che in me non si verificavano; ma persuaso die mi si faceva 
quest' onore da quei Signori Magistrati per solo effetto di nobiltà di 
animo, accettai, me ne dichiarai assai grato, e col giorno 6 Luglio 1828 
ebbe principio 1' afiBdatomi impiego, nel quale venni eletto stabilmente 
ad unanimità dal pubblico Consiglio del giorno 19 Dicembre 1832 san 
zionato dalla Delegazione di Macerata come da Dispaccio 19 Gennaio 
1832 {evidentemente, deve leggersi 1833) N. 373. 

« A tener lontano ogni pretesto di ulteriori congiure sia per animo- 
sità che per invidia dell' impiego pensai di liberarmi dalla sorveglianza. 
Mi rivolsi per 1' oggetto c(m istanza alla Segreteria di Stato, e dietro 
le informazioni favorevoli del Governatole Girolamo Troni non solo, 
ma paranco della Delegazione presso la quale mi fu d' appoggio il 
Sig. Mario Mattioli, la stessa Segreteria di Stato con Dispaccio 20 No- 
vembre 1828 N. 48153 ordinò che si cessasse di essere io sottoposto 
alla sorveglianza politica. 

« Non invano cercai di liberarmi da questo vincolo, che un residuo 
de' malefici tentò di farmi licenziare dall' impiego sud. esponendo che 
io come reduce politico, e sorvegliato non meritavo di stare al servizio 
del Municipio, (2) tanto più che ivi simultaneamente eravamo due fratelli 
a prestare 1' opera nostra. 



(1) Il Monichelli aveva assistito alla ricordata solennità per la restaura- 
zione pontifìcia nel 1815. Fu poi presidente del comitato provvisorio di go- 
verno a Sanginesio a seguito della rivoluzione del 1831. Fu padre degli 
avvocati Aristide ed Enierlco Morichelli, entrainbi attivissimi propagandisti 
per r unità italiana, il secondo soldato dell' indipendenza in Lombardia, 
consultore a Macereta, durante la repubblica del 1849, fondatore del circolo 
popolare a Sanginesio, presidente di quello di Macerata, scrittore e avido 
— dice il Buccolini — di politiche innovazioni, naturalmente tenuto sotto 
sorveglianza. 

(2) Difatti, risulta dalle ricordate note di polizia del liuccolini che il 
dottore Filippo Nobili fu nell'ultima ballottazione eaclaso dal conaiglio comunale 
perchè principalmente si dimostrò sintpatico alla rivoluzione; il chirurgo Pio Pai- 



— 150 — 

« La 8('<4ieteiiii di Stato av^.anti la (luale si poitò il reclaino, udite 
le informazioni della Miigistiatura, non solo lo rigettò, ma da es«o 
prese motivo di stabilire nna massima generale che, cioè, due Fratelli 
potevano contempoi'aneamente essere addetti ai due diversi impieghi 
Comunali, come meglio appaiisre da Dispaccio 25 Giugno 183Ó X. 32267, 
esistente nel vecchio Archivio di (jucsto Municipio alla busta - Circolari 
e disposizioni di massima. 

« Nel principio del 1829, instituitasi da Monsignor Arcivescovo una 
Congregazione di ragguardevoli soggetti in (juesto Comune per sorve- 
gliare 1' andamento di tutti 1 Luoghi Pii, e riorganizzazione dei Monti 
Frumentario, e pignorarlo, ed Ospedale degl'infermi, fui onoi*ato della 
nomina di Segretario dal Sig. Vicario Foraneo (') che n' era il Presi- 
dente, come da suo foglio 9 febbraio 1829 sud. n. 9. 

« Nato un sommovimento nelle Romagne fra il 1830, e il 1831 (-) 
per sottrarci dalla dominazione clericale, anche nelle Marche fu istituito 
un Governo provvisorio col vessillo dalla Bandiera tricolore Italiana. 
Attivato anche in Sanginesio un Battaglione di Guardia Nazionale fui 
decorato del grado di Aiutante Maggiore da cui mi dimisi per essere 
questo incomimtibile coli' impiego di Computista Municipale, e la mia 



muoei fu escium velia non ha molto eseguita hiennale riferma, e si crede a causa 
della mostrata avversità al governo della S. Sede; il nuicstro del concerto mu- 
sicale Annibale Fogliardi fu destituito dal suo ufficio i)er la stessa ragione; 
il dottore Amatacci Domenico fu escluso nella ballottazione della condotta medica 
ohe aveva in Loro per la sua biasimevole condolta. 

(1) Del Vicario Foraneo esiste una piacevolissima biografia latina iu versi, 

che incomincia: 

Philippus admirabilis 

In furtìs et nequitiis 

Calun n iarum conditor 

Repletus omne crimine. 

Un'altra quartina lo descrive: Indoctus, impius, callidus — Semperque loquax 

futilis — In phisico monoculus — Turpe conceptus corpore. 

(2) È noto che, morto Pio VII nel 30 novembre ]^<30, r.d opera singo- 
larmente della carboneria avrebbe dovuto scoppiare la rivoluzione durante la 
sede vacante. Fallito il moto in Roma, scoppiò e si diffuse invece in Roma- 
gna, nell' Umbria, nelle Marche con rapidità e con intensità tali, che in 
pochi giorni tutte quelle regioni fnrono in fianmie, e tutte adottarono il 
nuovo ordine di cose. Al sopravenire della rivoluzione del 1831, Gregorio 
XVI amnistiò i relegati politici di Civitacastellana, de' quali la più parte 
tornarono animosi alle congiure e all' azione. 



— 160 — 

rinuncia venne accettata dal CoUtnnello Capo dello Stato Maggiore 
Baccari, come ini fu partecipato dal 1. Capitano Conte Luigi Onofri 
con foglio 10 Marzo 1831 N. 14. 

« Questo provvisorio Governo ebbe breve durata stante l'intervento 
di un' armata austriaca contro la quale non potè resistere in Ancona 
Arinandi Generale di Artiglieria (^) mentre il Generale Sercognani (2) 
capitolava in Rieti colle truppe Pontiiìcie ricevendo 6000 scudi, e si 
ritirò abbandonando il suo piccolo esercito. 

« Erasi in San Ginesio costitituito un Comitato che reggesse (juivi 
il provvisorio governo, e si componeva di 4 soggetti cioè dai Signori 
Ilarione Morichelli Presidente, Ratfaele Bruti ('), Giuseppantonio Miglio- 
relli ed Aniceto Moclii. 



(1) Pietro Arniiindi, scrittore illustre di cose militari, già colonnello d'ar- 
tiglieria con Napoleone I, e fino al 1831 istitutore di arte militare dei figli 
di Gerolamo e Luigi Bonaparte in Roma, finì la vita a Parigi, colla carica 
di bibliotecario datagli da Napoleone III riconoscente. 

(2) L' azione del Sercognani fu sempre variamente giudicata. Non mi 
consentono queste note di intrattenermi intorno l'opera sua, ma è giu- 
sto rilevare, ad onore del vero, che il Sercognani, quando Pietro Sterbini, 
scoppiata appena la rivoluzione a Bologna, si portò a Terni, dove il gene- 
rale era frattanto arrivato, a sottoporgli un ardito progetto di rivoluzione 
romana, non lo respinse e 1' avrebbe anzi adottato se il comitato bolognese 
non avessegli vietato ogni azione risoluta. Certo è ehe il Buccolini addita 
per taluno dei sorvegliati e pregiudicati politici di San Ginesio, come deme- 
rito grave 1' aver seguito il Sercognani nei parsati poìitici sconvolgimenti. 

(3) Ratfaele Bruti fu sopratutto organizzatore operoso di drappelli mili- 
litari per la indipendenza. Si procurò così V odio dei reazionari, che se la 
presero con epigrammi d' ogni natura contro lui e tutta la sua famiglia. 
Del Bruti una velenosa satira del tempo diceva : 

Da un che Birbo na»ce pessimo nel pensare 
Da questi, o Genesini, che si può mai sperare f 
Di più Ateo e Carbonaho non v'è di più per/effe 
Per cui dal San Spirito viva egli maledetto. 
Ho una lettera diretta da Roma, nel 25 marzo 1848, all' avv. Filippo 
Augerilli in Sanginesio, dal Bruti, che lo es(»rta d' ottenergli il permesso 
della propria moglie per partire per la guerra dell' indipendenza. Anche se 
— scriveva — una palla austriaca mi annientasse, ai figli rimarrà sempre 
qualche cosa, e certamente più di quello che a me lasciarono i disgraziati miei 

genitori Bruto può star bene e poi avrà almeno una Patria, e potrà d'ora 

in avanti essere a suo tempo ricevuto al di Lei servizio (Difatti, il tìglio Bruto 
Bruti fu soldato, e raggiunse il grado di generale). Costi per accomodare di- 



— 161 — 

« Nel giorno, che fu di Domeuica, in cui si doveva innalzar di nuovo 

10 stemma Pontificio nel Iuoj;<) dove aveva sventolato la bandiera trico- 
lore una massa di contadini, e di plebaglia erasi adunata nella piazza (*). 

11 Comitato fece affigere un avviso col quale dichiarava dimettersi da 
quella rappresentanza rassegnando il tutto ai nuovi pubblici rappresen- 
tanti, e quest'avviso era firmato da' suoi membri. Il Sig ed il 

Canonico D." per scherno e per disprezzo strapparono dall'Av- 
viso il nome del Morichelli gettando in terra con ira il piccolo lembo 
della Carta. Quindi G... B... (il denunciatore del Leopardi e dei MigliorelU 
nel 1817), ed una fiotta di facinorosi attorniarono il Morichelli che si 
era arrischiato starsene in disparte a capo la piazza, e colmato d'insulti 
e vituperi a forza di spinte lo indussero a salire con loro nel Palazzo 



versi impicci si affini, si venda, si faccia lutto che tutto autorizzo. Io non chie- 
do nulla. Tu che al par di me sei cresciuto pieno di fervore Italiano mi compa- 
tirai, e mi farai compatire da mia moglie. Vorrei ohe voi foste qui in questi 
giorni, e vedere come i Padri, le mogli, le sorelle offrono i loro figli, consorti e 
fratelli per imolarsi alla Patria. Le Donne, le Principesse si spogliano degli 
ornamenti, e li offrono per il mantenimento delle spese di guerra. Oh Dio che 
giorni beati, amico mio ! 

Il Bruti fu capitano della civica, e, caduta la repubblica, emigrò a 
Firenze. 

Il goveruatore Buccolini tante volte notriinato lo segua, nel suo stato 
nominativo, fra i sospetti da tenersi in sorveglianza. E vi fa del Bruti questa 
biografia: Fu oltre modo caldo per l'anarchia, alla quale prestò ogni favore, e si 
mosse verso Foligno j^er unirsi a Sercognani. Fu assoggettato a sorveglianza, ma nul- 
lameno si recò senza carte politiche in romagna, ove ottenne indulgenza...; non cambiò 
mai proposito, ed il fanatismo spiegato prima e dopo l'ultima rivoluzione (del 1849) 
non lasciano dubitare sia stato sempre avverso al legittimo Governo della S. Sede. 
Il Bruti sino dai jjrimi momenti della guerra di Lombardia eccitava gli animi 
specialmente giovanili alle arini: riuniva popolo, e legeva agli adunati con fana- 
tismo stampa rivoluzionaria: prima della costituente si portò in Firenze colla 
moglie nativa di colà, e ri si fece organizzatore del battaglione detto della morte 
e scriveva a questi capi del Circolo materie le più incendiarie e sovversive il le- 
gittimo potere. 

(1) Tutti i paesi della marche erano afflitti a quel tempo dal più barbarico 
fanatismo religioso. E poco guari la regione diede un contingente rimarchevole 
alla delittuosa milizia dei centurioni, capo supremo nelle Marche G. B. Bar- 
tolazzi di Pausola. Quindi a San Giuesio, dove un crocifisso molti anui prima 
aveva parlato .', Maria Vergine mosse gli occhi sorì'identi al cielo con risultati 
economici molto lusinghieri...., naturali erano gli atti di bestiale rappre- 
saglia riferiti dal Leopardi. 

11. — Atti e HeBiorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche, 1910, 



— 162 - 

Comunale per avere la bandiera che egli aveva posta sotto Chiave. 
Non appena caduta nelle loro mani, unitamente all'Asta^ la portarono 
in piazza, e ridotta in minuti pezzi, accesero il fuoco^ e lì fu ridotta 
in cenere. Mentre tutta la canaglia giubilava intorno a quel fuoco, 
riusci al Morichelli di sottinrsi da nuovi insulti, e potè salvo resti- 
tuirsi in propria casa accompagnato dal fido famiglio Comunale 
Giuseppe Marchetti. Mochi fece altrettanto: Bruti però, e Migliorelli 
restarono nascosti in una Camera del Palazzo Comunale. Mio fratello ed 
io stanno sempre intrepidi in Segreteria forniti di due carabine ben 
cariche, e con baionetta in canna. (^) Verso il mezzo giorno era di- 
minuita assai 1' ammutinata gentaglia, quando improvvisamente si 
presentarono bussando alla porta della Segreteria, Paolo Pergolehi e 
Venanzo Fabbri, i quali con «alterigia domandarono di voler con loro 
Giuseppantonio Migliorelli dicendo averlo veduto in finestra. Mio fra- 
tello con prontezza risjjose che Migliorelli e Bruti erano anch' essi 
usciti fin dalla mattina, che lui era stato in finestra, e non altri, e 
che avessero cessato d' insolentire, -guardandosi ancora d'infastidire 
noi Impiegati perchè non temevamo veruno. Sentendoci così risoluti a 
far fronte a chicchesia se ne andettero chiedendo scusa. 

« Al suono del mezzogiorno chiudemmo il Portone del Palazzo Co- 
munale e lasciammo la chiave in mano del famiglio Marchetti perchè 
sgombrata appena la piazza dalla poca canaglia ivi rimasta, avesse 
posto destramente in salvo il Bruti e Migliorelli: questi però senz' at- 
tendere il famiglio, colta I' opportunità di un perfetto silenzio in 
queir ore meridiane, da una finestra della Sala scesero nell' orto an- 
nesso, oggi divenuto piazzale, scalarono quindi le mura, e si posero 
in salvamento alle rispettive abitazioni senza che alcuno li vedesse. 



(1) Della nuova magistraturii, posta in potere dal legitimo governo, per 
le armi austriache, fu scritto in Sauginesio da uu ignoto bello spirito: 

Che bel veder sulle Camerti sale 
Uh asino vestito col rubboue 
Ctii siede a destra un stupido animale 
E da sinistra un perfido e e 

Gli fan corona un piccolo stivale 
E un segretario ipocrita birbone 
Affiso gli sta accanto il Cappellano 
Che non ama le donne da lontano. 



- 163 — 

(Qui il Leopardi narra una serie di sventure doniesticlie, dalle 
quali fu colpito dal 1881 al 1843). 

« per Pontificio Rescritto del 1845, instituita la Congrega- 
zione denominata dell' 0>*pedale coini)osta dall' Arciprete della Colle- 
giata, dal Priore Comunale, e dai Priori delle tre Confraternite colla 
presidenza del Vicario Foraneo, fui dalla niedesinux nominato suo Se- 
gretario il 4 Gennaio 1847. Questa Congregazione aveva 1' ingerenza 
di sorvegliare 1' andamento dell' Ospedale, e tenere sotto la sua Am- 
ministrazione gli altri Istituti di beneficenza. 

« Nel 1848 verso il suo fine creatosi un Ciicolo jiopolare (i) venni 
da quello nominato suo Segretario che poi cessò sulla caduta della 
Repubblica romana nella metà del 1849 per 1' intervento Austro-Fran- 
cese, che ripose in trono il Pontefice Pio IX. 

« Quando in Sanginesio al finire del Governo repubblicano fu 
per ìii terza ed ultima volta appeso lo stemma del Pontifice non vi 
furono clamorosi insulti coiìie quelli del 1831, e soltanto il popolo 
della Campagna adunato in piazza verso il mezzogiorno si deliziava a 
gridare — Viva Pio IX — dietro le stupende tracce di Lazzaro Cesa- 
nelli, il quale come egregio Sostenitore e difensore del governo pon- 
tificio, inebbriaco dal Vino somministrato in piazza a barili dal P. Con- 
cordio Verzelli Parroco di S. Francesco e da Raffaele Merelli Tenente 
della G. Civica, si era posto a predicare nel superiore Loggiato del 
Comune, vomitando eresie, sarcasmi, ripetendo sempre Viva Pio IX, 
coli' aiuto del suggeritore — Vino — 

« Della mia famiglia rimasto solo, non avevo che la speranza di 
essere aiutato e assistito, nell' inoltrarsi della mia età, dalle tre figlie 
di mio fratello, che veramente mi amavano: ma ne restai deluso, 



(1) Il Circolo popolare ora, come tutti gli altri congeneri che sorsero 
allora nei vari luoghi degli ex doniinii della chiesa, centro di studi, di co- 
spirazione e di azione. Si pagavano dicci baiocchi per tassa di ingresso, e 
altrettanto per contribuzione mensile. Nt 1 maggio del 1849 ne era segretario 
Luigi Grazi, già altre volte ricordato; e dei vari documenti che ne posseg- 
go, un invito di convocazione chiama, P 11 maggio di quell' anno, i soci a 
una riunione per le ore 22, per affari interessantissimi riguardanti la Patria. 
Il Buccolini narra che il Leopardi /m jjt'r breve tempo segretario di questo oir- 
eolo popolare, da dove però spontaneo si dimise, ed in apparenza ha tenuto su 
tal genere vita senza eccezione, 



— 164 — 

percliè si congiunsero in matrimonio cioè Ermelinda con Annibale Fo- 
gliardi, (') Tommasa con Tommaso Matteiicci, (^) e Dalida con Paolo 
Moreschini sicché rimasta priv^a di femmine la famiglia, .... : 
venni nella risoluzione di passare a seconde nozze. 

(Qui il Leopardi parla del suo secondo matrimonio, e della morte 
che colpì un figlio natogli dalla seconda moglie). 

« Da Monsignor Arcivescovo di Camerino nel mese di Luglio 1860 
venne stabilita una Commissi<me a sindacare le Amministrazioni di 
tutti i Luoghi Pii di questo Comune, ed ione fui destinato Presidente 
di fatto, e Presidente di diritto il Vicario Foraneo. Le revisioni di 
queste amministrazioni dovevano assoggettarsi all'approvazione del pre- 
tato Arcivescovo in Sagra Visita, il quale si portò per 1' oggetto in 
Sanginesio, unitamente ai Convisitatori, Segretario, e Cancelliere. Le 
sindacazioni furono portate alla sanzione; ma nel mese di Settembre di 
queir Anno 1' Arcivescovo, venuto in cognizione che un Armata Pie- 
montese per la via di Belfoi'te inseguiva la Pontificia comandata dal 
generale in capo Làmorisiér, (■^) chiuse e abbandonò la S. Visita, e 
con tutta celerità se ne ritornò in Camerino alla sua Sede. 

« Disfatta 1' armata Pontificia a Castelfidardo, (*) le Marche e 



CI) Anche questo Fogliardi, nel 1850, era tra i pregiudicali in linea poli- 
tica. 11 Buccoliui lo dice maestro di musica, di poco buona fama perchè 
ai'vicinava individui sospetti, fece parte del circolo, era il primo a leggere e di- 
svelare al pubblico i fogli sediziosi, moveva il concerto musicale ad ogni notizia 
rivoluzionaria. Naturalmente, fu destituito da maestro del concerto, che gli 
era si docile, ed è votabile che fu ed è in istretla armonia col noto SJ Raffaele 
Bruti, per cui trovasi sotto sorveglianza. 

(2) Due Matteucci, Giusepjìe scrittore e Paolo causìdico figurano fra i 
pregiudicati in linea 2^<jUUoa nelle note di polizia del governatore Buccolini. 

(3) In effetti, Manfredo Fanti aveva messo il Della Kocca alle calcagna 
di La Moricière volgente dopo la resa di Perugia verso Pappennino, e ave- 
va ordinato al Cadorna, richiamandolo da Gubbio, di raggiungere Tolentino 
e affrontare il nemico, possibilmente in battaglia campale, nei pressi di Ma- 
cerata: ciò che non avvenne, ])oichè il La Moricière, che era sul Della Rocca 
a tre giornate di vantaggio, giunto il 15 a Macerata, mandò il De Pimodan 
verso Recanati e Loreto, e senza indugiare si condusse egli medesimo al Porto. 

(4) Si direbbe che la vittoria italiana a Castelfidardo abbia vendicata la 
sconfìtta napoletana di Monte Milone e Tolentino ! 



— 165 — 

1' Umbria furono riunite al Piemonte come era avvenuto della Lom- 
bardia fino al Mincio, del Parmegiauo, del Modenese, Romagna, To- 
scano, e le Due Sicilie dopo la battaglia degli Austriaci perduta nel 
1859, dalla qtial ep<tca ebbe principio 1' unilìcazione, e 1' indipendenza 
Itnliana per diventarne una nazione da circa Sedici Secoli sospirata, 
unitavi poscia la Venezia già redenta colla battaglia del 1866 in cui eb- 
be fine il dominio Austriaco; di guisa die gP Italiani avendo scosso 
il giogo dello straniero, lian fatto una sola famiglia con a capo Re 
Vittorio Emanuele II, Re Galantuomo, re soldato, re degnissimo d' o- 
nore e d' amore. 

« 11 mio esercizio di Computista non fu mai interrotto in qualun- 
<iue modo per il seguito di anni 40 dal 6 Luglio 1828, ma nel volger 
dell' anno 1867 fui costretto dare la mia rinuncia, e domandare di 
esser messo in riposo con giubilazione vitalizia a pieno soldo atteso 
die già correva il settantacinquesimo anno di mia vita accompagnato 
da calcolosa affezione nefritica colla derivazione di effimere febbri a 
periodo, e sopratutto da semiparalisi della mano destra che mi pone 
tuttora freno alla celerità nello scrivere ('). 

« La mia rinuncia fu accolta dal pubblico Consiglio nella seduta 
80 Novembre 1867, e ad unanimità mi venne accordata la giubila- 
zione Vitalizia a pieno soldo cioè L. 600 all' anno a cominciare col 
1. Gennaio 1868, ed in questa seduta, contro ogni mio merito, fui 
colmato di elogi dai sig. Consiglieri per il lungo ed onorato servizio 
da me prestato_, ed in special modo cortesemente ne fecero menzione 
gli Onorevoli sig. Cavaliere Aristide Morichelli, ed Avv, Filippo An- 
gerilli (^). 

« Mentre mi si faceva libero ad attendere alle cure domestiche, fin 



(1) Ciò nullameno la calligrafìa di codesto vecchio, a 75 e a 80 anni, 
è nitida, aiinuta, regolare, chiariasima. 

(2) Anche PAugerilli è segnato nello stato nominativo del governatore Buc- 
coliui. Visi dice ricco di molti beni di fortuna, e come prima d' ogni altro no- 
minato presidente del circolo popolare, dalla quale .carica poco di poi si dimise. 
L' Angerilli poco dopo il '31 fu carcerato per addebiti politici, fu liberato col 
generale perdono, ebbe il precetto di sorveglianza, ina conservò dubbia opinione 
presso i buoni. Aggiunse il Buccoliui in quelle note di polizia: È l' Angerilli 
generalmente ritenuto per amico degli amatori dell' indipendenza italiana, ma 
per inimico del disordine ed anarchia, e si usa anche sn questo vigilanza. 

Vedi nota al nome di Raffaele Bruti, 



— 166 — 

dal 13 Novembre 1867 mi vidi onovnto dal pnbUlico Consiglio delUt 
nomina di uno de' deputati di questa Congregazione di Carità^ e pas- 
sato poi a fare le funzioni di Presidente per morte del Titolare Antonio 
Leopardi mio cugino avvennta li 8 marzo 1869, prosegueudo tuttora 
alle stesse funzioni poieliè il Cavaliere sig. Aristide Moriclielli (^) eletto 
giustamente e meritamente al grado di Presidente, ne Ita emessa for- 
male rinnncia. 

« Il 14 Agosto 1868 la Congiegazione di Carità volle destinarmi, 
in nnione dell' Onorevole sig. Canonico Don Luigi Mancini, all' ufiScio 
d' incaricato per la revisione del Rendiconto esibito dall' Onorevole 
sig. Canonico D. Pacifico Angerilli riferibile all' Amministrazione del- 
l' Istituto-Confraternita del SS. Sagramento da esso condotta dall'anno 
1844 sino al Marzo 1860, cioè per anni 16 e mesi tre. 

« Altra onorificenza m' è stata fatta dal Comizio elettorale del 
giorno 25 luglio 1869, in cni venni eletto a Consigliere di questo 
Comune con scadenza nell' Autunno del 1873, conforme mi viene no- 
tificato dall' Onorevole Giunta con nota del 27 d. mese n. 1098. 

« Fin qui le mie vicende. Io non le ho scritte per fasto o pompa 
veruna, ma per dare un' idea precisa di questi avvenimenti mostian- 
done le cagioni all' unico mio figlio e alla mia posterità pel solo mo- 
tivo che un giorno potrebbero essere stranamente sfigurati, precisa- 
mente intorno alla soflterta prigionia e susseguente sorveglianza politica, 
e perchè 

Il volgo suole 

Giudicar degli eventi e sempre crede 
Colpevole colui che resta oppresso. 

« Sanginesio 28 Settembre 1869. 

Gio. Filippo Leopardi » 



(1) Aristide Morichelli è cosi descritto nello siato nominativo del govef- 
liatore Buccolini, del 1850: Sino dalle prime mosse contrarie all' ordine pub- 
blico, mostrò fanatismo pei movimenti rivoluzionari, ed aveva quindi la opinione 
la più sinistra. Fu nel circolo, votò nella costituente, ed era fanatico sostenitore 
dell' anarchia. Non si ha ragione per ritenere abbia variato consiglio. Fu posto 
sotto rigorosa sorveglianza, ma sono più mesi che dimora tu Macerata, e nello 
studio del causidico S.r Marcucci. 



— 167 — 

Filippo Invernizzi avvocato e Bartolomeo Fabiani procuratore 
dei poveri, nella loro difesa del Pipis e coiinjmtati, stampata 
nella stamperia della Kev. Cam. Apost. di Koma nel 1818, e 
presentata a Monsignor Pacca cLe i)re8iedeva il Tribunale del 
Governo, aftermano che la ribellione (del M 7) non fu procurata dalle 
Società; ed easa la notte del 24 giugno non fu tentata come il 
Fisco propone, ma fu unicamente pensato di tentarla per 
opera di qualche Agente ancora ignoto. Non ha potuto giungere il 
Fisco alla cognizione vera di questo fatto. Mancano del tutto in 
questa causa prove legali e sicure. 

Nondimeno fu imbastito un grosso processo, che all'Archivio 
di Stato in Koma figura sotto tre numeri differenti (nn..' 5, 6 e 7.) 
contro innumerevoli imputati, dei quali la più parte arrestati, 
altri assenti. 

Il processo a carico di Gianfìlij)i)o Leopardi^ dei fratelli 
Migliorelli e degli altri di Sanginesio è quello segnato al n. 7, 
ma dall' incartamento esistentf' all' archivio suddetto non si 
rileva quale autorità li abbia giudicati né con quali forme, poiché 
quello non comprende che i costituti di imputati e di im])unitari, 
manca della sentenza terminativa del processo, e d' ogni altra 
indicazione specifica. 

ISè io ho potuto esaminare nulla di tutto ciò, poiché nonos- 
tante la sua amabile cortesia, il direttore Comm. Ernesto Ovidi 
non ha creduto potermi favorire che le tre sentenze già indi- 
cate e prima di me esaminate dallo Spadoni, poiché egli 
ha giudicato che i processi in discorso non siano comunicabili 
agli studiosi, a rigor di legge, segnatamente pei- la quantità 
grande di notizie personali e domestiche d' indole riservata che 
pare vi si apprèndano, e per la scandalosa gara in che si distin- 
sero impunitar'i e spontanei nei loro piìi o meno veraci riveli. 

Difattti, 1' Invernizzi, nella difesa a stampa che ho innanzi 
citata, lamenta appunto che quella processura sia stata esclusi- 
vamente basata sulle deposizioni di impuniti e di spontanei, soci 
confessi del delitto. 

Anzi, aggiunge l' Invernizzi che gli impuniti, nonostante il 
giuramento rispetto agli altri, hanno negato degli altri ciò 



— 168 - 

che hanno di essi manifestato nel rivelo dopo il conseguimento 
della impunità; e gli spontanei, nonostante il giuramento prestato 
nei primi esami, hanno impugnato quelle complicità che nei seguenti 
hanno indicato. 

Nella stessa difesa a stampa si legge anche, a j)roposito 
degli impuniti e degli spontanei: Nella presente causa gli spon- 
tanei e gli impuniti, d' alcuni de' quali costa che sono stati nelle 
carceri insieme, ed hanno ricevuto aiuto non da quelli de' quali 
ora si tratta ma da altri inquisiti, non solamente sono sospetti 
per la precedente loro cattiva condotta, e perchè alcuni di essi già 
in altri tempi furono o condannati o inquisiti; ma è certo ancora 
che essi si sono prima dei riveli concertati fra loro, e che hanno 
esposto ne' loro riveli menzogne e falsità senza numero. 

É quindi molto verosimile ciò che nana Gianfllippo Leopardi, 
d' essere stati egli e i suoi compagni di sventura arrestati e 
inquisiti per opera e denuncia di malevoli; e di essersi anche [mi 
tardi, espiata la pena de' loro imaginari delitti, tentate nuove 
cahitinie ai loro danni. 

Il processo Macerata ed altri Luoghi di pretesa fellonìa comin- 
ciò nelle singole delegazioni delle Marche e della Romagna; e 
infatti Giantìlippo Leopardi accenna a una denuncia fatta, della 
pretesa cospirazione, da G. B., E. C e G. B. M, alla Direzione 
di Polizia in Macerata, e all' ordine d'arresto disposto da mon- 
signor delegato di questa Città. Così avvenne negli altri luoghi. 

E poiché pare che mous. Tiberio Pacca e monsignor Filippo 
Invernizzi fossero un po' specialisti in fatto di sette e di co- 
spirazioni, la Sagra Consulta ne fece tutto un processo o me- 
glio un grui)po di pro<;essi, che affidò al Tribunale di Governo pre- 
sieduto dal Pacca, e dove l' Invenizzi interveniva al giudizio 
quale avvocato dei poveri, al solo scopo di nulla avere da aggiun- 
gere dopo che il prò avvocato fiscale aveva domandato che la 
pena da decretarsi sulli prevenuti sia conforme alle prescrizioni 
delle leggi ! 

Il Tiibunale di Governo giudicò i molti imputati a piccoli 
grui)pi per volta, ogni volta condannando questi e aggiornando altra 
congregazione per giudicare i rimanenti prevenuti arrestati e as- 



— 161) — 

senti. Non si conoscono clic le tre sentenze citate dallo Si)a(loni, 
ma dovettero esserne state emesse delle altre, fVacni probabilmente 
quella a carico di quei di San Ginesio, che finora non sono 
state rintracciate. 

È strano però che il Leopai'di e coimputati siano stati te- 
nuti interamente all'oscuro del processo e della condanna, i)oi- 
chè gli imputati venivano invitati ad assistere al dibattimento; 
nessuno in genere vi si ])ortava, essendo quella, allora, una 
odiosa inutile formalità, ma per chi al dibattimento non acce 
deva si rogava d' ordinario un verbale di esplicita rinuncia. 
Inoltre, ai condannati si notificava la sentenza, qualunque au- 
torità V avesse pronunciata. Come mai pei patrioti di San (ii 
nesio non furono osservate quolle innocue e ])ur usitate regole 
di procedura ? 

1)' altra pai te, non ])otendo negarsi fede a ciò che Gianfi- 
lil)po Leopardi scriveva nelle sue memorie dopo il 18(>(); il silenzio 
o meglio 1' imbarazzato contegno dell' Inverinzzi di fronte ai 
suoi difesi, del quale il Leopardi parla nelle i)redette memorie; 
e lo stato di incredibile incompletezza e vacuità in cui rattro- 
vasi anche oggi 1' incartamento giudiziario relativo . a quei di 
San Ginesio, nascondono forse una enorme irregolarità e quindi 
una grave deplorev'ole ingiustizia, a meno che non si rinvenga 
la s])iegazione di di tutto ciò nell' archivio della Delegazione 
di Macerata, che deve custodirsi nella Prefettura di quella 
CittA. 

Giuseppe Leti 




NOTIZIE DELLA VITA 

13I ELISABETTA MALATESTA - VARANO 

(Contributo alla storia della famiglia Varano) 



I. 

LA PRIMA DIMORA A CAMERINO 

Sommario : Vincoli di sangue tra i Malatesta e i Varano al priticipio del 
sec. XV - Epoca probabile delle nozze di Elisabetta di Galeazzo Mala- 
testa con Piergentile di Rodolfo IH Varano - Condizioni della famiglia 
Varano nei primi decenni del Quattrocento - Parti/ioni della signori» 
tra i fratelli Varano - Le discordie domestiche - Il fratricidio - La 
politica di Giovanni Vitelleschi nella Marca - Quando avvennero P as- 
sassinio di Giovanni e la decapitazione di Piergentile - Orazione di 
Battista Montefeltro all' imperatore Sigismondo - Elisabetta, vedova di 
Piergentile, si chiude coi tìglioli nel castello di Visso - Un breve di 
Eugenio IV - Liberazione di Elisabetta - A lei, in nome del tìgliolo 
Rodolfo, per volere di Francesco Sforza, è restituita una parte della 
signoria Varauesca. 

Nel giugno del 1405 Battista di Montefeltro, figlia del conte 
Antonio, signore di Urbino, morto 1' anno innanzi, andò sposa 
a Galeazzo Malatesta, figliolo di Malatesta de' Malatesti, signore 
di Pesaro. Unico frutto di queste nozze fu Elisabetta, nata, 
secondo l'opinione di Annibale Olivieri, non confortata di prove 
storiche, ma probabilissima, nel 1407 (1). Il nome di Elisabetta 
le fu imposto in memoria dell' ava paterna Elisabetta Varano 
di Rodolfo II, moglie di Malatesta de' Malatesti (morta a Pesaro 
in età di 38 anni nel dicembre del 1405 pochi mesi dopo il 
matrimonio di Battista) e fors' anco della prozia paterna Elisa- 
betta Malatesta di Pandolfo, sorella di Malatesta de' Malatesti, 



(1) Olivieri A., Notizie di Battista di Montefeltro. Pesaro, Gavelli, 1782, 
p. 14. 



— 172 — 

Sposatasi a Rodolfo III di Gentile, signore di Camerino, e mortd 
negli ultimi anni del secolo XIV (1). Della fanciullezza e adole 
scenza di Elisabetta, figliola di Battista Montefeltro, nessuna 
memoria ci è i)ervenuta. Certo, 1' educazione da lei ricevuta fu 
ottima perchè sua madre era donna di alto sentire e di eletta 



(1) Olivieki a. Orazioni in morte di alcuni signori di Pesaro della casa 
Malatesta, Pesaro, 1784, 18. Diamo qui quella parte della genealogia dei 
Malatesta e dei Varano che può giovare alla piena intelligenza delle vicende 
di Elisabetta Malatesta- Varano. 

Famiglia Malatksta di Pesaro 

Pandolfo. signore di Pesaro m. 1373 
I 



Malatesta signore di Pe- 
saro m. 1429 sp. Elisa- 
betta di Rodolfo II Va- 
rano morta 1405 



Elisabetta moglie a Ro-* 
dolfo III Varano morta 
negli u'timi anni del se- 
colo XIV 



Galeazzo 
sposa Battista 
di Montefeltro 

I 

Elisabetta 
Rp. verso il 1422 
Piergentile Va- 
rano morta ver- 
so il 1477 



Carlo m. 1438 
sposa Vittoria 
Colonna 



Pandolfo 
arcivescovo di 
Patrasso morto 
1441 



Famiglia Varano 



Gentile morto 139<5 



tt] Gentilpandolfo 
ucciso dal iwpolo 
neir ottobre del 
1434 



a) Berardo 
ucciso in Tolen- 
tino il 12 luglio 
1434 

I 

tre figli uccisi 
dal popolo nel- 
l'ottobre del 1434 



I 
ai Torà 

vedova di Nic- 
colò Trinci nel 
1421 



Rodolfo III m. 1424 

a) Elisabetta di Pandolfo 
sp. Malatesta 

b) Costanza di Bartolomeo 
I Smeducci 



b) Giovanni 
sp. Viviana Trin- 
ci. F'atto uccidere 
b) Piergentile dai fratelli a Ca' 

sp. P^lisabetta di merino nel luglio 
Galeazzo Mala- o agosto 1433 
testa. Fatto de- | 

capitare dal pa- Giulio Cesare 
triarca Vitelle- m. 1502 

sebi il 6 sett. 1433 



Costanza 
mar. nel 1444 ad 
Alessandro Sfor- 



Roc 



olfo 



Primavera 
monaca nel mo- 
nastero di S. Lu- 



za, signore di sp. Camilla figlia eia di Foligno 
Pesaro. Morta a naturale di Nic- (Suor Felice) 
Pesaro il 13 lu- colò III marche- 
glio 1447 se d'Este. Morto 

nel 1464 



— 173 — 

coltura e perchè allora la piccola corte di Pesaro aveva rafrgiimto 
un notevole grado di floridezza per le imprese militari, cui 
partecipava il signore della città, e per il nome da lui acquis- 
tato negli studi e massime nel poetare. 1 suoi versi e quelli 
del Saviozzo da Siena sono tra i migliori dei molti scritti dai 
primi imitatori del Petrarca. 

Nessuna fonte ci dà luce intorno al tempo delle nozze della 
nostra Elisabetta con Piergentile Varano le quali dall'eruditi- 
ssimo Gianfrancesco Lancellotti, in una vita che di lei scrisse 
e che si conserva ms. nell' Oliveriana di Pesaro (1), furono as- 
segnate all' anno 1424. Un documento dell' arch. comunale di 
Pesaro, riferito dall' Olivieri nelle citate Notìzie di Battista da 
Montefeltro, annovera in ordine, che tutto fa presumere crono- 
logico, i maritaggi avvenuti nella corte pesarese sotto la signoria 
di Malatesta de' Malatesti e ricorda anche quello di Elisabetta, 
il quale resterebbe comjìreso, secondo questa enumerazione, fra 
gli anni 1420 e 1422. Teniamo assai probabile che la fanciulla, 
in sul compiere il terzo lustro, entrasse nella corte di Camerino 
aj)punto nel 1420 o 1421, quando lo s))oso, nato nel 1400, era 
sui 20 o 21 anni. Poiché di lei non è i)arola nelle cronache, 
che ci tramandarono ricordo della cattura dei suoi genitori 
seguita nel castello di Gradara l'anno 1424 per opera del con- 
dottiero Agnolo dalla Pergola, si può presumere che non fosse 
allora coi genitori, ])erchè già accasata (2). 11 sapere che nel 
gennaio del 1422 i signori di Camerino passarono per Fano e 
Taddea Malatesta, moglie di Ludovico Aceti, signore di Fermo, 
nel marzo del medesimo anno tornò da Pesaro a Fermo ci con 
sente la congettura che quel convegno di principi avvenisse 
per le nozze di Elisabetta Malatesta con IMergentile Varano (.'^). 

La famiglia Varano, antica e illustre, sul i)rincipio del secolo 
XV ])revaleva tra le principesche nella Marca meridionale, come 



(1) Biblioteca Oliveriana di Pesaro ma. 4.^4. Fu seguito da Teofilo Bktti 
Storie di Pesaro. Ili, 42, Ms. Oliv. 995. 

(2) Oliyikri a., Memorie di Gradara. Pesaro, 1777, 75, e sgg. 

(3) Archiv. com. di Fauo Codd. Malatestiani, 33, e. 199'-, 301', 



— 174 — 

quella dei Malatesta, divisa in \nò. rami, nella settentrionale. 
Oltre al contado e distretto della città di Camerino, dominava 
molti luoghi della valle del Cliienti e del Poten/a, accordati in 
vicariato dai papi, e governava collo stesso titolo alcune comunità 
dell'Umbria. A cavaliere dell'Appennino, i)adrona di buon tratto 
della via naturale da Foligno ad Ancona, supplendo alla povertà 
del territorio montuoso coi lucri delle industrie locali e delle 
condotte militari, abilissiuia nel trar profitto dagli sconvolgimenti 
prodotti nella regione dallo scisma d' occidente, pur serbandosi 
fedele alla Chiesa, favorita dall'amicizia di Braccio da Montone, 
era giunta con Rodolfo III (1399-1424) a un alto grado di fiori 
dezza e potenza. Ma tropjù ostacoli si opi)onevano al consoli- 
darsi della prosi)erità delle signorie italiane, massime dello stato 
ecclesiastico. Le minacciavano i persistenti tentativi della libertà 
comunale rappresentata dalle classi un tempo dominanti nelle 
città, la nobiltà e 1' alta borghesia, il militarismo mercenario, 
elemento essenziale della storia politica d'Italia, e l'assolutismo 
monarchico al cui trionfo i papi intesero da Martino V in poi. 
E un altro male le scalzava e talvolta le abbatteva: le inces- 
santi discordie domestiche che ai nemici interni ed esterni 
porgevano si)esso fomento e concorso. 

Rodolfo III Varano aveva cinque figli legittimi: Gentili)an- 
dolfo, Berardo, Piergentile, Venanzio e Giovanni, i primi due 
nati dalla prima moglie Elisabetta di Pandolfo Malatesta, 
gli altri dalla seconda. Costanza di Bartolomeo Smeducci. 
Nel testamento fatto a Beldiletto (30 agosto 1418), dopo aver 
raccomandato ai figli la concordia e l'affezione reciproca, divise 
fia essi i beni patrimoniali, le rocche e le terre tenute in vica- 
riato dalla famiglia nella Marca e nell'Umbria Presso alla fine 
di sua vita, conscio degli umori discordi, ai quatro figli superstiti 
— il penultimo, Venanzio, era morto — consigliò di i)rocedere 
di comune consenso ad una nuova divisione delle rocche e dei 
beni di famiglia: la quale si fece sotto gli auspici del vescovo 
Giovanni e ricevette solenne approvazione da un codicillo di Ro- 
dolfo (l aprile 1424). Il vecchio signore di Camerino, che morì poco 
dopo nel favorito maniero di Beldiletto (18 maggio 1424), dovette 



— 175 — 

in suo cuore presentire che le dissensioni e g^li odi covavano e 
sarebbero scoppiati, lui scomparso. Passati due anni, i fratelli 
Varano, anche perchè erano riusciti ad accrescere il numero dei 
castelli della Marca tenuti in vicariato o in feudo, mutarono la 
partizione che di essi aveva ordinata il padre. Nel 1429 si ac- 
cordarono nella divisione delle terre comprese nel contado e 
distretto di Camerino e delle rendite di esse, lasciato in comune 
il governo della città e il possesso delle rocche. Ma intanto 
papa Martino V s' ingeriva <lei loro litigi sulla partizione dei 
proventi dello stato e affidava l'incarico di comporre la contesa 
al cardinale Antonio Casini da Siena: il quale commetteva la 
definizione della controversia al luogotenente della curia della 
Marca Astorgio Agnesi, vescovo di Napoli. E questi, con sen- 
tenza pronunciata a Sanseverino il 30 luglio 1430, determinava 
la divisione delle rendite di tutte le terre soggette ai Varano, 
i quali dichiaravano di contentarsene (1). 

Le esortazioni paterne, le reiterate divisioni, l'intervento degli 
alti magistrati pontifici valsero a sopire, non a spegnere le 
discordie e le gelosie di dominio: le quali avevano radice nel 
prepotente individualismo del Rinascimento, nella invincibile 
invidia e diffidenza dei fratelli maggiori, Gentilpandolfo e Berardo, 
verso i minori e nel timore dei primi che ai propri figlioli fosse 
in avvenire contrastata la successione dagli zii a cui sembrava 
volgersi il favore dei sudditi. Di Piergentile non ci è pervenuta 
notizia che si travagliasse nelle condotte militari, sicché non 



(1) Questi docnmenti, da noi citati in altre nostre memorie, si trovano 
tra le pergamene di Urbino nell' archivio di Firenze e nel codice Varanesco 
dell'archivio di Parma. Le date rispettive sono: Beldiletto 30 agosto 1418; 
1. aprile 1424; Camerino 3 aprile 1426. La divisione del 9 gennaio 1429 fn 
pubblicata da Ottavio Turchi, Camerinum sacrum Koma, 1762, doc. 104. La 
sentenza del vescovo Astorgio riferisce il computo delle rendite di ciascun 
fratello di cui diamo 1' ammontare: Gentilpandolfo ducati 3439 e bolognini 
17: Berardo d. 2173 boi. 19: Piergentile d. 3194 boi. 4: Giovanni d. .3225 
boi. 35. Le terre della Marca e dell' Umbria tenute in vicariato o in feudo 
appariscono in numero di 22 nel testamento di Rodolfo e di 24 nella parti- 
zione del '26. Pare che dopo il 1418 i Varano ottenessero la concessione di 
Montecosaro e S. Angelo in Pontano. 



— 176 — 

senza ragione il Lili lo dice proclive all' ozio e ai piaceri (l) : 
ma oi)eroso, ambizioso, irrequieto, e tuttavia amato dai sudditi, 
pare fosse Giovanni. Nel 1425, desideroso di segniilarsi in im- 
prese guerresche, come ej'li stesso dichiarò a Einaldo degli 
Albizzi, oratore dei Fiorentini presso papa Martino V, accettava 
una condotta d' armi dalla repubblica di Firenze (7 maggio), 
indugiava ]X)i a recarsi in Toscana, dichiarando averne divieto 
dal papa. Ma qnesti lo smentiva pur nell' atto di consigliarlo 
a non prender partito né per il duca di Milano, nò per i colle- 
gati. Intanto, a capo di 400 fanti indisciplinati e pronti alle 
rai)ine, Giovanni passava nel territorio di Perugia donde ten- 
tava invano di allontanarlo il legato pontificio. II papa, col cui 
consenso pare che campeggiasse nell'Unkbria, lamentava i danni 
fatti dalla compagnia del condottiero cairierte in quel di Gualdo 
e di Nocera e minacciava di processarlo. A Giovanni premeva di 
restare nell' Umbria a fine di sostenere le pretese di sua sorella 
Nicolina, la vedova di Braccio da Montone, che si studiava di man- 
tenersi al possesso di Città di Castello e di Montone e di strap- 
pare al ])apa il vicariato di questi luoghi per il figliolo Carlo, desi- 
steva Martino V:ondeGuidantonio di Montefeltro, conte di Urbino, 
e la repubblica di Firenze temevano che la Varano finisse col 
ricorrere al Visconti, forte di aderenze e milizie nella regione. 
Giovanni, dojio essere stato mediatore tra Martino V e la propria 
sorella, indusse questa a riconoscere la signoria del duca di 
Milano (ottobre 1425) e, intascata una parte dello stii)eudio dei 
Fiorentini, si fece condottiero del loro nemico. Ne lo biasimarono 
- o fìnsero - i fratelli: e un nepote, un figliolo di Berardo (forse 
Eodolfo Angelo, marito a Violante A))piani e quindi parente di 
Martino V) che doveva seguirlo in Toscana, ])rotestò di volerlo 
abbandonare (2). Tre anni dojw Giovanni conseguì il i)atriziato 



(1) Hiatoria di Camerino s. a. n. 1. [ma stampato a Macerata dai tipografi 
Paradisi e Grisei tra il 1649 e il 1652] II, 166. 

(2) Del carattere ambizioso ed equivoco di Giovanni e delle sue relazioni 
con Firenze e con Roma nell'anno 1425 c'informano i preziosi docnmenti 
pubblicati dal Guasti; Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, Firenze, 1869, II, 



— 177 — 

di Venezia (1). Piìi tardi, nel 1431, lo ritroviamo al servizio del 
nuovo papa Eugenio IV nella guerra contro i Colonnesi e agli 
ordini del Vitellesclii (2). Ma col Visconti conservò sempre buoni 



114, 829, 838-39, 360, 365, 375, 398. La condotta d' arìni colla repubblica 
fiorentina (7 niajjjijio 1425) imponeva al ^'a^ano di servire con 200 lance e cento 
fanti per nove mesi collo stipendio di 12 fiorini per lancia e 200 fiorini per 
lui. Accanto all'atto, che rejjistra la condotta, si legge d'altra mano: « non 
servavit fìdem et ad stipendia hostis cnm pecunia coniunis Florentie perrexit ». 
Archivio di Firenze, Deliberazioni e condotte, Reg. 15 o. 31. Per la presenza 
di Giovanni nel territorio di Perugia vedi Cronaca di Perugia cit. p. 311, 
318-19. Il Lili (II, 166) non ignorò il fatto e aggiunse che Martiuo V, in 
ricompensa dei servigi resi in Perugia, diede al Varano la signoria di Nocera: 
iiffermazione non confortata dai documenti noti e smentita, oltre che dalle 
notizie delle lettere di Rinaldo degli Albizzi, dai diplomi di Martino V a Cor- 
rado Trinci, signoro di Foligno. Questi, due volte ribelle al papa e due volte 
perdonato, perdette e riottenne Nocera con altri luoghi (1424, 1428). Vedi : 
DoRio U., Historia della famiglia Trinci, Foligno, 1638, 208-09, 213-14. Il 
cronista perugino recristrò la voce che il papa avesse concesso Gualdo di 
Nocera al signore di Camerino. Nemmeno di ciò conosciamo una prova sicura: 
la quale h ignota anche al i)iìl recente storico di Gualdo (Gukkkikhi R. Storia 
di Gualdo Tadino, Foligno, 1900, 88). Rispetto a Nocera conviene ammettere 
che una concessione, forse non seguita dall' etfetlivo dominio, avesse luogo, 
poiché altrimenti non si spiega come i Caniorinesi, nei capitoli stipulati con 
Francesco Sforza il 17 ottobre del 1434, chiedessero la restituzione di Nocera. 
Vedi Atti e Mem. della r. Deputazione di storia patria per le provincie delle 
Marche N. S., V, 335. 

(1) Marin Sanudo, Fife dei dogi in K. I. S. XXII. col. 999. La conces- 
sione del patriziato sarebbe stata, secondo il Lili (II, 166), il premio dei 
servizi resi da Giovanni Varano a Venezia, quale suo stipendiato. Ma di 
(juesta condotta di lui non è traccia nò nel Sanudo, che pure nomina i con- 
dottieri al soldo della repubblica nel 1426 (col. 994-995), né nella Sto7Ìa do- 
cumentata di Venezia di S. Romanin (voi. IV dall' anno 1400 al 1492, Ve- 
nezia, 1855). 

(2) Biondo, Historiarum, Decade III, Opera, Basilea 1559 p. 461. La con- 
dotta con Eugenio IV fu stipulata il 31 ottobre 1431 a Roma tra il procuratore 
di Giovanni, il nobil uomo Mariano Bonafassi da Camerino, e il cardinale 
camerlengo, Francesco Condulmer, nepote del papa. Il Varano si oV)bligava a 
servire per sei mesi con 300 lance e riceveva di stipendio 1000 fiorini al mese 
dei quali esigeva solo la metà, il resto dovendo servire a scomputo del debito 
da lui contratto col tesoriere della Marca. L'atto si legge in nn registrt) 

112 — Atti e Memorie della R. Dep. di Stona Patria per le Marche. 1910, 



— 178 — 

rapporti. Nel gennaio del 1432 gli mandava un sno segreto 
messo per chiedere di essere oliiamato presso l'imperatore Sigis 
mondo, venuto allora in Italia e dimorante a Piacenza, a cui ren- 
derebbe segnalati servigi. (1) Il Varano, torse piìi scaltro poli 
tico che valoroso capitano, presentiva i gravi i)ericoli a cui i 
signori della Marca erano esposti dai metodi di governo del 
nuovo legato, il Vitelleschi, sotto cui aveva militato nel ter- 
ritorio di Eoma. 

È noto che dopo il concilio di Costanza i papi intesero alla 
costituzione della monarchia assoluta nei loro stati: ])olitica im- 
posta dai tempi e dagl'interessi temporali della Chiesa. Martino 
V, assorto nell'impresa di ravviare e riedificare quanto lo scisma 
aveva sconvolto o distrutto, non potè imprimere energico impulso 
all'o[)era governativa di accentramento: confermò la loro autorità 
a molti tiranni e solo nello scorcio del ])ontiftcato, mosso dalla 
necessità di opporsi ai cupidi intrighi del duca di Milano in 
Romagna, s' indusse ad atti che svelano il disegno di rendere 
la sovranità pontificia diretta ed effettiva. Tra questi atti jms 
sono annoverarsi la risoluta repressione della rivolta di Bologna, 
la cacciata degli Smeducci dalla signoria di Sanseverino (1420) 
e il riacquisto di Osimo tolto nel 1430 ai Malatesta senza grave 



della Camera apostolica clie contiene quasi esclusivamente condotte militari. 
Arch. Vatic. Arm. 29, n". 15, Capitula militaria, 1421-1434 e. 154 e sgg. 

(1) Una lettera di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, ad alcuni 
suoi oratori a Piacenza, (Milano 28 gennaio 1432) annuncia che Giovanni 
Varano, per mezzo di un suo messo, Niccolò Bianchini da Bologna, chiede 
che 1' imperatore gli scriva di presentarsi a lui, al quale ha notizie liete 
da comunicare (« allocuturus nos de negotiis valde gratis »). Essendo ancora 
agli stipendi del papa, non può allontanarsi dallo stato della Chiesa. 11 dnca 
esorta 1 suoi segretari a fare (he il Varano sia accontentato, trattandosi di 
persona assai esperta che tornerà utile quando 1' imperatore passerà in Tos- 
cana e a Roma. Aggiunge di avere scritto in proposito anche a un certo 
conte Maticone, ministro o capitano dell' imperatore. Vedi la lettera in Otìio 
Luigi, Documenti diplomatici milanesi, Milano, 1872 III, 56 Niccolò Bianchini 
da Bologna, segreto oratore di Giovanni Varano, fu testimonio alla divisione 
del 1429 ed era nel 1431 luogotenente di Giovanni nel castello di Sarnauo 
(sentenza cit. del 1430). 



— 179 — 

coiitriusto da quell'Astorgio Agnesi, vevscovo di Ancona e luogo 
tenente della Mar<;a, clie abbiamo già lic-ordato. Ma gl'inizi del 
regno di Eugenio IV videro i)ro(*edinienti più risoluti ed effetti 
decisivi. Astorgio Agiiesi concorse a cacciare da Pesaro i fratelli 
CiidcMzzo, Carlo e Pandolfo Malatesta (giugno 1431): Giovanni 
Vitellesclii, clie gli successe nel governo della Marca, si studiò 
di togliere ai Malatesta ciò che loro restava e di frustrare ogni 
loro tentativo di ricuperare Pesaro. Si apprestò poi a colpire 
la signoria dei Varano, la piii forte della Marca meridionale, 
die colle discordie domesticlie si offriva preda non ardua. Ascoi 
tiamo il rac(5onto die del prorompere di quegli odi fraterni fece 
un conteupporaneo illustre, Giovanni Simonetta, nella storia ])iù 
die biografia di Francesco Sforza: « Rodolfo di Gentile Varano 
ebbe due mogli : dalla prima gli na(?quero Gentilpandolfo e 
Berardo, dalla seconda Piergentile e Giovanni. Gentili)andolfo 
era crudele ed avaro, Berardo, d'indole meno fiera, dalle istiga- 
zioni del fratello fu disposto a malvagità e durezza. Questi due, 
già innanzi negli anni, tramarono insidie ai fratelli minori perchè 
temevano die un giorno fossero per isiwgliare della signoria i 
loro figlioli. Ei'a legato di papa Eugenio nella Marca Giovanni 
Vitelleschi sopra mentovato : temiira fortissima, animo subdolo 
e pronto ad ogni delitto. Egli, promessogli ricco premio, si pre- 
fisse tor di mezzo i due fratelli Piergentile e Giovanni e per 
conseguire l' intento si recò a Sanseverino, castello a dieci 
miglia da Camerino. Indi chiama a sé i quattro fratelli. I più 
vecchi si dicono sofferenti di gotta e invitano gli altri due, 
come giovani e in grado di sostenere ogni fatica, a scendere a 
Sanseverino. Giovanni, il minore fra tutti, ma scaltro, protesta 
che a niun patto andrà. Ma Piergentile, di carattere credulo e 
mite, conscio di sua innocenza, si dichiara pronto a jnesentarsi 
al legato ])er udirne i voleri e riferirli ai fratelli. Secondo il 
l)restabilito accordo, parte da Camerino in ora che gli consenta 
di entrare a Sanseverino sul far della sera. Appena giunto, si 
sbarrano le jìorte perchè niun messo possa uscirne diretto a 
Camerino. Dove la mattina seguente, allo spuntar del giorno, 
Gentilpandolfo e Berardo, d' accordo, fanno chiamare Giovanni 



— 180 — 

nella stanza del primo. Senza sospetto di i)ericolo egli si reca dai 
fratelli. Allora Gentilpandolfo, a coonestare ìm qualche modo il 
fratricidio, cominciò a gridare: « Sei tu, Giovanni, che colle tue 
macchinazioni contro la Santa Sede conduci a rovina te e noi ». 
Al che Giovanni animosamente rispose » Non so che ti dica, 
tu sogni ». E si volse per andarsene. Ma, mentre egli usciva 
dalla stanza, i satelliti, occultamente predisposti all' atrocissimo 
fatto, colle spade assalgono e di piìi col[)i trafiggono l'innocen- 
tissimo giovane. A sua volta il Vitelleschi fece portare a Recanati 
e quivi pubblicamente decapitare Piergentile per 1' imi)utazione 
di avere adulterata la moneta papale e spacciato il bronzo per 
oro e argento. Dopo tali delitti, che furono attribuiti ai due 
fratelli superstiti, la signoria varanesca restò divisa tra questi » (l). 
Le cronache del tempo, tra le quali è doloroso che non sia 
pur una scritta a Camerino o da Camerinesi — benché brevi 
cenni — concordano colla narrazione su riferita, tutte affermando 
1' uccisione di Giovanni per 1' odio dei fratelli e quasi tutte at- 
tribuendo la cattura e decapitazione di Piergentile agli accordi 
tra i maggiori fratelli e il Vitelleschi. (2) Il quale, secondo il 
Simonetta, avrebbe anche ricevuto grosso premio della propria 
complicità dai Varano e agito più a fine di disonesto lucro che 
per maturato disegno politico. Senza negare la verisimiglianza di 
tale 0]»inione, osserviamo che 1' elezione di Eugenio IV, veneziano 
e tutto fervore per gì' interessi della patria, fu causa che la 
curia pontificia rendesse più intensa la politica accentratrice e 
infesta alle signorie vassalle della quale erano apparsi chiari se- 
gni anche nel pontificato di Martino V. Appunto nel 14.'^1, i)er 
gì' intrighi del duca di Milano, che non sapeva acconciarsi a 
cessare ogni ingerenza nelle cose dell'Italia centrale (secondo i 
patti della pace di Ferrara, 1428) e per gli affari della Toscana 



(1) Muratori L., Rerum italicarum scriptorea, XV, col., 2.S4-235. 

(2) Annali di Forlì, iu Muratori R. I. S. XXII, col. 217, Chronicon Eugu- 
binum ibid. XXI, 972; Bonincontki Amiales, ibid. XXI, 140 ; Cronaca di 
Fermo di Antonio di Nicolò ad annum in Documenti di storia italiana IV, 
66. Firenze, 1879 ; Cronaca di Perugia attrib. al Oraziani in Arcb. st. it. 
XVI, P. I, 368, Firenze, 1850, 



- Ì8Ì - 

erano ricominciate le ostilità tra i maggiori stati italiani e so- 
prattutto tra Venezia e Milano. Era naturale, anzi inevitabile, 
che il governo papale, consapevole dei tentativi del Visconti 
volti a suscitare nemici al papa nella Marca d' Ancona, si af- 
frettasse a rafforzarsi in questa regione, percotendo i Malatesta 
e assicurandosi dei Varano col liberare i maggiori dai minori fra- 
telli e coll'assegnarne loro le spoglie. Non mancavano, del resto, 
motivi che giustificassero 1' azione violenta del Vitelleschi, al- 
meno rispetto a Giovanni Varano, che costui, come abbiamo 
veduto, teneva segreti rapporti col duca di Milano. Se 1' accusa 
fatta a Piergentile di aver falsificata la moneta pontificia rispon- 
desse a verità, non jjossiamo dire, ma il fatto era assai comune 
nelle signorie dello stato ecclesiastico. Ad ogni modo, alla fine 
ujiseranda di Piergentile e Giovanni cospirarono concordi la poli- 
tica papale, di cui terribile istrumento fu il patriarca di Ales- 
sandria, e 1' avidità dei maggiori fratelli — non sospinti dun- 
que al delitto dell'amore dei propri figli — i quali, però, i)ochi 
mesi dopo, s})aventati del governo del Vitelleschi, si affrettarono 
ad invocare le armi di Francesco Sforza, mentre quegli, in un 
l)arlamento tenuto a Eecanati, sul cadere del 1433 (ottobre o 
novembre) inveiva contro i tiranni alludendo, certamente, ai 
Malatesta, tornati ])ur allora in possesso di Pesaro (settembre), 
e ai signori superstiti di Camerino e accusandoli di spargere 
sulla venuta dello Sforza false voci turbatrici della pace della 
l)rovincia. E minacciava e si vantava di volerli spazzar via 
tutti : arroganza e ostentazione di sicurezza a cui non risposero 
i fatti, poiché, come narra il Biondo, testimonio attendibile i)er- 
chè segretario del famoso patriarca (1), mancata al Vitelleschi 
la fedeltà dei Itecanatesi, egli, al sopraggiungere della compa- 
gnia dello Sforza, non potè, come disegnava, chiudersi nella rocca 
di Fermo e fu costretto a fuggire a Venezia (2). 



(1) Colini - Baldkschi L. Flavio Biondo, segretario di Giovanni Vitelle- 
achi, vetcovo di Recanati e legato della Marca, in Rivista delle biblioteche e 
degli archivi, anno X, n. 9. Firenze, 1899. 

(2) Hisioriarum ab inelinatione imperii etc. in Opera, Basilea, 1559, 476. 



— 182 ^ 

L' nccisionc di (liovaimi pare avvenisse nella prima metà del- 
l' agosto 1433 e la decai)ita/i(>ne di Piergentile, dopo circa un 
njese di prigionia a Kecanati, ai primi di settembre e forse il 
6 (1), Gli accenni delle cronache contemporanee — che veggono 
un giusto gastigo nella strage di Genti Ipandolfo e Berardo se- 
guita a Camerino nel tumulto ])oi)()lare dell'ottobre 1434 — 
e gli scritti di CostaJi/a Varano concordemente attestano il 
compianto onde fu proseguita la fine tragica dei due fratelli. 
La quale fece viva impressione nelle corti d' Italia, cosicché il 
duca di Milano, l'anno seguente, contro il pericolo delle discor- 
die domestiche metteva in guardia xistorre Manfredi, che voleva 
tornare alla sua Faenza, ricordandogli il fatto di Camerino (2), 
Rispetto alla memoria, che di sé lasciarono le vittime, possiamo 
credere al Simonetta che dice Giovanni beneviso ai sudditi. 
Egli a Tolentino curava i loro interessi tenendo sempre la città 
ben provveduta di vettovaglie (3). 

Subito dopo la cattura di Piergentile Elisabetta, sua moglie, 
si chiuse coi figliuoli ancor bambini [e forse col nepotino Giulio 
Cesare, figlio dell' ucciso Giovanni) nel castello di Visso, che 
apparteneva al marito, e di là invocò soccorso dai genitori pro- 
fughi anch' essi in Urbino. La madre Battista mandò un suo 
messo, il conte Ricciardo, ad informare l'imperatore Sigismondo, 
indi, quando questi, reduce dall'incoronazione di Roma, i)as8Ò 
per Urbino, in una bella orazione latina, gli ricordò le sventure 
della propria famiglia e quelle della figlia Elisabetta non senza 



(1) Da una notizia tratta dai libri delle rifornianze dal comune di Reca- 
nati e pubblicata da M. Rosi {Della signoria di F. Sforza nella Marca «ecoìi do 
le memorie dell'archivio recanatese, Recanati 1895, 14) apprendiamo la stretta 
prigionia in cui era tenuto Piergentile. Della uccisione di Giovanni e della 
cattura di Piergentile si fa menzione negli stessi libri consiliari alla data 11 
agosto 1433. Anche le parole della cronaca di Fermo accennano a questo 
giorno. A. Vogkl seguì il Lili nel fissare al 6 settembre la decapitazione del 
Varano {f)e ecclesia recanafensi et lauretana, Recanati 1859, I, 179). 

(2) Osio L. Op. cit., Ili, 108, Lett. 14 gennaio 1434. 

(3) Bexadduci G. Della Signoria di Francesco Sforza nella Marca, Tolen- 
tino, 1892, 8 



— 18^ — 

«ìei)loraie la inula fede del legato Vitellescbi, che per impadro- 
nirsi di Piergentile gli si era mostrato amico invitandolo a San- 
severino e gli aveva i>romessa 1' incolumità. La condizione del 
genero, prigione a Recanati, dipinse con queste parole: \< Egli, 
stretto in ceppi, è in ansie indescrivibili : pensa alla moglie in- 
felicissima, abbandonata con quattro fanciulli, priva di tutto, 
dio non le fu lasciata se non la veste che la copriva, e chiusa in 
un castello ora circondato dai soldati dei suoi ne(nici cercanti a 
morte 1' innocentissimo figlio di lei » (1). 

L' imperatore, ombra vana fuor che nell* aspetto, già piiì 
volte, durante il suo soggiorno in Italia, sottoposto a gravi umi- 
liazioni, non poteva e non fece nulla per la liberazione del gè 
nero e della figlia di Battista Malatesta. E il papa, proprio in 
(]uei giorni, pregatone, coni' è credibile, dai fratelli Varano e 
<lal Vitelleschi, dirigeva un breve al comune di Norcia per dis- 
suaderlo dal soccorrere il castello di Visso, dove si difendeva 
Elisabetta, e d' im])edire che altri lo soccorresse, mentre tutti 
i restanti luoghi appartenenti a Giovanni e Piergentile erano, 
diceva, il pajia, col consenso di lui, venuti in potere di Gentil- 
l)aiid()lfo e IJeraido. Questa letterina papale (2) getta molta luce 



(1) MiTTARKixi, liiblioteca codieuvi man. monasterii S. Alichaelig Fenetiarum, 
Veuetiis, 1789, col 701. 

(2) Eugenius pp. IIII, Dilecti fili salutem et ap. benedictioiiein. Quia post 
eaisiini Petrigentilis et lohaunis de Varano castra, qnae tenebant, iu niauibus 
(lilectorum filiornni nobilium vironiiii Geutilpandulfi et Berardi domicellorum 
Catneriueusium de uostro beneplacito et consensu deveneruut et nichil restat 
reciiperanduin iiisi castrum Vissi ubi iixor dicti Petrigentilis sub diversis 
practicis recipieudi alinude subsidia se tuetur, Devotioui vestre uiandaraus 
prò bono et importante respectu quatenus eidem uxori dicti Petrigentili vel 
dicto castro Vissi nulluni qnovis modo subsidinm inferatis. Quin ininio, si 
per territoria et loca iuris dictionis nostre uUuni eidem presidium vel gen- 
tium, vel victualium ab aliquo quavis qiiesita causa mitteretur, debeatis poni- 
tus inhibere et vetare ne ex tali subsidio vel permissione vestra aliqua in illis 

partibus contra menteni nostrani insurgere possit. Datum Rome apud S. 

P. sub annlo nostro secreto vicesima quarta mensis augusti 1433 pont. nostri 
anno tertio. Dilectis prioribus comunis Nursie. Arch. com. di Norcia. Cas- 
setta A. Brevi ed altre scritture, fase. 3, n. 3. 



— 184 - 

sui fatti dei Varano nel 1433 come documento, che, attestando il 
beneplacito del governo papale alla divisione dei domini degli spenti 
fratelli tra i superstiti, conferma la tradizione dei cronisti relativa 
alle trame del Vitellesclii intese a perdere i due minori Varano. 
Proprio in quei giorni Eugenio IV si turbava delle scorrerie 
intorno a Koma e delle minacce alla città da ]>arte del valoroso 
e crudele Niccolò Fortebraccio, condottiero del Visconti, che il 
25 agosto occupava Ponte Molle : (1) ma fino al papa, involto 
nella iwlitica tem})orale e incalzato dalle necessità della guerra, 
non giungevano i lamenti di coloro che, per i metodi del suo 
governo, o gemevano, invano deprecando 1' imminente fato, co 
me Piergentile Varano, o treuìavano per i propri tìgli, come 
Battista Montefeltro ed Elisabbetta Malatesta, ò si agitavano 
nelle lotte e nei dolori dell' esilio a ricuperare l'avita signoria, 
come i Malatesta di Pesaro. A Roma, a Recanati, a Visso e in 
Urbino, nell'agosto del 1433, si svolgevano episodi piccoli, ma 
fieri e a un tempo pietosi della grande lotta per 1' equilibrio 
degli stati italiani del Rinascimento che riempie tutta la prima 
metà di quel secolo. 

Non senza ragione Elisabetta aveva cercato scampo nel 
castello di Visso, terra ai Varano concessa in vicariato dai papi: 
la prossimità di Norcia, che battagliava spesso con Visso e con 
Camerino, avrebbe potuto offrirle un mezzo di salvezza. Una 
pergamena dell' archivio comunale di Norcia contiene il man- 
dato di procura col quale, il 6 sett. 1433, Corrado Trinci, signore 
di Foligno, nomina un suo procuratore a consegnare il castello 
di Visso e la sua rocca al comune di Norcia, il quale lo avrebbe 
tenuto in nome del Trinci, o lo avrebbe reso a Piergentile Varano, 
quando questi fosse uscito di prigione, o a Rodolfo, figliolo di 
Piergentile, nò mai avrebbe consentito a lasciarlo ai fratelli 
Gentilpandolfo e Berardo Varano (2). In qual modo il Trinci 
fosse venuto in possesso del castello di Visso s'ignora. Ma chi 



(1) GuKGOROViNS G. Gesehiehte der Stadi liom, VII, 11, Stuttgart 1894. 

(2) Patkizi - Forti F., Delle memorie storiche di Norcia, Norcia, 1869, 
210-211. 



— 185 — 

ricordi il breve di Enjjfenio IV su mentovato e 8api)ia che il 
confine della signoria di Foligno (seguendo, a Sud di Monte- 
cavallo, lo spartiacque, presso al castello di Popola che era di 
Foligno, tra i bacini del Chienti e del Nerti) non dista molto 
da Visso e che il Trinci, sebbene una sua sorella fosse andata 
sposa a Berardo Varano, nutriva allora sentimenti ostili verso 
i signori di Camerino (1), non negherà la verosimiglianza del- 
l' ipotesi che la stessa Elisabetta, perseguita e assediata in 
Visso dai cognati, si volgesse per soccorso al comune di Norcia 
e al signore di Foligno. Il soccorso inviato da Corrado Trinci 
pervenne primo, o Elisabetta e i Vissani fecero in modo che 
prevalesse a quello di Norcia. Che questo comune prendesse 
effettivo possesso della terra di Visso, la qualcosa contrasterebbe 
colle perpetue lotte dei Vissani contro i Norcini, non apparisce 
da indizio alcuno e d' altra parte si sa che il 27 agosto 1435 
Visso fu resa al papa da Corrado Trinci (2). Ad ogni modo 
l' intervenzione di costui, forse a ciò adoperandosi Torà Varano, 
vedova di Niccolò Trinci, salvò Elisabetta coi figlioli da.gravis- 
simi pericoli e le permise di restare nel ben munito rifugio, 
finché non sopraggiunse la conquista della Marca per opera di 
Francesco Sforza e quindi la possibilità di ricuperare per il 
figliolo il patrimonio paterno con una parte della signoria. Come 
fu divenuto signore della Marca, Francesco Sforza stipulò coi 
signori di Camerino una convenzione della quale non si conoscono 
i patti (3). É, però, certo che tra essi fu quello per cui il figliolo 
di Piergentile fu riconosciuto successore del padre in una parte 
del dominio varanesco sotto il governo della madre: di che è 
chiara testimonianza un lodo pronunciato da Elisabetta in una 
controversia di confini tra il castello di Muccia e il villaggio 



(1) Cronaca del Graziani, Arch. et. st. XVI P. I, 379. Niccolò Della 
Tuccia, in Documenti di storia italiana, V, 134, Firenze 1872. 

(2) Theiner a., Codex diplomaticus temporali» dominii S. Sedia, III, 332, 
Roma, 1861. 

(3) Cronaca del Graziani loc. oit. e Cronaca di Viterbo di Niccolo Della 
Tuccia in Docuvienti di storia italiana. V, 134. 



— 186 — 

Codii «li Miiccia nel 8Ìu<»no <le! 1434. con autorità non di arbi- 
tro, bensi di Sij;nore (1), Glie la condizione della vedova di 
Piergenti le fosse malsicura, anzi peiicolosa, a causa delle insidie 
dei cognati, è assai probabile: ma ella godeva della protezione 
dello Sforza e del duca di Milano a cui Piergentile nel suo 
testamento aveva racciinandato la j.Topria f.imigiin. 



II. 

NELLA CASA PATERNA. 

Sammario : Avvenuto l'eccidio dei Varano (ottobre 1431), Elisabetta ripar.i 
coi figli a Pesaro presso i geuitori - Attende all'educazione della prole, 
coadiuvata dalla madre, Battista di Montefeltro - È patrona e aniniini- 
stratrice del monastero del Corpo dì Cristo dove nel 1443 professò il ter- 
z'ordine di S. Francesco - Ma dimora nella casa paterna e cura i suoi 
negozi domestici e coinmerciali - Costanza, figlia di Elisabetta, chiede 
la ^staurazione dei Varano a Camerino prima a Bianca Maria Sforzii, 
duchessa di Milano, indi ad Alfonso d'Aragona, re di Napoli - Elisa- 
betta si accorda con Carlo Foitebraccio, capo di una coMipa.rnia di 
soldati al servizio di Niccolò Piccinino - I Varono tornauo a Ca-in-riiio 
(novembre 1443). 

L' accorta sua risolutezza e la fortuna trassero a salvamento 
Elisabetta nel 143.'3: ma 1' anno seguente la travolse la tenìi)e 
sta che si abbatta su casa Varano, quando un' insurrezione 
poi)olare, suscitata «lai mal contento e dall'odio di alcuni mag 



(1) Pergam. di Urbino, Arch. di Firenze. L'atto in data di Camerino 13 
giugno è sentenza colla quale la Varano, chiamati a sé alcuni uomini delle due 
teire li compone in accordo, quei della villa di Coda di Muccia obbligan- 
dosi ad eseguire le opportune oi>ere di riparazione a torri e molini, pagare 
un quarto del salario all' ufficiale del castello di Muccia e ad abitare per 
alcuni mesi dell' anno nel castello predetto e alla lor volta gli uomini del 
castello promettendo a quelli della villa spazio per le case dove abitare e 
riporre le loro robe. È dubbio che a Rodolfo fossero assegnate le stesse terre 
già governate da suo padre. Il castello di Muccia, nella divisione del 1429, 
(Turchi, doc. 104) compare nella porzione di Berardo. 



— 187 — 

fiorenti e (hill' iiitevveiito delle armi sforzesche spense i fratelli 
Gentilpandolfo e Berardo con tre figlioli di quest' ultimo. 

I pietosi occultamenti di Torà Varano-Trinci e di due cit- 
tadini cauierti, Antonio Ridoltìni e uno dei conti di S. Maroto, 
misero in salvo i due bambini, Rodolfo di Piergentile e Giulio 
Ccvsare di Giovanni, nel territorio di Fabriano dove signoreg- 
giavano i Chiavelli, uno dei quali, Battista di Tommaso, ave- 
va in moglie Guglielma di Rodolfo III Varano. Sotto la pro- 
tezione di costei furon posti dapprima i due fanciulli: Giulio 
Cesare a Fabriano, Rodolfo nel castello di (Cerreto. li Lili, che 
narra questi fatti, aggiunse che Elisabetta riparò a Pesaio i)res- 
so i genitori Galeazzo e Battista che, nel settembre del '33, 
conune dicemmo, erano rientrati in possesso della loro signoria. 

La nuova dimora di Elisabetta a Pesaro durò nove anni, 
dall' autunno del '34 a quello del 1443: impiegati nell' educa- 
zione dei figli, in pensieri e atti di })ietà religiosa e nel pre- 
parare al figliolo il riacquisto del dominio -tli Camerino. Nella 
cura dei figli ebbe sapiente collaboratrice la madre Battista 
— lodata continuatrice nella piccola corte di Pesaro della tra- 
dizione letteraria del suocero Malatesta dei sonetti — dalla quale 
non è dubbio che ricevesse fecondo impulso e alimento l'intel- 
letto di Costanza, figlia di Elisabetta, più tardi celebrata dai 
contemporanei per dottrina ed eloquenza. Alle cose dell'anima, 
al raccoglimento religio:<o traevano Elisabetta i tenipi ancora 
improntati di fervida fede, i lutti domestici, la condizione del 
piccolo vStato di Pesaro, 1' esempio materno. Moriva nel '38 
Carlo Malatesta, zio i)aterno di Elisabetta, valoroso guerriero e 
l)rincipe accorto: nel '41 l'arcivescovo Pandolfo, fratello di Carlo. 
La piccola signoria, governata dal superstite fratello Galeazzo, 
incapace di sventare le insidie e di respingere gli assalti del- 
l' avido e prepotente vicino Sigismondo Malatesta, signore di 
Rimini, pativa danni gravi e più gravi pericoli. Battista Mon- 
tefeltro nel 1438 riduceva a vero monastero dell' ordine di S. 
Chiara la casa in cui la suocera, cioè la moglie di Malatesta, 
aveva raccolto alcune donne del terzo ordine di S. Francesco. 
Così sorse il monastero detto del Corpo di Cristo, del quale la 



— 188 — 

nostra Elisabetta fu imtroiia e amministratrice e in cui il Ifi 
febbraio 1443, uscita da lunga malattia, professò la regola del 
terzo ordine di S. Francesco (1). 

Questa professione del terzo ordine non implicava l'obbligo 
della dimora in monastero. Le notizie anteriori al 1443 i)rovan() 
come Elisabetta e intendesse all'amministrazione dei suoi beni, 
alle cure della famiglia e vigilasse sulle condizioni politiche 
dello stato della Chiesa coli' intento di riacquistare Camerino. 
Più documenti la mostrano non estranea agi' interessi di Pesaro 
ed occupata nei suoi negozi commerciali e domestici. Il 12 
agosto 1437 il consiglio di credenza di Pesaro elegge a mae- 
stro di grammatica un certo Pietro da Tolentino collo stipendio 
di 200 lire 1' anno e delibera d' incari(;are Ser Benedetto Dot- 
tori, vicario generale di Pesaro, di far i)ratiche, colla media 
zione di Elisabetta Varano, figlia del signor Galeazzo, a che 
il detto Pietro si contenti di un compeiKso minore (2). Nel 
'38 la Varano, forse i)er accumulare il danaro necessario ai 
suoi disegni politici, partecipava a una società commerciale 
con un mercante pesarese (3). II 25 ottobre 1439 un tale di 
Farneto, contado di Pesaro, fa quietanza di 20 ducati d' oro 
avuti da Elisabetta quale erede di un certo Teutonici (f), 
che aveva lasciati a lei i suoi beni perchè li distribuisse amore 
Dei (4). Il 9 luglio 1441 vende al comune di Pesaro calcina, 
mattoni e pietra « per conciare il vallato » (5). Il 6 maggio 
1442 presenzia alla donazione inter vivos che Galeazzo, suo pa- 
dre, fa della metà di una possessione detta de la Sterpeta nella 
corte di Eossombrone ai figlioli di lei e di Piergentile Varano, 



(1) Olivikri a. Notizie di Battista Montefeltro Pesaro, 1872, 24-25. 

(2) Ms. Oliv. 380, Memorie di Pesaro, III, 155.56. 

(3) 22 novembre. Elisabett;» versa 224 ducati a Lorenzo di Nicola De 
Zoppis perchè li usi in varii traffici per lucro comune. Ardi. not. di Pesaro. 
Rog. di Marco Paladini e. 50. 

(4) Ms. Oliv. 376. Spogli d'archivio, VI, 345. 

(5) Ms. Oliv. 389, Memorie di Pesaro XII, 132. Altra vendita di calcina 
fatta per conto del monastero del Corpo di Cristo è del 10 gennaio dello 
stesso anno. Ibidem. 



— 189 — 

Rodolfo, Costanza e Primavera. Questo documento (1) lia ])er 
noi valore grande, essendo il solo che e' informi del numero e 
del nome dei tìgli di Piergentile. Altri atti notarili del gennaio 
1443 attestano che la Malatesta- Varano possedeva beni in Pesaro 
e ne curava l'amministrazione. Uno, in data 12 gennaio, è la 
facoltà concessa da Galeazz;o alla figliola di compiere ogni spe- 
cie di contratto anche quelli vietati dallo statuto del comune ai 
iìgli di famiglia: facoltà la cui motivazione è espressa con paiole 
magnificanti 1' accortezza di lei (2). 

Fra le cure domestiche e la gestione dei negozi suoi e del 
monastero non dimenticava le ragioni del figlio su Camerino. 
Quando, nel maggio del 1442, Francesco Sforza tornò nella 
Marca, insieme colla moglie Bianca Maria Visconti, a costei 
la giovinetta Costanza Varano chiese colla nota orazione latina 
l)ronunciata in Gradara o a Pesaro, la reintegrazione del fra- 
tello Rodolfo neir avito dominio. L' anno seguente la dotta 



(1) Perg. di Urb. noli' archivio di Firenze. 

(2) « Cum hoc sit et fuerit qiiod maguifìcua et potens domili us vir 6a- 
h'atins de Mahitestis Peusaiiri etc. sit variis atqiie uiultiplicibus iicgotiin 
inipeditus et involiitus iiec interesse possit interdnm... coutractibiis et obli- 
gationibus seu distractis et aliis negotiis illustris et exceiae domine domine 
Elisabet de Varano consortis quondam illustris et potentis domini Pergentilis 
de Varano et uate sue legitime atqne r.atnralis atque uiiice et sciat ipsam 
ex variis causis quotidie habere necessitatem ipsos contractus et obligationes 
attjue distractus facere et celebrare sciensque ipsam prefatam sua fìliam esse 
ddctissimam et habere peritiam omnium gerendorum prò ipsa etc. ». Ms. 
Oliv, 376, Spogli d' archivio, II, 672. Nello stesso giorno 12 genn, Elisa- 
betta dona una casa in Pesaro al suo familiare Liverotto da Montesanto 
della Marca in premio della sua fedeltà e devozione. Ihid. Il 31 genn., quale 
erede del fu Pandolfo Malatesta, arcivescovo di Patrasso, morto nel 1411, 
concorre a nominare due arbitri che giudichino dei conti presentati da maestro 
Giacomo (del fu maestro Pietro da Urbino) cittadino di Pesaro e già am- 
ministratore della zecca di Pesaro in nome del predetto Pandolfo. Ibid. 
e. 374. Del 6 genn. 1442 è una compera stipulata dalla Varauo » tamqaam 
patrona et gubernatrix » del monastero del corpus Domini. Ms. Oliv. 376, 
I, 82. Da questi rogiti risulta che Elisabetta abitava nelle case del padre. 
L' atto del 12 genn. 1443 col quale Galeazzo conferisce alla tiglia la pienezza 
della persona giixridica nomina la stanza di Ettore. 



— 190 - 

fanciulla indirizzò una lettera e un carme ad Alfonso d'Aragona, 
re di Napoli, che, d'accordo con papa Eugenio, veniva, a capo 
di un esercito, contro Francesco Sforza, signore della Marca. 
Delle belle frasi latine, delle pietose invocazioni di Costanza 
s' informavano e si compiacevano i letterati, ma non tenevano 
conto alcuno lo Sforza e 1' Aragonese: che il primo non aveva 
ragione di romj)ere i patti stipulati col comune di Camerino 
nel 1439, il secondo fece una semjdice a])parizione nella Marca 
e la8(5Ìò al condottiero Niccolò Piccinino la continuazione del- 
l' impresa a cui si era accinto di cacciare lo Sforza. La i)olitica 
non conosce altra norma che il tornaconto, né i lenocini del- 
l' eloquenza ebbero mai virtù di isinrare principi e diplomatici, 
nemmeno quelli del Rinascimento che sogliono essere dipinti 
ammiratori ardenti della sottigliezza dell' ingegno e delle sue 
artistiche applicazioni alle cose di stato. La vedova di Pier- 
gentile, temprata alla vita d'azione, dovette ])revedere l'inanità 
di quei tentativi i quali, forse, furono desiderati e voluti più 
che da lei dalla madre sua Battista di Moutefeltro, la maestra 
di Costanza, sedotta dal fervore della cultura umanistica e fatta 
immemore dell' insuccesso toccato alla eloquenza di cui ella 
stessa aveva fatto mostra in Urbino quasi dieci anni ])rima 
dinanzi a Sigismondo imperatore (1). Ben altri mezzi occorrevano 
a rimettere i Varano in Camerino. Come, nell'autunno del 1443, 
la compagnia di Niccolò Piccinino venne a campeggiare nel 
contado di Pesaro, dove toccò la sconfitta di Montelauro (8 no- 
vembre), Elisabetta s' intese <;on lui e con Carlo Fortebracci, 
figlio di Braccio da Montone e di Nicolina Varano (e quindi 
cugino di Rodolfo e Giulio Cesare) che militava sotto le ban- 
diere del Piccinino. 11 frutto di quegli accordi si vide poco di 
poi quando, essendo Niccolò Piccinino accami)ato a Montecchio 
(Treia), Carlo Fortebracci, suo ca[)itano, assalì la republica di 
Camerino (26 nov. 1443) e vi fece acclamare per signori i suoi 



(l) Per ciò che couccrue gli scritti di Costiiiiza Varano ci pennettiiimo di 
riiiiiiudare alle Notizie che ne scrivemmo in Giornale storico della letteratura 
italiana, XXIII, 1-75. 



— 191 — 

<nj>iiii: (lei quali Kodolfo rientrò in pjitria il 14 dieeiiibre — 
torse iiccom])agnato dalla madre - e Giulio Cesare il 2H di 
«•eiiibre. La mutazione non avvenne senza qualche violenza, omi 
cidio e sacclieg^gio, come ci apprende una bolla di assoluzione 
indirizzata da Niccolò V ai capitani delle arti del comune di 
( damerino e ai Varano in data del 31 genn. 1449; la qual cosa 
iiiHrma l'asserzione del Lili chela restaurazione varanesca non 
si macchiasse che dell'uccisione di un solo cittadino, Vincenzo 
iMab"^ni, uno dei [)ivi autorevoli capi, secondo il nostro storico, 
del moto del 14.34. Tutto induce nell' opinione che il poiudo 
si rallegrasse del ritorno degli antichi signori e li accogliesse 
con festa: ma un i)artito avverso ai Varano esisteva — e ri- 
levò il capo, come direuu), sul finire del '49 — composto di 
una parte dei ])iù ricchi cittadini, nobili e borghesi, \ quali, 
dunque, contrariamente all' asserzione del Lili, dopo un noven- 
nio li dominio nella rinnovata repubblica, dovevano non jdau 
(lire, bensì im])recare al ritorno dei Varano (1). Plaudivano, 
invece, la plebe cittadina e le popolazioni del contado, ne po- 
tevano apertamente insorgere i partigiani della libertà ecclesia- 
Htica, cioè del governo (jomunale sotto 1' alta sovranità della 
Chiesa, poiché nel ristabilimento della signoria varanesca aj)- 
parivano concordi la forza materiale e il diritto pubblico, quello 
e questo unendosi nella persona di Carlo Fortebracci che mili- 
tava al servizio del papa. Di questo argomento della legittimità 
tsicciono l'orazione e il carme latino che Costanza scrisse a 
celebrare il lieto fatto e a ringraziare i Camerinesi ai quali 
più della legalità doveva imjxjrtare la sicurezza e bontà del 
nuovo governo. E di queste qualità soi)rattutto ragionano quei 
due componimenti, esaltando il ])rospero stato di Cameiino sotto 
i Varano e promettendo che la madre, il fratello e il cugino 
si sarebbero consacrati al bene dei sudditi. 



(l) Sulla lestaUraziou*' dei Varano vedi questi Alti e Mem. N. S. V. 
1376, segg. 



— 192 — 
III. 

LA REGGENZA 

Sommario : A superare lo difficoltà della reg!;eriza Elisabetta si giova della 
protezione del duca di Milano e dell' amicizia del conte di Urbino - 
Quest' ultimo è mediatore di proficui accordi tra la reggente e France- 
sco Sforza - Li sanciscono e confermano le nozze di Costanza Varano 
con Alessandro Sforza - Scaltrezza politica di Elisabetta - Alessandro 
Sforza a Camerino nel 1446 - Rapporti della signoria varanesca colla 
Curia pontificia - Nicolò V assolve da ogni pena i Varano e legittima 
la loro signoria - Elisabetta lascia il governo di Camerino per chiudersi 
nel monastero di S. Lucia di Foligno - Quando ciò avvenisse - Alcune 
monche notizie degli atti di governo della reggente. 

Si (leve riconoscere che a lungo durò la memoria dell' accorta 
e risoluta condotta di Elisabetta nel ricondurre il figliolo e il 
nipote a Camerino, se, quasi un secolo doi)o, un giureconsulto 
padovano, Ottonello Pasini, uditore del duca d' Urbino, Fran- 
cesco Maria della Rovere, in una sua narrazione dei fatti dei 
Varano composta in appoggio delle ragioui di Giulia Varano, 
moglie di Guidobaldo Della Rovere, contrastate da pai)a Paolo 
III, scrisse, a proposito della Malatesta, che ella « avuta intel- 
ligenza nella terra, con animo valorosissimo fece rientrare li 
detti fanciulli » (1). A questi auspici pare si conformasse la 
reggenza di lei che, sul principio, non fu scevra di difficoltà e 
pericoli, perchè non sancita dall' autorità papale, né voluta da 
Francesco Sforza, la cui fortuna rapidamente si rialzò dopo le 
vittorie di Montelauro (8 nov. '43) e di Montolmo (19 agosto 
1444), Due utilissimi presidi seppe presto procacciasi Elisabetta : 
la protezione del duca di Milano, a cui piaceva che nello 
stato ecclesiastico, allora a lui nemico, si rassodassero le signo- 
rie, ostacolo alla potenza j»olitica di Roma, e 1' amicizia di Fé 
derico di Montefeltro, salito nel luglio del '44 alla signoria di 
Urbino. A guadagnare il ]ìatrocinio del Visconti, oltre 1' inte- 
resse politico, servì 1' anteriore corrispondenza di Guiniforte 



(1) Ms. Oliv. 377 e. 352. 



— 193 — 

Barzizza, segretario di lui, con Costanza Varano. Di Federico 
da Montefeltro la reggente di Camerino aveva conosciuto le doti 
di guerriero e di diplomatico negli anni del soggiorno a Pesaro, 
uiassime nell' autunno del '43, mentre egli difendeva l' inetto 
Galeazzo Malatesta e la sua città dagli assalti di Francesco 
Sforza e di Sigismondo Pandolfo Malatesta. Appunto i)er mezzo 
di Federico Elisabetta si riavvicinò a Francesco Sforza e a que- 
sto, bramoso di sicure comunicazioni tra V Uu)bria e la Marca, 
concesse libeio passaggio attraverso il piccolo stato (15 giugno 
1444). Collo stesso Francesco, fatto di nuovo legittimo signore 
della Marca, per la pace di Perugia con Eugenio IV (30 set- 
tembre), fermò alleanza da durare 10 anni (28 nov. 1444) in 
nome dei minorenni Varano e del comrne di Camerino, media- 
tore il Montefeltro, e lo riconobbe i)er marchese di Ancona ob 
bligandosi a pagargli le taglie annuali, delle quali il conte Fran- 
cesco condonò quelle dei girimi due anni, purché i Varano as- 
soldassero fanti e cavalieri da tener pronti agli ordini suoi (1). 
L' alleanza ebbe conferma solenne nelle nozze di Costanza con 
Alessandro, fratello del conte Francesco : nozze che, se crediamo 
a Francesco Filelfo, sarebbero state effetto più della passione 
ad Alessandro ispirata dalle doti della fanciulla che di calcolo 
politico (2). Calcolatrice sarebbe stata Elisabetta che avrebbe 
dichiarato di accordare la mano della figlia a patto che Alessan- 
dro avesse un principato. Ma è lecito iiensare che piìi di lei, 
certo non ignara che per dare signoria al futuro suo genero si 
voleva spodestare di Pesaro il padre Galeazzo, all' intrigo, per 
cui Alessandro Sforza ottenne Pesaro, si adoprasse con astuzia 
e attività Federico di Montefeltro che due vantaggi ne riceveva: 
l'acquisto di Fossombrone e l'efficace amicizia degli Sforza con- 
tro 1' avido e violento Malatesta di liimini. Quale che si fosse 
il contegno di Elisabetta sul particolare del passaggio di Pe- 
saro dai Malatesta agli Sforza, è incontestabile che la politica 



(1) Osio Doeum. dipi, milanesi. Ili, 306 e 333. 

(2) Bennadduci G. Della signoria di Francesco Sforza nella Marca, Tolen- 
tino 1 892 Doc. 85. 

]3 — itti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910, 



— 194 - 

da lei seguita 8' informò a grande scaltrezza e concorse a con- 
solidare il dominio dei Varano. In tempi di rapide mutazioni, 
di gravi difficoltà politiche ella comprese la necessità di giovar- 
si dei condottieri, elemento cospicuo, anzi essenziale allora della 
storia d' Italia, a conseguire i suoi fini. Come, per riporre in 
seggio i Varano, s' era valsa della comi)agnia di Carlo Forte- 
braccio e di l!^iccolò Piccinino, clie dovevano gratitudine ai Ma- 
latesta di Pesaro per i soccorsi ricevuti subito doj)© la rotta di 
Montelauro, così, a rafforzare la risorta signoria, non si peritò, 
poiché la preponderanza nella Marca fu passata alla jyarte degli 
Sforzeschi, di valersi dell'appoggio di colui che nove anni pri- 
ma cogli intrighi e colle armi aveva scalzata e abbattuta la si- 
gnoria camerte. Da tutto la animosa principessa seppe trarre 
profitto : dall' amicizia del duca di Milano, dalla coltura della 
figliuola, dalla costei bellezza ammirata da Alessandro Sforza, 
dall' alleanza con Federico di Montefeltro. E non meno abil- 
mente è (la credere che sapesse destreggiarsi tra la parte papale 
e la sforzesca negli anni 1445-47, mentre Eugenio IV coli' opera 
degli alleati e dei propri ministri incalzava il conte Francesco 
e gli andava togliendo la Marca. Camerino non apparisce che 
una volta tra i luoghi della Marca obbligati o dallo Sforza o 
dal tesoriere pontificio alle frequenti contribuzioni di danaro o 
d' uomini armati. Solo nel '46 a quel comune è fatto obbligo 
di pagare la somma di mille ducati richiesta dal cardinal le- 
gato per assoldare il condottiero Iacopo Galvano che doveva 
essere spedito contro Ancona tuttora fedele allo Sforza (1). Nello 
stesso anno (febbraio) Camerino ospitava Alessandro Sforza che, 
costretto a cedere il girone di Fermo, si recò col suo presidio 
presso la suocera ad asjìettare il pagamento dei 10 mila fiorini 
promessigli dai Fermani e a Camerino restò fino all' aprile (2). 
Finalmente nel '47 Elisabetta chiese d' esser compresa tra gli 
aderenti e i raccomandati del genero presso il re Alfonso di 



(1) Benadduci, op. cit. p. 365 per Camerino. Per gli altri comuni p. 328 
335, 349, 354, 356. 

(2) Benadduci, 356-57, 



— 105 — 

Napoli col quale e col ]yA\m erasi recato a trattare Alessandro 
in noinc i)roprio e del fratello. Al quale egli il 27 marzo scriveva 
di voler includere la signora di Camerino tra i raccomandati 
propri o di Federico di Montefeltro « per lionestà et per non 
dare ad intendere a questi preti che essa avesse avuto intelli- 
genza » collo scomunicato Francesco Sforza (1). Benché nella 
bolla, colla quale Niccolò V concesse ad Alessandro l'assoluzio- 
ne da ogni ])ena e censura e V investitura del vicariato di Pe- 
saro per lui e pei figliuoli, si faccia generica menzione di complici 
e segnaci (2), pure è lecito supporre che Elisabetta non fosse 
restituita [)ienamente nel favore della curia papale. Come ve 
dremo, la piena assoluzione non le fu accordata che al princi- 
pio del '49. Niccolò Y, nei primordi del pontificato, intese a 
mantenere illesi i diritti della Chiesa sulle terre di sua giuri- 
sdizione e imporre il rispetto all' autorità del suo governo : di 
che fanno fede le ordinanze del Cardinal Domenico Capranica, 
legato della Marca (Fabriano 14 maggio 1447) e del viceteso- 
riere (Sanseverino 14 maggio) le quali pres(;rivevano la confer 
ma da parte del legato stesso di tutti gli ufficiali dei comuni, 
la rescissione di tutti i titoli delle esenzioni finanziarie e 1' im- 
mediato pagamento delle tasse dovute alla legazione (3). Per- 
tanto, se concedeva ad Alessandro Sforza l' investitura di Pe- 
saro — atto necessario ad allontanare dalla Marca il potente 
condottiero di lui fratello — ■ rispetto a Camerino si restringeva 
a confermare i ])rivilegi del comune con bolla del 9 maggio 
f447 nella quale si dice che la conferma è fatta « ad ùtantiam 
nobilium virorum > Rodolfo di Piergentile e Giulio Cesare di 
(xiovanni, ma dei diritti di costoro non si fa motto e si tace 
pure il nome di Elisabetta (4). 

Un serio motivo di riprovazione del governo pontifìcio verso 
la reggente di Camerino era il proposito di lei e dei Cameri- 



(1) Osio II op. eit. I, 504, 512. 

(2) Olivieri Nemorie di Alessandro Sforza, 40. 

(3) Bexadduci, 389-90. 

(4) Reg. Vat. 385 e. 19^. 



— 196 — 

nesi di ristabilire il proprio doininio su alcune terre della Mar- 
ca che avevano già obbedito ai Varano prima dell'eccidio di 
essi nel '34. Una bolla del 16 febbraio 1448 annuncia alla terra 
di Oaldarola il divieto imposto al comune di Camerino di re- 
carle danno: il che è segno manifesto di ostilità del secondo 
contro la prima (1), La legazione della Marca s' ingegnava, a 
sua volta, di ricuperare alla Chiesa quei castelli vicini a Ca- 
merino che nel Dugento erano stati signoreggiati da quella 
città, indi dai Varano, ma che, giusta le rivendicazioni della 
Curia pontificia, non appartenevano al distretto di Camerino, 
cioè: S. Anatolia, Serrapetrona e Camporotondo. Essi, durante la 
così detta seconda repubblica (1434-43), avevano di questa rico- 
nosciuta la sovranità e, caduto quel governo, avevano stii)ulate 
vantaggiose convenzioni con la reggente Elisabetta. Se non che 
la curia pontificia nella Marca, considerando usurpazione questo 
atto di signoria, ingiunse ai Camerineai (Tolentino 10 luglio 
1448) di cessare fra tre giorni ogni obbedienza ai Varano come 
a persone scomunicate per aver usurpato alla Sede Apostolica 
i tre castelli su mentovati (2). Legato della Marca era il fra- 
tello del papa e però quelle ingiunzioni e minacce dovettero 
gravemente turbare la governatrice di Camerino. Pure le nubi 
si dileguarono ben presto e nel gennaio 1449 Niccolò V fece 
ai Camerinesi e ai loro signori importantissime concessioni. Il 
31 gennaio, con atti distinti, assolse"i Camerinesi dalle censure 
in cui temevano d' essere incorsi per la sentenza di Griacomo, 
arcidiacono della chiesa di Foligno e giudice spirituale della 
curia della Marca d'Ancona, contro i castelli di S. Anatolia, Ser- 
rapetrona e Camporotondo (3): accordò assoluzione ai capitani 
delle arti e al comune di Camerino dalle pene comminate per i 



(1) Reg. Vatic. 385 <-,. 212. 

(2) Lettera al comune di Camerino del cardinal legato Filippo di Bologna 
nel regesto dei carteggi dell' archivio comunale di CiA'itanova, f. 55. 

(3) Reg. Vatic. 404 e. 66. Parrebbe che la minaccia contenuta nella let- 
tera del legato (Tolentino 10 luglio '48) non fosse seguita dalla condanna per 
Camerino e che questa avesse colpito soltanto i tre castelli. 



— 19"? — 

danni recati alla terra di Caldarola (1), finalmente liberò da 
ogni pena e censura Elisabetta Varano e i cugini Rodolfo e 
Giulio Cesare per le colpe commesse al tempo della restaura- 
zione — della quale si dice essere stata autrice la stessa Eli- 
sabetta — e, ciò che più importa, legittimò il potere dei cugini 
Varano in Camerino (2). Il 3 febbraio il papa confermò il pri- 
vilegio del cardinal legato Sinibaldo dei Fieschi (1240) al co- 
mune di Camerino, escludendo, però, dalla giurisdizione di que- 
sto i castelli di Belforte e di Caldarola. 

È credibile che a conseguire questi favori pontifici non fosse 
scarsa 1' opera di Elisabetta, che pur non era più al governo 
di Camerino: ma non sappiamo di quali mezzi si servisse. Mol- 
to probabilmente le giovarono potenti protettori ed amici: Fe- 
derico di Montefeltro, gli Sforza e gli Estensi coi quali ultimi 
era da più anni in relazione e aveva poi stretto parentado. Si 
ha notizia di una gita di Eodolfo, ancora adolescente, a Ferrara 
fin dal maggio del 1444 (3) per il matrimonio di Lionello D'Este 
con Maria d' Aragona. Forse fin da quell' anno si scauibiò pro- 
messa di nozze tra lui e Camilla D' Este, figlia naturale del 
marchese Niccolò III e sorella di Lionello: ma il matrimonio 
non si celebrò che nel settembre del '48 (4) quando Eodolfo 
era, crediamo, in sui venti anni (5). 



(1) Reg. Vatic. 404 e. 67. 

(2) Reg. Vat. 404 e. 68. A e. 64^ trovasi la bolla in data 3 febb. 1449. 
(8) Sabbadini R. Vita di Guarino Yeroneae. Genova, 1891, 148. 

(4) Muratori L. A. Antichità Estensi, Modena, 1740, II, 206. 

(5) Secondo le parole dell' elogio di Rodolfo che un tempo, insieme con 
quelli degli altri principi di casa Varano, si leggeva in una sala del palazzo 
ducale di Camerino, i cugini Rodolfo e Giulio Cesare erano coetanei e nac- 
quero nel 1434 (Savini P. Compendio della stona di Camerino 2. ediz. Came- 
rino, Savini 1895, 224). Il Lili (II, 178), equivocando comicamente, dopo 
avere scritto che nell'ottobre del '34 i due fanciulli erano in età di poco piti 
che un anno, aggiunse che Rodolfo allora « era minore di cinque mesi ». 
Ora che Rodolfo fosse nato nel '34 non possiamo credere, perchè, come ve- 
demmo, nell' agosto del '33 Elisabetta difendeva nel castello di Visso, (come 
disse sua madre Battista all'imperatore Sigismondo) 1' « innocento fanciulletto » 
{innocentem puerculum). Questa circostanza, 1' altra delle nozze di Rodolfo 



— 198 — 

Accasato il figliolo e composto in ordine e tranquillità il 
piccolo stato, Elisabetta, contristata dalla morte della diletta 
Costanza (13 luglio 1447), sospinta dall'esempio della madre, 
si chiuse nel monastero di 8. Lucia di Foligno dell' ordine di 
S. Chiara dove s' era già monacata la sua secondogenita 
Primavera (Suor Felice). Quando lasciasse Camerino non dicono 
le fonti note. L' ultimo segno della sua presenza tra i sudditi, 
])er quanto ci consta, è la donazione da lei fatta « prò remis- 
sione peccatornm tam ipsius magnifice domine qnam ]n^ef:ite 
domus Varanee » di un tenimento chiauuito Dolce pensiero al 
convento di S- Pietro dei Minori Osservanti nella contrada Mn- 
ralto di Camerino (I): atto clic i)ar significare il proposito di 
abbandonare lo stato. I documenti da noi conosciuti tacciono 
di lei fino all' aprile del '4U quando nu atto di procura ce la 
svela suora non professa dell' ordine di S. Chiara nel monastero 
di S. Maria di Monteluce a Perugia (2). 



nel settembre del 48 e la notizia del diario liliano, su cui torneremo, che i 
due giovani Varano pugnarono contro i sudditi ribelli nel dicembre del '49 
rendono verosimile la congettura che tra Rodolfo e la sorella Costanza, nata 
nel 1426, non intercedesse la differeuza di 8 anni implicitamente asserita dalle 
fonti su citate e che nel '48 il i)rimo non fosso molto lontano dai venti anni. 
Il Lili cade in altra contraddizione quando, dopo aver detto che neil' ottobre 
del 34 Rodolfo non aveva che cinque mesi, afferma che Giulio Cesare nel 
'44 aveva non dieci, ma dodici" anni e che era inferiore di età a Rodolfo 
(II, 197, 198). Che questi verameuto sui)crasse di qualche anno il cugino si 
può arguire dalla priorità delle nozze del primo (sett. 1448) su quelle di 
Giulio Cesare (1451), e dall' essc^re il suo nome costantemente anteposto nei 
documenti a quello del cugino. Contro la nostxa ipotesi che Rodolfo nel '44 
avesse più che dieci anni poti'ebbe obiettarsi che egli è chinniato /a»)cw//o nel 
carme coini)osto dalla sorella Costanza al tempo del ritorno a Camerino e 
probabilmente destinato ad essere recitato da lui dinanzi al popolo (« Ma- 
gnifica Aelisabet.... moresqtie dabit puerillhus annis »). Ma quelle parole possono 
convenire anche a un adolescente di 13 o 14 anni. 

(1) Archivio di Urbino a Firenze Pergam. 13 agosto 1448. La chiesa e 
il convento di S. Pietro di Muralto erano colà dove nel 1503 sorse la rocca 
fatta erigere da papa Alessandro VI, tuttora salda contro alle offese del tem- 
po e degli uomini. 

(2) Ms. Oliv. 454, e. 133. La procura in data 24 aprile dev' essere col- 



— 199 — 

Lodovico Jacobilli e il Wadding scrissero che la nostra Va- 
rano entrò nel monastero di S. Lucia nel 1448 e che il 22 di- 
cembre dello stesso anno per ordine del papa dovette andarsene 
nel monastero di Monteluce a Perugia (1). Una nota, trasmessa 
insieme con altre da un ignoto erudito all' Olivieri e tratta dà 
un libro di memorie del monastero di Monteluce, annovera Eli- 
sabetta tra le monache giunte a Perugia il 21 ottobre 1448 
da Foligno i)er riformare il monastero di Monteluce (2). Da 
queste testimonianze emerge chiaramente che Elisabetta lasciò 
Camerino nell' estate del '48. Che ella passasse qualche tempo 
nel monastero di S. Lucia di Foligno è provato dalla cronaca 
di quel monastero scritta da suor Caterina Guarnieri da Osimo 
sul princi])io del Cinquecento: la quale cronaca, però, non for- 
nisce che designazioni cronologiche assai vaghe e dice che Elisa- 
betta potò passare in quel chiostro « poco tempo ». Qui sorge 
il dubbio se la menzione di Elisabetta, che si legge negli atti 
pontifici già citati, aventi la data 31 gennaio 1449, baj»ti per 



legata coli' altra in data di Foligno 29 aprile 1449 pubblicata dall'OMViERl, 
Notizie di Battista Montefeltro, p. 29. Che nell' aprile del '49 Elisabetta 
non fosse più a Camerino si poti'ebbe inferire anche dal mancare il suo 
nome in una letterina dei cugini Varano ai priori di Caniporotondo in data 
di Camerino ai 12 di quel mese. Arch. di Urbino a Firenze, CI. I. D. C. 
F.", XIII. 

(1) Iacouilli L. Vite dei Santi e Beati dell' Umbria, Foligno, 1856, II, 
6-7, W^ADDiNG L. Annales Minorum X, 98, XIV, 174. 

(2) « 1448 D' ordine di Niccolò V, essendo protettore dell' ordine dei 
Minori il cardinale Capranica, li 21 ottobre il sabato sera al tardi vennero 
a Perugia per riformare e mettere in osservanza il monastero di S. Maria di 
Monteluce dell' ordino di S. Chiara ventitre suore dal monastero di S. Lucia 
di Foligno, cioè suor Margherita da Sulmona, abbadessa, suor Cecilia Cop- 
poli da Perugia vicaria, suor Elisabetta da Varano figliola di Galeotto 
Malatesta e moglie di Piergentile signore di Camerino ». Ms. Oliv. 454 e. 
132. Dopo due altre notizie, che riferiremo piìi avanti e sono degli anni 
1455 e 1456 si legge: « Questo e non altro si trova in un libro di Memorie 
di detto monastero di Monteluce». Il Jacobilli nelle Vite dei Santi e Beati di 
Foligno, Foligno, 1628, 247), aveva assegnato al 21 novembre 1' arrivo di 
Elisabetta a Perugia. 



— 200 — 

ammettere la presenza di lei a Camerino o se debba credersi 
che, nonostante quella menzione, ella, nel gennaio del '49, di- 
morasse già nel monastero di S. Lucia di Foligno o a Perugia. 
Si osservi che nell'atto col quale il papa avssolve dalla scomunica i 
capitani delle arti di Camerino ed Elisabetta (i)er le offese recate 
a Caldarola) si dice che gli uni e 1' altra avevano fatta umile 
istanza di perdono al pontefice. Di più, nell' altro atto di asso- 
luzione dalle pene meritate per gli eccessi avvenuti nella restau- 
razione della signoria varanesca, 1' indulgenza è esplicitamente 
accordata non solo ai cugini Varano sì anche ad Elisabetta, la 
quale, per indiretto, è designata quale principale causa di que- 
gli eccessi in quanto è detta massima autrice del ritorno dei 
Varano a Camerino. Ora, se la reggente e i capitani delle arti 
insieme imploravano il perdono papale e se la prima aveva 
tanto bisogno di esso, par lecito supporre che ella fosse ancora 
a Camerino nel tempo delle predette concessioni pontiflce e vo- 
lesse impetrare la liberazione dalle censure ecclesiastiche avanti 
di chiudersi in monastero. Non vogliamo poi tacere essere con- 
forme a verisimiglianza che colei, che s'era consacrata all' im- 
lìresa di restituire lo stato al figliolo e di riordinarlo, si cora- 
l)iacesse di assistere alle nozze di lui: onde la j)artenza da Ca- 
merino non dovrebbe essere anteriore al settembre del '48. Da 
ultimo noteremo che, dicendosi Elisabetta nonduni professa fino 
all'aprile del '49, sembra un po' strano che i superiori dell' or- 
dine di S. Chiara mandassero anche lei da Foligno a Perugia 
a dare norma ed assetto stabile al monastero di Monteluce. 
Per queste considerazioni inclineremmo ad ammettere che la 
Malatesta- Varano entrasse nel monastero di S. Lucia a Foligno 
nel febbraio e ne partisse alla volta di Perugia nel marzo o 
nell' aprile del '49. Ma il libro del monastero di Monteluce è 
fonte di tanta autorità e si esprime con così precise determi- 
nazioni di tempo che non vsapi)iamo negargli fede. Si vuole poi 
aggiungere, a convalidazione della notizia di esso, che il papa 
nella bolla di assoluzione ai Varano chiama Elisabetta monialis 
ordinis 8. Clave e dice che al tempo della restaurazione vara- 
nesca era monaca del terzo ordine di S. Francesco (tunc soror 



... '2òi -^ 

tertii ordinis S. Francisci de penitentia). "Vero è che ella non 
aveva ancora pronunciati i voti solenni nell' aprile del '49: 
ma, se il papa, nel gennaio, la chiamava monaca di 8. Chiara 
conviene ritenere che si trovasse già in monastero. Molto pro- 
babilmente, adunque, ella lasciò Ctìmerino nel settembre o nel- 
1' ottobre del '48 e stette a Foligno fino al 21 dicembre quando 
passò a Perugia. Qui si adoperò ad ottenere per sé, per i pa- 
renti e i)er il comune di Camerino le grazie allora concesse 
dal papa. 

Del governo della reggente sappiamo pochissimo. Ebbe a 
coadiutori e nnnistri due camerinesi: Giordano di Angelo di 
Cola di Attone, che fu suo cancelliere, e Giovanni di Conte dei 
Conti di cui ella riconobbe le benemerenze con un diploma 
tuttora esistente nell' archivio comunale di Camerino (1). L' ac- 
compagnarono e servirono durante la reggenza alcuni dei suoi 
familiari di Pesaro come Pier Giorgio Almerici (padre del poeta 
Raniero) che fu iwdestà di Camerino nella seconda metà del 
'44 e certi Antonio de Santinis da Ginestreto e Francesco di 
Lorenzo da Fossombrone (2). 

Dei veri e propri atti di governo compiuti da Elisabetta 
non conosciamo, oltre le convenzioni collo Sforza, che i capitoli 



(1) Giordano di Angelo di Cola di Attoue da Camerino firma, quale can- 
celliere di Elisabetta, i capitoli col castello di Camporotondo (14 genn. 1444) 
e le convenzioni riferite da L. Osio e da noi citate. Del diploma della reg- 
gente a Giovanni di Conte da Camerino della contrada di Morrotto ci è 
pervenuta una copia incompleta colla data Camerino 25 aprile 1444 (Arch. 
comunale di Camerino Busta I n''. 2). Giovanni è fatto immune insieme coi 
discendenti « da tutti obsequi reali et personali ». Il seguito, stando al Lili 
(II, 198), avrebbe dovuto contenere il dono di alcune terre in Serravalle. 
Questo Giovanni, che sarebbe stato della famiglia degli antichi conti di 
Seutino (Elenco degP invitati alle nozze di Giulio Cesare Varano. Mss. 
Liliani, IV) offriva i suoi servigi militari al duca di Milano il 20 agosto 
1452 (Feliciangeli B. Sulla vita di Giovanni Boccali, Sanseverino-Marche, 
1906, 46). 

(2) Per Piergiorgio Almerici vedi Giorn. st. della lett. it. XXIII, 39. Gli 
altri due sono testimoni all'atto col quale la reggente nomina suo procura- 
tore Federico di Montefeltro, 22 nov. 1444, in Osio, III, 330. 



— 202 — 

stipulati con i castelli di Caiiiporotondo (sul Fiastrone) e Pog- 
giosorrifa (bacino dell' alto Potenza) e un indulto concesso al 
comune di S. Anatolia. È agevole comprendere che la governa- 
trice di Camerino volesse raffermare il dominio su quelle terre 
o comuni rurali, che, sebbene <la gran tempo dominati dai Ca- 
merti, erano, ad ogni pro[»izia contingenza, rivendicati dalla 
Curia romana alla propria giurisdizione. Tale estensione di au 
torità sulle campagne tanto più desideravano le signorie in 
quanto i comuni rurali preferivano il governo signorile al go- 
verno comunale: fenomeno ben noto e costante di cui si potreb- 
bero vedere le prove anche nei cai)itoli concessi dalla nostra 
principessa (1). 

Non ci è pervenuta notizia dell' organamento del governo 
durante la. reggenza e dei rispettivi limiti dei poteri della si- 
gnoria e dell' autonomia comunale. Se non che si i)uò esser 
certi che questa era contenuta in angusti connni: il che è le 
cito arguire dal fatto ohe la nomina del podestà — come del 
resto, accadeva in tutti i governi a signoria — si>ettava alla 
reggente (2). Alla, pienezza del dominio rispondeva la cura del 



(1) I capitoli col castello di Poggio Sorifa, Camerino 11 gennaio 1444, 
si leggono a e. 22^, 23^ del rarissimo libretto: « Statuti del castello di Poggio 
di Sorifa distretto de la magnifica città di Camerino tradotti di lutino in volgare 
nel tempo del castellanato di M. Gio. Battista Lauro da Camerino, Camerino, 
Gioioso, l56-{. L'anno dei capitoli è (ini il '49: ma 1' indicazione del pon- 
tificato di Eugenio IV e l'indizione VII non lasciano dubbio trattarsi di er- 
rore tipografico. I capitoli di Caniporotondo, Camerino 14 gennaio 1444, si 
hanno in copia nell' archivio comunale di questo comune e uelP archivio di 
Urbino a Firenze CI. Ili, D. P. Ibis, e. IIK Alla firma di Elisabetta e del 
cancelliere Giordano seguono le conferme di Rodolfo e Giulio Cesare (3 mar- 
zo 1451: controfirmato « Ioannes » cioè Giovanjii di Conte; ecco la prova 
dell' ufficio di primo ministro e quasi tutore dei due cugini, dopo la parten- 
za di Elisabetta, asserito dal Lili, II, 198); di Caterina Cibo (28 dicembre 
1527 controfirmato: Ludovicus) e di Guidobaldo Della Rovere e Giulia Varano 
(12 maggio 1535 controfirmato: Ileronymus Tirannus secretarius) . L'indulto cslie 
accorda 1' immunità da ogni tassa per 10 anni agli abitanti di Santa Ana- 
tolia, Camerino 9 febbraio 1448, è il documento piìi antico del libro rosso 
di quel comune. 

(2) Il 12 sett. 1446 Elisabetta scrisse ai priori di Siena dichiarandosi 



— 203 — 

bene dei sudditi secondo lo spirito dei governi monarchici del 
Einascimento e le tradizioni di casa Varano: la quale ])are si 
studiasse costantemente di provvedere al benessere dei spg;i>etti. 
Anche Elisabetta volle che nel piccolo stato, dal territorio poco 
fertile e in gran jiarte coperto di boschi, non difettasse l'approvigio- 
naniento, di che (s'informa una sua lettera ai ])riori di Perugia. 
Fu pure concorde colla cognata Torà Varano, vedova di Nicolò 
Trinci, amorevolissima salvatrice ed edn(;atrice di Giulio Cesare 
Varano. Questi ammalò gravemente nel 1445, onde Torà chiamò 
a Camerino da l*erugia, un medico esimio — non nominato — 
del cui invio riuscito benefico ella ringraziò i ])riori delle arti di 
Perugia con lettera del 15 maggio (1). 



doU^i'.to di non poter subito conferire la podesteria di Camerino, secondo la 
loro domanda, al senese Giacomo dei Tolomei. Quell'ufficio, che dnra sei mesi 
è stato già promesso ad altri. Arch. di stato di Siena, liCttere di concistoro 
voi. 103, n." 43. Con altra lettera del 29 maggio informa i priori di Siena 
di certe pratiche giudiziarie relative ad alcuni Senesi. Ihid. v. 106 n. 40. 

(1) Nell'arch, coni, di Perugia vedemmo tre lettere di Elisabetta: la prima 
(Cam. 7 marzo 1444) ai priori di Perugia chiede che sia concessa libera tratta 
al perugino Galeotto, che aveva venduto alla Varano 200 some di grano esclu- 
sivamente destinate ai sudditi della reggente : la seconda (Cam. 10 ott. 1444) 
raccomanda ai consoli della mercaiizifi di Perugia quale candidato all' ufficio 
di « rettore alla sapienza uii valentissimo doctore chiamato messer Gianni An- 
tonio nostro cittadino del qual serrete et per scientia et per virtù benissin.o 
satisfatti. » ; la terza (Cam. 7 luglio 1446) annuncia il disbrigo di certe 
pratiche richieste dal comune di Perugia e relative al « fatto di quelli 7 
uomini avevano perduto il bestiame ». Di Torà Varano - Trinci - la lettera 
sua ai priori di Perugia è in data 15 maggio 1445 - il diario domestico Li- 
liano (Lili II, 206) dice che morì nel 1453 e fu unica madre a Giulio Cesare 
(«. qui non cognovit aliam nuitrem misi eam »). Ciò x>"ò significare che Vi- 
viana Trinci, moglie di Giovanni Varano e madre di Giulio Cesare, o morì 
in parto, o mentre il figliuolo era in tenerissima età. 



- 204 — 
IV. 

IN MONASTERO 

Sommario : Parole di Suor Caterina Guarnieri da Osimo intorno al soggiorno 
di Elisabetta nel monasteri) di S, Lucia di Foligno - Se possa credersi 
che Elisabetta fosse obbligata dal paj)a ad abbandonare Foligno - Esa- 
me dell' asserzione del Lili che Elisabetta tornò a governare Camerino 
- Ella ricevette la visita del tìgliuolo a Perugia, ma non usci dal mo- 
nastero di Monteluce - Quando e perchè passasse da Perugia ad Ur- 
bino - Notizie degli ultimi anni di lei e lodi dei contemporanei alle 
sue virtìt. 

Suor Caterina Guarnieri da Osimo nella sua cronaca del 
monastero di S. Lucia di Foligno raccoglie 1' eco della fama di 
energia e di accortezza che Elisabetta si era procacciata nel 
maneggio dei negozi domestici e politici. Narrata la morte di 
Battista di Montefeltro e di due sue nepoti, suor Felice e suor 
Eufrasia (2), suor Caterina così continua: « Passati non so quanti 



(2) Poco prima della morte di Battista Montefeltro, (suor Girolaiiiii), se- 
guita verosimilmente il 3 luglio 1448, si erano chiuse nel monastero di S. 
Lucia due sue nipoti « sora Felice, figliola del signor di Camerino, e sora 
Eufrasia, figliola del signore di Fabriano ». Così la cronaca di suora Guar- 
nieri, la quale continua : Queste doi pretiose vergene, come me hanno refe- 
rito sore che conversarono con esse, non furono mai vedute più nobile crea- 
ture, splendente de bellezza corporale et adornate de ogni virtìt et era cosa 
meravigliosa vedere con quanto fervore se sotometevano al iugo della sancta 
religione et con quanta humilità facevano tucti li servitii vili del monastero. 
Non parevano figliole de signori, ma de vili 'mercenari, tanta era la loro 
humilità et mansuetudine che tutte le altre sore facevano confondere a con- 
templarle. Come piacque al signore, vissero poco tempo nella religione, in- 
trò la pestilentia nel monastero et furono quasi le prime a morire de peste ». 

Evidentemente, se suor Felice era nata dal signore di Camerino ed era 
nepote di Battista Montefeltro, deve trattarsi della figlia della nostra Elisa- 
betta di nome Primavera (cf. la citata donazione di Galeazzo Malatesta ai 
nepoti ex filia 6 maggio 1442, e Wadding L. Annales Minorum, X, 98). Suor 
Eufrasia Chiavelli nacque, pensiamo, da Guglielma Varano e da Battista 
Chiavelli ucciso dal popolo di Fabriano con altri di sua famiglia il 25 mag- 
gio 1435. Che nome avesse al secolo e perchè fosse nepote di Battista igno- 
riamo. Come monaca la ignora anche Orestk Marcoaldi Guida e statistica 



- 205 — 

anni da pò la morte delle sopradicte sore intrò etiani in questo 
monastero la magnifica Madonna Lisabecta donna del Signiore 
de Cainmerino chiamata poi sora Lisabecta, figliola della so- 
piadicta sora Hyeronima [Battista di Montefeltro] la quale sora 
Lisabecta dice chi la vedde che era de schiacta de giganti, non 
fu mai veduta la maiure donna de lei in quelli tempi et come 
era grande de statura, così era de grande cervello et de grande 
sentimento: le sore che forono presente a quello tempo dicono 
che non se poderia narrare con quanto fervore et dev^otione et 
vsubiectione intrò alla religione questa nobile Madona che era 
uno stupore vedere tanta humilità in così nobile creatura, ma 
Satanasso ebbe invidia al suo profecto [profitto]: poco tempo i)o- 
dè stare in questo sancto loco, venne alle oreohie del papa che 
costei era intrata in questo monastero, intrò in suspectu de lei 
che non gii togliesse Fuligni, i)erò che poco avanti era cavato 
dalle mani delli Signori: gii mandò uno breve dandogli termine 



della città é comune di Fabriano, Fabriano 1874, 180. Viveva ancora il 29 
aprile del 1449 nel monastero di S. Lucia (cf. Olivieri Notizie di Battista 
p. 29). È probabile che ella e suor Felice morissero nel 1449 quando la pe- 
stilenza, che infieri a Roma e in gran parte d' Italia, indusse Nicolò V a 
riparare a Fabriano. In tal caso sarebbe inesatta la cronaca monastica 
di S. Lucia là dove afferma che Elisabetta entrò nel monastero dopo la morte 
delle nepoti di Battista. Erra il LiLi (II, 202) facendo suor Eufrasia figlia 
di Elisabetta e chiamando Francesca suor Felice che al secolo fu Primavera. 
Che suor Eufrasia Chiavelli dimorasse nel monastero di 8. Chiara di Urbino, 
come nel suo seicentesco zibaldone scrisse il p. Matteo Pascucci {Vita della 
B. Battista Varani, Macerata, 1680, 84) non è ammissibile. Vi stette, invece, 
un' altra suora Elisabetta Varano, figlia di Rodolfo IV, alla quale con breve 
del 3 giugno ]487 papa Innocenzo VIII concede facoltà di parlare con i fra- 
telli Ercole e Piergentile e di scegliersi il confessore. (Ms. Oliv. 454 e. 198 
dove si dice che questo breve esiste nell'archivio delle cronache di S. Chiara di 
Urbino). Quale fosse delle figlie di Rodolfo III questa suora Elisabetta ignota 
al Litta, ma non al Wadding (XIV, 430, anno 1487) non è ben chiaro. Par- 
rebbe trattarsi di Gerinda nominata dal diario Liliano. Cf. LiLi, 230 dove 
fu stampato il nome di Ginevra invece di Gerinda. Ginevra non fu monaca, 
ma moglie di Muzio Colonna. I biografi di Camilla Varano (beata Battista) 
che fanno presente a Camerino nel 1484, quando Camilla tornò in patria da 
Urbino, Elisabetta, vedova di Piergentile, cadono in manifesto errore. 



— 206 — 

finché ardeva una candela clie, socto pena de sconmnicatione, 
se devesse partire di Fuligni. Allora furono levato j^randc 
pianto da tucte le sore e lei se inginochiò e dixe piangendo 
amaramente: matre miei non era degna de stare in vostra com 
pagnia in questo sancto Iodio. Poi se inginochiò alla sepultnra 
della matre sua et poi subito se partì accomx)agnata da doi 
sore et altre ])ersone. Partitasi de qui andò a Peroscia et po- 
sandose in una casa di bizzoche. Sentendo la comunità de 
Peroscia la venuta de tanto si)ectabile Madona, ordinò de non 
lassarla partire et così a sua istantia fu apresciato che se pi- 
gliasse el monastero de Monteluce e de pò andarono vintadoi 
sore de questo monastero, poi pure el papa non volse che lei 
stesse in terra de la chiesa: se ne andò al monastero de Santa 
Chiara de Urbino et li se reposa el corpo suo >>. (1) Fin dove 
si avvicina al vero la suora Guarnieri nell' attribuire ad un im- 
perioso ordine di papa Nicola il passaggio della nostra Varano 
dal monastero di S. Lucia di Foligno alla casa monastica di 
Monteluce a Perugia? Che quella povera donna, in cerca di 
pace dopo tante traversie, volesse intrigare e cospirare contro 
i diritti della Santa Sede per restituire al Trinci la signoria 
di Foligno è aftatto inverisimile. Meno credibile è che si chiù 
desse nel monastero di S. Lucia, ignari i governatori pontifici 
dell' Umbria. Né si conosce prova o indizio alcuno di maneggi, 
congiure o tentativi degli anni 1448 e 1449 di rimettere 
Foligno in possesso di quella famiglia che dieci anni [)rinìa 
(1439) ne era stata cacciata con metodi ed effetti decisivi dal 
l)atriarca Yitelleschi e del quale non soppravviveva che un ec- 
clesiastico, Einaldo, profugo a Milano (2). Vorremo noi pensare 
che Elisabetta, forse per gli eccitamenti della cognata Torà, 
volesse vendicarsi di colui che le aveva mandato a morte il 
marito Piergentile ? Ma il patriarca Vitellesclii aveva già espiate 



(1) Cronaca di Suor Caterina Guarnieri del monantero di S. Lucia di Foligno 
pubblicata da M. Faloci-Pulignani in Archivio storico per 1' Umbria e le 
Marche I, 298-99, Foligno, 1884. 

(2) LiTTA P. Famiglia Trinci nel voi, VII della Famiglie celebri d' Italia. 



— 207 — 

le sue colpe colla morte violenta inflittagli dal castellano di 
Castel S. Angelo, Antonio Kido, nell' {iprile del 1440. VA ])are 
che gli anteriori rapporti, di lei col papa, il silenzio della storia 
sulle pretese aspirazioni dei Trinci al riacquisto di Foligno, il 
fatto che Torà non aveva figlioli maschi bfistino a far rilegare 
tra le favole il motivo assegnato dalla cronaca monastica alla 
partenza della Varano ])er Perugia. 

Grande fu la stiuia che la ex principessa di Camerino seppe 
ispirare colle sue virtìi, sicché, sebbene non avesse professato, 
fu condotta a riformare il monastero di Monteluce dalF abba- 
dessa di S. Lucia di Foligno, suor Margherita de Lecto da 
Sulmona. E a Camerino non tornò piìi. 

Il Lili sulla fede del tliario domesti(;o mirrò il tumulto scop- 
l)iato contro i signori Varano nel dicembre del 1448 — questa 
la data, secondo il diario — vide e riferì il breve di pupa 
Niccolò V in data 7 gennaio 1449 — che tuttora si conserva 
nel nostro archivio comunale — e finahnente ebbe notizia — 
forse attraverso le storie perugine ancor manoscritte del Pellini 
e da lui certo conosciute - di ciò che leggesi nella cronaca 
del Graziani alla data 6 giugno 1449: « A quisti di de giugno, 
[1449] venne qui el signor de Camerino chiamato per nome 
liidolfo et era giovane: lo quale venne per vedere la sua madre 
che era bisoca de S. Maria de Monteluce et alloggiò in casa 
di Braccio di Baglione et fu apresentato dal comune nostro ». (1) 

Da questi dati inferì che Elisabetta, ottenuto il consenso 
«lei papa, tornasse a (^iunerino e riassumesse la reggenza per 
rimuovere le cause del malcontento dei sudditi e consolidare 
la signoria varanesca, E qui il buon Lili si feruìò a rilevare le 
benemerenze della nostra Clarissa licordando la sua affabilità e 



(1) Arch. st. it. XVI, P. I, 617. Rispetto alla data 16 dicembre 1418 
che il Lili dice di aver trovata uel diario donieatico osserviamo che in certi 
abbozzi di capitoli della storia del Lili, che si leggono nel tomo IV delle 
carte ms, di lui, ricorrono pivi citazioni del predetto diario. V'è anche quella 
relativa alla notizia del tumulto colla data esatta 1449 (a e. 127). Ciò fa 
sospettare che il Lili, male interpretando la data del breve di cui discorriamo 
qui sotto, correggesse un errore che non esiste. 



— 208 — 

nioderazione e dicendo che ella chiamò da Perugia a podestà 
di Camerino Galeotto di Lello dei Baglioni e provvide ad am- 
mogliare i cugini Varano. Lasciamo stare la mancanza d' ogni 
citazione di tonti a conforto dell'asserto: qui le maggiori offese 
toccano alla cronologia. Anzitutto le nozze di Kodolfo si fecero, 
come abbiamo veduto, ])rima del gennaio '49. Inoltre il Lili 
non avvertì che la vera data del breve di Niccolò Y così e- 
spressa « Datum Eome apud. S. P. sub anulo piscatoris a. 
1449 die, septimo Januirii pontificatus nostri anno tertio » è 
il 7 gennaio 1450, poiché, com' è noto, la cancelleria pontifìcia 
seguiva 1' anno ab incarnatione che comincia il 25 marzo. È 
vero che questa norma, secondo i trattatisti di cronografia e 
diplomatica, era attuata nelle bolle e non nei brevi i quali sono 
quasi sempre datati secondo il principio dell'anno a nativitate (1): 
ma si possono citare numerosi esemi)i di brevi del secolo XY 
in cui è seguito l'anno ab incarnatione. Questo avviene appunto 
nel breve di cui discorriamo, come prova il suo datum, dove 
l'indicazione del gennaio 1449 e dell'anno terzo del pontificato 
induce necessariamente a fissare la data: gennaio 1450, essendo 
il papato di Niccolò Y cominciato nel marzo del 1447 — la 
data della coronazione è 19 marzo — e l'anno terzo compiendosi 
il 19 marzo del 1450. A provare poi che il tentativo di ribel- 
lione di una parte dei Camerti contro i Yarano accadde nel dicem- 
bre non del '48, bensì del '49 soccorre la precisa testin)onianza 
della cronaca di Eimini (2). Non è poi da tacersi che, se nel 
breve pontificio è detto esplicitamente cha i Yarano avevano 
già ricevuto dal papa la legittimazione del loro potere, che sap- 
piamo essere del 31 gennaio 1449, di necessità il breve non 
può essere anteriore a questa data. Inoltre, come ognuno vede, 
la parole del cronista perugino non accennano, in alcun modo, al 



(1) GiRY A. Manuel de dìplomatique, Paris, Hachette, 1894, 696, 699. 

(2) « Del detto mese (dicembre 1449) rumoreggiò la città di Camerino. 
Una parte gridò: viva il papa e la Chiesa!: e Paltra parte « viva la Santa 
Chiesa e la casa Varano. Questi ottennero vittoria » Mukatori L. A. R, I, 
S., XV, col. 965. 



— 209 — 

fatto asserito «lai Lili c-lie, (;ioè, Rodolfo, nel ^iiif^no del '40, traesse 
seco la madre da Periij^ia a Camerino: parlano soltanto <li una 
visita, nò il cronista fa motto delle condizioni interne di (,'ame- 
rino quando, al gennaio del 1450 (1), registra la nomina del 
l)eru.«>ino Galeotto di Lello a podestà di Camerino, nomina: clie 
])uò essere asesse qualciie rapporto con quelle condizioni, ma 
in cui non compare affatto l'azione della monaca di Monteluce. 
l*ost<), com' è il vero, clie costei non si allontanò da Perugia 
nel '49, può «n-edersi die ri])rendesse il governo di Camerino \)m 
tardi "ì In veiità nou esiste di questa seconda reggenza il i)iìi 
])iccolo indizio e jiiù fatti si possono ricordare per i quali ci 
(•onviene negarla. Due atti comi)iuti iji Pesaro a nome di Eli- 
sabetta dal suo i)rocuratore Giacomo di Guidone da Novilara, il 
12 gennaio e il 28 agosto 1451, implicano la ])ermanenza della 
Varano a Perugia perchè perugino (Lorenzo di Matteo) è il 
notaio autore del rogito di procura (2). Di lei non occorre il 
nome in quelle liste degli invitati alle nozze di Giulio Cesare 
Vaiano con Giovanna Malatesta che in parte furono i)ubblicate 
dal Lili (II, 204-05) e che meno incomi)lete si leggono tra le 
carte di quello storico nella Valentiniana di Camerino (3). Non 
vi sarebbe mancata la menzione della reggente, se, in occasione 
di tanto solenne e fastosa ceiimonia, si fosse trovata a Came- 
rino. Allora dovette, in vece sua, fare gli onori di casa Torà 
Trinci, la seconda mamma di Giulio. D'altra parte, come con- 
ciliare la seconda pretesa reggenza con atti dei due cugini dai 
quali si deve argomentare che essi governavano senza alcuna 
tutela legale, se anche li sovveniva, secondo il Lili, di autore- 
vole consiglio Giovanni di Conte dei Conti! Il 17 maggio 1450 
Giulio Cesare scrive da Camerino ai priori e al capitano del popolo 
del comune di Siena chiedendo che gli si confermi la promessa di 
un dono di denaro fattagli in occasione di una condotta d'armi 
con quel comune, condotta ignorata affatto dal Lili e clie cer- 



(1) p. ♦i23. 

(2) Ms. Oliv. 454, e. 129^ 

(3) Ms8. Liliani IV e. 124 e sgg. 

U — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910, 



— 210 — 

tamente fu la prima di lui (1). Il 17 maggio 1451 Rodolfo Va- 
rano tratta per lettera uu affare politico con Borso d' Este, 
signore di Ferrara (2). Ci pare poi efficace argomento a provare 
V a/Jone pienamente autonoma dei due Varano nel governo del 
loro staterello l'essere indirizzato ad essi ~ taciutovi il nome 
di Elisabetta — un atto del papa col quale 1' 8 febb. 1450, 
per conto della camera apostolica, si fa loro quietanza di mille 
fiorini pagati per le tasse dovute alla Santa Sede (taglie, censi, 
affitti e altri oneri) e si condona il resto della somma di 3343 
fiorini che essi avrebbero dovuto versare prima del 31 agosto 
precedente, motivandosi il condono colle difficoltà delle guerre 
passate e colla devozione dei Varano alla Chiesa (3). Conclu 
diamo: Elisabetta ricevette a Perugia la visita del figlio (giugno 
1449), ma non lasciò il suo monastero per tornare alle cure 
dificili e penose del governo, onde non si avverò quellh^ seconda 
reggenza alla quale credono gli storici e alla quale mostrammo 
di credere anche noi (4). 

Ignoriamo se l' interposizione della Varano giovasse a prò 
curare alcuni favori elargiti dalla S. Sede nel 1451 ai mona 
steri di 8. Lucia di Foligno e di Monteluce di Perugia: ma la 
ipotesi non è da ricusare chi rii)ensi le buone relazioni di Nic- 
colò V coi Varano e sappia che un camerinese, un maestro 



(1) Ardi. coni, di Siena. Lettere di concistoro v. 110, n. 31. 

(2) Arch. estense di Modena, Cancelleria ducale. 

(3) Regesto Vatic. 411, e. 72^, VI idns febr. 1449, pontifìcatns anno tertio, 
cioè 8 febb. 1450. 

(4) Alludiamo ad una nostra nota dichiarativa apposta ad una lettera del pit- 
tore Giovanni d' Antonio da Camerino a Giovanni de' Medici pubblicata in Arte 
e Storia Serie IV, 15 dicembre 1910. La lettera, scritta da Camerino il 17 
marzo, senza indicazione di anno, fu da noi assegnata all' anno 1451 sopra 
indizi non decisivi. Perchè nel carteggio mediceo avanti al principato, dove 
la trovammo, esiste un' altra lettera dello stesso Giovanni d' Autonio colla 
data Camerino 2 luglio 1445 (?) (filza V. u". 383) e per altre ragioni riteniamo 
che la data 1451 non sia la vera. Pertanto si dilegua l'unico argomento che 
ci parve potersi allegare a conferma della seconda reggenza di Elisabetta. 
Probabilmente la lettera da noi pubblicata è del '44 o del '45. 



— 211 — 

Giovanni dei Vitali, era tra i familiari tlel i)ai)a (1). La con- 
temporaneità (Ielle concessioni ai (Ine monasteri ha sua ragione 
nel!' esvsere qnello di Pernj>ia colonia dell'altro di Foligno. 

A Montelnce, dove Elisabetta fu semplice suora, almeno fino al 
'53 (2), restò piìi di 7 anni. Secondo le citate notizie dell' ar- 
chivio del monastero perugino, nell' ottobre del 1455 i)apa (Ca- 
listo JII avrebbe ordinato alla V^arano di recarsi in Urbino per 
fondarvi il monastero di S. Chiara. Questo comando, se voglia- 
mo credere ad una tarda crona(;a del monastero delle Clarisse 
di Urbino, fu 1' effetto delle preghiere di chi faceva allora eri- 
gere la i)ia casa: il conte di Urbino, Federico di Montefeltro 
che chiedeva suora Elisabetta quale prima badessa. Ma « a 
frate Antonio di Montefalco, padre ]>rovinciale, i)arve meglio 
di mandare suor Ma(hlalena da Firenze invece di detta suor 
Elisabetta ». Forse i)er nuo\e i)reghiere di Federico, pochi 
mesi do[»o, nell' aprile del 1456 << un «altro breve precettorio » 
mandò suora Elisabetta in Urbino dove stette fino alla morte (3). 



(1) Lo concessioni soni) : 20 fclth. 1451, esenzione al nionastero di S. Maria 
Montelnce « a subsidiis et gabcUis » e facoltà del confessionale ai due 
monasteri: 4 genn. 1451, esenzione del monastero di S. Lucia dalla taglia. 
Nello stesso giorno si accorda facoltà al monastero di Monteluce di vendere 
certi beni al monastero di S. Paolo « sive de favoraonis » fino alla somma 
di mille ducati. Reg. Vatic. 414, e. 152 e sgg. Il 31 genn. 1451 è segnata 
una litera pasnus a maestro Giovanni de Vitalibu« da Camerino, scrittore e 
familiare del papa. Reg. Vatic. 414, e. 227. 

(2) In un rogito, in data Perugia 15 gennaio 1453, del quale trovasi un 
breve sunto nel cod Oliv. 454 e. 134, la Malatesta compare tra le altre mona- 
che, come suora Elisabetta, la 21'^. 

(3) « 1455 nel mese di ottobre da papa Calisto IH ad istanza del duca 
[sic] d'Urbino fu mandato un breve a detta suor Elisabetta da Varano con 
ordine clic andasse ad Urbino con altre per fondare un monastero di S. Chiara 
nuovamente fabbricato dal duca. A frate Antonio di Montefalco provinciale 
parve meglio di mandare Suor Maddalena da Firenze invece di detta Suor 
Elisabcitta. 

1456 nel mese di aprile venne un altro breve i)recettorio a detta Elisa- 
betta ed ossa andò ad Urbino ». 

Notizie tratte dall' archivio del monastero di Monteluce in Ms. Oliv. 454 
C 132- Abbiamo cercato invano il nome di Jntovio di Montefalco nella Series 



— 212 — 

La doiiiauda del Montefeltro avrebbe sua ragione sì negli 
anteriori rapporti di Ini con la Malatesta, come nel fatto 
del provenire ella da quel monastero di S. Lucia di Foligno 
die, fondato nel 1425, si acquistò ben presto grande riputazione 
anche ])ercliè vi si chiusero alcune vedov^e di cospicuo grado 
sociale e di eletta coltura. Onde da esso j)rocedettero fondazioni 
e riforme di monasteri di Clarisse in molte città dell' Italia 
centrale e Vespasiano da Bisticci, riferendosi certamente al- 
l'invito di Federico ad Elisabetta, afferma che il monastero di 
Urbino — di stretta clausura e però divenuto esso pure assai 



chronologica dei ministri provinciali dei Conventuali uell' Umbria di B. Bak- 
TOLOMA8I (Roma, 1824). In un ms. dell' archivio del monastero di S. 
Chiara di Urbino si leggono notizie clie consuonano con quelle qui sopra 
riferite, benché non disposte sempre nelP ordine dei tempi. 

« Per P ammirabile devotioue che portava il duca Federico Montefeltro 
al nostro padre S. Francesco ed alla nostra madre S. Chiara, nutriva sommo 
desiderio di erigere un monastero sotto la regola della suddetta nostra S. 
Madre. Onde per primo recinto pigliò alcune case vicine alli PP. di S. Gi- 
rolamo e con queste diede principio alla fondatione 1' anno 1455 nel mese 
d' ottobre e non potendo il sopranomato Duca avere suor Elisabetta Varani, 
al primo ottenne suor Madalena fiorentina che fu la prima abbadessa, suor 
Chiara da Collelungo dei Monaldeschi da Orvieto vicaria, suor Bernardina 
da Terni, suor Barbara da Camerino, suor Dorotea dal lago di Perugia, suor 
Paola da Gubbio, suor Gabriella da Pistoia, prima novezza. Queste sette 
furono le prime che abitarono 1' antico monastero. Il suddetto Duca aveva 
una figlia vedova {Elisabetta, vedova nel 1482 di Roberto Malatesta), ed a 
questa li mori una figliolina unica di poca età, risolvette con consenso del 
padre di porre tutto il suo valsente nell'erezione del nostro monastero di S. 
Chiara, come infatti 1' edificò e poi la medema si monacò qua e si pose il 
nome di suor Chiara e poi suor Deodata Feltria, sorella di Francesco Maria 
duca di Urbino, poi la B. Battista con la sorella suor Girolama de duchi di 
Camerino (Deve trattarsi di Gerinda cugina in secondo grado della B. Battista). 
Queste due uscirono per fondare un monastero in Camerino. Dopo due anni 
ottenne suor Elisabetta Varani, la quale è morta qua ». Secondo Andkka 
Lazzari {Delle chiese di Urbino e delle pitture in esse esistenti, Urbino 1801, 
79, 81) il disegno del monastero fornito dal Bramante sarebbe stato eseguito 
dà Girolamo Geuga. 



- 213 — 

stimato ed eletto per sua prima dimora da Camilla Varano 
(148184) — era dell' ordine di Foligno (1). 

Dell'ultimo periodo della vita della nostra Clarissa ci resta 
la testimonianza di una sua breve lettera al nepote Costanzo 
Sforza, signore di Pesaro — assente Alessandro, padre di lui — 
per pregarlo di voler disporre che sia rimosso ogni stacolo al posses- 
so di una casa e di due pezzi di terra situati a Gabicce (contado 
di Pesaro) da parte di un tale clic era creditore di lei. (Urbino 10 
giugno 1400). La preghiera fu tosto soddisfatta da Costanzo 
Sforza (2). 



(Ij Secondo Lodovico Iacohilli (Vite de Santi e Beati di Foligno, 246) 
dalle monache di S. Lucia furono riformati i monasteri di Perugia, Roma, 
Urbino, Firenze, Arezzo, Gubbio, Borgo S. Sepolcro, Narni, Montefalco e S. 
Claudio di Foligno. Vedi anche il proemio di M. Faloci Pulignani ai passi 
dg lui pubblicati della cronaca di Suor Caterina Guarnieri in Arch. per 1' Um- 
bria e le Marche I, 284-88; Vespasiano da Bisticci, Vite degli uomini illu- 
stri del secolo, XFX, 1. 321 (Bologna. 1892) nella vita di Federico di Mon- 
tefeltro. 

{2) In un istrumento in data 4 luglio 1460 rogato nel castello de Le- 
gabicce (presso alla dantesca Focara) da Ser Bartolo di Albertuccio da 
Pesaro viene messo al possesso di una casa e di due pezzi di terra un certo 
Atto, figlio di Gentiliuo da Fabriano, in virtù di un ordine di Costanzo 
Sforza trasmesso con una lettera di lui al capitano di Focara accompagnata da 
un'altra lettera di Elisabetta Malatesta Varano a Costanzo. Ecco la lettera di 
Elisabetta: » Magnifice fili honorande. Io ho concesso in pagamento ad Acto da 
Fabriano, presente latore, alcune cose immobile che erano rimase de li beni 
et heredità della bo. m. Mons. arcivescovo de Malatestia (Fandol/o, arcive- 
scovo di Patrasso yj< 1441) in la corto delle Gabicce per parte del debito eh' io 
aveva et ho corno herede del predetto monsignore con Gentilino padre del 
dicto Acto et niò con esso Acto suo herede acciòchè, non possendo satisfare 
a tutto el debito, almanco satisfaccia a quanto me è possibile commo el dicto 
Acto ve informarà de la corte, fondi e lati dove sono le cose predette del 
quale io li ho fatta carta e raxone, siche vel raccomando e prego, dolce fi- 
gliolo, ve piaccia commettere et commendare per vostra lettera al capitano 
de la Focaria e a Ser Angelo da li Gabice che ha de le diete cose meglio 
informazione, perchè già n' è esso nostro factore, che ne debba investire et 
mettere in possesso el dicto Acto. Et voi gli lassate possedere pacificamente, 
commo era posseduto prima da Mons. de Malatestis et successive da mi et 



— 214 — 

Alle doti monastiche di Elisabetta una pubblica e solenne 
attestazione di lode, lei vivente, rendeva lo storico umanista 
Antonio Campano nell' occasione delle magnifiche fenebri ono- 
ranze rese alla memoria della nepote di lei, la contessa di Ur- 
bino, morta il 6 luglio 1472. Ecco le sue parole: « Aviain ma 
ternam habebat Jsabe(;tam ex gente Malatestarum aeque nobi- 
lissima quae et ipsa literis apprime imbuta commendatione 
vitae adeo claret ut existimetur inter aetatis nostrae vestales, qui- 
bns se addixit, longe santictissima: quippe quae, relictis opibus, 
liberis, imperio, viginti iam annos numquam in liane publicam 
egressa lucem intra claustra se macerat » (1). I vent' anni di 
stretta clausura si devono coinpntare, pensiamo, dalla profes- 
sione dei voti che, dunque, sarebbe avvenuta nel 1452. Altro 
elogio alla santità della suora di S. Chiara tributava nel 1475 
Pandolfo Collenuccio nella orazione latina per le nozze di Co- 
stanzo Sforza con Camilla d' Aragona (2). 

Cinque anni, stando al Waddiug, Elisabetta sopravvisse alla 
nepote contessa di Urbino. Pare morisse nel 1477. (3) La sua 



poi etiain mò da (nielli che hanno tenute e possedute in nostro nome et pre- 
terea prestargli omne necessario favore in ciò ad cousecutione del debito suo 

Urbiui di X iunii 1460 Sor Isahetta serva indigna 

8ora S. Giare de Urì)ino ». 

Ms. Oliv. 454, e. 135. 

(1) L' orazione fu stampata la prima volta a Cagli nel 1476. Trovasi an- 
che mdle Opera del Campano a cura di Michele Ferno, Roma, characterilms 
venetis per Eucharium Silbor alias Franck, 1495, s. n. d. e. 

(2) « Age, et hoc adiungamus, quod praeclaras omnes feminas, quae supe- 
riorum vel nostra memoria Italiani illnstrarunt, quae pudicitiae, honestatis, 
l)rud(Mitiae atque omnium virtutum e8em))laria toto orbe esse jiotuerunt, haec 
civitas, haec, inquam, domua, haec regia, aut accepit, aut dedit. Hinc pro- 
fecta Panila Ludovici Mantuani principipis mat<!r matronarum onmiun decus, 
hinc ThadeaFirmani principis uxor. Hinc Helisabet Varana sauctissima fe- 
nuna ex quibus tibi maternura genus, Constanti, splendidissimum ducitur x>. 
Cod. Vat. Urb. 1094, e 27 

(3) Anche Teofilo Betti nelle Storie di Pesaro (Ms. Oliv. 995 lib. XX, cap. 
II) scrive che Elisabetta morì nel monastero di Urbino 1' anno 1477. Ma il 
Wadding (XIV, 174) che seguì Ludovico Iacohilli (Vite dei Santi e beati di 
Foligno Foligno, 1628 p. 247) pose un cireiim accanto all' anno 1477. Della 



— 2lè — 

Salma fu sepolta nella chiesa del monastero e precisamente nella 
cappella della Risurrezione in cui occupò due sepolture. Di questo 
particolare cosici tramarida il ricordo la cronaca urbinate giada noi 
ricordata: « Cappella della Kesurrezione. Vi fu sepolta la B. 
Elisabetta Varani, duchessa di Camerino, e per essere la medema 
gigantessa, bisognò per la smisurata grandezza incavare sotto, 
verso il muro tinche si trovò la sepoltura del SS. Crocefisso 
\cioè della cappella del crocefisso] e di due sepolture so ne fece 
una, couie in oggi si vede, essendovi ancora li tavoloni di cipresso 
della sua cassa e li ossi sono depositati sotto 1' altare nella medema 
cappella. Era tanto grande questa B. Elisabetta che, passegiando 
nella loggia che sta in faccia al refettorio, vedeva e godeva le 
sue monache quando stavano a sedere alla mensa dalli flne- 
stroni, che danno lume al nostro refettorio, con sommo suo 
piacere ». 

Da queste parole, che rispecchiano una tradizione secolare, 
è lecito arguire — ciò che è taciuto dal Wadding — che Elisa- 
betta negli ultimi anni suoi tenesse il governo del moivnstero. 

Neil' ombra mistura del chiostro, tra i)reghiere e penitenze^ 
si chiuse una lunga vita che aveva conosciute le gioie del- 
l'amore, le ansie della maternità, gli accorgimenti del commercio 
e della politica, le lotte, i pericoli del regnare in temi)i tristis- 
simi e la compiacenza della vittorin. Pur trafitta da acutissimo 
cordoglio per la morte i)recoce della figlia Costanza, restò a 
capo «lei ])iccolo stato dei Varano finche non le fu dato di 
procacciargli ordine e stabilità mercè 1' educazione impartita al 
figliolo, ornai atto al regno, e la certezza dell' imminente confer- 
ma del dominio da parte del papa. Aveva poi cercato pace 
nella fede serenatrice e nella regola di S. Chiara a cui è proba- 
bile volgesse il })ensiero fin dal tempo dell'esilio di Pesaro quan- 
do si addisse al terzo ordine di S. Francesco. 



notizia del Betti siamo debitori al nostro carissimo amico prof. Ettore Viterbo, 
direttore dell' Oliveriana di Pesaro, al qnale mandiamo vivissimi ringrazia- 
menti. Della morte di Elisabetta tace il biografo degl'illustri pesaresi Carlo Ema- 
nuele Montani nella vita che di lei scrisse, seguendo il Lili e V Olivieri, e 
che si conserva nella Oliveriana, Ms. mutilo e senza numero. 



— 21(> — 

Ma tra lo, mura del chiostro le toccarono nuovi dolori. Orbata 
della figlia monaca (Suor Felice), del figlio Rodolfo, morto im- 
maturamente nel 1464, Niobe in sacre bende, vide scomparire 
anche la diletta nepote Battista, contessa di Urbino. (1) 

I contemporanei, per i quali non era spettacolo inconsueto 
il passaggfio delle principesse italiane dal trono al convento, 
dovettero ammirare di lei non meno la pietà religiosa che la 
sagacia e 1' energia nel governo: i Camerinesi i)oi e i Varano 
proseguire di riconoscenza e di ammirazione l'opera sua intesii. 
a ravviare e rassodare quella signoria che, negli ultimi decenni 
del Quattrocento, non fu delle ultime d' Itjilia per prosperità 
materiale e per concordia di popolo e principe. Tuttavia il 
Bergomense ne esaltò piìi la vita contemi)lativa che la saggia 
accortezza nel governo dello stato (2). 

Certo, non fu senza qualche meraviglia che per quasi intero 
quel secolo e per quattro generazioni tanta luce di dottrina, di 
fermezza oculata, di fede, di soavità e beneficenza si diffon- 
desse nelle piccole corti di Pesaro, Camerino e Url»ino dalle 
opere di quattro donne: Battista Montefeltro - Malatesta (-|-1448), 
Elisabetta Malatesta - Varano (-|-circa 1477), Costanza Varano - 
Sforza (+ 1447), Battista Sforza - Montefeltro (+1472). 

B. Feliciangeli 



(1) « Lnget misera avia detestatnrque annos et canicicm siiam »;t quod 
buio hictui supervixerit infoliceni siiain sortoiii lamentatur. » Campano G. 
A. Orfiziotie cit. 

(2) « Unicaiii in toto aevoedidit filiam nomine Isabettam, quae et pulchri- 
tudine et ingenio matrem ipsam aequabat, qnae postea Cameiinati prineipi 
nupta fuit. Post viri autem sui obitum aliqnot annos in viduitate vitam 
duxit coolibem. Demum Sanctae Clarae religioni dicata, in coetu sacrarum 
virginum, quod reliquura fuit aetatis Urbini in monasterio egit; ubi per labore» 
maximos qnibus religioni operam exactissime dedit, prò adipiscenda coelestium 
vita, cum snmma omnium benivolentia et exemplo ex hac vita demigravit. 
Multis memorabilibus docnmentis et vitae sanctitate, quae ad recte beateque 
vivenduni Christianis omnibus documentimi certuni esse potuerunt, claruit». 
Iacobus Ph. Bergomensis De memoraiilibus et claris mulieribus, Parieiis, 
1521, e. 135. 



STUDJ 



SULLA VITA E SU L L E () V E R J^: 



DI 



A N N I B A L CARO 



PARTE II 






Capitolo 1. 
Le liriche del Caro 



Il Caro, la ])oesia ed i poeti — Storia esterna del Canzoniere — I primi 
passi iieil' arte — \aì innovazioni metriche dell'Accademia della Virtù — 
Il Caro o la lirica barbara — Gli amori del Caro: Livia Colonna, Lanra 
Battiferri, Suor Felice Kasponi, Ersilia Cortese Dal Monte, Porzia — 
Rimaneggiamento d'un motivo catulliano — - Gli altri componimenti amo- 
rosi — Lirica politica — Le rime per Paolo III — I sonetti per le noz- 
ze di Vittoria Farnese — Lo canzoni pel cardinale Alessandro — Tenzoni 
poetiche — Poesia storica e parodie inedite — La scena cantata per le 
nozze di Cosimo dei Medici — La canzone dei gigli — Una gara tra il 
Caro, il Casa, il Capello ed il Tasso (Bernardo) — Sonetti funebri — 
Traccie d'antipetrarchismo — I Mattaccini e la Coi'ona — Conclusione. 

§ 1. Neil' estate del 1343, quando il Caro, come vedemmo, 
accompagnava Pier Lui^>i nel viaggio, che il Duca allora 
faceva pei dominj farnesiani, il Nostro scrivendo al Tolomei 
delle accoglienze, che Isabella Farnese gli aveva fatto come a 
])oeta, si rallegrava con certo tono nmoristico d' esser grato 
più alle donne che alle muse (1), Delle quali [)arole è prezioso 
commento la seguente confessione contenuta in una lettera, di- 
retta dal Caro nel gennaio dell'anno successivo a Kanuccio, 
il fratello del cardinale Alessandro: « Ben mi duole, ch'io non 
son tanto in questa pratica (di far versi), che la possi così 
spesso visitar con mie composizioni, com' ella mi comanda. Io 



(1) Segh. op. cit. V. I. Lett. CVI, pp. 132-134. Credo opportuno avver- 
tire che le citazioni che si riferiscono alle lettere sono fatte secondo 1' edi- 
zione dall' epistolario cariano che uscì in Venezia nel 1751 in tre volumi 
col titolo: Delle lettere del Commendatove A. Caro ecc. colla tnta dell' A. scrìtta 
da A. F. Seghezzi ecc. ecc. In Venezia MDCCLI - Nella stamperia Remon- 
dini con Licenza de' Superiori. 



— 220 — 

non fò versi, se non quasi sforzato: e qnelli, che fo non mi 

])aiono degni di lei » (1) Assai più chiaramente confida 

vasi qualche temj)o dopo il Nostro col Tansillo. Questi gli a 
veva mandato un sonetto, cai Annibale secondo le consuetudini 
allora vigenti, avrebbe dovuto rispondere i)er le rime. Ma ben 
altre cure nel giugno del '44 assediavano 1' animo dell' amba- 
sciatore di Pier Luigi presso il Marchese del Vasto! 

Bai campo di Stradella, ove allora trovavasi spettatore de 
gli epigoni della terza guerra di rivalità tra Francia e Spagna 
rispondeva al Venosino « . . . . non li (al sonetto) facendo ri- 
sposta non l' imputate a superbia. Truovomi tra tamburi: sono 
occupalo assai: ho già molti mesi tralasciato lo studio e molti 
anni il comporre. E a dirvi il vero son risoluto di tormi affatto 
da questo mestiero di far versi, perchè la natura non mi ci 
aiuta e con P arte sola si fatica assai » (2). Su per giù con- 
fessava lo stesso al Contile, che gli aveva accompagnato una 
lettera con un sonetto apologetico: « dovete sapere (non sue 
parole) che mi sono spoetato, se j)oeta però sono stato mai » (3), 
e all'amico Giuseppe Giova che di Parma 1' aveva pregato d' in 
yocare le Muse per lui, già nel 1559 aveva scritto: « Quanto 
alle composizioni, che desiderate da me, io non fo mai niente 
in versi, se non ho tempo, e capo d' attendere a poesie, ma 
la gente non mi lassa vivere, che mi conviene fare alle volte 
a mio dispetto ». (4) 

Infatti sia per le rime, che gir-avan manoscritte e per le 
stampe, sia per l'autorità dei suoi signori, ma più specialmente 
pel rumore, che aveva suscitato attorno a lui la canzone dei 
gigli il Nostro godeva ai suoi tempi una certa autorità. Tant'è 
vero, che 1' anno stesso un nobile veneto della ftimiglia de' Gri- 
maldi gli chiedeva di comporre qualche verso per certa solennità, 



(1) Segh. op. cit V. I. Lctt. CXIV p. 140. 

(2) Segh. op. cit. V. I. Lett. CXX p. 150. Su qnesta missione diplomatica 
«lei Caro presso il Pescara e presso Carlo V. cfr. M. Sterzi - Annihal Caro inviato 
di Pier Luigi Farnese nel v. LVIIl del Giornale Storico della Letter. Italiana. 

^3) Segh. op. cit. V. I. Lett. CXXX p. 164. 
(4) Segh. op. cit. V. II. Lett. CXVIII, p. 137. 



— 221 — 

ed essendosi il Nostro ritiiitiito coll'allegare il pretesto di non 
aver tempo a ciò, il gentilnonio tornava a preg'arlo per mezzo di 
certo Bergoiizio di dare alla composizione per lo meno il nome, i 
versi tbsser pure fattura del nepote Gian Battista. 

Senoncbò il Caro, die da sei anni si vedeva ])erseguitato 
dalle censure e dalle pasquinate del (^astelvetro e de' suoi, ri- 
fiutava (piesta seconda proposta ancor piìi decisamente, che la 
prima « . . . , io spezialmente (scriveva al Bergouzio circa il 
comporre) ci sono durissimo. Aggiuntovi poi, die sono mal di- 
sposto, sono mal fortunato e ne acquisto biasimo e nimicizie 
da vantaggio, mi sono venuti (i versi) tanto in abominazione, 
che non gli posso piìi sentir nominar; non che m' habbia a lam- 
biccare il cervello a farne. Il proposito, che io ho fatto di non 
v' attender i)iìi è tale che si può dire ostinazione .... » (1). 
E poco più sopra in questa stessa lettera gli confessava: « Non 
potrei dire a V. S.^"^ quanto i versi mi siano venuti a noia, e 
quanta me ne sia data sopra di ciò; che ognuno che mi guar- 
da in viso vuol sonetti da me, come s' io gli gittassi in pe- 
trelle » (2). 

L' anno dopo un altro nobile veneziano dei Gradenigo in- 
sisteva ])erchè Annibale gli componesse un sonetto in morte 
di persona a lui cara; ma anche allora il Nostro pregava mons. 
Oommendone di togliergli « quella rogna » di dosso, ])erchè tro- 
vavasi in condizioni tutt' altro che opportune per far versi. 
Così pure quando uscirono per le stamx)e in quello stesso tem 
])o i sonetti di Bernardino Rota in morte di Por^iia Capece 
con dedica al Nostro, questi porgendo i suoi ringraziamenti al- 
l' autore, scusavasi con lui di non poter celebrare in modo 
alcuno la compianta defunta: « Il (die farei {egli scriveva) vo 
lentieri con V. iS. se le brighe, gli anni, e la sinistra disposi- 
zion mia non m'avessero tolto non solamente il poetare, ma lo 
studiare del tutto ». (3) Tuttavia un po' per solleticare l'amor 



(1) Segh. op. cit. V. II. Lett. CX. 1 gennaio 1559: pp. 129-130. 

(2) Mazzucch. op. cit. Lett. CCCXVIII. 

(3) Segh. V. II. Lett. CXXXVI p. 158. 



— 222 — 

Itroprio, un po' per seguire il costume, si lasciò andare di tanto 
. in tanto a brevi colloqui colle Muse, di guisa die, già vecchio, 
pensava «i dare alle stampe quelle i)oclie rime, che gli era 
venuV) latto di comjmrre. 

§ II. — Veramente, anche se avesse ])otuto condurre a ter- 
mine la stampa, esse non sarebbero rius(nte nuove agli « huma- 
nisHÌmi lettori » del tempo suo, i>erchè dalle mani degli ami(5Ì 
eran già. facilmente passate in quelle degli editori. Così [)er non 
parlare delle elegie barbare, pubblicate in Koma dal Tolomei 
nel 1539, versi del Caro uscivano in varie antologie poetiche 
in Bologna nel 1551, in Venezia nel '53 e nel '58, in Roma 
nel '55, in Cremona nel '00 e nel 'GÌ ed infine di nuovo in Ve 
nezia nel '05 (1). 

Ma chi avesse confrontato il manoscritto dell' autore e il 
foglio di stampa avrebbe potuto ripetere il virgiliano «quantum 
mutatus ;> con quel che segue. Che una delle piaghe prin- 
cipali, di cui dolevansi i letterati del '500 eran gli errori, onde 
i tipografi infarcivan i loro scritti (2). Kon ci farà dunque me- 
raviglia se il Nostro nel giugno del 1558 incaricava M. Anto- 
nio Piccolomini di i)assaggio })er Venezia di fare tm poco di 
querela amorevole a mess. Gier(mimo Ruscelli per le numerose 
scorrezioni ed errori, eh' egli aveva lasciato correre nella stampa 
d' alcuni sonetti del Caro (3). E pensare che il povero Kuscelli 
credendo aver fatto opera perfetta aveva levato alto la voce 
nella prefazione di quella stessa antologia contro la negligenza 
degli editori e dei tii)ografl ! 

Il Ruscelli, chiedendo ad Annibale il permesso di pubblicar 
quei pochi versi, gli dovè far la proposta di curare V edizione 
comjdeta delle poesie, ma 1' altro rispondeva: « Di dar fuora i 



(1) Cfr. le diligei)tÌ88Ìiiie ricerche liiblio<jriifiche, ftitte dal Seghezzi e 
pubblicate in opp. di A. C. cit. prefazione voi. I. e v. V. 

(2) Inferni (Del Doni) Sesto Inferno Dello Smarrito (accademico Pere- 
grino) In Perngia (nell' accad. Peregrina^ P. Frane. Marcolini MDLIII ec. 
pp. 169 e 200. 

(3) Segh. op. cit. C. - Parma ultimo di gingilo 1.558 p. 117, 



— 223 — 

miei versi, Dio sa che non ci lio pensato mai: e il vederli an- 
dare così dispersi e lacerati ve ne può far segno: la cagione, 
è, eli' io n' ho fatti j^ochi, e non a questo fine di honorarmene. 
Ma, vedendo alla fine che di questa negligenza me ne risulta 
anco vergogna, pochi giorni sono a richiesta di messer Guido 
Lollio, che me n' ha parlato da i)arte di M. Paolo Manuzio, 
antichissimo amico mio, mi sono contententato di farli mettere 

insieme; e di già gli ho dati in mano a lui permettendoli, 

che ne faccia quel, che gli pare; che io non ne voglio saper 
altro. Così trovandomi d'haverne già disposto, non sono piìi a 
tempo di mandarli a V. S., che certo lo farei molto volen- 
tieri » (1). 

Xè gli altri editori risposero meglio del Ruscelli all' aspet- 
tazion del Marchigiano, e n'è prova quanto scriveva al Varchi 
non molto temi)o dopo accompagnandogli alcune sue com- 
l)osizioni. « Ho tardato di mandare a V. S. quel che si trova 
stami)ato di cose mie, perchè m' è bisognato raccòrle da più 
libri, e raccolte che l'ho, vedendole così maltrattate, ho voluto 
dar loro un' occhiata, e correggerle dove stanno male. Così ve 
le mando, ancora che con questo io intenda che ve ne sian del- 
l'altre in altri volumi, che non ho ])otuto ancora bavere. Dalla 
scorrezione d' esse potrete fare argomento, che non sono stato 
io, che 1' abbia fatte stampare, e così rispondete alla malignità 
dell' amico (il Castelvetro) che vuole, che io le mandi attorno 
l)er ambizione » (2). 

Però né per queir anno, uè pel seguente il Manuzio pose 
mano alla stampa, tant' è vero, che quattro anni doiu) le cose 
(ìovevan essere allo stesso punto; poiché il 20 giugno del 1562 

il Nostro scriveva al Varchi a i)roposito delle rime « 

sono forzato a mandarle fuori per necessità e per honor mio; 
l)erchè ci vanno quasi tutte da loro così lacerate e scambiate, 
e malmenate dalle copie, e dalle stampe come potete aver veduto. 

Per questo fare io l'ho raffazzonate il nieglio che ho potuto; 



(1) Ib. pp. 119-120. 

(2) Tomit. 1. 89 p. 122: Roma 27 Gennaio 1560. 



— 224 — 

e (li j;ià l' lio piouiesse a iiies. Paulo, e gliene diuò senza diib 

bio » (1). E lo stesso giorno replicava in nn' altra lettera 

a certo Lorenzo Guidetti: « Quanto alle mie rime io non posso 
fare altro disegno, che di darle al Manuzio, come già gli lio 
promesso, 11 qual Mmiuzio nd dice, die le stamperà i)i ogni 
modo. Et di già credo die n' liabbia licenza .,...» {ti). 

Passò l'estate; ma l'edizione noji (;om})arve. Infatti nell'ot- 
tobre scriveva a Laura Battiferri: f vi dico, eh' io 

metto bene insieme alcuni miei scartafacci; ])erchè così sono 
l)ersuaso dagli amici di dover fare: ma non son già risoluto per 
ancora di dar fuori se non quelle i)oclie rime, che mi truovo 
haver fatte: che i)0dii8sime sono, e tutte di già divolgate. Et 
an(;h() a questo non mi risolvo per altro, che per vergogna di 
vederle andar così lacerate e male addotte come vanno. Ma 
dalFaltro canto mi ci adduco mal volentieri, perchè sono certo 
di non poter corrispondere alla spettazione; non solo della qua- 
lità d' esse, ma ne anco della quantità, veggendo che le genti 
si credono di dover vedere nn grande api)arecchio di com])oni- 
menti,; e sarà poi un piattellino di quei medesimi che si sono 
veduti: e si dirà poi « Ha fatto assai, e fu poi un soi-ce ! » e 
simili cose. Ma dica ognuno che vuole eh' io, non posso veder- 
mele più innanzi così storpiate. E tosto che la piscina si muove 
il Manuzio darà loro la pinta. Voglio dire, che non aspetta 
altro che la licenza di poterlo fare, perchè fino a hora divieto 
di stampare altro che cose sacre (3) ». 

Nel novembre 1' imprimatur non era stato ancor ottenuto. 
« Delle mie rime (scriveva al pisano messer Felice Gualtieri) il 
Manuzio me ne fa sì gran caccia, ch'io mi risolvo a dargliene; 
non potendo ancor far di meno se non le voglio lasciar andare 
COSI stracciate e rognose come vanno (4) ». Quale ne fosse la 



(1) Segh. op. cit. V. II, Lett. CLXXX pp. 213. 

(2) Segh. op. cit. V. II, Lett. CLXXXI pp. 286 e segg. 

(3) Segh. op, cit. V. II, Lett. CLXXXVII pp. 227 e segg. Roma 16 otto- 
bre 1562. 

(4) Segh. ed. cit. voi. II L. CLXXXIX p. 243. 



— 225 — 

causiì, certo è clie aiicorii tre aiiiii dopo Annibale in una lette- 
ra a ignoto i)arlava della pubblicazione delle sue poesie ancora 

come d'un desiderio « le mie rime (son parole del Caro) 

furono messe insieme a richiesta di Messer Paolo Manuzio, 

che le voleva stampare: di poi egli è stato ed è ancora trava- 
gliato in questo suo uffizio delhi staui[wi, tanto che non 1' ha 
potuto ancor fare ». 

D'altra ])arte il Nostro non aveva più alcuna fretta: anzi 
desiderava, che la stampa fosse differita di qualche temi>o per 
impinguare il canzoniere colla traduzioue in isciolti dell'Eneide, 
nella quale già trova vasi molto innanzi. 

Solo nel 1568 il canzoniere per le cure di Gian Battista 
usciva finalmente in luce, dedicato ad Alessandro Farnese, figlio 
di Ottavio e di Margherita d'Austria, principe di Parma. 

§ 3. — Trasportiamoci per un momento a Oivitanova tra il 
secondo ed il terzo decennio del secolo XVI, negli anni in cui 
il teramese Kodolfo Aracintio teneva aperta una scuola di gram- 
matica: non tarderemo a ravvisare in uno dei fanciulli, che 
frequentavano quella scuola, il nostro Annibale. Il maestro si 
compiaceva di tanto in di porre in disparte declinazioni e para- 
digmi per inerpicarsi sui grepin di Parnaso, e frutto di tali 
divagazioni poetiche fu un poemetto in esametri sul giudizio di 
Paride, pubblicato nel 1524 (1) con cui volle ostentare in pub- 
blico i fiori, ch'egli credeva aver cólto: così nel 1524 dette alle 
stampe il poemetto in esametri « ludicium Paridis » insieme a 
certe elegie. 

Fra gli epigrammi encomiastici, che Iracinto mandò innanzi 
a guisa di prefazione ve n' ha uno del Caro. Orbene: se questi 
esametri (sei in tutto) furono composti proprio per la stampa 
del poemetto, usciron dalla penna d'Annibale, quando questi non 
aveva che 18 anni. V'ha nel breve componimento tutto il ciari>ame 



(1) ludicium Paridis et Elegiae per Radulphum Iracinthìum Terjimanuni 

Excudebat Auconae Bernardinus Gueraldus A. S. M D X X I V. Su 

Fracinto vedi la nota 9 apposta dal Paetor a p. 729 del V volume della 
Geschichte der PJipste seit dem Ausgang des Mittelalters. 

15 — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria p«r le Harche. 1910, 



— 226 — 

rettorico della scuola, v' ha il desiderio del giovane alunno 
d' ostentare dinanzi al maestro l'erudizion letteraria, che sotto 
la sua guida era venuto acquistando. 

In ogni modo è documento notevole dello studio dato dal 
Caro alla poesia. Della qual cosa troviamo una conferma in 
quanto scriveva al Nostro un condiscepolo, certo Adriano Bilacqua, 
in quest' altro epigramma, pubblicato in fine al poemetto del 

V Iracinto. 

Dum cupis Aonios invadere, Chare, recessus 
oraque Pieria tingere pergis aquam 
quod salebrae laedant quereris vestigia durae 
quodque secent teneros aspera saxa pedes, 
ne metuas: patet attrito jam semita calle, 
sacraque Pierio labitur nuda lacu. 

Iracinthus adest, musarum nuinine vates 
qui tibi, qui mihi laurea serta dabit! 

A dir il vero a noi, così lontani di tempo, sembra dovesse 
essere ben magra consolazione quella di farsi incoronar poeti 
da Iracinto, ma chi lo sa che così non paresse ai suoi scolari ! 
Certo è che il Nostro fu assai tenero in gioventù del favor delle 
Muse; e dovè far di tutto per guadagnarselo. Ce ne assicura 
egli stesso nell' unico capitolo in terza rima, che scrisse ad 
amico proprio in quel torno di tempo, là dove scherzando come 
già Orazio, sulle varie inclinazioni degli uomini, diceva tra 

V altro: 

« chi, com' io fo, sei becca nel comporre, 
chi nell' ambizion, chi nelle poste 
e chi per arricchir nel dare e torre ». 

Questi versi videro la luce per la prima volta in Cremona 
nel 1561 (1), quando l' autore, già inoltrato negli anni, avrà 
sorriso, ripensando ai bei sogni giovanili, che quei versi dove- 



(1) E la prima delle Lettere Volgari di diversi Uomiui Saggi e bei 
spiriti, scritte in diverse materie nuovamente stampate. Libro Primo In Cre- 
mona p. V. Conti 1561. 



— 227 — 

vano richiamargli alla memoria. Furono i)uV)blicati (cosa notevole) 
senz' alcuna distinzione metrica tra verso e verso, in modo da 
far credere all' aspetto esteriore che s' avesse a che fare con 
una delle solite lettere in prosa. 

Il capitolo è opera giovanile: 1' autore non solo i)arla dei 
suoi disegni per completare cogli studi 1' educazione propria e 
quella dei fratelli, ma accenna al padre, vecchio di settant'anni 
ed ancora vivente. Siccome questi morì tra la primavera e 
e 1' autunno del 1528 (1), abbiamo in quest' anno il termine ad 
quem per determinare il teuipo, in cui furon scritte le terzine. 
D' altro canto nel '24 come già dicemmo, era ancora a Civi- 
tanova sotto la disciplina d' Iracinto, orni' è che, parlandosi nel 
capitolo del disegno di stabilirsi a Firenze o a Padova, siamo 
condotti a credere che il capitolo sia stato scritto dopo il 1524 
e prima del 1528. 

Chi fosse quel tal G. Battista, cui il Nostro lo indirizzava, 
non sapremmo, ma doveva essere suo intimo, perchè 1' autore 
gli confidava apertamente cose assai delicate circa le sue non 
floride condizioni economiche. 

Erano allora quattro (2) in famiglia, e col residuo del pa- 
trimonio già tenue di per sé stesso Annibale pensava d' acqui- 
stare un ])oderetto nei dintorni di Firenze per godervi qualche 
tempo di vita libera e sana: per la sua educazione avrebbe 
scelto lo studio di Padova o Pisa. Oh quali idillj di quiete 
serena vagheggiava nella fantasia il giovane Marchigiano ! 
L' ambizione non 1' aveva ancora guastato; ed al suo sguardo la 
vita semplice e rustica si presentava tutta piena di quella mi- 
steriosa dolcezza, che spira dai canti di Virgilio e d' Orazio. 
Studiare e interromper la monotonia degli studj collo svago di 
una caccia innocente; ecco i modesti desiderj. 

« Siede la casa in cima d' un colletto 
ben coltivato, e non molto lontano 
ha di tordi un bellissimo boschetto: 



(1) Recchi op. cit. p. 12. 

(2) Il padre, Anuibale, Flavio « ed un'ancilla », 



— 228 — 

qiiai disegnando impaniar di mia mano 
ho già provvidamente fatto incetta 
d' un ricco saltambarco da villano 

di visco, di paniuzze, di civetta 
di due merli, d' un tordo cantaiuolo 
di tre schiamazzi e d' un altro che alletta. 

Tutto era pronto: dal gran cappello ugualmente cai)ace di 
difendere Annibale dal sole e dall'acqua fino agli usatti ed agli 
scarponi per V inverno; ed il Nostro sognava d' esser già nel 
boschetto de' tordi, e da una capanna di cannuccie di tender 
1' occhio alle panie e 1' orecchio al pispiglio delle bestiole e di 
correr pieno di gioia dopo 1' attesa a distrigarle dal visco in- 
sidioso ! 

Gli è pur dolce piacer quando t' abbatti 
a pigliarne ora due, or quattro, or otto: 
forsechè stimi del visco gli imbratti ! 

Torni nella capanna chiotto, chiotto, 
e quando zirlar senti, tocca pure 
finché al boschetto il tordo abbi condotto. 

Quel di condursi par poco si cure, 

se lo schiamazzo stride: perchè il tordo 
fugge quel grido qual male venture 

Ma quando dice (1) apunto e il buon balord 
si cala e impania, e cade a terra steso 
e grida sì che par domandi accordo, 

convien star molto con l'orecchio teso 
e pur toccar in tempo e non uscire 
di sotto alla capanna ad un sol preso. 

Che se in quel punto ne senti venire, 
sta pur fitto, e pur tocca: che (jorrendo 
per un potresti far gli altri fuggire. 



(1) Le stampe danno due ma non ha senso: perciò ci siamo permessi 
la correzione. Dice a punto significa il contrario di stridere, e cioè: se canta 
a modo, come si deve. 



— 229 — 

Orazio tra i vari diletti della campagna aveva posto il ten- 
der le reti e le tagliole ed i lacci < turdis edacibus dolos » (1), 
ed il Nostro in ciò si trovava d' accordo col Venosino. 

ì^^oi abbiamo già visto quanto fallissero queste speranze, e 
come da i)recettore dei figli di Luigi Gaddi verso il 1529 se 
ne venisse a Roma quale segretario di Giovanni Gaddi, chierico 
di Camera. Qui appunto ci trasporta anche 1' ulteriore produ- 
zione poetica di lui. 

§ 4. Già avemmo occasione di fermarci a discorrere del Caro 
accademico (2), e non staremo perciò a ripeterci: noteremo soltanto 
che così i distici del 17" e del 18° carme del Tolomei compresi nei 
Versi e Regole della 'Nuova Poesìa Toscana come il breve epi- 



ci) Epodo II. 

(2) Cfr. P. I. di questi studj II Caro accademico: sulla metrica barbara 
vedi Lit. blatt. fur germ. u. rovi. Philol. 1882. Nuova Antol. S. II, 
XXVIII pp. 377 e sgg.; vedi anche La poesia barbara nei secc. XIV e XV 
in D. Gnoli — Studj Letterari Bologna, Zanichelli, 1883 pp. 391 - 414 
e G. MiGNiNi — Storia della grammatica storica italiana: i versi italiani in 
metrica latina, Perugia 1886. Per non ripeterci riteniamo superfluo tornare 
a citare la taute volte citata ristampa carducciana dei Versi e Regole della 
Nuova Poesia Toscana. 

(2) Riporteremo i due piti significativi: il 17" dei Tolomei e quello del 
Gualterio. Cominciamo naturalmoute dal primo: 

« A mons. Frane, arcivescovo Colonna, nella cui casa si soleva in quel 
tempo raunare la celebrati ssima accademia della Virtù, de la quale messer 
Claudio era stato fondatore. 

Oh come virtude ben posasi in alta Colonna 

oh come chiaro nome, salda colonna ci hai ! 
Or qual sostegno come questo poteva trovare 

virtù? quaP ombra? qual più posato nido? 
O qual caro dono più ohe Virtude potea 

a te d'intorno porsi colonna sacra? 
Degna è la virtude di te alta honorata Colonna 

tu de la virtù te degna Colonna sei ! 
E quanto al cielo virtute hora innalzi et honori 

da quella alzarti tanto vedrasi poi: 
Vivi, di virtute fido et almo albergo. Colonna 

inclita virtude vivi secura seco. 



— 230 — 

grainma diretto da mess. Paolo Gualtierio alli Accademici Della 
Nuova Poesia ci inducono a supporre che l'Accademia della Virtù 
e quella della Nuova Poesia fossero una sola cosa. Si rileggano 
infatti i diciotto componimenti in metri barbari del Tolomei, del 
banditore di una poetica nuova: ninno se ne troverà indirizzato 
ad un' accademia o ad un sodalizio di qualsiasi genere, fuorché 
il 17 ed il 18, nei quali appunto si celebrano l'accademia della 
Virtù ed il suo mecenate, 1' arcivscovo Francesco Colonna. 

Ora mentre appare logico e ragionevole che il Tolomei 
(l' instauratorc dei nuovi metri) chiudesse la serie dei saggi 
di lirica barbara con un invito rivolto ai seguaci, affinchè 
celebrassero il comune mecenate, sarebbe assai strano questo 
invito quando negli Accademici de la Virtù, ai quali il Tolo- 
mei indirizzava i suoi componimenti, si dovessero ravvisare 
quei begli umori che solevano celebrare con lazzi e motti 
non sempre casti l'allegro Reame della Virtù. Lo stesso dicasi 
dell' epigramma, con cui il Gualterio esortava li Accademici 
de la Innova Poesia a volgere i loro spiriti alla virtù. Se ])er 
virtù egli non avesse voluto intendere lo studio dei nuovi me- 
tri, di cui i Virtuosi sull'orme del Tolomei si erano fatti arai 
di e banditori, avrebbe eccitato Li accademici de la Nuova Poe- 
sia a cantare coi ritmi disusati della lira latina: spronarli alla 
virtù, intesa nel senso etico che siamo soliti attribuire a que- 
sta parola non sarebbe stato né opportuno, né naturale. Unica 



Il secondo carme pure del Tolomei è indirizzato « A li Acaderaici de la 
Virtù: invita a lodare e celebrare e la Virtù stessa e l'Arcivescovo Colonna, 
che diiva loro ricetto in casa sua ». 

Quello poi del Gualterio dice: 

« Alli Acadeniici de la Nuova Poesia. 

Tutte 1' bumane cure troncanai al colpo di morte: 

spengonsi in morte tutti 1' huniani lumi. 
Stringonsi insieme virtude e fama nemiche 

a morte, e fanno pallida morte rea. 
A virtù volgansi in tutto li vostri 

bei spirti, e morte morta farete voi. 

pp. 46 e 93 della citata ristampa che dei Versi e Regole fece il Carducci, 



-- 231 — 

via di scampo sarebbe intendere quella parola virtù nel senso di 
dottrina, saggezza (come fu comunemente usata nel '500), ma con 
tale interpretazione il componimento viene a perdere quel sapore 
epigrammatico che gli si conserva, quando si veda nella parola 
virtù, a bella posta ripetuta, un accenno alla celebre accademia; 

Come il Gualterio anche il Caro rivolse i suoi versi « AUi 
Accademici de la Ifuova Poesia », (1) e questa perifrasi fu 
forse il motivo, che indusse alcuni a ritenere che sia esistita 
una vera e propria Accademia, che si fosse intitolata della 
Nuova Poesia. Ma più dei singoli componimenti contribuì a far 
sorgere questo dubbio il titolo, apposto dal Tolomei ai Versi 
et Regole de la nuova poesia toscana: di qui era facile, special- 
mente fraintendendo le perifrasi del Gualterio e del Caro, 
immaginare senz'altro un'Accademia de la nuova poesia toscana. 

Ma, comunque stieno le cose, certo è che se l' innovazione 
metrica trovò detrattori, è anche vero che il dotto filologo se- 
nese, il quale negli esametri al Manzi presentava sé stesso sotto 
le spoglie di Dameta armato di falce in atto di liberare la 
dritta via dai pruni, eh' erano spuntati su da ogni parte per 
il lungo abbandono, trovò seguaci non pochi (2). E ciò si capi- 
sce: tutti erano stucchi e ristucchi di sonetti e canzoni e madri- 
gali più o meno petrarcheschi; e l'apparire degli esametri volgari 
dovette essere accolto con un senso di soddisfazione e di sol- 
lievo: era un soffio d' aria fresca nell' afa estiva. Già vedemmo 
come il Bini se ne rallegrasse col Tolomei nella Cotognata (3), 
perchè questi wm, (osservava l'arguto Virtuoso) havendo voce di 
prosa e significatione di versi hanno così del rettorico come del 



(1) Carducci op. cit. p. 48. 

(2) Dal libretto Versi et Regole ricaviamo i nomi d' iina trentina: Dio- 
nigi Athauagi, Anton Rinieri da Colle, Trifon Benzio, Trifon Gabriele, Paolo 
Gualterio, il Caro, Giov. Zuccarelli, Giulio Vieri, Aless. Cittoliui, Tommaso 
Spica, Bern. Boccarino, Paolo del Rosso, Bart. Paganucci, Gabriello Zerbe, 
G. B. Alamanni, Don Diego Sansoval, padre Pallavicino, Ascanio Bertucci, 
Adriano Virenzio, Lionardo Colombini, Cristoforo Romei, Ottaviano Brigidi, 
Carlo dei Marchesi, Ales. Bovio, Muzio Zefiro, Scipione Orsino. 

(3) Dicerie di A. Caro e d'altri ai Re delta Virtù, Cai veley — Halle 1821. 



- ^3^ - 

poetico, ed è tanto soave così fatta mescolanza, che qualunque li 
sa ben fare con sopportatione di tanti salta in panca, che vanno 
a torno, si può chiamar meritamente poetissinio fra gli oratori 
e oratorissimo tra i poeti. Più preziosa ancora nel caso nostro 
è la testimonianza del Ruscelli, il quale in quel suo scritto 
polemico contro il Dolce così s'esprimeva « . . . . questa facilità 
di far versi volgari sappiamo esser comune ad artigiani e fem- 
minelle e perfino a' fanciulli: che fu prima e perfetta cagione 
di muovere il Tolomci e tutta quella bellissima schiera a ritro- 
vare una sorte di versi nella lingua nostra, ])er li quali si co- 
noscessero i dotti da gli indotti, e che per far versi il Molino, 
il Veniero, il Contile, il Varchi, il Costanzo non venissero a 
farsi fratelli con OIimi)o Baldassare e mille altri simili » (1). 

§ 5. — P«r queste e per altre ragioni le idee del Toloraei 
attecchirono. 

Certo è che tra i seguaci della nuova scuola il dotto Da- 
meta non mostrò ad alcuno così lusinghiere accoglienze come 
*al Nostro. L' elegia (2) scritta i)er salutare 1' adepto novello è 
una delle migliori i)er giusto contemperamento d' affetti sinceri 
e di entusiasmo poetico. Il Nostro a dire il vero, ben noto da 
un anno per la famigerata Ficheide, uscita nel '38, doveva 
sembrare ben poco adatto ad assumere sul serio, e non per 
ironia, il nome di Accademico Viituoso. Né ciò sfuggiva al 
vecchio Dameta, che con gran disinvoltura rallegravasi con 
Ai)ollo, perchè il « Caro suo poeta » s' era ridotto a salir per 
la dritta via al tempio per cogliervi quel dono, 

« che da mille vani pensieri, da false lusinghe 
« e da lacci rei gli era vietato in pria ». 

Infatti, se Pindo e Cirra e i boschi e i colli non risonavano 
il nome del Caro, come voleva il Tolomei, certo è che anche 
il Nostro tentò d'inerpicarsi pei greppi fino allora non praticati. 



(1) Osservationi del Ruscelli sulla traduttioue delle Metamorfosi d'Ovidio 
fatta da L. Dolce p. 78 

(2) Card. op. cit. p. 45. 



— 233 - 

e incitò aneli' egli da quei poggi gli altri i)oeti a seguir Da- 
meta nell' ardua ascensione, vaticinando imminente il secolo 
d'oro della poesia italiana. Ma un'invito (1) non era sufficiente: 
per decider anche gli altri a salire egli pel i»rimo doveva mo- 
strar loro quali fiori si poteswser cogliere, e compose perciò i 
distici « All' amore » (2). 

Ma qui messer Annibale non si fece scrujmlo di prendersi 
brutto gioco dei suoi lettori, che per fuggire l'accusa di man- 
cata romanità, non esitò a tradurre la prima parte del VI carme 
di Tibullo (3), e a dare il rifacimento per roba propria. Qualche 
mutamento vi portò: così nel terzo verso dell'originale ha sop- 
presso l'interrogativo '* Quid tibi saevitiae mecuuist! », e alla 
rappresentazione plastica dei vv. 5 6. 

jam Delia furtim 

Nescio quem tacita callida nocte fovet, 
ha sostituito il meno espressivo; 
Lieo già la si gode, 

Tu lo sai: e il veggio misero, veggiolo io. 

Nel quarto distico non tien conto del Tibulliano: « 

sed credere durumst », e nel successivo dell' accenno ai « cu- 
stodes ». 

Più sotto nel nono verso Tibullo consiglia il marito ingan- 
nato a guardarsi che la moglie 

juvenes celebret multo sermone 

ed il Caro, attribuendo a Nice (nome ch'ei sostituisce al classico 
Delia) una maggior scaltrezza cortigiana muta in questo modo: 

e s' ora sospira, se lascivetta favella, 
se vezzosa ride 

Tralascia poi la confessione un po' scabrosa contenuta nei 
vv. 25 32 dell'originale, e riconnettendo a quei consigli l'ultimo 



(1) Card. op. cit, p. 294. 

(2) Card. Op. cit. pp. 40-41 

(3) Albi Tibulli - Libri IV - Lipsiae MDCCL: p. 13 



— 234 — 

espresso dal quindicesimo distico latino, finisce col sedicesimo 
leggermente modificato. 

Questi due componimenti sono il tenue contributo, per lo 
meno a stampa, die messer Annibale dedicò alla metrica barbara. 
Considerati a sé, bisogna convenire che l' invito « Alli acca- 
demici della Nuova Poesia » si distingue dai tanti altri sullo 
stesso argomento, contenuti nel volumetto dei Versi e Regole 
per l'aristocratica scelta delle parole e per la sobria armonia 
del verso, che cerca di riprodurre colla varia distribuzione de 
gli accenti il suono dell'esametro e del pentametro. Riguardo al- 
l' elegia « all' Amore », trattandosi di cosa tradotta, non poa- 
siam parlar altro che di questi pregi esteriori, pei quali la 
lingua italiana cogli esametri del Caro e con alcuni del Tolo- 
mei e di qualcun altro faceva realmente discreta prova di sé. 
Infatti, per quanto i Virtuosi tenessero fermo come criterio 
principale dei nuovi metri la quantità delle sillabe, fatto è che 
quei poeti che piiì degli altri eran forniti di coltura e senso 
artistico, cercarono più spesso di far coincidere le sottigliezze 
prosodiche coli' armonia dell' accento, criterio ben più consono 
alla natura della lingua nostrana. 

Ma l'entusiamo, onde il Caro simulavasi acceso allorché invita- 
va gli altri poeti a calcar la nuova strada, aj)erta da Dameta, 
sembra non durasse a lungo; che era scorso soltanto un mese 
dalla pubblicazione dei « Versi et Regole », quando, il 22 

novembre del 1539 cosi scriveva a Luca Martini: « 

1 nuovi versi col numero de' piedi antichi (per dirvi libera- 
mente) a me non piacciono; cioè quelli, che son fatti infino a 
bora; perchè così per la più parte paiono da vero fatti coi 
piedi. Ma la via non mi dispiacerebbe quando mi potessi 
risolvere, che questa lingua fosse cai)ace di quelle vaghezze, 
che la Greca, Latina e 1' ordinaria Toscana; perché di certo la 
sarebbe una gran ricchezza. Ed a questo vorrei, che si mettesse 
uno come vo' dir io. Ma le brigate 1' hanno cominciato a dare 
adosso troppo presto, e mi pare che non l'habbino quel rispetto 
che si doverebbe bavere a tutti i principj de le cose. Io n' ho 
fatti, a compiacenza d' altri, non pensando, che gli mandassero 



— 23é ^ 

a processione, come li hanno mandati, e neancho che per accon- 
ciar alcune lor sillabe, ne levassero certe figure, le quali mi 
pareva che vi stessero meglio. Intendo che ne sono biasimato; 
nia non posso fare altro; né anco mi dà molta briga, se per 
compiacere a un amico, ho dato da dire a molti curiosi » (1). 

Infatti se l'opera del Tolomei da alcuni (e, come dicemmo, 
non eran pochi) fu caldeggiata, da altri invece fu aspramente 
combattuta ed il Trissino, il Piccolomini il Mazzoni e lo Zuccoli, 
l>er dir dei più noti furono tra questi ultimi. Ond'è, che per que- 
sto e per aver l'accademia della Virtìi mutato una seconda volta 
indirizzo (infatti si dette, come è noto allo studio dell' architet- 
tura e di Vitruvio) l' innovazione metrica non ebbe per allora 
più seguito alcuno. Un ultimo accenno troviamo in un brano 
di lettera del Tolomei a Mes. Alessandro Ciottolini, che di- 
sgraziatamente è senza data di anno, ma che certo deve essere 
stata scritta non prima dell' aprile del '48, e non dopo l'aprile 
del '47 (1). 

« Mandovi (esso dice) un epigramma del Navagero, tradotto 
nella nostra nova poesia acciocché ella non dorma affatto. La 
qual sarebbe molto ben risvegliare; perchè vi giuro, eh' ella 
non mi piacque mai tanto, né mai mi parve tanto bella quanto 
fa bora. Ma che giova una bellezza sepolta o una gioia intrisa 
o rivolta nel fango? » E molti anni più tardi se ne ramma- 
ricava anche il Contile: questo è 1' estremo rimpianto, che sia 
giunto fino a noi dopo tanti entusiasmi e dopo tante illusioni in 
così breve tempo sorte e disperse. 



(1) Segh. op. cit. V. 1. pp. 73 e 74 Sett. LVIIl Di Roma 22 nov.bre 1539. 

(2) Delle Lettere di Messer CI. Tolomei ed. cit. Lib: VII. pp. 291-292. La 
data è la seguente « Di Piacenza nel giorno e nell'hora, che 8Ì innamorò il 
Petrarca ». Siccome il Tolomei entrò a far parte della corte di P. Luigi 
Farnese, soltanto dopo il giugno 1545 (v. P. 1 Gap. II, p. 137); e siccome la 
tragedia del 10 settembre 1547 disperse i cortigiani di Pier Luigi, è chiaro 
che l'estate del 1545 e l'autunno del 1547 sono i due termini, entro i quali 
si deve impostare la questione cronologica - Per il giorno, senza entrare in 
particolari discussioni basterà dire che la lettera deve essere stata scritta 
sui primi d' aprile. (Cfr. i sonetti 288 e 203 del Petrarca nell' edizione pro- 
curata da Sev. Ferrari - Firenze - Sausoni 1900 pp. 289 e 322. 



— 236 — 

Il Nostro, persistendo nella sua opinione tornò alle forme 
metriche tradizionali, e, quando sul declinar dell'età si accinse 
a raccogliere i suoi scritti poetici, ne escluse senz' altro quei 
due componimenti giovanili. 

§ 6 — Fortunatamente, sia che la vita attiva di ogni gior- 
no non concedesse ad Annibale troppo tempo per martellar la 
parola nel verso, sia ch'egli medesimo pel naturale buon senso 
non si abbandonasse a superbe illusioni, si limitò a comporre 
versi solamente in quei casi, nei quali non gli fosse stato pos- 
sibile esimersene. Infatti i componimenti amorosi assommano 
in tutto a ventinove, o per dir piti particolarmente a ventitré 
sonetti, più quattro madrigali, una canzone e una sestina. 

Rintracciamo adunque i segni delle antiche fiamme nelle poesie, 
così come queste stanno disposte nel canzoniere. Il sonetto con cui 
s'apre la raccolta (1), insieme con altri tre (2), con una canzone (3) 
e con due madrigali (4) uscì alla luce con qualche variante nel 
1555, in un volumetto (5) di rime, consacrate ad una gentil- 
donna romana famosa per la sua beltà e per le sue sventure. 



(1) Rime del Commendatore A. Caro, riviste corrette ed accresciute ecc. 
Si aggiunge la Commedia dello stesso autore intitolata gli Straccioni - In 
Venezia - MDCCLVII per G. B. Novelli con Licenza de' Superiori e Pri- 
vilegio. Tutte le citazioni che saranno fatte in questo capitolo per quanto 
riguarda le rime del Caro si intendono fatte con riferimento di pagina o 
d'ordine a questa edizione. 

(2) O d' humana beltà caduchi fiori Ed. cit. p. 24; Bea ho del caro og- 
getto i sensi privi - P]d. cit. p. 5; Né quel fior chiuso o quel pur dianzi 
nato, non riprodotto nelle edizioni recenti. 

(3) Amor che fia di noi se non si sface Ed. cit. p. 96. 

(4) Amor scherzando a sorte Ed. cit. p. 37; Dei begli occhi lo splendore 
loc. cit. 

(5) Bime di diversi Eecellentisaimi Autori in vita e in morte dell' Ill.ma S. 
Livia Colonna dedicate da Francesco Christian! all' Ill.mo e Rev.mo Monsi- 
gnore il cardinale di Ferrara, al quale dice tra 1' altro « Mi è parso di dare 
in luce le dotte e leggiadre rime di diversi eccellenti ingegni in vita e in 
morte dell' Ill.ma e Bellissima Donna la Signora Livia Colonna già di virtù 
non meno che di bellezze ai nostri tempi rara » : s. a. ma il privilegio di 
stampa è dato « di Roma 22 luglio 1555 ». In fine: Roma per Antonio Barre 
ad instantia di Mes. Frane. Cristiani V anno 1555, 



— 237 — 

Costei era Livia (Jolonna - jS^ata di Marcantonio il Vecchio 
e <ìi Lucrezia Gora crebbe tra le cure domestiche, lontana dal 
rumore delle armi, insieme con tre sorelle, minori a lei di 
età, Ortensia, Beatrice e Porzia. Mentr' era ancora giovanissi- 
ma e nel fiore d' una meravigliosa bellezza, ebbe la sventura 
d' ispirare un amore violento al cugino Marzio Colonna, un 
uomo che s^ era indurito sul campo di battaglia, e che aveva 
nell' animo la ferocia espressa dal nome. 

1 Colonnesi si odiavano a vicenda, e perciò, vedendo Marzio 
che gli sarebbe stato impossibile ottenere la mano di Livia col- 
l'amore, decise di ricorrere alla violenza. Assicuratosi dell' aiuto 
d'un compagno d' anni e bagordi (Pier Luigi Farnese), nel 1539, 
còlta l' occasione opportuna, rapì Livia e^ assicuratala presso la 
l)rincipe8sa di Sulmona, la fece sua sposa. 

Vano fu il sangue versato dai parenti di Livia per punir 
l'offensore, il quale del resto non ebbe tempo a godere lungo la 
sua preda: nel 1546 cessava anch' egli di vivere. 

Ma ben i>iìi trista sorte doveva esser serbata alla superstite: 
eran corsi sei anni dalla morte di Marzio, quand'essa fu trovata 
cadavere nelle sue stanze col corpo crivellato da colpi di pu- 
gnale e, quasi ciò non bastasse, colla destra mozzata. L'uccisore 
fu Pompeo, lo zio di Marzio, il torvo Pompeo, che in vita non 
seppe altro che la gioia dell'odio e del sangue. Il motivo? l'in 
teresse. Livia stanca di sfiorire nel lutto vedovile, quando la 
bellezza del corpo e l'età giovanile la circondavan di lusinghe, 
voleva passare a seconde nozze, ma Pomjìeo pensando che se 
ciò fosse avvenuto, i Colonna di sua famiglia avrebber perso le 
ricchezze dotali di Livia, da prima pare si opponesse violen- 
temente; poi, visto inutile ogni suo sforzo, ricorse al i)ugnale; 
e quasi che il cadavere intatto fosse per lui ancora una minaccia, 
ne mozzò la destra. Tali son notizie, che la storia ha conser- 
vato sulle dolorose vicende di questa gentildonna romana. La 
quale passò per Roma ai giorni suoi ammirata, come un porten- 
to di bellezza e di virtù: solo Faustina Mancini poteva gareg- 
giare con lei, ma non 1' uguagliava. 

Wè testimone Luca Contile, che, giunto di Milano nel '41 



— 238 — 

a Koma, ed avuta la fortuna di vedere e di osservar da vicino 
queste donne, ne scriveva con entusiasmo ad amico, certo Or- 
lando Marescotti. Di Faustina accenniamo in nota: qui ba 

sti riportare quanto si riferisce a Livia: « entriamo 

dalle impudiche a le caste volendo credere che poche bellezze 
si i)otessero ritrovare al teujpo nostro, clie si a^guagliassino a 

quella della Sig/* Livia Colonna e a quella della Mancina 

In somma ha la Sig/* Livia tutte le bellezze del volto, che 
insieme raccolte fanno meravigliar ciascuno; e si può veramente 
dire (e così dice ogni persona) che la vede, non poter far la 
natura di questa bellezza altra più perfetta. Il caso è i)oi, che 
le parti, come sono i cai)elli alla fronte, le ciglia agli occhi, il 
petto alla gola, considerate bene, hanno da sé stesse tanta for- 
za, hanno tanta vaghezza, hanno tanta grazia, che i)iìi laude 
s' acquista la natura in una sola di quelle parti, che nel tutto di 
qua] si sia altra bella donna di Roma. Accompagna ancor la 
statura del suo corpo sì b»ne ogni cosa, che insomma non è 
scrupolosità sì grande, che ci potesse trovar mancamento. Nella 
bellezza delle mani mi ci perdo affatto. Ho inteso poi da molti 
che tanta beltà è niente a paragon di quanto questa divina 
gentildonna parla, o di cose saggiamente gravi, o di materie 
onestamente giocose con le quali miracolosamente concorre la 
vivacità di quei bei colori, che avanzano i fiori bianchi e ver- 
migli d' ogni ben fiorito prato ». (I) 



(42) Lettere di Laca Contile (Primo volume diviso in due libri uella 
inclita città di Pavia) appresso Girolamo Bartoli 1563 ad istantia di G. B. 
Turliui libraio — p. 48 — Il Graf affermò che Fausta Mancini era tra le 
più famose belle riuipudiche, il Salza nel suo studio sul Beccuti (Snppl. al 
Giorn. st. d. lett. it. 3: 1900) fece t^ua l'opinione del Graf.: certo è che Luca 
Contile insieme con Livia la poneva tra le caste di Eoma « Ma che si può dir 
della Mancina? mi par gran cosa il pensarci, e se quanto ne dirò breve- 
mente potrà in un certo modo offenderla per difetto di parti, potrà nondi- 
meno la proportion del tutto sopra tutte 1' altre belle e gratiose Donne cele- 
brarla. É ella primamente d' honesta grandezza, di reverendo e gratioso 
sembiante. Nelle parti del volto però non si scerne bellezza, non bella fronte, 
non begli occhi, non belle guance, non bel naso, non bella gola: nondimeno 
'avvertite che se le stesse parti non son belle, non sono ancor brutte, 



— 239 — 



Nel volumetto già citato l'immagine di questa formoénissima 
donna è ritratta in tre luoghi: la stampa mediocre naturalmente 
non può riprodurre, che i tratti fondamentali della sua fisiono- 



Con tutto questo raccolte in uno fanno una tale armonia che 1' anima di 
ciascuno per goderla si va a collocare negli occhi di ogni uno che la guarda 
et è la consonanza di quel viso et di quelle membra sì grande et sì stupen- 
da, che tutta Roma a gara si move per vederla et io mi son ritrovato molte 
volte con tanto innumerabil concorso dove si vedevano, grandi, mediocri, 
minimi tutti d' un amore, d' una meraviglia et d' una reverenza verso tanto 
spettacolo di soprumaua bellezza, e in fatti mi persuado che quando 1' anima 
d'un corpo è bella e che sopra di quello (com'è lecito) abbia pienissima po- 
destà, si mostri nelle parti tutte del corpo e quel che non è bello faccia bel- 
li ssìmo e graziosissimo; né credo che per altra via possa venire tanta mera- 
vigliosa beltà, la quale abbia forza di tirare a sé tutti gli spiriti humani. 
Eccovi detto di quella famosissima Donna chiamata Faustina.... » (ib.) Il 
Nostro fu anche ammiratore di Faustina, e con un componimento ne pianse 

la morte. Il 15 dicembre 1543 scriveva infatti a Ranuccio Farnese « la 

Duchessa sua madre, la quale ni' hn comandato che io le scriva e che le 
mandi alcuni sonetti, che si son fatti da diversi nella morte della Mancina. 
Non ho finora avuto tempo di raunarli tutti, ma ne saranno con questa alcuni 
pochi, tra i quali ne mando un mio » Segh. v. 1 Lett. CXI p. 138 - Quale 
fosse questo sonetto non sappiamo; né siamo riusciti a r intraeciarlo : sulla 
morte della Mancina il Ranieri compose due sonetti ; al secondo dei quali 
il nepote Gerolamo faceva seguire questo commento: « In morte ancor de la 
sopradetta gentildonna, la qual mentre invaghiva delle bellezze sue tutti i 
più nobili spiriti e carpivagli a sé, fu rapita nel cielo, che se n'era invaghito; » 
e già al primo aveva aggiunto di suo: « È sopra il parto di madonna Fau- 
stina Mancina degli Attavanti, gentildonna romana, miracolo di bellezza ai 
tempi nostri ; che dopo il detto parto d' una fanciulla bellissima e all' esem- 
nio di lei medesima si mori con supremo cordoglio di tutta Roma ». Cfr. i so- 
netti 51 e 52 e loro commenti in AlVIll.mo Et. Ecc.mo Sig. Fabiano De Monti 
Cento sonetti Di M. A. F. Ranieri Gentiluomo Milanese. Con brevissima Espo- 
sìtione dei soggietti (sic) loro e con la tavola in fine (s. a né 1.) Ma se ciò non 
bastasse si legga quanto il Tolomei scriveva a messer Trifon Benzio il 2 de- 

cembre del' 43 « è morta la Mancina esempio e idolo raro d'honestà e di 

bellezza. Per la qual cosa credo averete o cantato o pianto in qualche bel 
verso come fauno tutti i cigni di questi paesi. Ma di gratia ai miei prieghi 
componete o sonetti o epigramma in questo soggetto. Ch'essendo ella morta 
per cagion di parto, dite come Giunone Dea aiutatrice dei parti non ha 
voluto aiutarla per 1' invidia eh' ella ha che Venere sia la più bella stella 



— 240 — 

mia. Gli ocelli, che furono tanto esaltati s' aprono in realtà 
molto ampi sotto 1' arco nero delle sopracciglia, e sulla bocca 
piccola e gentile scende il naso profilato con estrema delicatezzza. 
Dal viso piuttosto tondeggiante, su cui s' indovina un pallore 
di perla, spira un' aura di dolce austerità, resa ancor più forte 
dal velo monacale, che, posato sopra il capo, le discende sul 
petto, nascondendo i capelli e le tempie, e dalle bende, che a 
guisa di soggolo, le coi)rono il collo fin sotto il mento: in 
un canto la colonna sjìezzata ricorda la sua fine lagrimevole. 
Insomma la rozza stam])a ci fa sognare Livia come una mite 
figura di gentildonna, passata col candore nell' anima e colla 
preghiera sulle labbra in un tempo di stragi e di sangue. 

A costei adunque anche il Nostro recò il suo tributo di lode 
e d'ammirazione. Il primo accenno risale al 1544 « Baciate da 
mia parte (scriveva al Contile) le delicate mani alla graziosa 

Signora Mancina ed all'amorosa signora Livia » (1) In 

quest' ammirazione del resto non fu solo: una vera accademia 
di poeti s' abbandonò a voli piiì o meno pindarici per esaltar 
Livia, così in vita come in morte. 

Il gruppo dei letterati romani, com'è naturale offrì il mag- 
gior contributo, ma non per questo furono esclusi dal volumetto 
i nomi di poeti d' altre parti di Italia. D' alcuni d' essi ancor 
si parla, quali, oltre al Nostro, del Molza, del Porrino, del Casa, 
del Ca})e]lo, del Cenci, del Ranieri e del Gosellini, ma dei 



del Cielo. Onde ha voluto che costei si muoia, perocché trasferendosi in cielo 
sarà una stella molto più bella e più splendente che non è quella di Venere ». 
(Delle lettere e. 93 r.). Abbiamo fatto cenno di lei in nota, ed. cit- perchè 
come vedemmo per lei scrisse anche il Caro. Cfr. anche il Cod. palatino 
239 contenente una scelta di alcune poesie di autori viventi del secolo XVI. 
Si tratta di una raccolta di sonetti in morte di Faustina Mancina: il cod. 
fu già descritto dal Palermo nel Catalogo dei codd. palatini al n. 239 vedi 
la lista degli AA. che col Caro cantarono la morte di questa donna. 

(1) Segh. op. cit. voi. I Lett. CXXIV p. 155 « Baciate da mia parte le delica- 
te mani alla graziosa Signora Mancina ed all'amorosa Signora Livia. E quando 
siete con loro fate alle volte commemorazion di me ne' vostri passatempi.... » 
Dall' Esercito Cesareo sotto Sandesir alli XX d' agosto 1544. 



— 241 — 

molti jiltii è j^Tiiii clui, se talora si |>is})i<;lij». (jiiali Aless. Guaiiielli, 
Fnmcesco Cristiani, lacomo Marmitta, (jiiali l'otr.onio Barbato, Lan- 
dolfo Pi^liiiii, G. B. P)usi, Francesco Dardano, Pier della Marca, 
Francesco Conticini, (Jnglielmo Pog'^i»», Pyrro Bartolo Viterbe- 
se,' Tnrino Bona^^ratia, Francesco Banconi, Antonio Puteo, 
Dolce Gacciola, An;;elo Gostanza e (|nalclie altro ignoto. 

Essendo molti i i)oeti e limitato il tema, si comprende come 
la maiij^ior i>arte dei componimenti contenuti in questa racc(dta 
riuscissero uuitbrmemente monotoni o stranamente artitìciosi. 

]1 Nostro dal (ianto suo ben comprendeiulo, che poco o nulla 
jlli sareblx^ rimasto da scrivere suf^li ocelli, sulle labbi'a, sul 
viso e sulle mani, o sull' umiltà, sulla modestia, sulle virtù, 
sulla natura divina insomma di Livia, pur non uscendo dal 
canzoniere petrarcl-iesco, riprese un motivo della poesia latina, 
già accolto dal cantore di Laura (1). 

Il paragone tra la belltìzza dell'amata e lo splendore del 
sole è tema troppo s{)ontaneo e comune nella lirica amorosa, 
perchè si debba rintracciare in questo o quel poeta l'origine del 
motivo, che da. tale ])aragone scaturisce; ma il raffronto tra il 
momento del sorger del sole e quello dall' apparir della jìcrsona 
cara, che, quasi altro sole, per la bellezza si oppone al sole 
celeste, è frutto d' un lavorio artificioso, compiuto per dar no- 
vità al motivo tradizionale. Così ne fecero tesoro Asinio Corne- 
lio Gallo e Quinto Lutazio Catulo derivando forse i loro compo- 
nimenti da un ei)igramma greco di qualche poeta della decadenza. 

Il primo dei due ferma in un distico il rimpianto per l'ami- 
ca lontana, che gli appare alla fantasia dolce come la })rima 
luce del giorno; il secondo, meno appassionato e i)iìi libero i)er- 
ciò nella ricerca dei concetti, in quattro versi getta in modo 
rude ma scultorio le linee fondamentali d'un grazioso quadretto: 



(l) Frammenti di Asinio Cornelio Gallo « Quum mane occurris mihi ni 
purior ipsa - luce nova exoreris, lux niea, dispeream! »: cfr. l'epigramma^di 
Lut. Catnlo più oltre da noi riportato. Per la derivazione del sonetto 219 
del Petrarca dall' epigramma latino vedi le Rime di Fr. Petrarca ed. cit. 
pp. 312-313. 

16 — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910, 



— 242 — 

Consti te ram exorienteiii Aiiroram forte salutaus, 
quiiin subito a laeva Rosei us exoritiir: 

Paee inihi liceat, coelestes, dicere vestra 
mortalis visus pulclirior esse deo ! 

Il Petrarca, die conobbe quest' epigrainma i>er la trafila di 
Cicerone, se ne valse; ma da quel i)()eta fluido nelF eloquio ed 
abbondante nelle immagini eh' egli era, non accontentandosi 
della pura riproduzione, svilupi)ò il motivo colla descrizione 
dell' Aurora. 

La quale fornisce argomento alle mediocri quartine, che a- 
prono il sonetto 219: i due terzetti con immagini mutate, meno 
una, (1) e meno espressive riproducoiu) il pensiero fondamentale 
dell'epigramma latino. Altrove il Petrarca torna sull'argomento: 
in quel sonetto cioè, in cui confessa di i)referire alla sera la 
mattina, ])erchè insieme col sole ha per costume levarsi anche 
Laura così circonfusa di splendore, eh' ei resta abbagliato da 
«duo levanti » (2). E come non bastasse, mostrò la predilezione 
per questo tema nella prima quartina d' un terzo sonetto, il 
255, nella quale il Poeta identifica nell'Aurora l'immagine fan 
tastica di Laura, ormai morta. 

Questo pel motivo fondamentale: che, se si dovesse parlare 
di ulteriori derivazioni, bisognerebbe ricordare il sonetto 215, 
in cui il poeta spinge ancor piìi innanzi l'artificio: Laura non solo 
è piti bella del sole, ma lo supera di tanto, che l' astro diurno 
ne prende invidia. Il Sannazzaro (3) senza spingersi a tal punto, 
s' accontenta di constatare, che il Sole prende forza e bellezza 
dalla sua donna; il Cai)pello (4) dal canto suo riaccostandosi 
all'originale, confessa di preferire all'aurora celeste la sua Donna, 



(1) Quella del Poeta che saluta l'aurora. 

(2) Petrarca, ed. cit. son. 291 p. 403. 

(.3) Ruscelli - Fiori ed. cit. e. 120 - D'un bel lucido, puro e freddo ^)g- 
getto 

(4j Rime Di Bernardo Cappello.... a cura di P. A. Serassi Bergamo 1753 - 

canzone, XXXII. pp. 208-209 - Nova fu questa mia novella Aurora odalo 

il cielo, e non se '1 tenga a sdegno -s'io nei miei versi questa nova Aurora - 
prepongo all' altra, che 1' inalba e indora ! 



- 243 — 

I)ei(;liò <iuella rispleiidc di luce riflessa, questa di Iuch», ])ropi'ia. 
Ma per desiderio di dare al vecchio motivo uiui tinta di novità, 
non badando a esagerare, giunge anch' egli al gofifo paradosso, 
che il sole, non potendo un giorno dileguar la nebbia marittima, 
ricorse alla sua Donna di nu^do che ne acquistò « utile e 
s(;orno ». K \w,v «juanto in un altro sonetto (1) si fosse limitato 
a, far la sua donna simile in bellezza ad una splendida Aurora, 
tentò di render i)iù incisivo il valore epigrammatico del motivo 
fondamentale in due altri suoi componenti. 11 poeta in questi 
immagina di assistere ad un bellissimo j)leniluni(), sfolgorante 
di luce oltre il consueto: come mai ? egli si domanda stupito. 
Ma non stette gran tempo in dubbio, che, egli dice, 

rivolto alla mia destra mano, 

vidi lei, che d' Amor m' accende il petto, 

fisi tener gli occhi alla luna e '1 volto, 

È chiaro: la luna attingeva luce dall'aniata! Se le (^ose i»erò 
andavan bene colla luna, non pare, che (questa doniui se la 
intendesse altrettanto bene col sole. Infatti il (^appello uscì 
una volta a lamentarsi col sole, [)erchè sfoggiasse tanta gloria 
di luce, pro[)rio quando era morta la sua donna, né s'accorgeva, 
che appunto questa era la ragione per cui il giorno appariva 
pili chiaro. Infatti, morta la sua Donna, il sole non restava i)iù 
offuscato dallo splendore di lei. A dir il vero ciò contrasta con 
quanto aveva detto nel sonetto i>recedente; ma siccome se ne 
accontentava il poeta, così ce ne ])ossiamo accontentare anche 
noi (2) An(die il Molza non sdegnò di trarre da Catulo l'ispiia- 
/ione ])er lo meno ])er tre dei suoi sonetti: in uno (.3) si la- 
menta che l'Aurora e non la sua donna sia stata scelta a gui- 



(1) Ciii)pcllo op. cit. sou. 5, p. 6. - fili i sonetti aggiunti. - Il sole indarno 
i snoi raggi npandea 

(2) Cappello op. cit. son. .50 p. 45 - Quando scorto d'amor ; 

son. 13 p. 7. In mezzo al ciel di novi r.aggi ornata; son. 142 p. 119 - Oc- 
chio puro del ciel, luce del mondo. 

(.3) Ruscelli - Fiori cit. e, 114 v. Scopri le chiome d' oro e fuor de l'ondo ecc. 



— 244 — 

dare i cavalli del sole; in un secondo (1) più vicino a quello 
del Caro, immagina 1' apparir della sua donna rivale al sole 
proprio nel momento, in che l'astro diurno rimena il giorno; in un 
terzo, ricorrendo all'estìgierazicme, afferma ancli'egli d'aver assi 
stito ad un'aurora, in cui il cielo riceveva la luce non tanto dal 
sole vero, quanto dalla sua donna (2). Così mons. Guidiccioni 
invitava Clizio a ravvivare col « seren dei lumi ardenti * il 
sole pallido a suo confronto (3); e dei minori Ferrante Carafa 
insistendo troppo sul tenue motivo finiva col render il suo so 
netto goffo e pesante (4). Francesco Beccuti (5) non esitava a 
sostenere, che davanti alla sua donna il sole rimaneva confuso 
e 1' Aurora nascondeva le sue rose, e Girolamo Zo})pio (6) infine 
con un sonetto ci riconduce al tema fondamentale. 

Per cui il motivo era tutt' altro, che scarsamente rappre- 
sentato nella lirica del '500; non solo, ma si deve notare che in 
quel volumetto di odi barbare, che fu edito nel '39 dal Tolomei, 
l'epigramma di Lutazio era comparso tradotto integralmente in 
altrettanti esametri italiani da un collega dell' accademia della 
Virtìi. Così, tenendo innanzi l'originale latino, il j)rimo dei tre so- 
netti del Petrarca, già da noi esaminato, e forse anche l'ottan- 
taseiesimo, nel quale la finestra di Laura entra come tema poetico, 
il Marchigiano modificò lievemente il quadretto di Catulo per 
ottener tra i due termini di paragone una rispondenza più ac- 
curatamente scrui)olosa. 1 non pochi, che prima di lui avevan 
manipolato il ben noto epigramma, avean sempre mantenuto 



(1) Ruscelli op. cit. e. 103 v. e. 104 r. Invido sol se le dne chiare stello... 

(2) Ruscelli - Fiori ed. cit. e. 102 r. 

(3j G. Guidiccioni Opp. ed. cit. p. 50, son. n. XCVIII - Eran pur dianzi 
qui tra le fresch' erbe. 

(4) Ruscelli op. cit. e. 82. r. - Quando dai bei vostri occhi il dì vien 
fuori. 

(5) Rime di P. Beccuti detto il Coppetta edite p. cura di V. Cavallucci, 
lu Venezia 1751 - Veggio al vibrar... a. p. 52. Su questo poeta cfr. Abd-El 
- Kader Salza - Frauc. Coppetta dei Beccuti in Grazia. Gioru. St. d. lett. it. 
Suppl. 3: 1900. 

(6) Rime Et prose Di M. Gerolamo Zoppio. In Bologna Alessandro 
Benacci MDLXVI e. 9 r. Qual' ò costei, che si leggiadra e bella.,... » 



— 245 — 

1' idillio in questi limiti: da mi lato sorge 1' astro, dall' altro 
appare la persona amata. Il Caro invece di fronte all' Aurora, 
che schiudeva il giorno; pose Livia, che schiudeva « un piìi 
vezzoso ostello ». 

Secondando adunque lo schema del Petrarca, anche il Nostro 
riempì le quartine colla descrizione, dell'Aurora e non è dubbio, 
che per questa parto almeno fece opera perfetta, lasciando di 
gran lunga addietro il modello. Il quale del resto poteva altrove 
(son. 30 p. 424) offrire al Caro un esempio insuperabile di 
delicatissima descrizione, frenata entro il breve giro di otto versi. 

Ed il Nostro, che colla i)rosa mostrò a qua! grado egli pos- 
sedesse la facoltà descrittiva, unita ad un profondo sentimento 
artistico, svincolandosi da ogni pedestre imitazione gustò la 
suggestiva bellezza di quanto ritraeva col verso, ond'è, che gii 
usciron di mano due quartine belle per le immagini, onde son 
ravvivate e per delicatissima armonia di jiarole. Del resto an 
che i terzetti, se non hanno la sonorità e 1' idillica poesia di 
quanto precede in causa dell' improvviso mutarsi del conte- 
nuto, esprimono con classica eleganza lo scherzo di Catulo. 

Il Caro vi tornò sopra, e al componimento conferì maggior sciol- 
tezza, togliendo di mezzo quelle insegne mitologiche di Teti e di 
Giunone della prima stesura (1). Ora è notevole il fatto, che tra 
le rime del Molza il Serassi (Bergamo, Lancellotti 1747, v. 11 
p. 94) pubblicò (2) la bozza di un sonetto, che non solo ha co- 



(1) Rime op. cit. p. 129. 

(2) Il Serassi pubblicò come del Molza il seguente sonetto che trasse da 
un cod. triviilziauo in questa forma : 

Eran 1' aer tranquillo e V erbe chiare 

Le piaggie e i prati pien d' erbe e di fiori 

E già con le sue Ninfe e con gli Amori 

Vener lucente e bella uscia del mare, 
e sparsi i primi albori 

Pria di rose e poi d' or si traea fuori 

La bionda Ded. che innanzi al sole appare 
Quando nacque a sinistra un più vivace 

E più bel sole, e un lampeggiar con elio 

Che nullo altro splendor gli si conface: 
Volsimi e vidi oscuro incontro a quello. 



^ 24é - 

ninne con quello del Nostro lo schema fondamentale, ma ha co- 
umni le rime e per intero tntto il primo verso. Si i)nò snpporre 
die nna così goffa e pedestre imitazione sia oi)era d'nn [loeta 
tanto delicato e ttinto abile quale fn il Molza? Ci sembra di poter 
rispondere negativamente; come d'altra parte non possiamo snp- 
])orre per la stessa ragione, <;lie il Caro si sia vestito delle 
penne del pavone con tanta disinvoltura. Ed allora come spie- 
garci una così stretta corrispondenza tra i due componimenti ? 
Non restano che due ipotesi: o supporre col Seghezzi (;he si 
tratti d' una bozza dello stesso Caro, o dell' opera maldestra 
di qualche imitatore, erroneamente attribuita d;il codice Tri 
vulziiino, onde il Serassi lo pubblicò, a F. M. Molzsi. Certo è in- 
vece che Anton Francesco Kanieri (1); il quale era stato collega 
del Nostro ai servigi di Pier Luigi, imitò molto da vicino questo 
sonetto d'Annibale, serbando oltre che l'ispirazione fondamentale, 
la movenza ritmica del venso e la logica relazione tra strofe e 
strofe: gli rimase però molto inferiore, sia i>er la mirabile spon- 
taneità, con cui nel Caro la forma s' attaglia all' idea, sia per 
plastica jKitenza di parola, sia per sobrietà e buon gusto, con- 
giunti da Annibale in fecondo contem])eramento. Per cui, tntto 
sommato, anche se, <;ome affermò il Caporali (13), in Parnavso 
fu riconosciuto il furto fatto dal Caro all'autore dell'epigramma 
latino, non è a credere che al Marchigiano fosse inflitta una 
gran punizione, sia jierchè egli seppe api>ro])riarsi la roba altrui 
con molto garbo, sia ])ercliè a cominciar dal Petrarca, moltissimi 
altri alunni delle Muse avrebber dovuto subire la stessa sorte. 
Ma ])er sfortuna la i)rosaica realtà venne a un tratto 
a render imi)ossibile ai jioeti 1' identificazione anche fantastica 



(1) A. F. Riuiieri op. cit. in Fiori cit e. 30 v. Eran trj>n<iiiilli il mar le 
selve e i prati cf. Amico op. citi. p. 415. Per ulteriori riiiianefjgiaiiieiiti cfr. 
Gaspary p. 270 e Giornale dei letterati d'Italia (Modena 1778) t. 88 e 39 
pp. 30 e segg. 

(2) Esequie di Mecenate - P. 11 - E quel vago sonetto tra le care - Rime 
forse il più bello e il meglio inteso - Eran Theti e Ginnon tranquille e 
chiare - Vel dico che per ladro poi fn preso - E confessò come rubato haveva - 
La chiusa a Quinto Catulo di peso. 



■~M1 — 

(iella Coloniiii coli' Aurora, che i fiali, i due vivi pianeti, posti 
così frequentemente a i)araj>one degli astri del cielo, furon vit- 
time anch' essi d' una malattia. 

Il 26 settembre del '51 il Caro informando della sua malattia, 
d' occhi mons. di Pola scriveva: « Ma io dubito di qualche 
inondazione, poiché veggo, che questo male è tanto insolente^ 
che gli è bastato 1' animo di offuscar le Stelle; come vedrete 
per 1' incluso epigramma e per un altro, che vi manderò poi 
del Padre Trifone, e forse per più altri, poiché le Muse tutte 
se ne scandalizzano. Or sia con Dio (1) ». Senza dubbio qui 
si parla degli occhi di Livia: la testimonian/a del Caro coincide 
coli' altra contenuta in una chiosa, che il Ranieri apponeva 
nel 1553 al sonetto dello zio, composto appunto x)er questa 
disgraziata occasione. « È notissimo (egli dice) il caso, che av- 
venne alla Signora Livia Colonna, quando fu 1' anno passato 
a pericolo di perdere i più bei lumi, che si sian veduti nel mondo, 
per una scesa d' humori, che gli stillava sugli occhi, sì perchè 
tutta Ronia ne pianse, e tutti i più nobili intelletti d' Italia 
vi composero lacrimevoli versi in 1' una e 1' altra lingua, che 
furon tanti, che raccolti insieme fecero un volume alto ». Né 
il paziente commentatore trascurava di notare, che in quell'anno 
il Tevere traboccò < quasi avesse pianto anch'egli dirottamente, 
et fu 1' Ecclissi del sole, presaghi orrendi segni della futura 
oscurità (li quest' altro »; e che lo zio « compose molte cose e 
latine e volgari sopra questo soggetto, e raccolse tutte l'altrui 
in un libro, che fu presentanto dopo a quella Ecc.'"'' Signo- 
ra » (2), Se a primo as])etto non pare possibile che i i)oeti 

trovassero qualcosa di ])oetico nel mal d' occhi di Livia, o in 
Livia colla testa fasciata, non si tarda a mutar idea quando si 
pensi, che, nemmeno a farlo apposta, l'identico uu)tivo e le 



(1) Tomit V. 1. Lett. 42 p. 66. 

(2) All' Ill.mo Et Ecc.mo S. Fabi.ano Do Monti Cento Sonetti Di M. 
A. V. Ranieri Gentilluionio milanese Con Brevissima Espositione dei soggetti 
loro o con la tavola in fino - s. 1, di stampa, solo in fine alla dedica Roma 
1. Aprile 1553 - i sonetti da me cit. sono i 93-94-95 



— 248 - 

identiche coiKlizioiii avevan dato modo a inesser Pruncesco di 
tessere un sonetto (1) i)er Laura. 

Il Petrarca non aveva esitato per il mal d' occhi di Laura 
a volger la sua voce niente di meno che a Dio: i)erchè, gli dice, 
permetti che tanta e sì bella creatura sia malconcia in tal modo i 
Gli ammiratori di Livia pel contrario trovavan naturalissimo il 
morbo, che affliggeva hi bella donna: non avevan essi detto e 
ripetuto, ch'essa era piìi bella del sole e dell'Aurora? L'astro 
del giorno invidioso si vendicava di lei, circondandola di nebbia 
e di i)iogge. Kipeteva questo motivo il Caro in un suo madri- 
gale (2), ed in un secondo rimaneggiava un altro concettino 
comune in modo cosi elegantemente fresco, sobrio e singliato, 
da far pensare ai migliori tra gli anti(;hi epigrammi. Il soggetto 
ò Livia bendata: 

« Amor scherzando a vsorte 

« con la mia donna un gi(>rno, 

« le pose agli occhi la sua benda intorno; 

« e gli fu così dolce il veder ])0i, 

« che non volse mai più rijtorla ai suoi. 

« Sicché vagate or voi. 

« occhi miei lieti, liberi e sicuri, 

« che quei, che v' abbagliar son fatti oscuri. 

Sullo stesso argomento Annibale distese una canzone cele- 
bratissima tra le altre ed inserita nel volumetto del '55. Distesa 
|)er cinque strofe di dodici versi ciascuna, più il commiato di 
tre endecasillabi, incontrò gran favore ai suoi giorni, ma a noi 
così lontani di teuìpo e [perciò spogli d' ogni preconcetto, fa' 
un'impressione ben diversa. Certo, che ben duro era lo « fren 
dell' arie » imposto da Annibale a sé stesso, i)oichè tutto il 
lavoro architettonico risulta di matematica esattezza, sia nella 
rispondenza delle strofe, sia nella collocazione dei singoli versi. 
Ohe ogni stanza pel motivo epigrammatico, con cui termina, 



(1) Petrarca ed. cit. son. 2.31. 

(2) Delle rime ed. cit. p. 37 - Dei begli occhi. 



— 249 — 

può esvscr considerata come nn madrigale, e tutta la canzone, 
eccettuata l'ultima strofe e il commiato, come una serie di quat- 
tro madrigali, stretti l'un coli' altro Y)er mezzo d'un filo logico, 
in modo che il secondo, il terzo ed il quarto svolgono tre temi, 
contenuti nell' ultimo verso del ])rimo. 11 poeta apre il compo- 
nimento, chiedendo ad Amore quale sarà il loro avvenire se 
non si dilegua la nebbia che avvolge il sole terreno: infatti 
and)edue. Amore ed il Poeta, vedevan per gli occhi di Livia; 
ond'è, che l'amante esclamava logicamente 

« Ahi tu cieco, ed io cieco, or cieca lei ! 

« Chi ne guida 1 io che faccio ì e tu chi sei ? 

La seconda stanza, prendendo a svolgere 1' ultima delle tre 
interrogazioni mostra che Amore non può esistere al nuuido, 
finche duri un tale stato di cose; e col gioioso figlio di Venere 
anche il Kiso, il Giuoco e gli altri fratelli di lui erano desti- 
nati a scomparire, se Livia non riacquistava la vista. La terza 
stanza prende la movenza dalla seconda domanda: io che faccio! 
È inutile dire che la risposta è desolante; tanto piìi che, 
com' egli sul finir della stanza diceva alla sua donna, ella era 
tutto per lui 

« Voi siete il sole e il seme 

« e 1' aura, onde fiorisce e la cultura, 

« onde s' empie e matura 

« ciò, che produce il mio terreno attetto. 

Non ci sembra d'esser trasportati in pieno seicento I "Natu- 
rale, che in tanta sterilità «li questo terreno affetto per man- 
canza di seme e di sole il Poeta si chiedesse: 

« Lasso come rimango, e di che vivo ? 

Alla terza strofe rimane ormai da svolgere la prima delle tre 
interrogazioni: chi ne guida ? 

Lo sguardo di Livia rapiva i mortali in estasi celesti, ond'è 
che imbarazzato il poeta conclude: 

<' Or chi ci innalza*? e chi d'alto ci scorge 
« se il nostro amato Sol lume non porge ? 



" 250 '■- 

In ((ueste quattro strofe, nelle quali s' incalzano per povertà 
di pensiero e d'argomenti le interrogazioni rettoriclie, si capisce 
che il poeta, svolgendo i varj motivi accentuò il modo di 
procedere iperbolico per destare nel lettore un senso di meraviglia 
(non si deve parlar di commozione) ognor più crescente. La pri- 
ma infatti finisce con un accenno all'identificazione di Livia 
con Amore; la seconda conclude die se Livia non riacquista la 
perduta salute, sparirà dal mondo Amore e con lui tutto ciò 
che allieta la vita: la terza che egli (1' amante) non potrà in 
tal caso più vivere, e la quarta che tutti gli uomini resteran 
])rivi dalla guida verso Dio. L'ultima stanza è come una i)ero 
razione ad Amore affinchè per evitare tanti mali si decida a 
sanar gli occhi di Livia: possibile egli dice che: 

. . . . non gli apri "? Ahi stolto ! 
Ov' eri Dio tu sei spento e sepolto ! 

Ed Amore si lascia commuovere, ed il poeta con bel rapi 
mento esclama: 

« Canzon, vegg' io Ciprigna? o l'Alba a}>])are f 
<' Ecco il Sole, ecco Amor, che ne vien fiioii: 
« ognun meco l' inchini, ognun 1' adori ! 

Per cui è a credere che il componimento fosse scritto, quando 
Livia era già risanata. 

11 contenuto adunque si riduce ad un giuoco d' arguzie, 
niont' altro: eppure questa canzone non solo fu ammirata dai 
contemporanei «lell'autore, ma in tempi a noi i)iù vicini fu posta 
come modello accanto alle petrarchesche nella Perfetta i)oesia del 
Muratori. E si com[)rende: il Caro ha saputo dar i)rova di così 
saiùente e raro magistero di compositore nella scelta e nella 
combinazione di ritmi e d' armonie, e di così grande abilità 
nel conferire un'ai)parente arguzia al pensiero di j)er sé frivolo, 
che il lettore resta a prima giunta colpito non sapremmo se 
di stupore o d' ammirazione. 

Abbiamo già accennato alla tragica morte di Livia, ma la 
passione, onde fingevansi accesi i snoi i)oetici ainniiiatori era 
tanto conve^ìzionale, che non uno tra i molti seppe dare al suo 



— 251 -^ 

verso lina nota sincera, una lacrima pianta davvero! Pur avendo 
un arj»oniento così pietoso e così ricco d'ispirazione, i piìì nou se ne 
dettero cura, e mentre gii uni si limitarono ad otfrire in modo 
freddo e meschino voti e i)regiiiere all' angiola gloriosa ne' 
cieli, gli altri (1) pur accogliendo nei loro compianti piìi 
particolari determinazioni, esagerarono al punto da toccare il 
(comico là, dove avrebbero preteso muovere la comjìassione del 
lettore. Per tutti citerò certo mes. Dolce Gacciola, il quale 
dopo aver descritto con colori molto foschi il delitto di Pompeo, 
invitava niente di meno, che le vie e le piazze di Roma a di- 
venir torrenti e laghi del sangue versato da Livia, ed il Tebro 
a portar tanto e tale tributo di sangue al mai-e; che questo 
])otesse recarne parte in tutte le quattio parti del mondo (2). 

Il Caro {'.]) dal caìito suo si guai'dò bene dal far accenni, 
che forse avrebbero potuto comproinettere la posizione dei Far- 
nesi, suoi signori (4), rispetto ai Colonnesi della famiglia di Pom- 
peo, e, pur accostandosi ai modi convenzionali della lirica pe- 
trarchesca, se[)pe temperarne la compassata freddezza con un 
leggiero soffio di passione umana, trasuinanantesi in adorazione; 
e, sospirando le bellezze celesti dell' Angiola, toccò con abili 
accenni le rare doti della sua spoglia mortale. 

Dopo Livia ecco Laura Ammannati lìattiferri, la gentildonna 
urbinate, non ignota ai suoi tempi per nobilissime virtù di 
mente e di cuore. Di lei rinfrescò ultimo la memoiia il Cime- 
gotto (5); e i)erciò non staremo qui a ri[)etere quel ])oco, che 
n' è stato detto e che si sa. 

L' amicizia, che il Marchigiano contrasse ''-olla modesta e 
gentile poetessa, spaziava nei i)uri campi delT idealità: ambedue 
innamorati dell'arte, cercavan di soddisfare le comuni aspirazioni 



(1) Rime in vita e in morte di L. Col. op. cit. e 87 v. 108 r. 118 v. 
128. r. 

(2) Rime op. cit. e 117 r. - Apri ; Apri.... 

(3) Delle rime ed. cit. p. 24 - O d' hnmana beltà 

(4) Si ricordi la parte che Pier Lnigi aveva preso nel ratto di Livia 
consumato da Marzio. 

(5) Giorn. Stor. d. Lett. It. voi. 24. pp. 388-398 



_ 262 — 

(logli animi loro mediante la poesia, e si consigliavano a vi 
ce.nda, per quanto Laura volesse riconoscere nel Caro come 
nel Varchi piìi cbe 1' uguale il maestro (1). 

Oltre ai due letterati, l'Allori, piìi noto tra i ])ittori col so 
prannome di Bronzino, sentiva per la Battiferri una i)latonica 
ammirazione: costui anzi raccolse per lei un bel manipolo 
di « Sonetti intitolati a madonna Laura Battiferri dell' Amma 
nati » (2). La maggior parte dei comj)onimenti sono del Bron 
Zino stesso, ma 1' amante platonico non ebbe scrupolo a porre 
vicino ai suoi i sospiri ed i lamenti amorosi in rima del Lasca, 
del Varcbi, del Caro e di altri, tutti naturalmente all'indirizzo 
della gentildonna Urbinate. Il tributo del Caro si riduce a tre 
sonetti, cbe, composti nel '38 (3) furon poi collocati da Anni 
baie sul principio del canzoniere. 

Legati, come altri del Petrarca, ad un unico schema di rime 
si svolgono anche sopra un unico tema fondamentale : l'iden- 
tificazione dell' amante coli' amata. Si osservi la sottigliezza 
metafisica, con cui il Poeta descrive il suo innamoramento : 
veder Laura e trasformarsi in lei fu una cosa: che il suo spi 
rito vitale e la potenza aftettiva furon completamente assorbiti 
da Laura, di guisa che per vivere gli era d'uopo plasmare con- 
tinuamente col pensiero l' immagine della Battiferri! Ma come 
l)oteva pensare, s' egli non era più sé stesso, ma s'era trasmu- 



(1) Segh. op. cit. voi. II lett. 264 « Quanto al nome di Maestro io co- 
nosco che volete la burla. Ma battezzatemi come vi pare; che, pur ch'io sia te- 
nuto vostro, di questo e d'ogni altro nome che mi date, mi terrò buono. E 
siate sicura che io son tale, e che sono stato da che prima vi conobbi; sa- 
pendo per quanti rispetti io lo debbo essere. E non so perchè vi debba cader 
questo sospetto di darmi fastidio a legger le cose vostre; havendo più tosto 
a credere che la vostra memoria e gli vostri scritti non mi possano essere 
se non di molto diletto, ma poiché ne volete sicurezza da me, io vi dico 
che mi farete sonnria grazia e sommo favore a farmene parte; purché vi con- 
tentiate che li vegga senza carico di correzione; della quale non voglio far 
professione ». 

(2) Cod. Mglb. II, IX, 10 cfr. Allori A. o C. detti i Bronzini - Rime. 

(3) Si deduce da una lettera del Caro al Ruscelli, datata del 15.58: cfr. Ed. 
cit. voi. II, lett. C p. 117. «.... ma già vent'anni sono che feci quei sonetti....» 



— 253 — 

tato ili lei? Così i due luMnii sonetti. Il terzo è un'analisi del- 
l' Amore, che il Poeta conduce su se stesso come su terza per- 
sona senz' alcuna novità: egli si esprime col solito formulario 
di termini contradittorj, così caro alla poesia trovadmica ed alla 
petrarchesca, che l'impose definitivamente quale peculiare espres 
sione poetica a quanti vollero dopo messer Francesco cantare gli 
effetti d' amore. 

ì^el complesso i tre sonetti sono una fredda anatomia di 
idee, più che di sentimenti. Tema comune del resto, manii)olato 
in canzoni e piìi spesso in sonetti, perchè si i)restava nel- 
l'espressione poetica ad assumer la forma d'un gioco di spirito, 
di paradosso o di ei)igramma. 

Angelo di Costanzo, riprendendo l'identico motivo nell'iden- 
tica occasione di dover partire, lo rimaneggia in modo i)erò 
alquanto diverso: io me ne vado, dice alla sua donna, ma sic- 
come la mia anima da lungo tempo è venuta in voi, io mi 
parto non da voi, ma da me stesso: però (magra consolazione!) 
anche voi non rimanete qui, perchè, in parte almeno, vi porto 
via nel mio cuore. Ciò nonostante sono in continuo dolore per- 
chè, mentre vi vedo nella mia fantasia sempre sorridente, in 
realtà non dei)Oiiete la vostra solita severità. Per cui, egli con- 
cludeva con pensiero e con arte davvero disperata 

« .... stando voi lieta in ogni parte 

« di ine i duo mezzi egualmente staranno 

« mal quel che resta e mal quel che si parte (1). 

Il Tolomei e B. Rota (2), anch' essi sul punto di partire 
dal luogo di dimora della loro donna, si lamentavano della 
stessa sventura, di rimaner cioè ])er metà uniti alla ])ersona 
amata. Il secondo anzi per confortarsi le scriveva in modo 
molto chiaro, se non bello: 



(1) Fiori ecc. raccolti dal Ruscelli op. cit. A. d. Cost. son. Parto e non 
già da voi fera mia vita. 

(2) Fiori ed. cit. e. 50 v. Tolomei son. Quando al mio ben - Fortuna aspra 
e molesta - Rota e. 41 v. son. Quanto debbo al pensier di cui nudrisco. 



— 254 — 

« Siate da gli ocelli iiiiei J)<)iiiia pur Imige, 
« mentre che un sol pensiero fido e soave 
« caro mio mezzo, a voi mi ricongiunge. 

Infatti il viver così metà nel proprio corpo, e metà in tiltiui 
non doveva esser piacevole, tant' è vero che il Tansillo a ciò 
[>referiva (per lo meno a parole) uccidersi od essere ucciso (1). 
Il colmo della gioia invece si conseguiva, a detta d'un sagace 
investigatore di platoniche sottigliezze, il Muzio (2), quando 
Amore, s(;endendo anche nell'amata rendeva possibile quell'identi- 
ficazione dei due amanti, ch'è celebrata dal Caro con quel verso 
iniziale, il qual oltre a dar la mossa al sonetto ne riassume, i>er 
dir così, l'argomento: 

In voi mi trasformai, di voi mi vìssi. 

Nel vedere la bellezza corporea 1' uomo rimane esanime; che 
l'anima va a chiedere alla Donna d'essere accolta, e quand'an- 
che costei è accesa d'amore, manda a sua volta la ])ropria anima 
a vivificare il corpo dell'amante. Ond'ò che il poeta esclamava 
pieno d' entusiasmo: 

« O iniracolo al mondo altero e raro 

« eh' ogni credenza eccede 

« Se non ch'è ojtra d' amor che il tutto puote ! 

Donde il Caro forse tolse quel verso finale del 2. sonetto 

« Gran miracoli amor son ])ure i tuoi, 
e 1' altro con cui si comincia il terzo: 
« Miracoli d' amor ecc. 

Motivo vecchio del resto ])er lo meno quanto 1' epigramma 
di Lutazio Catulo a Teotimo (3), ed accolto nella nuovji lette- 
ratura volgare dal cantore di Laura (4). 



(1) Fiori cit. e. 231 v. per hi tcoricii d'amore clr. il sonetto dello stesso. 
Mal fu per me quel dì che Pinfiiiita - contenuto in Fiori ed. cit. 

(2) Ed. cit. Fiori - caiiz. Dame gentili. Amor vnol che favelli e. 1"J2 

r. 193 V. 

(3) Fragmeuta poetar, romanornni. Leipzig 1886 

(4) Petr. ed, cit. Sou XV p. 17: cfr anche. Petr. op. cit. son. 113 p. 163. 



— 255 — 

Certo è che, qiiaudo si consideri l'aridità della materia e lo 
schema di rime difficilissime (1) adottato dall' autore, non si 
\mò far a meno di restar colpiti dalla disinvoltura, con che il 
Marchigiano seppe trarsi d'impaccio. Ai suoi giorni i tre sonetti 
piacquero, e furon argomento di chiose e di discussioni, che i 
componimenti commentati, ai quali il Caro alludeva, scrivendo 
al Betussi nella lettera della raccolta del Tomitano, non possono 
essere altro che questi tre. Al di fuori di essi infatti nel Canzo 
niere del ISTostro non se ne trovano altri di così riposta dottri- 
na, che potesser giustificare un commento (2). 

Ma un' eco ancora di quei plausi risuona nell' encomio esa- 
gerato, con cui ne parlavan gì' interlocutori dell' Aretijila di 
Luca Antonio liidoltì. La protagonista non esitava a giudicarli 
(e. 99) « uìiracolosi non meno per la somma dottrina che in 
loro contengono, quanto per la leggiadria delle i)arole, che in 
in essi s' ode, e per la grandissima arte, che in quelli si scor- 
ge .... ». io lode per lo meno in quest' ultima parte giusta, e 
comprata certo a caro prezzo da Annibale ! Ma chi gli avrebbe 
detto, che altri con quelle stesse sue armi avrebbe cercato di 
superarlo? Proprio così. Il Bronzino ebbe 1' ammirabile costan- 
za di porsi al lavoro, per ricostruire soi)ra quell' unico s(;henìa 
di rime, usato dal Nostro, non più tre, ma altri sei sonetti (3) 
pure in esaltazione della Battiferri. 

Nel ])rimo anch'egli descrive il primo in(;ontro coll'Urbinate; 



(1) Per le quartine ; issi ersi; per le terzine etto, io, oi. 

(2) Tomitano op. cit. lett. 80, p. 112 Al Betnssi « Io ringrazio V. S. del- 
l' amicizia che mi mostra, di ]un della nuova che mi dà, che i miei sonetti sono 
esposti da quel nobile spirito eh' ella dice: del quale harei volentieri inteso 
il nome, per sapere a chi sia tt^nuto dell'onore che mo ne fate. Quanto agli 
avvertimenti che vi desidera, io non saprei mai come, né di che avvertirlo 
se non vedessi prima la sua espoaitione, sopra la quale gli potrei dire quello 
eh' io ci avessi di piìi, che volendo ora distendere il mio concetto sopra tutti 
sarebbe il medesimo o poco meno che commentarli, avendoci do' sentimenti 
assai, i quali sono tutti mistici e di doppio intelletto ». 

(R) Cod. cit. ce. 65^-67^' per altre relazioni tra il Bronzino e il Caro e 
specialmente per la parte avuta dall' Allori nella contesa col Castelv. cfr. 
La vita e le Rime di A. Bronzino Pistoia-Furno 1902. 



— 256 - 

nel secondo conforta sé stesso a celebiarla senza temere il con- 
corso (li altri (Ine poeti (chiara allnsione al Caro ed al Varchi); 
nel terzo esprime gli effetti dell' amore in genere e della ]>iit- 
titerri in isi)ecie; nel qnarto accenna alle eccelse qualità di lei; 
nel quinto insiste sullo stesso argomento, nel sesto ed ultimo 
torna an(di' egli a discutere della natura d' Amore. 

Pazienza degna di chiunque, fuor che d' un i)oeta e i)ittore 
per giunta! In ogni modo Annibale non i)oteva aver paura del 
rivale, a si larga distanza i suoi tre sonetti lasciavano i sei del 
Bronzijjo! Poniamoli pure a riscontro, e vedremo faciluiente, che 
il lavorio grammaticale e di lima attorno alle luuole, e 1' artificio 
continuato per piegare il i)ensiero ad esprimersi senza urtare 
esigenze ritmiche così tiranniche, dissimulati con somuia abilità 
nel Caro, si mostrano ben riconoscibili nel ]>ronzino. Logica, ben 
coordinata e ben sostenuta la successione di pensieri, })er quan- 
to frivoli nei tre del Marchigiano: interrotta invece nei sei del 
Fiorentino dall'incalzarsi delle esclamazioni e delle domande retto- 
riche, evidentissimi ripieghi per l'affannosa ricerca della rima. 

Insomma mentre nei sonetti del primo sotto la veste del 
verso elaborato con buon gusto e destrezza s'agita, per quanto 
debolmente una nota personale, in quelli del Fiorentino V au- 
tore inceppato da tante e tali restrizioni, si limita a riunire 
come in sei piccoli musaici non belli quelle iuimagini, che le 
rime stabilite gli potevan suggerire. Ond' è che senza dubbio, 
posta da parte le esagerazioni del Eidolfì, si può ripetere ai 
nostri giorni la lode, che il Muratori dette a queste tre sonetti, 
quando li disse modelli di ])adronanza del poeta sulla rima (1). 

Il convento di S. Andrea di Kavenna, è il teatro dei nuovi 
amori di Annibale; nò ciò deve scandalizzarci. Il concilio tri 
dentino non ha ancora proclamato la riforma; e nel 1540 (Pan 
no in cui ci troviamo) il c(mvento non era il mistico rifugio, 
ove la gaia voce del mondo suonasse qua! nota di seduzione 
diabolica; né la clausura era così austera da vietare alle suore 
d' intrattenersi tra le compiacenti ombre della chiesa, o dalle 



(1) Muratori - Perfetta Poesia ed. di Venezia 1730 T. II, p. 3.S4. 



— 257 — 

grate del i)arlatori<) in geniali conversari colle nobili comitive 
di quei monachini, che, come giungevano in qualche città, rite- 
nevano prima lor cura quella d'andare a far visita ai conventi, 
ove sapevano essere rinchiuse le suore piiì belle (1). 

Che al tempo della venuta del Caro in Ravenna godesse il 
priuiato della bellezza e della grazia sulle altre consorelle la di- 
ciassettenne Suor Feli(;e Rasponi, costretta tre anni innanzi dal 
tirannico volere della madre a prendere il velo è fatto acqui- 
sito alla storia (2): che il Caro sia stato uno dei suoi ammira- 
tori platonici pare non si possa escludere, che la testimonianza 
contenuta nella Vita è di troppo peso, i)erchè non se ne debba 
far conto. 

Il nome del Caro però, sarà bene avvertir subito, non com- 
])arisce mai nelle pagine dell' anonima biografa, in cui noi in- 
clineremmo a riconoscere la stessa Suor Felice (2), e ciò si 



(1) Cfr. Borgognoni cit. piti sotto. 

(2) Vita della madre Felice Easponi scritta da una monaca nel MDLXX 
e i»nbblicata da Corrado Ricci, Bologna, Zanichelli 1883. Il volume fa parte 
della Biblioteca di Curiosità storiche e letterarie. 

(3j II Ricci V attribuisce a Suor Seratìna Maioli: 1" perchè è certo che 
(lueata consorella della Rasponi fu a questa dilettissima. 2" perchè Suor Be- 
rafina scrisse per lo meno due sonetti, che fanno presupporre in lei wrta 
coltura letteraria. 3" perché la interlocutrice è Serafina, e di lei non si parla 
nel testo. 

Sarebbe iuA^ero desiderabile trovare argomenti positivi per confermare o 
distruggere quest' ipotesi poggiata su basi, come ognun vede assai labili, 
ma non s' aspetti certo il lettore che tali argomenti sian portati da noi. Pur 
tuttavia non ci sappiamo tenere dall' esporre un'altra ipotesi, che ci è stata 
suggerita dall' accurata lettura della biografia. L' autrice di questo scritto 
ha mirato coli' opera sua a due scopi: 1») a tessere 1' elogio di suor Felice, a 
sgombrare ogni sospetto, che potesse essere sorto sul conto suo, e ad esporre 
per contrario al disprezzo pubblico le suore, che le resero colle loro cattive- 
rie ed ingratitudini più amara la vita 2°) a comporre un libro di amena let- 
tura per monache, destinato ad insegnare alle pie lettrici coli' esempio di 
suor Felice a resistere alle tentazioni dell' amore terreno (anche se intenzio- 
nalmente platonico) ed a persuaderle coli' esempio degli insulsi casi, che si 
fingono raccontati da Aurelia, della somma incostanza degli uomini. 

Ora, se si pensa che suor Felice è morta il tre luglio 1579, che la presente 

n — Atti e Hemorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910. 



— 258 — 



comprende, quando si pensi al naturai ritegno, che doveva spin- 
gere la scrittrice a togliere al racconto ogni allusione che po- 
tesse condurre ad identificare quanti avevano sospirato d'amore 



Vita, a quanto pare dalla prefazione, fu Bcritta nel 1570, che nel 1572 suor 
Felice pubblicò un Dialogo dell'eccellenza dello stato monacale (v. Ricci p. 202); 
•che nel 1570 aveva pubblicato, come sembra, un Ragionamento di Dio (ib. 
p. XV); che attorno a Suor Felice violentemente chiusa in monastero erano 
fioriti varj amori, i quali per quanto platonici, avevan dovuto far sorgere spe- 
cialmente per opera delle consorelle invidiose tante ciarle attorno alla povera 
Rasponi; si è tratti a pensare che Vautodifesa contenuta nella Vita era più 
che necessaria a Suor Felice, quando nel 1570 ormai vecchia si presentava 
con opere a stampa quale apologista d' una vita, che tanto aveva abborrito 
da giovane. Ora, ci permetta 1' egregio editore della Vita, di osservare che 
se Suor Serafini Maioli fosse stata l'autrice del libro, par naturale il supporre 
che essa avrebbe fatto un cenno almeno della fraterna consuetudine, onde fu 
avvinta alla nobile figlia di Giulio Rasponi: non si riesce a capire perchè di 
ciò essa non faccia mai nemmeno un piccolo cenpo. A ciò si aggiunga un 
fatto assai importante, che è sfuggito all' acume del Ricci: oltre al carattere 
di sfogo tutto personale, che la prosa prende in certi luoghi come là dove 
si parla delle angherie della madre verso Felice e della monacazione vio- 
lenta, v' ha un brano che attira piìi degli altri la nostra attenzione. E 
vogliamo alludere alla narrazione, contenuta nelle pagine 131-133: chi scrive si 
lascia prendere talmente dalla passione che si dimentica della finzione, posta 
a base del dialogo ('che cioè Suor Felice sia morta e Suor Serafina racconti) 
e sfoga la sua ira (che sarebbe strana se si dovesse supporre in altri fuorcliè 
nella innamorata delusa e cioè Suor Felice stessa), come se Suor Felice vivesse 
ancora. Ora è bene ricordare che si parla dell' abbandono amoroso, in cui 
il virtuosissimo gentilhuomo romano lasciò la povera suora: chi, se non la stessa 
Suor Felice poteva commuoversi a tali ricordi tanto intensamente da dimen- 
ticare la finzione posta a base del dialogo? A queste considerazioni s'aggiunga 
che Suor Felice, introducendo Suor Serafina (l'unica prediletta) e la parente 
sua Suor Aurelia (cfr. Ricci p. 190) quali interlocutrici nel Dialogo, non 
faceva che seguire un uso letterario divulgatissimo (in modo speciale nel '500) 
di prestare ai personaggi del Dialogo i nomi dei più cari amici; mentre non 
si può dire altrettanto dell'uso degli autori di introdurre sé stessi nei Dia- 
loghi. In ultimo qualche peso avrà anche il fatto che tra lo stile del Dia- 
logo di Suor Felicia e quello di questa Vita intercorre una tale somiglianza 
di atteggiamenti, di forma e di pensiero, che ci conferma una volta di più 
nella nostra ipotesi, che cioè qui s'abbia a che fare nop con una biografia, 
eX bene con una (lutobiografia, 



— 259 — 

l»er la nobile nionacella (l). È ben vero che nella biografia il 
nome di qualcuno di essi coni])are: ])er esempio del conte Ko- 
verello, ma questo si spiega benissimo, pensando cbe quando 
1' anonima registrava il nome del conte, questi da lungo tempo 
era morto. (Josì pure i)er ragioni altrettanto evidenti sono no- 
minati 1' arciprete de' Pignati, il medico Giovanni Arrigoni ed 
il letterato Girolamo liossi: il primo perchè l'episodio, di cui è 
protagonista, è così innocente che non v' era alcun bisogno di 
celare i nomi dei personaggi; il secondo perchè chi scrive vo- 
leva mettere a bella posta in luce le non belle qualità del trop- 
l)o sensibile medico; il terzo perchè nomo di grande autorità 
ed insospettabile di qualsiasi azione men che nobile. Agli altri 
invece nella Vita si accenna con abili perifrasi, sia che si parli 
del gentillmomo romano fattosi ])rete per disperazione, non avendo 
])otuto indurre Suor Felice a fuggire con lui (pp. 44 - 45); o del 
gentìlhuomo bolognese, che era venuto a Ravenna tratto dalla fama 
e dalla bellezza della suora (p. 73); o della comitiva dei genti- 
luomini bolognesi, romani, napoletani, imolesi e forlivesi, che 
solevano portare i loro omaggi alle belle monache del convento 
di S. Andrea (p. 105); o del Presidente, che travestito da laico 
assediò piìi e piìi volte coi suoi pianti e colle sue preghiere 
l' insensibile giovinetta; o di quei gentiluomini forlivesi e fer- 
raresi, che circuirono con una corte tanto spietata quanto inu- 
tile (p. 118) la gelida conquistatrice di cuori; o di quel fortu- 
nato gentìlhuomo romano, che riuscì finalmente a conquistare 
questa rocca, rimasta per tanti inespugnabile. 

E allora, si domanderà, come si è riconosciuto tra tanti 
anonimi ammiratori il Caro? La risposta non è difficile a darsi, 
quando si sappia che tra le rime, che la biografa ha inserito 
nella Vita di Suor Felice, son riportati anche come componi- 
menti scritti per la Kasponi quei tre sonetti, che sulla testimo- 
nianza dello stesso Annibale e del Bronzino, noi affermammo scritti 



(1) Confronta quanto osserva il Ricci sulle correzioni e cancellature fatte 
sul ms. là dove certi nomi potevano far entrare troppo il lettore nella re- 
altà dei fatti a p. VII dell' op. cit, 



— 260 — 

dal Caro per la Battiferri. Oltre a questo nessun altro indizio 
di sorta. 

Veramente dinnanzi a così falsa attribuzione saremmo ten- 
tati di credere al Pasolini (1), il quale è di parere che tutta 
la biografia di Suor Felice non sia che una novella, cui potevano 
dar luogo la bellezza, le sventure, V ingegno e la virtù della po- 
vera suora; se i riscontri storici fatti dal Eicci non ci assicu- 
rassero che la biografia, di cui stiamo parlando, ha purtroppo 
un fondo realmente storico. D' altro lato non si può spiegare 
1' equivoco dell' attribuzione dei tre sonetti cariani a mancanza 
di memoria in chi di fatti succeduti trent'anni i^rima scriveva, 
perchè non vorremo certo prender sul serio l'affermazione della 
narratrice, che essa trascrivesse quei versi, come le erano rimasti 
in mente. Troppi versi avrebbe dovuto imparare e troppo bene 
avrebbe dovuto saperli la pia monacella, se questo non fosse 
evidentemente un artifizio rettorico, cui ricorse per non palesare 
il nome degli autori. Essa dovè cavarli in realtà dai fogli, su 
cui la mano trepidante degli ammiratori di Suor Felice li ave- 
va ricopiati, fogli che la Easponi avrà certo gelosamente con- 
servati, come ricordi delle brevi gioie mondane, che le erano 
state permesse. E allora! Non resta altra ipotesi che quella di 
supporre una scappatella del Marchigiano, il quale non avendo 
né tempo, né modo tra le faticosissime occupazioni del suo Se- 
gretariato di far sonetti e rime, non si peritò di presentare, come 
fatti per lei, alla soave monacella di Sant'Andrea i tre sonetti, 
che due anni prima eran stati gentili interpreti di i)latonici 
sospiri verso la Battiferri. Non dobbiamo credere che ser Agre- 
sto a tretatrè anni (che tanti ne contava nel 1540) avesse troppi 
scrupoli in fatto di galanterie amorose! 

Egli forse fece parte d'una di quelle comitive di monachini, 
di cui parla la biografa, come di assai grati visitatori del con- 
vento; e chi lo sa non sia stato uno dei sei, che colpiti dalle grazie 
della giovinetta, mandarono il giorno dopo alla bellissima suora 



(1) Memorie storiche della famiglia Easponi. Lettera di P. D. Pasolini 
alla sorella Angelica Easponi Dalle Teste. Imola, Galeati e figlio 1876 p. 177, 



— 261 — 

rime, doni mangiativi e guanti profumati! È una supposizione, 
che appaga la fantasia; e come tale è qui registrata. 

Se la Vita di Suor Felice non ci conserva tra i nomi dei nu- 
merosi spasimanti d'amore per la Rasponi quello del Nostro vedia- 
mo se il breve canzoniere cariano non ci aiuti con qualche 
indiscrezione a scoprire le traccie di questo strano amore; e 
prima di tutto, coni' è doveroso, lasciamo il posto a chi ci ha 
preceduto in questa ricerca. 

Il Ginanni, dotto studioso di memorie paesane, accennando 
nel 1762 alla Rasponi nel voi. II delle Memorie Storiche criti- 
che degli scrittori. Ravennati (Faenza, G. A. Archi j). 258) 
primo di tutti, parlando della straordinaria bellezza di Suor 
Felice, asseriva che servì di oggetto di ammirazione ad A. Caro, 
che in sua lode compose tre sonetti. Il Ricci in una succosa no- 
ticina (1), di cui mi valgo, mostra di non sapere onde il Gi- 
nanni cavasse tale notizia, ma è evidente che la tolse dell'ano- 
nima vita, che ci sta innanzi, quando si pensa che il Ginanni 
conobbe questa vita, e ne cavò quella Vita di Donna Felice 
Rasponi monaca e badessa del Munistero di S. Andrea di Raven- 
na estratta da un antico manuscritto inserita, come nota accura- 
tamente il moderno editor della vita, nel Diario Ravennate per 
Vanno bisestile 1876 anno LIX (p. 78). Tornarono sull'argomento 
nel 1870 il sacerdote Andrea Ferretti (2), e sei anni dopo 
Pier Desiderio Pasolini (3). Ognuno d' essi ricavando la noti- 
zia generica dal Ginanni, non avendo studiato la Vita, vol- 
lero indicare quali fossero i tre sonetti composti dal Caro per 
suor Felice. Il primo fu portato da una ricerca fatta nel can- 
zoniere cariano con chi sa quali criteri arbitrari a ritenere 
scritti per la Rasponi i seguenti sonetti: 

1. Donna qua! mi foss'io, qua! mi sentissi 

2. In mortai donna angelica bellezza 

3. Donna di chiara, antica nobilitate 

(1) Op. cit. nota a p. 136, Un. 9 p. 205 di Note e documenti. 

(2) Conni biografici degli scrittori ed illustri personaggi che fiorirono nella 
nobil casa Rasponi di Ravenna - Reggio Emilia 1870. 

(3) Memorie Storiche della famiglia Rasponi ecc. di P. D. Pasolini -Imola 
Galeati 1876 p. 268. 



— 262 - 

Il secondo invece, partendo da un' erronea interpretazione, 
concordava col Ferretti circa l'attribuzione del sonetto numero 
tre; ma agli altri due sostituiva i seguenti: 

1. Chiaro è il Sol vostro, e voi più chiaro il fate 

2. Per dir non cresce, e per tacer non cessa 

Quanto sieno false queste due attribuzioni è già stato da 
altri avvertito: basterà qui osservare che colla prima proposta 
si verrebbe a staccare il sonetto numero uno dagli altri due 
contenuti nel canzoniere cariano e legati ad esso di rime e di 
concetto, e colla seconda si verrebbe a negar fede alla testi- 
monianza del Caro, dal quale sappiamo che i tre sonetti messi 

innanzi dal Pasolini furon scritti per Vittoria Colonna! 

Ultimo il Borgognoni (1) partendo dall'erronea supposizione, che 
i tre sonetti contenuti nella Vita fossero stati scritti dal Caro 
per la marchesana di Pescara, scese in campo ad affrontar la 
questione, e concluse che ai tre sonetti citati fuor di luogo per 
error di memoria dall'anonima biografa di Suor Felice bisogna- 
va sostituire 1 tre seguenti: 

1. Fra la piti bella mano e il piìi bel volto.... 

2. Contro il vostro cortese e gentil uso 

3. Prese Amore in far voi quante mai foro 

Il Borgognoni trova nel primo e nel terzo assai evidenti le 
allusioni allo stato monacale ma, a dire il vero, se è possibile 
conceder questo, per quanto malamente, pel primo (2), non è 



(1) Nuova Antologia -Volume XL" Sem." Il" pp. 241 - 275 Una monaca 
nel '500. L'articolo fu dal li. inserito negli Studj di letteratura storica. 
Bologna, 1891 pp. 265-297. 

(2) Kiuie ed. cit. p. 7 - Fra la più bella mano e il più bel volto .... 
Gli accenni si ridurrebbero al 3'^ verso ove si parla di un velo teso tra 
la mano e il volto; e all'ottavo, in cui si parla del bianco petto e del ne- 
ro manto. Molto più valido e positivo 'per 1' artiiicio, con cui il Caro 
come i contemporanei, ligio anche in questo al Petrarca, soleva alludere al 
nome dell'amat<a con uua qualche parola, ci sembra l'accenno contenuto nel 
verso 13" che termina appunto coli 'aggettivo felice, alludendo probabilmente 
al nome della suora, per la quale il sonetto era stato scritto. ■ 



-- 263 — 

però altrettanto possibile pel terzo. Infatti come sì può citare 
quale esempio in proposito la seguente terzina: 

« E 1' ombra è sol di voi, che sì ri splende: 
« chi ne dice or le forme e i moti e i lumi, 
« cui velo e speco è si leggiadra veste? 

Il velo qui non ha proprio niente che vedere colle bende 
della regola benedettina, e tanto meno lo speco ha che vedere 
col chiostro. Il senso è chiaro, e le due parole sono state ado- 
perate per accennare al corpo della donna celebrata, che poteva 
essere e non essere monaca. Del secondo sonetto il Borgognoni non 
parla; lo accetta senz'altro: ma a nostro avviso sbaglia, che proprio 
nel verso iniziale quell' epiteto cortese basta come vedremo, a 
farci credere, che il componimento fosse dedicato ad un' altra 
donna, sospirata dal Nostro. 

Per cui non ci resta che accettare i risultati del Borgognoni, 
solamente riguardo al primo sonetto non tanto per l'accenno al 
al velo (troppo vago perchè debba intendersi la benda mona- 
cale), quanto per 1' aggettivo felice in fine del penultimo verso 
con manifesta allusione, secondo il solito artificio petrarchesco, 
al nome della povera suora. Si deve credere adunque, che gli 
omaggi poetici, dei quali l' autrice della biografia ci ha conser- 
vato memoria, si debban ridurre per quel che riguarda il Caro 
a questi soli quattordici versi? A questa domanda non è dato 
di rispondere categoricamente, ma pur lasciando da parte quel 
sonetto (1), che si riferisce senza dubbio ad un amore del No- 
stro per una vedova, fattasi monaca, perchè non serve al caso 
di Suor Felice, cui eran state proibite colla violenza lo gioie 
coniugali; noteremo soltanto come a chi legga gli altri compo- 
nimenti poetici d' Annibale non possa sfuggire l' intima con- 
nessione, che col primo di quei tre sonetti ha l'unica sestina (2) 



(1) Ed. cit. p. 6 - La bella vedovetta al cui governo. 

(2) Molto tardi il 6 giugno 1560 accennava ad essa in una lettera ad 
Alfonso Cambi: « Ricevei pih giorni sono una let.* di V. S. . . . né uiancho 
l'ho inviata la sestina, che mi ha mandato a chiedere, pensando di farlo per 
le mani del medesimo Signore o al suo ritorno .... la sestina sarà con que- 



— 264 — 

doppia, attorno alla quale il Nostro abbia lavorato. Il pensiero 
nell'uno e nell'altra è identico, l'autore cioè vuol descrivere sotto 
metafora il modo, in che rimase preda d' amore. Il cuore, egli 
dice nel primo, mi fu ghermito al laccio teso da Amore sul petto 
della mia Donna, ed ora, ardendo ai raggi di lei, fulgido sole, 
è fatto come nuova Fenice, che inebriandosi di luce e di candore 

— in mille guise al dì more e rinasce ~ 

Nella sestina non fa che riprender 1' identico tema, e, va- 
lendosi di questa immagine (leggermente modificata), lo svolge 
am])iamente x>er dodici strofi, quando non si voglia contare il 
il terzetto di commiato. Il cuore del Poeta, accostatosi di trop]»o 
all' amata, si consuma, e rinasce nel foco come la fenice, non 
])erchè la sua donna sia un sole, come aveva affermato nel so- 
netto precedente, ma perchè essa stessa è una più rara Fenice 
che in un fiorito e sacro nido (notisi 1' allusione al monastero) 
brucia e risorge continuamente nel fuoco dell' amore celeste. 
Non sarà inutile notare a questo punto quanto bene si conven- 
ga a Suor Felice 1' immagine ed il nome del favoloso u(;cello 
per 1' assonanza lessicale di Felice e fenice. Anche il medico 
Arrigoni dedicava i sonetti diretti alla Rasponi alla bella et 
osservata fenice (cfr. Vita p. 120). Essa va accostandosi sempre 
di pili alla mèta dei suoi desiderj, mentre al misero poeta 
vengono meno le forze per seguire tanto volo. Tale è la trama 
schematica, e quest'ultimo particolare, che ben s'adatta a Suor 
Felice assorta nella contemplazione del cielo, j)iù che della terra, 
e l' intimo legame logico e formale che ])assa tra il sonetto e 
la sestina, e 1' allusione al monastero contenuta in quel sacro 
nido ci sembran motivi assai ragionevoli per proporre come 
probabile ipotesi, che anche con questo artificiosissimo compo- 
nimento il Nostro si rivolgesse alla sventurata fanciulla della 
nobile famiglia de' Easponi. 

Ma oltre a Livia Colonna ed a Laura Battiferri ed a Suor Fe- 
lice una terza gentildonna ebbe versi d'amore dal Nostro: <;ostei 



sto.... » Di Roma a li 25 maggio 1560 - Mazzucchelli, op. cit. v. 3, Lett. 114 
al Sig.or Alf. Carabi, 



— 265 — 

fu la modenese P]rsilia Cortese, die sposatasi in Roma al nepote 
di Giulio III, Gian Battista del Monte, godè fama ai suoi 
temi)i di non volgare poetessa, ideila primav^era del 1551, rimasta 
vedova, si rivolgeva al Caro, che allora trovavasi in cura a 
CapranicH, pregandolo di coni porle un'impresa. Aggiungeremo clie 
quel Francesco Christiani, cui dobbiamo la pubblicazione dell'an- 
tologia poeti(;a in onore di Livia, sul finir d'una sestina in com- 
pianto della Colonnese invitava Ersilia ad unirsi al coro de' poeti 
deploranti tanta sventura (1). Il primo accenno alla Del Monte 
risale all'undici marzo 1553, e trovasi in una lettera (Mazzucchelli 
Op. cit. voi. II pp. 117-118) indirizzata da Annibale a Monsi- 
gnor di Pola. Siamo negli anni adunque, ne' quali, come già 
vedemmo, più forti eran le ostilità mosse da Giulio 111 alla 
causa di Farnesi, quando cioè Ottavio era dichiarato dal i)a])a 
ribelle della chiesa, ed il cardinale Alessandro aveva abbando- 
nato Roma, lasciandovi quale suo rappresentante il Caro. A chi 
avesse chiesto al porporato quale impresa portasse seco, questi 
avrebbe mostrato rappresentata su una medaglia la nave 
degli Argonauti, minacciata dalle simplegadi. Gliela aveva sug- 
gerita il Caro, il quale, già vecchio, nel gennaio del '63 scri- 
vendone alla Duchessa d' Urbino, commentava in questo modo: 

« la nave significa casa Farnese: i due scogli, quella dei 

Monti (2) che stavano per opprimerla 

Il motto dice TrapaTtXwoojJisv, che vuol significare: gli ])as- 
seremo una volta questi Monti: siccome gli hanno passati a 
salvamento ». Per cui è facile comprendere come quegli anni 
fossero tutt' altro che adatti a favorire una relazione d' affetti 
tra il segretario di casa Farnese ed una gentildonna della fa- 
miglia Del Monte. Ciò nonostante l'idillio fu intrecciato: e n'è 
prova un sonetto (3), nel quale a noi pare di scorgere un chiaro 



(1) Rime in vita e in morte di L. Colonna ed. cit. e. 96 v. E tu splen- 
dor degli alti Monti e colli — donna Cortese, a cni rivolge il corso — ogni virtù 
de 1 chiari ingegni in terra — se ti colse i»ietà d' indegna morte — fa con 
doglioso stile e mesto pianto — che rimbombi 1' Historia infino al Sole. 

(2) Segh. op. cit., V. II Lett. CXCIV. 

(3) Son. Lasso non so come salir mi deggia. Op. cit. p, 12. 



- 'à6é — 

accenno alle diflBcoltà politiche, che si opponevano a questo a- 
more. L'immagine mitologica di Giove adirato contro i Giganti, 
che osarono scalare il cielo, sovrapponendo monte su monte, adom- 
bra molto probabilmente il cardinale Alessandro, sdegnato con- 
tro gli Imperiali, ch'eran saliti in potenza mediante l'amicizia 
di Giulio; e la preghiera, con cui il poeta chiudendo il sonetto 
supplicava Amore a placare l' ira di Giove, è poetica Unzione, 
sotto cui si nasconde la preghiera d' Annibale ad Amore affin- 
chè il cieco dio voglia togliere ogni sospetto dal cuore del Car- 
dinale, cui certo non poteva piacere un vero e proprio innamora- 
mento del suo segretario per la sorella del comune persecutore. 

Ma del resto noi crediamo che il Farnese potesse riposare 
ben sicuro, perchè, per quel che si ricava dai pochi passi, nei 
quali il Nostro parla d'Ersilia, pare si debba credere che que- 
sto amore lion dovesse essere altro che un' abile finzione per 
insinuarsi a prò dei suoi signori nella segreta politica della 
Curia Romana. Infatti a Mons. di Pola nella lettera dell'undici 

marzo scriveva molto chiaramente a proposito di Ersilia « 

disegno di valermene un poco in servizio del padrone. Però non 
mancate di far scrivere et anco di sua mano, se se ne contenta 
una lettera amorevole, pigliando occasione di questo rapporto, 
eh' io ve n' ho fatto » (1). Quattro mesi dopo, il 1. di luglio, 
ripeteva al cardinale « La Sig."^ Hersilia bacia le mani di V. 
8. 111."*, alla quale saria bene, che per ogni spaccio potessi 
mostrare un capitoletto a proposito, perchè in vero mostra molta 
affettione » (2). 

Parrebbe infatti che Annibale riuscisse in tempi tanto tor- 
bidi non solo a mantenere il suo signore in buona stima presso 
di lei, ma ad ispirarle fiducia nei Earnesi: tant'è vero, che due 
anni dopo, quando papa Giulio agonizzava sul letto di morte, 
il Caro poteva scrivere al Cardinale « La Signora Hersilia ha 
mandato per me et dettomi assolutamente che S. Santità non può 
campare se Dio non fa miracoli et mostra un' angustia mi- 



(1) Ronchini op. cit. Lett. XXXVII pag. 377. 
{2) Ronch. op. cit. Lett. LUI pag. 418 



— 26t - 

rabile che ella (S. E. Rev."*) non sia qui, facendo molto de 
l' amorevole verso di lei, et mostrando d' haver in essa tutta la 
speranza » (1). Infine il giorno dopo, annunziando la morte di 
Giulio tornava a scrivere al medesimo suo signore « La S.a 
Hersilia mandò questa mattina per me, dicendomi tutto come 
passava, et mostrando con grande angustia desiderar qui la 

presenza di V. S. 111.'"'' ». 

Finse egli coi suoi Signori o finse con Ersilia? Mascherò 
presso il Cardinale il suo amore con scuse diplomatiche, o si 
valse colla Del Monte del verso e dell' ammirazione platonica 
per trarne, come scriveva a Monsignor di Fola, qualche vantaggio 
a favore della causa farnesiana ! Questa seconda ipotesi a noi 
pare più probabile. Comunque sia, oltre al sonetto già ricordato 
il Nostro ne compose altri cinque (2), tre dei quali non i)Ossono 
esser d' incerta attribuzione, perchè contengono l'aggettivo cor- 
tese od il sostantivo monte con evidente accenno ai due cogno- 
mi d' Ersilia. Riguardo i^oi agli altri due, è ragionevole sup- 
porre sian stati scritti j)er Ersilia, perchè la persona amata 
è detta tra l'altro « donna reale », proprio come la Del Monte 
è detta in una delle tre precicdenti composizioni. È notevole 
come talora il Caro contro il suo solito e contro ogni nostra 
aspettazione, assuma in queste rime un tono spiccatamente 
personale, che ora s' atteggia ad un rabbuffo di sdegno ed 
ora al pathos elegiaco, forse perchè preoccupato dal pen- 



(1) Ronch. op. cit Lett. LIV pp, 421-42 

(2) Op. cit. p. 8. - Coutra il vostro cortese ; p. 31 Real donna cor- 
tese con leggera variante in Amico op. cit. pag. 444; Già non po- 
trete pubblicato per la prima volta dall' Amico a p. 473: in questi 

tre il cognome d' Ersilia è chiaramente accennato . Gli altri due : La bella 

vedovetta Op. cit. p. 6 e P altro a p. 8. Prese amor crediamo 

per pura e semplice ipotesi, sian rivolti ad Ersilia: riguardo ali. perchè sap- 
piamo che dopo la morte di G. Battista Ersilia fece vita monacale (sebbene 
riferibile per la stessa ragione a Livia Colonna); riguardo al 2. perchè fluisce 
coli' aggettivo Reale che il Caro suole usare all' indirizzo di Ersilia; per 
<luauto tale attributo sia stato usato anche dal N. per Giovanna d'Aragona: 

cfr. il son. A voi donna reale a p. 52 del Tempio alla Divina sig. 

Donna G. d' Aragona - Venetia, 1555. 



— 268 — 

siero di render più gradito e persuasivo alla Del Monte il 
suo tributo d' ammirazione. Infatti nei due sonetti, che ri- 
traggono questi lati opposti del sentimento a noi par di 
vedere la riprova della natura di questo amore, che potremmo 
dir diplomatico. Immaginare una scena d' accusa a carico del- 
l' asprezza d'Ersilia, e svolger quest'accusa dinanzi alle donne; 
fare insomma la voce grossa era cosa facilmente attuabile 
anche a mente fredda; ed in vero il poeta potè condurre uno 
dei suoi sonetti piti notevoli per forza rude di pensiero e per 
scultoria padronanza della forma. Ma giungere invece coli' arti- 
ficio a sentir quel senso di forte melanconia, che è il profumo 
direi quasi dell' amore, è proposito disperato, ed il Nostro, che 
volle tentarlo in quel suo sonetto, che incomincia « Già non 
potrete voi fuggir sì luuge » dovè rinunziare a qualunque vel- 
leità di poeta, ed imbrancandosi coi petrarchisti di minor lega, 
si trovò costretto a porre a contribuzione tutta la sua dottrina 
filologica per soddisfare con torme lessicali antiquate alle esi 
genze della rima. Negli altri tre componimenti egli volle cantar 
la bellezza fisica e morale d' Ersilia: impresa relativamente as 
sai facile, ch'egli seppe condurre a termine con destrezza dis- 
simulando la vanità del contenuto col dare al sonetto, secondo 
1' esempio del Casa, un modo di procedere tronfio, che parve 
forse agli occhi dei contemporanei movenza maestosa e solenne. 
Uno di questi tre fu musicato, come si apprende da quanto 
scriveva Annibale il 15 nov. 1553 a mes. Costanzio Porta 

maestro di musica « Intanto delle cose già fatte Vi mando 

quest' altro sonetto sopra la Signora Ersilia de' Monti: se vi 

farete le note, sarà cantato più volentieri che non è letto » (1). 

In questi ultimi anni il canzoniere del Marchigiano s' è 

accresciuto di quattro sonetti (2) dedicati ad una Tullia della 



(1) Segh. op. cit. V. II Lett. XXXII pag. 43. 

(2) Scritti di Storia, di filologia e d'arte. Napoli, R. Ricciardi 1908 (per 
nozze Fedele - De Fabritiie). I sonetti di A. C. sono pubblicati da E. Ca- 
ruso a pp. 119-135 e furono estratti dal moderno editore dal cod. Vaticano 
latino 9948. 



— 269 — 

Valle, di cui nulla sappiamo con jnecisione. Nel primo e nel 
terzo v' ha qualcosa di quella serena compostezza, con cui i 
l)oeti del dolce stil novo celebravan la lode delle loro Beatrici; 
il secondo è pregliiera accorata in cui trema un intenso desi- 
derio d'amore; il quarto infine è preghiera ed inno e confessione 
ad un tempo. Ecco Tullia soi)ra un gaio sfondo di verdure e di 
fiori: 

L' erbetta verde e le vermij^lie rose 

di quest'amena valle, e l'ombre, e i venti 

soavi, e degli augelli i dolci accenti 

e '1 suon de 1' acque tra i bei fiori ascose; 

e le piante felici e rugiadose 

e i pomi d' oro i)iù che '1 sol lucenti; 
o rinnovar gli honori o gli hanno spenti 
de gli horti de le Esperidi famose 

Queir aggettivo famose, che sta lì come zeppa per forza di 
rima, non ci impedisce di ammirare lo squisitissimo quadretto 
ritratto con tanta finezza di colori e con tanta freschezza na- 
turale. Ma non è tanto questa bravura descrittiva, che ci sor- 
prende nel Nostro, quanto certo senso elegiaco soave e triste 
ad un tempo, che pervade il secondo ed il quarto sonetto, e che 
non è frequente nei componimenti raccolti dall'Autore a formare 
il breve canzoniere. 

L' ultima traccia ci lìorta ad una sua passione senile per 
certa Porzia, della quale non sappiamo piìi che il nome. Tra 
gli altri luoghi d' ispirazione, che per 1' esempio del Petrarca 
divennero tradizionali nella lirica amorosa del '500 va posto 
anche quello, che può essere distinto col nome di « motivo del 
ritratto »: ognuno ricorda i due sonetti che il poeta di Laura 
compose sulla figura dell' Aviguonese, ritratta dal pennello di 
Simone Menimi (1). Gran favore trovò un tale espediente arti- 
stico, e tralasciando tutta la congerie di componimenti minori 



(1) Rime ed. cit. son. 78-79 pp. 120-122. 



— 270 — 

basti ricordar qui le famose ottave che il Molza e il Porrino 
composero sul ritratto di Giulia Gonzaga. 

Anche il Nostro ne approfittò e, cogliendo il pretesto che 
Bernardino Gatti pittore della scuola di Leonardo, e piil noto 
sotto il soprannome di Soiaro, faceva il ritratto alla sua Donna 
ne prese le mosse pel suo sonetto. Ma a dispetto delle Muse del 
povero innamorato il lavoro del pittore procedeva ben lento ! 
Infatti il 27 Aprile 1560 scriveva al Soiaro « Quanto al ri- 
tratto de la Signora Porzia Dio sa se io havessi havuto caro, 
che l'havesti finito, ma io non voglio altro da gli amici che si 
vogliono essi medesimi. Se potete finirlo con vostro comodo, lo 
riceverò per uno di quei piaceri, che mi j)ossiate far maggiori, 
quando non, barò patientia. Di qua vi manderò un disegno: a 
ogni modo o di farlo o non farlo lasso juire in arbitrio vo- 
stro » (1). E due anni dopo il 21 marzo tornava a scrivergli 
« Sono stato fin qui aspettando la fine del ritratto de la Sig, 
Porzia, e non venendo, dubito che vi curiate di finirlo. E pur 
non posso credere, che io non habbia ad haver questo favore 
da voi. D' una cosa vi prego a 1' ultimo mi facciate gratia, o 
di farlo, che ve ne barò obbligo infinito, o dichiararmi che non 
potete o non volete attendervi che barò patientia, non volendo 
dagli amici più di quello, che si vogliono essi medesimi » (2). 

§ 7 — I componimenti amorosi che ancora ci restano, sono 
in tutto dieci, e più particolarmente otto (3) sonetti e due ma- 
drigali (4). Li abbiamo qui aggruppati, perchè, essendo essi i)rivi 
di qualsiasi accenno, non è dato sapere per chi fossero scritti. 
Il primo di essi è un rimaneggiamento d' un vecchio motivo, 
che trova il suo precedente storico nel ben noto compianto 
catulliano sul passero, delizia di Lesbia. Meno male il Petrarca, 



(1) Toniitano op. e. L. XC pp. 129-130 

(2) Mazzucch. op. cit. Lett. CXXXIII a B. Sojaro. 

(3) Rime op, cit t. 4 Fedele e raansueto ; p. 7. Quanto più lasso 
ib. Iniqua legge, p. 4. Venne la Donna mia, p. 7. Fera o pia che mi sembri 

p. 7 Altri ohimè del mio sol ; p. 9 In mortai donna; p. 10 Ninfa del 

picciol Reno. 

(4) Op. cit ib. pp. 98-99. 



— 271 — 

che pur entrando in questo stesso ordine d' idee (F esaltazione 
cioè di quanto abbia attinenza coli' amata), si limitava ad invi 
diare l'« Automedon » del carro « triumpbale », ma non si abbassò 
a mostrare invidia o gelosia per gli animali ! 

Però la vera fioritura del motivo catulliano era giusto, che 
dovesse svilupparsi dai frivoli ed aristocratici amori di salotto 
che caratterizzano sotto un certo lato psicologico la società del 
secolo XVI. Ne staremo a ricordare (il che sarebbe fuor di luogo) 
la varie manipolazioni, alle quali andò soggetto tale motivo: come 
])er esempio Mons. della Casa riprendesse a cantar per la Quirina 
il « vago augelletto dalle verdi penne » (1) (un' unica cosa col 
papagallecto del Gei) (2); o come Bernardo Tasso non sdegnasse 
paragonarsi con un goffissimo sonetto al cane affamato (3); o 
come il Ranieri mostrasse in altro componimento il desiderio di 
trasformarsi nel cavallo per sostenere col dorso quella che invita 
a salir seco i suoi desiri (4), o infine come il Navagero riscotesse 
gli ap])lau8i di certo Bartolomeo Riccio da Lugo per la parafrasi 
che del « Lugete Veneres Cupidinesque » condusse in quel 
suo epigramma « Borgettus lepidus catellus ille » (5). 

Un' altra Lesbia, che visse però nei tempi del Caro, e van- 
tavasi di « magnanimi lombi », la famosa Tullia d' Aragona, 
sulla fine del sonetto (6) in compianto di Psichi, il grazioso fi- 



(1) Opere di Mons. della Casa, v. II V.eiietia 1752 p. 66. 

(2) Sonecti, Capitoli, Canzone, Sextina, Stanze Et Strambocti Composti 
per lo Ecc.mo Francescho Cei Ciptadino fiorentino. In laude de Clitia. Sen- 
z' anno né luogo di stampa : però in fine si legge in Firenze per Philippo 
di Giunta cartolaio ciptadino fiorentino auuo Incamatioue Cliristi MCOCCCIII - 
Sit laus Deo. 

(3) Fiori op. cit e. 60 r. Come fido animai 

(4) Fiori op. cit. e. 29 r. 

(5) Opp. di Lud. Castelvetro colla vita di lui per cura di L. A. Muratori, 
op. cit. p. 83 - Dfel resto cfr. a questo propos. Luzio e Renier - Coltura e 
relazioni letterarie di Isabella d' Este in Giorn. stor. d. Lett. It. v. 33 pp. 
46 e seguenti dove si parla dei compianti poetici sulla cagnolina d'Isabella. 

(6) Sonetti della Sig.ra Tullia d' Aragona con le risposte alla 111. ma 
Eccell.ma Signora S. A. S. Donna Leonora di Toledo Duchessa di Firenze 
S, a. né 1, e. 13 r. 



— 272 — 

glio di Lilla, invitava i poeti ad unire le loro alle sue lacrime 
sull' infelice cagnolino. Ma né tra le risposte, nò tra i sonetti 
scritti per lei e stampati in fine a la Thirrenia Del Mutio alla, 
Signora Tullia d' Aragona non è possibile trovare uno, che 
abbia risposto al i)ietoso appello. È lecito supporre che il so- 
netto del Caro invece sia stato scritto per questa occasione ì 
Data l'amicizia del Varchi con Tullia, non i)are inamissibile 
che il Nostro piangesse « il fedele e mansueto animaletto » o 
per aderire al desiderio dell' amico fiorentino o per rendersi 
grato direttamente alla ben nota etera de' tempi suoi. Pura 
ipotesi, ripetiamo, che ci sembra trovi una certa difficoltà a 
reggersi pel fatto, che nell' abbondante ei)istolario del Marchi 
giano non si fa mai parola di questa donna, pur tanto famosa 
a quei giorni. Ma il valore letterario del comjKinimento è troi)i)0 
scarso, perchè ci si j)ossa indugiar più a lungo su questo sonetto. 

§ 8 — Le bellezze i)iù o meno ipotetiche della persona amata, i 
molteplici ed opposti eiìfetti d' amore, detter modo ad Annibale 
di tornar con due sonetti alla stretta tradizione petrarchesca; 
alla solita rappresentazione d' Amore in atto di comporre la sua 
Donna coli' essenza della belle/za terrestre (1), e ai non meno 
convenzionali contrasti dello si)rone e del freno, del ghiaccio e 
del foco, dell' avvampare e del gelare e d' altre consimili con- 
traddizioni in termini (2). 

Ci portano invece in mezzo alla vita umana veramente sen- 
tita e vissuta, due sonetti (3), strettamente legati tra loro se 
non per rime, certo per il contenuto. Nel primo è il presenti- 
mento, suggerito dalla gelosia; nel secondo la catastrofe. Qui il 
poeta non scrisse certo nò col Petrarchino, né col rimario alla 
mano, ma fermò col verso quello stato di incontentabilità e di 
I)aurosa incertezza per l'avvenire, che son proprie talora degli 
amanti. Sia che la sua donna gli si mostri benigna o severa, egli 
non i)uò mai esser felice; perché non i)uò mostrarle ai)pieno quanto 



(1) Prese Amore in far voi .... - Op. cit. p. 9. 

(2) Op. cit. p. 5. Quanto piò lasso e p. 9 In mortai donna ecc. 

(3) Op. cit. p. 6. Fera o pia e 7 Altri ohimè del mio sol... 



— 273 — 

sia 1' ardore , onde il misero amante si sente avvampare. 
Ma l' orizzonte ad nn tratto a' oscura, altri succede al Caro 
nei favori della bella infedele; ed il Nostro profondamente ama- 
reggiato, dispera della morte e maledice amore! Qui non vibra 
altra passione al di fuori della gelosia, quale veramente si ma- 
nifesta nell' animo umano. Così i)ure ispirato parrebbe dai primi 
versi quel sonetto che comincia: <^' Venne la Donna mia, ma 
venne e sparse »; ma subito dopo la prima quartina, allonta- 
nandosi dalla mossa iniziale, il componimento s' irrigidisce nei 
luoghi comuni del petrarchismo, e non può aspirare in tal modo 
a levarsi sulla mediocrità. 

All'opposto gli ultimi tre componimenti, un sonetto (1) e 
due madrigali (2), coi quali si chiude la produzione d' Anni 
baie come lirico amoroso, sia per la i)recisione nel tratto de- 
scrittivo, sia per viva freschezza di colorito, sia pel gusto che 
presiede alla loro costruzione ideale, sono graziosissimi. Il so- 
netto in special modo si può confrontare soltanto con certi piccoli 
riquadri a cesello usciti di mano maestra; i madrigali invece, 
come richiede d' altra parte la loro natura, più che per i)lastica 
potenza piaccion per delicate'zza d' immagini e per ritmo musi- 
cale sajjientemente governato. Questi sono gli ultimi, abbiamo 
detto; ed infatti non da amore, ma da ammirazione fu indotto 
il Nostro, quasi piìi che trentenne, a scrivere per Vittoria Co- 
lonna, la Marchesana di Pescara, tre mediocri sonetti (3) legati in 
catena su un unico schema di rime. A proposito dei quali ecco 

quanto scriveva al Varchi nell'agosto del 1536: « Mattio mi 

dice havervi mandato tutti li miei sonetti a la detta Marchesa, 
che gli ho fatti ad imitazione dei tre fratelli del Petrarca; voi 
non accusate se non uno, e la risposta de 1' Ombroso, qual' è 
un senese de 1' Accademia degli Intronati, segretario di Santa- 
fìora, che mi rispose invece de la Signora, e non me ne fece troppo 
piacere, perchè la Signora aveva promesso di rispondere ella. 



(1) Op. cit. p. 10, Ninfa del picciol 

(2) Op. cit. pp. 98-99, 

(3) Op. cit. pp. 15-16. 



18 — Atti e Menorie della R. Dep. di Storia Patria per le lareke. 1910, 



- 274 — 

Avvisate quel che vi pare di tutti insieme e di ciascheduno per 
sé, che si disputa qual sia o meglio o manco tristo di essi » (1). 

§ 9 — Ed eccoci a parlare della lirica religiosa: ci sbrigheremo 
assai presto; che i componimenti compresi sotto questa rubrica si 
riducono a quattro sonetti (2) e ad una canzone (3). La nota 
in essi predominante lo diremo subito, è sinceramente religiosa; 
cosa assai rara a trovarsi nella poesia sacra del '500. 

Nel Petrarca (è cosa risaputa) il dissidio tra le aspirazioni 
ascetiche ed il sentimento amoroso è continuo, insistente; e nei 
brevi istanti, nei quali le lusinghe d' amore davan tregua al 
Poeta, questi prometteva a sé stesso ed a Dio di volgere ogni 
desiderio dalla terra al cielo. 

Ma erano tutti disegni, che cadevano alla prima rimembranza 
di Laura, ond'è che dal primo proposito di mutar vita (son. 62) 
all'ultimo (sonetto 364), (4) oltre il quale par si debba ammettere 
che la conversione realmente avvenisse, dovettero passare più di 
vent'auni e dovè sparire nel frattempo dalla terra la bella Avi- 
gnonese. Più che religioso del resto il Petrarca si mostra cri- 
stiano, anzi appunto qui sta la ragione, per la quale di tanto 
in tanto sentiva nascer nell'animo forti scrupoli sul suo amore 
terreno. 

Si comprende pertanto come 1' aspirazione a Dio non si 
possa mai disgiungere nel Canzoniere da certo qual rimorso 
pel tempo perduto nei dolci vaneggiamenti, sì che nello stesso 
momento che il Poeta supplica Iddio, maledice o per lo meno 
tenta di maledire la terra. Nel Caro niente di tutto questo: 
finché gli fu di conforto la gioventù, Ser Agresto amò senza 
scrupoli, e non ebbe difficoltà a trovare una via d'accomodamento 
tra le vie del cielo e quelle di questo mondo; e solo quando i 
capelli gli si incanutiron sulle tempie e gli acciacchi della 



(1) Ed. Seghezzi tom. Ili Lett. XI pp. 31-32. 

(2) Op. cit. pp, 29-31. Da quel che desiai : Ecco Signor .... ; Egro e 
d'anni ; Giunta o vicina è 1' ora. 

(3) Op. cit. p. Ili Ahi come pronta e lieve. 

(4) I sonetti in cui piti forte è il dissidio tra amore e religione sono i 
.: 81, 204, 319 e 355, 



— 275 — 

veccliiaia vennero a scuotere la sua salute, s' accorse die quel 
1' accomodamento era effimero. 

Così nel 1554 (aveva allora 47 anni) ridotto molto male da 
nn'infermità, credendo di avere a soccombere compose un sonetto, 
del quale scriveva il 22 febbraio a Mons. di Pola: « Nella mia 
infermità venendo a termine di sputar sangue, ed accordandonii 
d'andarmene, feci il Sonetto incluso, che vi sarà segno in quel- 
l' accidente d' animo assai ben risoluto. Desidero che non lo 
date fuora, perchè non 1' ho voluto di qua dare a ])ersona, e 
l'ho mostro anche a ])Ochi » (1); e quattro mesi dopo (16 giù 
gno) al cav. Raffaello Silvago usciva in queste parole: « Delle 
Muse non ho cavato molti mesi altro che il Sonetto che vi mando, 
fatto si può dir morendo. Sono poi risuscitato; e benché non 
sono aftatto sano però vivo, e son vostro sempre » (2). In real- 
tà noi abbiamo quattro sonetti. Sono i quattro che cominciano 
rispettivamente coi seguenti versi: 1). Da quel che desiai tran- 
quillo ed ermo 2). Ecco Signor che al tuo chiamar mi volgo 3). 
Egro e già d' anni e più di colpe grave 4). Giunta o vicina è 
l'ora.... che i)otrebbero portare il titolo di Appressamento alla 
morte, ma forse Annibale scrivendo al Silvago alludeva a 
quello che incomincia « Giunta o vicina è ì' ora ». Ci conforta 
in quest'idea il fatto che il poeta prende congedo dagli amici, 
e che il componimento fu sottoposto ad una critica acerba dal 
Castelvetro, il quale appunto nel '54 trovavasi nel periodo di 
maggior accanimento contro 1' autore della canzon dei gigli. 

Le critiche sono acerbe, ma sofìstiche e troppo superficial- 
mente pe<lantes(;he perchè possano distruggere la bella impres- 
sione che suscita in noi la lettura di questo estremo saluto in 
rima agli amici, estremo saluto che i)arte dal cuore, per quanto 
sembri accogliere in sé qualche reminiscenza della bella elegia 
che il Molza poco prima di morire rivolgeva ai sodales. Se- 
nonchè mentre nei versi del Marchigiano senti il mesto languo- 
re del saluto di chi sta per separarsi, ma non per sempre; in 



(1) Tomit. op. cit, pp. 76-77. 

(2) Segh. op. cit V. II L. XXXV p. 46. 



— 276 — 

quelli del Modenese (i volgari almeno) trovi nn senso di sbigot- 
timento e di desolazione: quegli ode la voce dell' angelo, che 
lo invita a salire: questi, più pagano, non ha che la visione ter- 
rificante delle Parche irate; quegli tempera il rimorso del tempo 
malamente vissuto coi cari fantasmi della fede e coli' eredità 
d' affetto, che lascia agli amici, questi non vede al di là della 
tomba né luci né mistiche visioni, ma soltanto 1' ombra amata 
di chi fu un tempo suo signore: in tanto smarrimento il morente 
trova un lieve conforto nel pensiero di sopravvivere nei suoi 
carmi I 

Ma pel l!^ostro almeno furono tristi pensieri, che si dilegua- 
rono col tornare della saluto. Portiamoci col pensiero a dieci 
anni più tardi: nel 1664. Egli era vecchio: la vita di cortigiano 
se da un lato gli aveva procurato qualche agio, non gli aveva 
risparmiato amarezze e delusioni ultima quella d' esser pri- 
vato, come vedemmo, del pane dal Cardinal Farnese per non 
essere più atto a render servigj di sorta. Il trovarsi vicino al 
sepolcro dopo aver veduto sfiorire 1' una dopo 1' altra tutte le 
superbe speranze, onde forse s'allietò la sua giovinezza, le cian- 
cie e i pettegolezzi dei letterati in Banchi sui suoi dissapori 
col Farnese e sugli strascichi della lite col Castelvetro eran 
tutte ragioni, che unite agli acciacchi del corpo, all' indebolirsi 
della vista dovevano fargli accogliere nell' animo un certo di- 
sgusto ed un certo pessimismo. Nel dolore, nella meditazione 
gli s'apriva, ultimo rifugio, il cielo, ma mentre l'anima avrebbe 
desiderato ricongiungersi al suo Fattore, il cumulo di memorie 
scendeva più doloroso sopra di lui, ond' é che anche di Cara- 
villa, che pure era il luogo remoto, ove s'era illuso di passare 
serenamente la vecchiaia, lontano dalla vita procellosa della 
città, scriveva: 

« Girasi il cielo, e '1 mio destino è fermo 
« io muovo e '1 duolo è meco e sì gravoso 
<! che per moto o per requie anco non poso: 
« qual dunque ho contra morte o fuga o schermo? 
« Lasso me, che i miei dì son giunti a riva I 
<< Ma s e questa eh' io soffro amara noia 



-- 277 — 

« Signore è voce tua, che a te m' invita, 
« Languisca e piìi non speri e non più viva 
« questa fral carne mia, sol che in te muoia 
<<. che ne V una è il morir, ne 1' altro è vita. 

Chiuso nella meditazione, Annibale sente, non ricorda Iddio, 
e lo sente come forza d' amore, che tutto abbraccia e perdona. 
Perciò, quantunque pensoso di tante debolezze commésse, non 
teme di supplicarne 1' affettuosa assistenza: 

« Tu, se tra via mi stanco o se m'arretro, 
« soccorrimi or di grazia, or di perdono 
« e Maddalena ti rammenta e Pietro. 

Ma ancor lunga era la strada, che al pellegrino restava di 
compiere; onde tempo egli chiede, non altro, perchè possa ar- 
rivare alla mèta. Questo desiderio espresso in un secondo so- 
netto dettò al nostro queste due stupende terzine, nelle quali, 
come fu notato da autorevolissimo critico (1) senti proprio pal- 
pitare e lo spavento del periglio e la speranza fiduciosa. 

Non più vita, signor, spazio ti chieggio 
a morir salvo. E già eh' ora m' è dato 
sperar, perchè se' pio, perchè mi pento 
La tua salute e la tua gloria veggio; 
e vengo a te del mondo e del mio fato 
e d' ogni affetto uman pago e contento. 

In tale stato d'animo Annibale scrisse la canzone, accennata 
più sopra. Questo componimento notevolissimo lascia a dietro 
a sé di gran lunga tutta l'altra sua produzione lirica, ed è tale, 
che basta da solo a togliere il Caro dalla moltitudine dei poeti 
mediocri del tempo suo ed a dargli un posto speciale a sé. 
Dalla villetta di Caravilla egli getta uno sguardo sulla sua 
vita, e nello scoramento, onde si sente invaso dinnanzi alla 
caducità d'ogni cosa, dall'elegia individuale fa' sgorgare ampia 



(1) F. C. Pellegrini, il quale negli Elementi di Letteratura, già citati ha 
istituito un bel raffronto tra questo sonetto del Caro (Egro e già d' anni e 
più di colpe grave) ed un altro del Buonarroti: vedilo a p. 215 dell'op, cit. 



— 278 — 

é triste e solenne ad un tempo la nota umana. La corsa affan- 
nosa dei suoi simili dietro a ciò, cbe volgarmente si crede 
piacere, il disprezzo , clie nasce nell' uomo arrivato ai suoi 
giorni estremi, jjer le lusinghe dei sensi, la speranza di soprav- 
vivere tra i posteri formano i terni, che si svolgono e s'intrec- 
ciano e si fondono in beli' armonia, in cui l'austera maestà del- 
l' endicasillabo porta la nota grave tra il leggero e volubile 
martellar del settenario. Vigoria di rappresentazione S[)ontanea 
fluidità d' immagini, trasparenza di forma, sincerità, ecco i 
pregi fondamentali della canzone. Noi vediamo nel Caro 1' uo- 
mo sconfortato di quanto la vita, e la terra han d' illusorio, 
desideroso di spiegare il volo per le aeree regioni dell' idea, 
ma non ancor ])ronto; che gli sorride in cuore un'ultima me- 
moria dei giorni, eh' egli credette di gioia e d' amore. Tenie 
ancora di essere nuovamente impedito nel mistico viaggio dai 
dilettosi errori, e promette a sé stesso di mutar vita se pur 
com' huom che ancor la carne senta non lo farà turbato qualche 
sospir del bel tempo passato. 

Non il predicatore, insomma, non il retore stoico, che sul- 
l'orlo della fossa faccia sfoggio di virtù, ma l'uomo che guarda 
nei cieli, e non sa ancora rinunziare alla terra. Bisognava che 
sfiorissero le vane speranze ed i bei sogni della gioventù, biso- 
gnava che la vecchiaia e le delusioni e gli acciacchi portassero 
in lui lo sconforto, perchè, sciolto da ogni e qualunque vincolo 
cercasse nella poesia un libero sfogo al suo cuore. È inutile 
dire che solo proponendo all' arte sua tali scopi potè riuscire 
vero e forte poeta. 

§ 10. Cominciamo da un piccolo gruppo di sette componimenti, 
che si potrebbero distinguere pel soggetto, di cui trattano, col 
nome di Farnesiani. Sono quegli stessi, ai quali riferi vasi Gr. B. 
Caro, quando, nel dedicare il canzoniere dello zio al giovane 
duca Alessandro Farnese, lo invitava a i)re8tar orecchio alle 
« molte laudi dei suoi maggiori «ivi contenute. Infatti, sebbene, 
come vedremo, Annibale non rispondesse ai superbi sogni del 
cardinal Alessandro, che s' era illuso d' aver trovato nel (^aro 



l'Ariosto glorificator de' Farnesi, il Nostro si sforzò di far quanto 
meglio potè per rendere soddisfatto il padrone. 

§ 11 — Ecco una canzone allegorica sentenziosa', che vorrebbe 
essere un' apoteosi di Paolo III. Il poeta immagina d'essere ratto 
in un' estasi: dentro una nuvola di luce, e circondata d' ampio 
corteggio, vede scendere su Roma dai cieli una donna maesto- 
samente bella. Essa rivolgendo la parola agli uomini narra la 
sua origine divina, le grazie, che ha largito alla terra, e la 
causa, onde s' è mossa dai beati scanni: predice prossimo 1' av- 
venire di un' era di felicità e, gittando dall' alto un nembo di 
gigli, la bella figura scompare. Il Poeta svegliatosi riconosce 
nei fiori sparsi sul terreno la gloria dei Farnesi. Questa donna 
che si vanta d' essere la [)rima meraviglia, dice il critico mo- 
denese della Perfetta poesia « è la virtìi propria del benefat- 
tore », (1) ma secondo noi va più propriamente intesa come 
allegoria della Divina Provvidenza. Così almeno par d' inten- 
dere da quanto essa dice: 

« E quando Dio pietà vi mostra e zelo, 

« me sol vagheggia e meco si consiglia 

« che son i)iìi cara e più simile a lui. 

« E che tien caro ? e che gli assomiglia 

« Più che il giovare altrui? 

« Io son che giovo ed amo 

« e dispenso le grazie di lassuso 

« sì come piace a lui, che le destina. 

Perchè essa torna a dispensare le sue grazie al mondo f 

« Per amor d' uno io scendo 

« a star con voi eh' hor sotto umana veste 

« simile a Dio siede beato e bea 

Costui, nemmeno a dirlo, è Paolo III, qui esaltato con termini, 
che al Muratori parvero toccare il sacrilegio. Tutte le virtù 
umane e le divine sono raccolte in questo mortale, prediletto 
da Pallade e da Citerà, dalla fortuna e dalle virtù: ond' è che 



(1) L. Maratori - Perfetta Poesia - Lib. IV, 



— 280 — 

quanto v' è di bello in terra, tutto prende origine da lui. Egli 
è esempio di generosità al volgo avaro degli umani. Ben più 
felice sarebbe la vita, se gli uomini lo imitassero. Amore tor- 
nerebbe ad aleggiare sopra tutti: né l'uomo diffiderebbe del- 
l' uomo, ma ovunque trionferebbero la pace e la gioia. 

Fin qui il poeta s'era limitato a vagheggiare puri fantasmi 
di luce e bellezza, ed ritrarli colla serenità, con cui si contem- 
plano le cose, elle attraggono, ma non scuotono: a questo punto 
però egli si lascia andare, come da altri fu notato, ad un bel 
raijiraento lirico, che chiude in modo degno questa canzone. La 
quale se non si anima nel suo svolgimento sotto il fuoco vivi- 
ficante degli affetti e della passione, rimane però sempre note- 
vole per serena compostezza di procedimento logico, per scelta 
accuratissima d' immagini, pel classico modo infine, onde il pen- 
siero s' adagia in una forma sobria e stringata. 

A Paolo diresse ancora un sonetto (Se l' importuno em- 
pio ecc. Amico p. 475) nell'ultimo anno del suo pontificato, 
quando più torbidi volgevano i tempi per la Chiesa, pel sommo 
gerarca e pei Farnesi. Ancor fresco era il lutto piombato so- 
pra di lui per la morte atroce dell'unico figlio, che con tanto 
affetto paterno aveva condotto alla potenza; la guerra contro gli 
Imperiali, primi ispiratori della congiura, andava a rovescio; e 
perfino Ottavio, il nepote, piuttosto che ubbidire agli ordini del 
vecchio pontefice stringeva alleanza coi nemici comuni. Che 
ne morisse di crepacuore è fama diffusa, non però accertata; 
ma senza dubbio i tempi giustificavano l' immagine della 
nave pericolante tra i nembi, con cui il Caro ed il Molza al- 
ludevano al pontificato di Paolo. Tra il 1543 e il '47 va posto 
1' altro sonetto (O del Terreno Oiove), nel quale, alludendo alle 
contrarietà mosse dagl' luiperiali a Pier Luigi, cui il componi- 
mento era indirizzato, s' augurava eh' egli riuscisse non solo a 
render più salda la signoria di Piacenza, ma a salire in tanta 
gloria ed a sì alto grado da potere passare nella memoria dei 
posteri, come un nuovo Ciro o un nuovo Alessandro. 

§ 12 — Più poetico argomento invece era il matrimonio, che 
concludevasi in Roma tra Vittoria Farnese, l' unica figlia di Pier 



- à8Ì - 

Luigi e Guidubaldo della Rovere, duca d'Urbiuo. Le trattative 
erano state difficoltose, ma in compenso non lunghe: che la 
lettera, con cui mons. Della Casa rallegravasi di Venezia, 
ov' era nunzio apostolico, col papa pel nuovo parentado è degli 
11 di giugno del '47 (1), e l'altra, con cui rendeva avvisato 
Paolo dell' imminente arrivo del Roveresco per concludere il 
matrimonio, è del 29 ottobre dello stesso anno. Erano nozze 
principesche, e la sposa per di più apparteneva alla famiglia dei 
Farnesi: è inutile aggiungere perciò, che non potevano mancare i 
versi d' occasione. IÌ Cappello si mostrò piiì degli altri fecon- 
do (2); che trovò modo di stemperare un ei)italamio, più cinque 
canzoni non brevi e sei sonetti. Naturalmente è tutto un lavoro 
invita Minerva! E pensare che se si fosse così ingenui da pre- 
star fede a quanto il poeta ostenta, si dovrebbe credere che 
l' entusiasmo rasentasse l' esaltazione. Taut' è vero, che non 
sapendo decidersi a staccarsi dalle Muse tra 1' altro diceva nel 
commiato del primo componimento: 

« Ferma il passo canzon, che già ti segue 
« non molto di lontan fida compagna 
« che della fretta tua troppo si lagna. 

E difatti in un'altra sullo stesso metro, non contento di atteg- 
giarsi a veggente, e di predire ai suoi eroi glorie e trionfi e 
di ritessere tutti i luoghi comuni dell' encomio, non esitava a 
prostituire le sue povere Muse, facendo far loro la parte poco 
lusinghiera di pronube di tai nozze. 

11 peggio è, che nel commiato tornava a prevenire questa 
seconda canzone, che tosto un' altra sorella le avrebbe tenuto 
dietro; né mancò alla promessa. In questa ancor piti strana, 
per dir così, della precedente il Poeta procede diritto e franco 
per una strada ben perigliosa; che in quella aveva esortato Ime- 



(1) Ronch. op. cit. lett. 34 p. 181 (r), cfr. ib lett. 51 pp. 230-231 

(2) Cappello Rime ed. cit. cap. 17. La morte onde il Metauro p. 148; 

18 Rende dei frutti suoi p. 150 ; 19. Ecco la sposa illustre p. 153 ; 

Poiché m' infiamma ancor p. 215; 21. Poiché '1 dolce desio p. 161; e i 6 so- 
netti che sono a pag. 158-160, 



— 282 -• 

neo ad accendere le sue faci, in questa celebra addirittura l'av- 
vento d' amore e del suo corteggio. Fortunatamente, come il 
Poeta ci fa sai)ere sulla fine, le Mus<^ dalle rive del Metauro 
se n' erano tornate in Elicona, altrimenti le avrebbe ancora 
solleticate a cantare. E vero è che anche da solo non si sbi- 
gottì, e trovò modo di comporre altre due canzoni e, come ciò 
non bastasse, aggiungeva (già lo dicemmo) sei sonetti interi ! 
Si vuole un saggio di questi componimenti barocchi e talora 
un po' fangosi? Ecco com' ei parla dell' alto onore toccato a 

Guidubaldo. 

« Il Vicario di Christo, a cui da molti 

« De' nostri Ee piìi chiari ai figli in moglie 

« Chiesta era 1' alnui sua cara nepote, 

« Né mai di consentire alle lor voglie 

« Ebbe cura, tenendo i desir volti 

« Solo al ben delle genti a se devote, 

« Poiché il Ciel per ornar 1' alte sue rote 

« Tolse al Duce, che aff'rena il bel Metauro 

« L' illustre donna, a cui pria congiunto s' era, 

« Perchè alcuna virtìi fra voi non pera 

« Ma rinverda la bella età dell' auro 

« Quest' un fra mille valorosi elesse, 

« E la vergine tanto desiata 

« A far felici 1 nostri tempi nata 

« Per legittima sposa a lui concesse ».. (e. 18 p. 151).. 

Nò crediamo sia bene andare avanti. Piìi fortunata senza dub- 
bio fu Vittoria, la quale, se passò da Koma a Urbino, accom- 
pagnata da pochi versi, e non certo stupendi, per lo meno mostrò 
d' essere molto più favorita dalle Muse di quello, che non lo 
fosse il ducale consorte. I due sonetti, ai quali alludiamo sono del 
Caro (Vinto avea il mondo e Avea 1' ira: Rime op. cit. p. 14). 
Il primo senza dubbio è il migliore. Vittoria, spontaneamente 
o no, s' era dedicata a vita contemplativa, e pareva destinata 
a chiuder la sua vita in un convento^ quando Guidubaldo, ri- 
masto vedovo, si presentò quale i)retendente alla sua mano. 
Paolo III, che vedeva pericolare i Farnesiani in special modo dopo 



— 283 -^ 

il colpo sanguinoso della congiura, accettò con entusiasmo di 
stringere alla sua la famiglia dei Della Rovere. Appunto per 
questi particolari storici, vagamente esposti sotto l'allegoria, il 
sonetto non è solo il risultato armonico di i)arole, ma è un 
commento poetico, direi quasi dei fatti politici. Paolo contento 
del matrimonio diventa Giove coll'olimpico sorriso sulle lab- 
bra; Vittoria è adombrata nella palma, e il Della Rovere nella 
quercia: il dattero riferito alla prima è immagine d'abbondanza, 
la ghianda riferita al secondo lo è di fortezza e di temperanza. 

Invece non si riesce a capir nulla fuor che 1' augurio finale 
nel secondo sonetto. Esso risulta di una complicata allegoria 
mitologica, ristretta in sì breve cornice: oltre all' oscurità del 
senso, le immagini sono perfettamente 1' opposto di quelle, che 
s' incontrano nelle rime del Cappello: in queste sono sciatte, 
in quelle sono astruse (1). 

§ 13 — Il cardinale Alessandro, come quello, che per maggior 
tempo ebbe direttamente ai suoi servigi il Marchigiano, ne ottenne 
un tributo di versi non grande, ma in ogni modo ])iù copioso 
di quello dato agli altri di sua famiglia: maggiore senza dubbio 
sotto l'aspetto di quantità. Cominciamo dalle due canzoni: queste 
sono belle, (va detto senza riserva), ma in modo diverso. La. 
prima è d'una bellezza vigorosa, rude talora, ma vibrante di 
forza e d' inspirazione, la seconda invece d'una bellezza serena 
e composta, determinata dalla sua stessa natura di componi- 
mento allegorico, come riscontrammo più sopra nella canzone 
per Paolo. L' una fu com])Osta senza dubbio nel '50, quando 
spentosi Papa Paolo, il cardinale Alessandro col sacro collegio 
se ne stava rinchiuso in concistoro per l' imminente elezione: 
l'altra non si sa ben quando, che in essa manca ogni accenno. 
Ma pare si debba credere composta posteriormente perchè il 
Poeta, (e lo vedremo) ne parlava sei anni dopo in una sua 
lettera come di cosa non ancor vista dal cardinale. Quella del 



(1) Per i due souetti confr. Segh. op. cit. voi. I. A questi aggiunsi un 
sonetto. Ecco che alfin.... stampato a pag. 130 dell' ed. cit. Lett. CLXI 

p. 195. 



— à84 — 

'49 è un interessaatissimo componimento, da noi messo in luce 
ed illustrato quattro anni or sono e rinvenuto in una miscella- 
nea di rime, contenuta nel codice Magli abecLiano, distinto colla 
segnatura VII-1184 (1). L' attribuzione è troppo chiara, perchè 
se ne possa dubitare: la didascalia è così concepita « Can- 
zone di mes. A. Caro al Card. Farnese ». Non è breve, che 
consta di sette strofe, ciascuna delle quali risulta di venti versi 
piìi un commiato di otto, per cui nel complesso si distende per 
centoquarantotto versi. 

Nella prima stanza il Poeta giustifica il suo ardire, che 
potrebbe sembrare eccessivo, di prender la parola, quale inter- 
prete dei veri amici della fede, non dei cristiani paghi soltanto 
dell' esteriorità. Nelle due successive pone in rapido raffronto 
i tempi, nei quali la grazia divina si riversava sulla terra per 
mezzo dei santi e dei beati coi tempi, nei quali l'autore viveva 
così pieni di stragi e di sangue per esser la sposa di Cristo 
degenerata tant' oltre nel vizio. 

(;0sì s' apre la via ^ supplicare il card. Alessandro di cer- 
care un riparo a tanta jattura: oh ricordatevi, gli dice, dei cri- 
stiani, santificati sugli altari; di coloro eh' ebbero in odio ferro 
oro e veleno, di Leone ad esempio, il quale non con armi, ma 
colla semplice parola arrestava la furia cruenta del flagello di 
Dio ! Guardate 

quanto è mal che la Christiana insegna, 
che dovrebbe innalzar Codro e Fabrizio 
calchi col piò Sardanapalo o Mida! 

Cenno ben chiaro questo alla lussuria ed all' avarizia, che 
trionfarono col Borgia: — .... quell' hispano — le cui colpe co 
verse un ampio tetto I Dante aveva additato la causa dello 
scadimento della Chiesa nella dote, di cui Costantino investì il 
primo ricco patre: il Caro 1' addita invece nella confusione de- 
gli animi svigoriti nella fede e privi d' ogni morale conforto. 



(1) Ci permettiamo di rimandare il lettore al un nostro articolo Del Caro 
poeta lirico in Le Marche, Anno Vili, voi. II fase. 3, 4. 



— 285 — 

Canzon, nel sacrosanto almo senato, 
che chiuso in Vatican consulta e prova 
di dar progenie nuova 
a la vedova madre, 
un signor troverai grave e pregiato: 
digli: Prudente padre 
un pastor brama Italia e i figli suoi 
conforme al gran Voler, et regna in voi. 
Intendeva il Caro con questo componimento esortare il Car- 
dinale al pontificato ? oppure ad adoperare ogni sua forza perchè 
l'elezione cadesse sul prelato piìi degno? Sebbene qualche passo 
(vv. 1-2 della 5* stanza; e vv. 13-26 della 7* stanza) possa per 
un momento far pensare che quest'ultimo fosse lo scopo d'An- 
nibale, da tutto il resto risulta chiaro ed evidente che il IS^ostro 
volle veramente confortare il cardinale Alessandro a farsi eleg- 
gere papa. Basterebbero a provar ciò i versi 3-5 della prima 
strofe, nei quali il Poeta dice esser stato il suo signore pre- 
destinato a divenir padre pietoso al maggior huopo nostro in 
Roma; oppure gli altri sei (vv. 11-17) della quarta strofe, od 
infine il commiato; il cui senso è così chiaro che non ammette 
ambagi di sorta. Non solo: si ponga mente anche alla costru- 
zione ideale della canzone. A quale scopo si richiamano nella 
quinta strofe alla memoria del Farnese i nomi dei papi più 
cospicui per zelo e santità? Lo dice il poeta stesso: perchè da 
essi il cardinale tragga V esempio al grande effetto, a risanar cioè 
la cristianità caduta tanto in basso. E perchè il Cardinale po- 
tesse imitar 1' esempio dei grandi apostoli di virtù, che s' eran 
succeduti sul trono di S. Pietro, bisognava prima ch'egli fosse 
scelto a sostenere 1' altissimo ufficio. 

Tutto sommato perciò, noi crediamo che il Marchigiano in- 
tendesse esortare il cardinale Alessandro a salire sulla cattedra 
apostolica, lasciata vuota dal btion veglio antico Paolo III, che 
per tre lustri aveva retto le supreme sorti della Chiesa (1534-1550). 
Pertanto la canzone fu composta secondo noi nella x^rima- 
vera del 1550 dnrante il conclave, .fatto dopo la morte di Paolo, 
onde uscì papa Giulio III. 



— 286 — 

Finalmente qui abbiamo poesia vera e sentita. L' anima 
(!' Annibale s' espande, per dir così, sui contemporanei; ne rac 
coglie le voci ed i desideij, traduce questi e quelle in immagini 
d' arte, e proclama in faccia ai j)otenti senza scrupoli e senza 
compromessi ciò che a lui sembra la verità. La rampogna d'un 
luterano contro la curia romana poteva esser più sanguinosa, 
ma non piìi efficace di quella che Annibale affidava alla strofe. 
11 poeta qui è l'interprete dei credenti onesti o virtuosi d'ogni 
terra, e perciò la sua parola acquista qualcosa d' universale. 

Egli chiede da principio (1* stanza) perdono al Cardinale per 
aver ardito di rivolgergli il verso, non prevedendo (né poteva d'al- 
tro canto prevederlo) che nello svolgersi delle strofi la commo- 
zione, onde sarebbe stato investito, l'avrebbe spinto a commet- 
tere audacie ben più grandi, e ben più bisognevoli di scusa. 
Che certo al Farnese non poteva tornar gradita la fosca de- 
scrizione, che il poeta fa' della Chiesa dei giorni suoi, perchè 
era la condanna del pontificato, retto per quindici anni dal 
1' avo; e tanto più amaro pel nepote d'un papa nei»otista, quale 
fu Paolo, doveva riuscire il rimbrotto contro le dilapidazioni^ 
perpetrate dai papi ai danni dello stato della Chiesa. Ma il 
Caro, quando scriveva questo componimento, sentiva fonder nel 
cuore i sentimenti suoi x>TOpri personali con quelli dei contem- 
poranei, e dinnanzi alla fantasia gli balzavan vive della sua 
vita le immagini più espressive e più adatte: poteva egli preoc- 
cuparsi in tali circostanze, se qualcuna d' esse avrebbe urtato 
le suscettibità di qualcuno"? Così idea e parola, immagine e 
frase, sentimento ed arte, s' accordano in un concento, i)ieno 
di forza e robustezza, se non ricco di lenocinj stilistici, dal 
quale erom])e ben alta ancor oggi la voce di rampogna d' un 
popolo intero, indignato dinanzi alla corruzione dei suoi pastori. 

Della seconda canzone ci sbrigheremo con poche parole. Il 
20 aprile del 1554 Annibale scriveva a Mons. di Fola: « Mandovi.... 
di più una canzonetta, che feci già in laude del Padrone, la qual 
credo non l'habbia mai letta, e almeno non debba haverla molto 
considerata. Vi prego a fargliela vedere con buona occasione, 
perchè avendoci durata fatica non vorrei averci perduta la ma- 



— 287 — 

iiifattuia, essendo inassi inamente delle manco ree, che il poeta 
abbia fatto » (1). 

Si riferiva alla canzone che incomincia: « Ne 1' apparir del 

{;iorno ». Il poeta, cui il cuore questa volta poco o nulla 

dettava, tornò al solito espediente della visione. Immagina di 
veder seduta sulle rive del Tevere una bellissima donna, la 
vaga Maggia la quale si vanta d'esser sorella e ministra di Ve- 
nere, d' esser nutrice d'amore: costei sul punto di partire (come 
già 1' altra della canzone in lode di Paolo III) trae dal seno 
un nembo di fiori, di fiamme e di strali, onde il terreno resta 
tutto ricoperto: il X)oeta vorrebbe raggiungerla, ma essa fugge 
troppo rapidamente, sicché stanco prega Amore affinchè voglia 
fermarla. Forse egli volle alludere con questa Maggia a Venere 
celeste: V encomio sta nella terza strofe, ove dal raffronto tra 
le due Veneri (la celeste e la terrestre) il Marchigiano trae 
motivo per l'apoteosi dei Farnesi. Il defunto papa Paolo diviene 
un Anchise, Ottavio un Marte ed il card. Alessandro un Adone. 

Annibale diceva, come vedemmo, che questa era una delle 
sue canzoni men ree: noi non esitiamo a giudicarla bella, ma 
d' una bellezza glaciale, stilisticamente irreprensibile ma sostan- 
zialmente priva di vita e calore: in ogni modo essa non ci sembra 
inferiore all' altra per Paolo III. 

Quando il Caro, maturo d' anni e di senno preparò per le 
stampe il volumetto delle Rime, delle due canzoni in lode del 
cardinale ripudiò quella del '50, accolse 1' altro del '54; e la 
ragione di ciò va esclusivamente cercata nel tono aspro, che 
assume la prima nel censurare i corrotti vicarj di Cristo. Di 
vulgar per le stampe questo componimento nel pieno affermarsi 
della reazione cattolica, era lo stesso che provocar sospetti, 
censure e forse i)eggio: si comprende perciò come l'autore pre 
ferisse condannarlo all' oblio. 

Ai suoi signori il Caro volle dedicare anche due sonetti (2), 
il primo fu scritto nell' ottobre del '56 per la ricuperazion di 



(1) Tomit. Lett. LUI p. 80. 

(2) Segh. op. cit. voi. V 36-37 cfr. Segh. voi. II Lett. CXCIV, p. 251. 



— 288 — 

Piacenza da parte d' Ottavio; ed il secondo nel!' autunno del 
'58 a commento d' un' impi'esa, che il Nostro aveva ideato per 
lo stesso Ottavio, quando questi era in guerra col duca di 
Ferrara (1). 

Oltre a questi comi)oniraenti la poesia encomiastica del 
Marchigiano si riduce a ben poca cosa. Un sonetto (2) i)er il 
buon vescovo di Fossombrone, quando questi nel 1538 se ne 
tornava dalla Spagna, dove aveva sostenuto una legazione presso 
Carlo V (3); un altro (3) scritto nel 1560 per discolparsi presso 
Cosimo di certe accuse, che gli eran state mosse dai eastelve- 
trici (5), ed infine altri due (6) per il ritorno del card. Com- 
mendone da un lungo viaggio apostolico. 

Ma di tutti questi, dei quali ])uò ripetersi il dantesco — senza 
infamia e senza loda, — basterà 1' accenno già fatto: passiamo 
ad un altro gruppo di rime, che colle encomiastiche hanno 
parecchia affinità. 

§ 14 — Vogliamo dire alle tenzoni poetiche: a che cosa si ridu- 
cono esse in sostanza? 

Seguendo la vecchia tradizione, che pone capo alla poesia 
trovadorica, il proponente manifesta talora all'amico un dubbio 
d'amore, e gli chiede il suo parere in proposito; ma piìi spesso, 
secondando i gusti del tempo, accatta i soliti luoghi comuni 
dell' encomio, e li esagera nel breve giro di quattordici versi 



(1) Tomìt. op. cit. pp. 98-99. 

(2) Seg. V. II Lett. CXCIV p. 251. 

(3) Opp. di Mona. Giov. Guidiccioni ed. cit. pp. 148 e sgg. Lettera 
con cui il Guidiccioni ringraziava il Caro: gli rispondeva inoltre per quanto 
senza legarsi allo schema delle rime del Caro con 3 sonetti: dei quali l'uno 
è quello che comincia: Per me da questo mio romito monte e cfr. Segh. op. 
cit. voi. I Lett. XXX pp. 48-49 con cui il Caro ringraziava a sua volta il 
Guidiccioni dei 3 sonetti. Il sonetto del Caro sta in Rime op. cit. p. 127. 
Né veder basso .... Sul Guidiccioni vedi Ezio Chiorboli - Giovanni Guidic- 
cioni - Iesi, 1907; e sul Guidiccioni e sul Caro qualche buona osservazione 
contiene lo studio del Sasso - A. Caro e Giov. Guidiccioni, Fabriano, 1908. 

(4) Rime op. cit. p. 20 O quanto ecc. 

(5) Segh. op. cit. v. II Lett. CXXXI p. 152 e Lett. CXXXIX p. 160. 

(6) Segh. op. cit. V. II Lett. CLXV p. 173 e Lett. CLXXVI p. 207, 



— 289 — 

al punto da arrivare al paradosso. Ciò non vuol dir nulla: al 
])oeta scrivente importa soltanto assicurarsi un adeguato ricam- 
bio di lodi, e di comporre un sonetto con rime tanto diffìcili e 
rare, che molto difficilmente la risposta, obbligata allo stesso 
giogo tirannico, possa vincere la ])roposta in bellezza ed eleganza. 
Invano in queste coppie di sonetti lo storico cercherebbe un 
lieve accenno personale che getti uua qualche luce sui due 
poeti: soltanto il retore potrebbe seguire in quel palleggio di 
complimenti il vario atteggiarsi della parola e della frase per 
esprimere cose fondamentalmente identiche, senza contravvenire 
alla legge prosodica. 

A venticinque assommano i sonetti indirizzati al Caro, 
quelli per lo meno inseriti colle risposte nel Canzoniere; che 
di molti altri non avrà fatto tesoro o per poca stima, che facesse 
degli autori, o perchè non si sarà curato (qualunque ne sia 
stata la ragione) di dare ad essi una risposta. Questa parte 
assai voluminosa (50 sonetti tra proposte e risposte) non pre- 
senta alcun carattere rilevante: il solito ciarpame adulatorio 
l)er argomento (eccettuato per uno eh' è un dubbio d' amore), la 
solita ricerca d' espressione; il solito martirio della frase e del 
costrutto. Qui davvero tutto si riduce a parolej nient' altro che 
a parole: eppure tra i cospicui figurano i nomi del Varchi, 
del Molza, dell' Asinari, del Raineri, del Cappello, del Rota, 
d' Angelo di Costanzo, della Battiferri, del Della Casa e del 
Guarino, giovane allora di venticinque anni, ignoto ai più (1). 
Invece di soffermarci piìi oltre su questo vaniloquio, sarà 
meglio dir qualcosa d' un altro gruppo di poesie, meno nume- 
rose delle i)recedenti, ma assai piìi interessanti perchè conser- 
vano una qualche eco dei tempi, nei quali furon composte. Si 
potrebbero denominare pel loro contenuto poesie storiche. 



(1) Il 28 ottobre 1564 il Caro scriveva a questo proposito al nipote G. 
Battista in Eorna: « Tufonnatevi chi sia quel Batista Guarino che mi scrive 
la lettera col sonetto che mi mandò incluso da Ferrara che secondo Io 
scrivere dev'essere di qualche considerazione ». Mazzucch. op. cit. voi. I, 
Lett. 356 p. 75. 

19 ~ Atti e Mefflorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marcke. 1910, 



— 290 — 

§ 15. — Nel 1535 quando Carlo V tornava trionfante in Italia 
dalle coste settentrionali dell'Africa dopo essersi impadronito di 
Tunisi ed aver reso vassallo Chaireddin, Annibale s' univa al 
coro dei poeti bene auguranti al Monarca, che pareva destinato 
a ricostituire un impero assai più vasto degli antichi. Il sonetto (1) 
ha carattere epigrammatico ed un modo di procedere magnilo- 
quente: dopo tante guerre, il poeta dice a Carlo, non vi resta 
altro che volger le armi contro l' Oriente, e procedere tant' oltre 
che giunto là, donde uscì l'aquila imperiale, rivolgendosi al cielo. 

Possiate dir, vinta la terra e 1' onde, 
qual umil vincitor che Dio ben cole: 
« Signor quanto il sol vede è vostro e miol » 

L' artificio è assai ben dissimulato, sì che l'ampollosità può 
facilmente qui esser scambiata per robustezza; ed il pensiero 
dell'ultimo verso audace al punto da poter sembrare a quei gior- 
ni sacrilego, è abilmente temperato dal penultimo, ^el complesso 
ci troviamo dinanzi ad un piccolo quadro ad effetto, ove i colori 
sono a bella posta esagerati e posti a contrasto per ingannare 
1' occhio dell' osservatore. 

Ciò spiega la grande fortuna che, appena divulgatosi, in- 
contrò in Koma e fuori. Interessantissime sono due parodie, che 
di questo sonetto trovammo in un codice (2) della Nazionale 
di Firenze, e che qui riproduciamo a titolo di curiosità. 

I. 

Doppo sì triste e scellerate imprese 
e doppo aver l' Italia scorticata 
afflitta, rasa, ròsa, e scorticata 
e raddoppiato il dazio al Milanese; 



(1) È quello famoso che comincia: Dopo tante honorate e sante im- 
prese .... Eime ed. cit. p. 28, 

(2) Nazionale di Firenze - Fondo S. Croce - cod. Il, IX, II, pp. 
49-50. 



— 291 — 

(loppe al mul fiorentino a l' altrui spese 

aver mula spagnola maritata 

e (loppo aver f. la cognata 

eh' or doma la superbia portoghese, 
doppo 1' aver a dieta tenuto 

1' esercito ammorbato a la campagna 

a uve, fichi, e biscotto pasciuto, 
doppo le perse genti d' Alemagna, 

doppo 1' honor, doppo 1' haver perduto 

se ne ritorna sgangasciato in Spagna. 

II. 

Doppo sì triste, e scellerate imprese 

Cesar rapace in quelle parti e in queste, 
tante genti lontane amiche e infeste 
tante volte da voi rubate e prese, 

1' Affrica saccheggiata e 1' armi stese 
verso ]' occaso, poiché in i)reda haveate 
la bella Europa, altro non so che reste 
a rovinar del mondo ogni paese, 

che assalir V Oriente e incontro al Sole, 
gir tant' oltre predando, che d' altronde 
giunta 1' Aquila al laccio, ond' ella uscio, 

possiate dir: guasta la terra e 1' onde, 
quasi iniquo ladron che Dio non cole: 
— Signor, quanto il Sol vede ho rubat' io ! 

Il primo dei due così è intestato: « Sonetto — sopra il 
ritorno di Carlo — Quinto in Spagna d'Incerto ». Del secondo 
invece, che segue il sonetto del Caro molto più da vicino sia 
per lo schema ideale, che per la forma, fu autore Alessandro 
Medici. 

In tal modo dopo un solo anno, dacché era stato scritto, il 
componimento del Nostro diveniva un'arma contro quello stesso 
imperatore, che nell'intenzione del Marchigiano avrebbe dovuto 
esser esaltato: al 1536 infatti ci porta la parodia d' incerto. 
In queir anno Carlo ripassava le Alpi dopo aver concluso il 



— 292 - 

matrimonio tra 1 due muli: Alessandro dei Medici, bastardo di 
Giovanni dalle Bande Nere e Marj^lierita d' Austria, bastarda 
di Carlo: 1' altro forse fu fatto per la stessa occasione. 

§ 16. — Procedendo per ordine cronologico, c'imbattiamo ora 
in un componimento per musica; scritto nell'estate del 1539 in 
occasione del matrimonio tra Cosimo ed Eleonora di Toledo. Le 
nozze erano state stipulate, secondo la testimonianza del Gal- 
luzzi (1), il 29 marzo; e sull' aprirsi del giugno Luca Martini 
di Firenze sollecitava il Nostro a comporre qualcosa, che ce- 
lebrasse l'avvenimento. « M'havete còlto (rispondevagli Anni- 
bale il 14 giugno) in un termine che la stampa m' assassina, 
le liti m'indiavolano; il debito mi strangola; e 1' altre brighe 
di piti sorti eh' io ho, non mi danno pur un risquitto. Pensate 
se io ho tempo o cervello di poetare. Nondimeno è tanto il 
desiderio, che io ho di servirvi, che mi ci vorrei provare a di- 
spetto delle Muse e del tempo ». (2) E tanto cercò di sui^plire 
colla buona volontà che il 15 luglio, un mese dopo, accompa- 
gnava al Martini il frutto delle sue fatiche con queste parole: 
« Mandovi la compositione, che m' havete chiesto o Canzone, 
o altro che la vogliate nominare, che havendo voi data occa- 
sione a questa nova spetie, le potete anche dare il nome... » (3) 

Che cos' era questa nova spetie, cui il Caro alludeva ì Per 
quanto ridotta a minuscole proporzioni, qui ci si presenta una 
vera e propria scena mitologica a quattro personaggi (Amore, 
Giunone, Pallade e Minerva), dialogata per musica. I quattro 
personaggi, scesi sulla terra per onorare Leonora e Cosimo (ciò 
si fa sapere in sei versi d'introduzione) interloquiscono con una 
strofe per ciascuno di dodici versi tra endecasillabi e settenari al- 
ternati, esprimendo i loro omaggi agli augusti sposi. Amore di 
comune accordo concede a Leonora il pomo della bellezza, causa di 
tante discordie; Giunone contenta di vederne privata Venere 



(1) Riguccio Galluzzi — Istoria Del Granducato di Toscana sotto il governo 
Della Casa Medici — Tomo 1 In Firenze 1781 (pp. 43-46). 

(2) Segh. op. cit. V. I Lett. L. p. 67. 

(3) Segh. op. cit. voi. 1 Lett. LII pp. 68-69. 



" 293 — 

accorda a Firenze P alta sua protezione; Pallade dichiara di 
mutare Atene con Firenze; Venere per conto suo, già favore- 
vole a Firenze, perchè d' origine troiana, le promette ora ogni 
grazia. 

Perciò 1' espressione — nova spetie — par giustificata. Non 
si tratta infatti d' una delle solite rappresentazioni allegorico- 
mitologiche dai personaggi muti o declamanti 1' un dopo l'altro 
quattro versi d' occasione, come vennero di moda a cominciare 
dal '400; sì bene d' una scena dialogata, che s' accompagna al 
dramma: ond' è che questa composizione va' considerata come 
un notevolissimo i)recedente rispetto alle favole musicali del 
Rinuccini e dei suoi imitatori. 

(;ome cosa letteraria ha un valore limitato: il Martini però 
dovette mostrarsene contento. Infatti il 28 luglio il Nostro tor- 
nava a scrivere al Martini: « Io ho caro d' h avervi sod- 
disfatto ancora che non mi sodisfaccia, della Canzonetta, che 
m' havete chiesta: ed aspettone la musica, tosto che sarà reci- 
tata ». (1) 

Animato invece da un caldo soffio d' amor patrio è un bel 
sonetto, eh' ei dovè comporre nel 1542, quando Mario Favonio 
Spoletino, recatosi a Civitanova quale uditore e commissario 
del Cardinal da Carpi, indusse a sentimenti pacifici quella citta- 
dinanza, allora più che mai divisa per discordie civili e per 
prepotenze di signori (1). Il poeta, che nel '42 era ancor fresco 
della breve dimora, fatta l'anno prima in patria, non potè non 
sentirsi commosso di tanto avvenimento. 

§ 17. — E così ci troviamo dinanzi alla famosa canzon dei gigli, 
sulla quale del resto noi non ci indugeremo troppo a lungo, es- 



ci) Segh. op. cit. V. 1 Lett. LIV p. 69: Lett. CXLIII p. 175; Lett. 
CXLIX p. 183 - Non se ne fa cenno nella Relazione delle feste celebrate 
per le onestissime nozze dell' Ecc.ma Sig.ra Eleonora di Toledo coli' Ecc.mo 
e luvitt.mo Duca Cosimo de' Medici - Firenze - B. Giunti - 1539. 

(2) Marangoni - Memorie delle Marche - lib. Ili, cap. XIII - È il so- 
netto ristampato più volte: Godi, patria mia cara . . . Rime ed. cit. p. 19 
cfr. la lett. GII pp. 128-129 Segh. op. cit. v. II. 



— 294 — 

&endo nostro coinj)ito di rilevare soltanto le cause, che la prò 
dussero e di determinare il valore letterario del componimento. 

Che il Caro vi si accingesse per ordine del cardinal Ales- 
sandro è stato affermato da Annibale in una lettera al Varchi, (1) 
e dopo lui ripetuto da quanti (e non son pochi) ebbero a par- 
larne, ma questa preziosa testimonianza non è stata ancor col- 
legata con altre, che si potevan dedurre dall' epistolario del 
Nostro e da altri documenti contemporanei in modo da rico- 
struire la storia della canzone nei minuti particolari. Data l'im- 
portanza storica di questo componimento crediamo opportuno 
colmar questa lacuna. 

§ 18. — Nel 1553, già lo dicemmo, il card. Alessandro prendendo 
a pretesto le esequie del fratello Orazio, morto nelle file francesi 
all'assedio di Heddin, si recava al di là delle Alpi per stringere 
pili forti i legann di sudditanza da parte dei Farnesi alla corona 
di Francia. Sul caso d' Orazio il Caro aveva composto un bel 
sonetto (2), che fu musicato da quel Costanzio Porta, maestro 
di musica cremonese, che a noi è non ignoto del tutto; e siccome il 
defunto godeva aderenze e parentele nella corte del Ghristianis- 
8Ìmo per aver sposato Diana, figlia naturale del re, Annibale non 
esitò a mandare al cardinale la composizione musicata. « E so 
(scriveva a questo proposito il 15 nov. 1553 al Porta) che a S.S.*^ 
111."* e a tutta quella corte sarà gratissima e cantata volentieri 
per la memoria di quel Signore, il quale era in grande amore 
et in grande stima di tutto quel regno ». (3) Si comprende così 
in qual modo il nome del Caro oltrepassasse le Alpi, e <*ome 
il cardinale volgesse forse fin d'allora il pensiero a lui pel tri- 
buto poetico, promesso ai Valesi. 

Certo è che il porporato, tornato che fu in Italia, incaricò 
i tre piìl nobili e più alti intelletti^ come scriveva Bernardo 
Tasso allo Speroni, di celebrar per rima la virtuosissima sorella 
d' Enrico, Margherita. « Io sono entrato nel corso con questi 



(1) Segh. op. cit. T. II, Lett. XLIV p. 53. 

(2) Questo del grande Enrico amato Fiore: Eim. op. cit. p. 21, 

(3) Segh. op. cit. V. II, Lett. XXXII p. 43. 



— 296 — 

tre barberi (son parole dell'autor dell' Amadigi), che mi lascie- 
ranno addietro lunghissimo spatio di strada ...» (1) Due di quei 
barberi erano il Casa ed il Cappello; il terzo il Caro. Orbene, 
mentre i primi si limitarono a cantar di Margherita, quest'ulti- 
mo comprese nella sua deificazione, come dicevasi allora, tutti 1 
personaggi di casa Valois: Elnrico, Caterina, Margherita, Orazio 
(già morto), e Diana. 

1 risultati della gara furono assai magri e scarsi. Il Tasso 
si presentò con due canzoni: la sedicesima e la diciassettesima 
della raccolta del Serassi. Nella priina dopo aver invitato le 
vergini a syjarger fiori, il poeta tesse 1' elogio di Margherita 
traendo il motivo dalla vieta similitudine colla Fenice; nella 
seconda, sale come fu notato da altri (2) ancor più a discapito 
dell'arte tra i concetti mistici: ecco il Padre Eterno, che tiene 
in grembo 1' anima della Yalese, e desideroso di renderla per- 
fetta chiama attorno a sé la Prudenza, le Grazie e la Gloria 
perchè compiano il suo volere. Il poeta dal canto suo abbagliato 
da tanta visione finisce col rivolgersi nel commiato in modo ve- 
ramente comico alla principessa con questi versi: 

« Ma datemi vi prego (oh troppo ardire!) 

il filo per uscire 

dall' intricato e chiuso laberinto 

dei vostri onor reali, ov' io vaneggio, 

né strada aperta per uscir men veggio ! ». 

Lo stesso tema egli svolge nei molti sonetti dedicati alla 
Valese, ma riesce a sollevarsi un tantino dai luoghi comuni 
solo nelP ode Sò^, in cui, posti da un canto i pregi sopranna- 
turali, celebra di Margherita la pia generosità. 

Anche il Cappello (3) rispose con due canzoni, uguali se non 
inferiori a quelle del Bergamasco. La prima si riduce ad una 
prosaica enumerazione dei pregi fisici e morali della Valese; la 



(1) B. Tasso - Lettere ed. 1733 v. 2. p. 107. 

(2) F. Pintor - Delle liriche di B. Tasso negli Annali della R. Scuola Nor- 
male di Pisa, XIV (1899) Sup. p. 95. 

(3) Rime ed. cit. e. XXIV e XXV pp. 179-182, 



— 296 - 

seconda dopo un lungo preambolo, in cui il Poeta cerca giusti- 
tìcare il proprio ardire, diluisce in due strofe i luoghi comuni 
dell' encomio. 

11 Casa infine si levò d'imi)iccio con un alcaica latina, bella 
senza restrizioni di sorta; la miglior cosa anzi che sia uscita 
dalla gara: ha il difetto però di non svolgere il tema. Basti 
dire che delle nove strofette, di cui 1' alcaica risulta, sei con- 
tengono i lamenti del })oeta sul!' avversa fortuna (1). 

Ed ora veniamo al Nostro. La canzone consta di sette stanze, 
svolgentisi per quindici versi ciascuna, più un commiato di 
sette: gli endecasillabi prev^lgon sui settenari, coi quali sono 
alternati, e conferiscono al componimento un' aria solenne e 
maestosa. Posto in disparte il Petrarca, il INIarchigiano svolse, 
come rilevò per primo il Castel vtro, un motivo della poesia 
ronsardiana, allora in gran voga, ma non va' dimenticato che 
ancor prima che il Konsard avesse acquistato stabile fama, il 
Caro nel '38 prima e nel 'iT poi aveva accolto questo stesso 
motivo dell' apoteosi o deificazione, che dir si voglia, nel sonetto 
per il tìglio della contessa di Mataloni (2) e nell' altro per 
Paolo III. (3) Perciò una certa originalità non va negata a 
questo proposito al Caro. 

Kella prima strofe invoca il favore delle Muse e del cardinale 
Alessandro per intrecciare un serto jìoetico ai Valesi; nella se- 
conda descrive la Francia, accenna alle ricchezze del suolo e 
la i)aragona a Berecinzia; nella terza s' apre la strada all' apo 
teosi dei suoi eroi dicendoli tìgli e sorelle di Giove; nella quarta 
rappresenta da un lato Enrico circondato con)e Giove da Iri 
da Bellona, da Temi, dalla Kagione, dal Veinu e dal Senno, 
mentre dall' altro lo ritrae in atto d' abbattere il male, simile 
al Tonante irato contro i Licaoni ed i Giganti; nella quinta 



(1) Opere Di Mons. Giovanni Della Casa, Napoli 1733 Tom. V. p. 16 - 
De Margarita Regis Gallorura sorore. 

(2) Mazzucchelli, Lettere ed. cit. voi. I pp. 31-32: il sonetto comincia: 
Perchè Giunone in pioggia si distille. Rime ed cit. t. V. p. 10. 

(3) O del terreno Giove altero figlio ib. p. 13. 



— 29t — 

celebra Caterina, che qui naturalmente fa' la parte di (giunone, 
nella sesta viene la volta di Margherita, novella Minerva; e 
nella settima di Orazio Farnese e di Diana di Valois, che, raf- 
figurati sotto l'allegoria di Endimione e di Cinzia, chiudono la 
breve rassegna: poi viene il commiato. 

iSul valore letterario del componimento molti hanno emesso 
il loro giudizio, concordi tutti nel ritenerla cosa molto scadente; 
ne noi vorremmo sostenere il contrario. Soltanto ci sembra che 
abbiano esagerato tanto il Vivaldi (1), quando giudicò la can- 
zone così confusa e arruffata da potersi paragonare ad un lo- 
gogrifo; quanto 1' Imbriani (2), che le nega qualsiasi merito 
poetico; quanto il D'Ovidio, che v/M Capasso e col Cavazzuti (3) 
la dissero assolutamente brutta. 

In realtà noi ci troviamo dinanzi ad uno di quei lavori poe- 
tici, tutt' altro che rari nel '500, condotti dal primo verso fino 
all' ultimo a forza d' immagini, tutte minutamente pensate an- 
ziché esteticamente sentite. Il ciarpame è tutto d' orpello clas- 
sico; e noi sorprendiamo nell' autore della canzone 1' erudito o 
1' antiquario, dinnanzi alla fantasia del quale tornano a colorirsi 
i motivi dell' antica mitologia. La mancanza d' isi)irazione è 
evidente, ma non è questo un difetto che possa pesar troi)i)o a 
carico della canzon dei gigli, quando la si consideri nei suoi 
tempi, perchè la poesia del '500 iietrarchesca o no, ha quasi 
tutta questo vizio d' origine. Sta di fatto invece che nel Caro 
non troviamo le sciatterie noiose e pedestri, onde riboccano i 
componimenti del Tasso e del Cappello; e che dobbiamo almeno 
riconoscere al Nostro 1' ardimento di porre in disparte il Can- 
zoniere di Laura e di derivare nuovi motivi dalla poesia de! 
Ronsard. 



(1) Vivaldi - Uua polemica nel '500 e le polemiche sulla lingua - Na- 
poli ecc. 1891 p. 9. 

(2) Imbriani e Tallarigo - Crestomazia p. Ili, 162. 

(3) F. D'Ovidio - Le correzioni ai Promessi Sposi ecc. Napoli, ecc. 1903 • 
Canasso, in Note critiche cit., e Cavazzuti - Lodovico Castelvetro - Modena 
1903 pp. 94-95. Cfr. il dialogo di T. Tasso Gli Idoli 



— 298 — 

Cosa mediocre adunque, secondo noi, va giudicata la poesia 
del Marchigiano; tale anzi, come ben sentenziò il Tirabosclii, 
da non eccitare né ammirazione, né invidia; ma in ogni modo 
superiore sotto ogni punto di vista ai componimenti volgari, 
presentati per l' occasione dagli altri concorrenti. Si capisce 
però che i contemporanei dinnanzi a tanto sfarzo di barbagliante 
decorazione restassero indecisi tra l'applauso e la censura. Pare 
che prevalesse 1' applauso, perchè il Caro, senza tema d' esser 
smentito dal Castelvetro affermava per bocca del Predella: 
« Questa canzone è stata letta, lodata, et approvata (secondo 
che voi havete inteso) da ognuno: è stata tradotta, commentata 
e messa perfino in musica ». 

§ 19. — Diciotto sonetti ed una canzone o ecloga che dir si 
voglia : ecco il tributo di pianto, che il Nostro dette alle 
tombe degli amici e dei suoi signori. Il 21 settembre 1558 spe 
gnevasi nel ritiro di S. Just Carlo V, che ai silenzj claustrali 
aveva chiesto negli ultimi anni di sua vita un qualche conforto 
ai rimorsi ed alle delusioni patite. Per V estrema lentezza dei 
mezzi di comunicazione la notizia giunse molto in ritardo in 
Italia, tantoché a Margherita, la figlia del potente monarca an- 
data sposa in seconde nozze ad Ottavio, non pervenne che due 
mesi dopo, nel novembre. Trovavasi proprio in quei giorni presso 
di lei il Caro, il quale fu costretto a comporre per V occasione 
qualcosa. Non molto, che altrimenti il card. Alessandro avrebbe 
trovato a ridire sull'imperialismo del Segretario; ma un sonetto 
poteva passare. 

Ed a quel modo che da giovane aveva ritratto Carlo V vivo 
quasi a colloquio con Dio per disporre dei beni della terra, 
ora lo ritrae su nel cielo in atto di sorridere sulle grandezze 
terrene. 

hor in ciel con Dio s' asside; 

e lei (la terra) d' alto mirando e le sue fole 
« Per te » le dice « io sudai tanto ?» e ride ! 

Del resto se un doveroso riguardo al suo mecenate, eh' era 
stato un tempo fautore dell'alleanza coi Francesi, non gli permise 



— 299 — 

di piangere Cnrlo altro che con questo sonetto; sappiamo che in 
compenso esortava il Machiavelli, un cortigiano d' Ottavio, a 
dare al compianto le i)roporzioni più ampie dell' egloga (1). 

Ai due sonetti composti per la morte d' Orazio Farnese e 
del marchese del Vasto (2) abbiamo già avuto occasione d' ac- 
cennare. 

Ma lo schiudersi della tomba dinnanzi alle due giovani du- 
chesse d'Urbino, Leonora e Beatrice, le uniche figlie, sulle quali 
poggiavan le speranze dei Rovereschi, offrirono al Nostro argo- 
mento ben pili pietoso. Che se il sonetto (3) del Caro non ha 
pregi straordinarj, è giusto anche riconoscere ad esso una in- 
condizionata superiorità risi)etto alla canzone (4), che il Cappello 
intonò i)er la medesima circostanza. 

Più pietoso certo il caso, ma non più commovente (pel Caro 
almeno) di quello che al Nostro riuscisse più tardi nel '65 l'al- 
tro della morte del suo più affezionato protettore Ranuccio 
Farnese, cardinal di S. Angelo. Perchè quasi non bastassero le 
l)rove di simpatia date dal defunto, mentre questi viveva al 
Marchigiano, proprio in quel torno di tempo Ranuccio aveva 



(1) Ronch. op. cit: Lett. LXVII n. (1) p. 449 - Di Piacenza 9 Decembre 
1558 - Tom. Mach, al Pico: « .... il Sig.re A. Ciiro mi ha più volte par- 
lato a questi giorni eh' io debbo piangere o cantare piangendo sovra tal 
soggetto; che s' io potrò far forza ai travagli della mente che ine lo conten- 
dono, opererò poi che habbiate patientia di leggere la vanità delle mie fa- 
tiche ». 

(2) Rime op. cit. p. 21 - Questo del grande Errico amato fiore - E per 
il Marchese: « Nascesti Alfonso ? » Ih. p. 25. 

(3) Ib. Oh che belle ecc. p. 21. 

(4) Cappello op. cit. p. 230 - Canzone XXXV - Basti per saggio della 
goiFaggine di questa composizione il riferire questi versi, coi quali il Poeta, 
per chi non lo intendesse, vuol porre sotto una forma appariscente la povera 
principessina: se fosse vissuta, avrebbe avuto con tutte le altre doti eccel- 
lenti anche P Eloquenza. Orbene, parlando dell' Eloquenza egli dice , che 
quando la fanciulla nasceva essa 

« fuori 

« attendea nelP aprir dell' uscio, adorno 
« di perle illustri e di rubini ardenti ». 



-. 300 -- 

invitato Annibale in una villa del Tuscnlano (1); e s'adoperava 
a ripor pace tra lui ed il cardinale Alessandro. Tra 1' ottobre 
ed il novembre del '65 l'illustre prelato scendeva nel sepolcro; 
ed il Caro oltre a condolersene col suo signore, fratello del de 
funto, deplorava tanta sventura in un sonetto, bello per intima 
commozione, per scioltezza di forma e per sapiente testura. 

Il Guidiccioni, il Molza, il Varchi! tutti e tre moriron i)ri- 
ma d' Annibale, tutti e tre portaron nella tomba grandi tesori 
d'aftetti. Quale ammonimento e dolore ad un temi)0 sarà stato 
])er lui il vederli scender l'un dopo l'altro nel sepolcro ! Due 
sonetti dedicò il Nostro alla memoria del buon vescovo di Fos 
sombrone; uno al Modenese; un altro al Fiorentino (1). Scarsa 
mèsse, adunque, quando si ])ensi alla smania versaiola del 
tempo, ma in compenso assai buona per qualità. 

Nel primo dei due pel Guidiccioni fluisce spontanea la nota 
elegiaca, temperata dalla speranza, con clie la fede rende meno 
spaventosa la morte. L' armonia delle anime, che non si turba 
per lo sfasciarsi dei corpi; la corrispondenza degli affetti, che 
lega il vivo al morto infondono una dolce rassegnazione al 
Poeta, il quale rivolto all'amico per sempre scomparso esclama 
malinconicamente: 

Dell porgimi dal cielo, angelo eletto 

tanto di sofferenza o pur d' oblio 

che '1 mio pianto non turbi il tuo diletto, 

o talor scendi a consolarmi, ond' io 
con pili tranquillo e men turbato affetto 
consacri le tue glorie e '1 dolor mio! 



(1) Segh. op. cit. toni. V". p. 29: cfr. con lett. 250 p. 321 v. II - Sap- 
piamo anche che soltanto grazie ai buoni uffici del cardinale Ranuccio An- 
nibale potè definire la lunga contesa ch'ebbe a sostenere per godere le ren- 
dite del beneficio della S. Annunziata in quel di Napoli - Cfr. Seghezzi in 
Vita op. cit. V. I. 

(1) Rime ed. cit. pp. 22-23 e ib. p. 24 - ih. p. 27 sul Varchi non posso 
esimermi dal rimandare il lettore al bellissimo saggio di G. Manacorda, pub- 
blicato nella serie degli Annali della R. Scuola Normale Sup. di Pisa. 



— 301 — 

Questo certamente è il più bello tra i sonetti del genere; 
che il secondo comi)osto sullo stesso argomento rientra tra gli 
encomiastici; e di questi conserva il lavorio del pensiero e la 
turgidezza di forma. L' altro pel Molza invece pur avendo la 
stessa intonazione di panegirico si mostra ben superiore per 
disinvoltura di movenze e per aristocratica scioltezza di forme: il 
terzo infine pel Varchi risente della tarda età, in cui trovavasi 
il Caro, quando volle esserne Fautore. In ogni modo per quanto 
il componimento si svolga sopra un sottile ordito rettorico, sta 
a provare una volta di più il magistero, con cui il Marchigiano, 
anche da vecchio riusciva a dominare le forme linguistiche ed 
a costringerle senza sforzo a secondare le esigenze delle rime. 

Particolare ricordo merita in questo paragrafo una canzone 
(se pure è il caso di usare una tale parola) che, se veramente 
è del Caro, come ci assicura il compianto prof. Giuliano Yan- 
zolini, ch^ nel secolo passato la trascrisse da fonte a noi rima- 
sta ignota sur un foglio conservato ora con altre schede nel- 
l'Oliveriana di Pesaro, i»uò essere ritenuta inedita. Per quanto 
le numerose ricerche fatte in altre biblioteche non ci abbiano 
permesso di trovare qualche altra copia più antica di detto 
componimento, per quanto pazienti indagini condotte in moltis- 
simi canzonieri ed epistolari del secolo XVI non ci abbiano 
fornito contro ogni aspettazione alcun accenno che ci permettesse 
di dare una sicura attribuzione a questi versi, per quanto in- 
fine ci colpisca.il silenzio assoluto del Caro a questo i^roposito, 
noi non saremmo alieni dal prestar fede alle parole d'un accurato 
indagatore di memorie paesane, quale fu il Vanzolini. « Canzone 
del Commendatore Annibal Caro », egli intitola il componi 
mento: tanta sicurezza non si può concepire se non in chi non 
doveva avere alcun minimo dubbio su quanto affermava. E una 
riprova troviamo nel fatto che il trascrittore non ha sentito 
alcun bisogno di suffragare la sua asserzione con prove o con 
argomentazioni di sorta: il foglio non contiene oltre il titolo 
altro che la canzone, di cui stiamo parlando. E questo da un 
altro lato è un male, perchè sarebbe stato interessantissimo 
sapere donde egli 1' abbia cavata per togliere ogni dubbio in 



— 302 — 

proposito: a noi pare in conclusione che nel silenzio dei codici 
e delle stampe, non si possa far altro che accettare non senza 
qualche riserva l'unica testimonianza esplicita, se pur tarda, 
di un non volgare raccoglitore di memorie letterarie e storiche 
della patria Marca. E noi perciò qui la pubblichiamo. 

CANZONE DEL COMMENDATORE ANNIBAL CARO 



Fra le antiche mine 

Che il gran tempio d'Osiri hebbe nel grembo 

Di che nutrì nel lembo 

L' autor delle famose alme latine 

Piangea con larga pena 

Il nuovo Dio del mar 1' alta sirena. 

Fuora del proprio regno 

Perchè fosse il dolor senza conforto 

Mezzo tra vivo e morto 

Qual Nume eh' babbi la natura a sdegno 

Facea con le parole 

Ardere il cielo e lacrimare il sole. 

Quivi al gran duol pietose 

Le Driadi le Najadi e le Napee 

E le marine dee 

Stavan d' intorno al gran Signor doglioso 

E al suon dimesso e rauco 

Triton x>iangea e Meliserta e Glauco. 

Erano le querele 

Conformi al gran dolor, quello al gran caso 

Onde il mondo è rimaso 

Quel giorno in cui d' in tutto il sol si cele; 

E tal che n' hebbe cura 

Le voci scrisse in quercia annosa e dura 

Corra n mortai veleno 

Ogni fiume, dicea, lucido e chiaro; 

Ogni dolce in amaro, 

In torbido si volga ogni sereno 



— 303 — 

E col suo negro velo 

Copra la terra eternamente il cielo. 

6 Secchino d' ogni intorno 

Questi già cari, or sì noiosi colli, 

Né di fresch' erbe e molli 

Sorga prato giammai fiorito e adorno; 

Anzi crudel nemica 

B' ogni animai sia la gran madre antica. 

7 Col vaso assai più colmo 

E del primo maggior torni Pandora 

Altiera, per che mora 

Nel suo grembo il piacer; cingasi d' olmo 

Le tempia, e lieta veda 

Il mondo andar ai dei d'Ostilio in preda. 

8 Morte con V empia falce 

Mieta per tutto orribile ed acerba 

11 mortai seme in erba 

E prenda da un cipresso o ver da un salce 

Il trofeo della vita. 

Che insieme tien questa gran mole unita. 

9 Perda gli ordini il corso 

Che al gran corso vital distingue i tempi. 

Ed influssi tutt' empi 

Armato il ciel con nuovo e immoto corso 

Faccia nel mondo eterno. 

Orrido, incolto e tempestoso verno. 

10 E per fuggir la gente 

L' infami notti dell' orrende eclissi 

Cerchi tra rotti abissi 

Di traboccar nel gran Oocito ardente, 

E Flegetonte sia 

In vece di quel sol eh' h ebbero pria. 

1 1 Frangasi quel segreto 

Kigor d' Atlante, in cui s' appoggia solo 

Questo e quelP altro polo; 

E dall' uman rotto il divin decreto 



304 



Contro j superbi chiostri 

Sorgali (li nuovo i fulminati mostri. 

12 O pur 1' antico ardore 

Sorga nel petto di un nove! Fetonte; 

Ma non sian poi sì pronte 

L' armi di Giove ad emendar l'errore, 

Pria che tutt' arso al fondo 

Non vada il cielo con 1' instabil mondo: 

13 Piangan 1' empie sorelle 

Piangali del fato i gran ministri insieme: 

Sorga nell' onde estreme 

Nuovo rettor di piìi benigne stelle, 

Che pietoso al mio male 

Turbi il regno divin, tolga il mortale. 

14 Poiché 1' alta bellezza. 

Sol esempio di Dio vera beatrice, 

Da novella radice 

Spense d'orribil fato emi)ia durezza, 

E a sempiterno pianto 

Il mondo avvolse in tenebroso manto. 

15 Con lei cadde honestade 

Cadde il vero valor, cadde il gran coro 

Delle virtù che foro 

Compagne eterne della sua beltade 

Con che (lasso) dovea 

Beare il mondo come donna e Dea. 

16 Dunque qual trita veste 

Stabil motor, pria eh' onde mosse tome 

La schiera dell'adorne 

Fiamme, che il ciel si largamente veste. 

Con quella man che fere 

Squarcia il gran velo dell' eterne sfere 

17 liinchiudi nel tuo centro 

Dell' esser vero i tuoi perpetui rivi, 
E le tre cerchie privi 



— 305 — 

Delle forze iininortal eli' abbiamo dentro: 

Cadano in questa bassa 

Parte, e ritorni la confusa massa. 

18 E tu, miracol nuovo, 

Nuovo stu])or degli angeli e d' Iddio, 

Che il comune desìo 

Di morte vedi ugual a quel eh' io provo. 

Impetra il fin di questa 

Natura esausta lacrimosa e mesta. 

19 Ma se Astrea pur tenta 

Di ritemprar la machina già scorsa, 

Tui che fra 1' Austro e 1' Orsa 

Odi i miei pianti in voce afflitta e lenta. 

Di me ti vinca e muova 

Pietà, s' hoggi pietade in ciel si trova. 

20 Quella man, ch'ebbe in terra 

Alta mercè de' miei penosi affanni, 

Or dai sublimi scanni 

Porgimi lieta, e fuor di tanta guerra 

A te mi tira in parte 

Ove col solo Iddio possa adorarte. 

21 Credo che il mio gran danno 

Ti punga il cor là tra i beati giri, 

Qual' bora in terra miri 

Perchè vivo: mio sol, so che non t' hanno 

Prodotto i monti Caspi; 

Non li Monti Eifei, non gli Arimaspi. 

22 E se mai strale o face 

Non giunse a quel di giel pudico petto. 

Torre d'alto intelletto. 

In cui 1' eterno Iddio sol si compiace 

Come del proprio lume. 

Perchè vario non è dal fonte al fiume, 

23 Pur ti vidd' io talvolta. 

Quando Amor co' begli occhi il cor m' apriva, 
Ed a te sol scopriva 

20 — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910, 



— 306 — 

L' alma tra mille sue catene involta, 

D' una pietà non leve 

Tinger del volto 1' animata neve. 

24 Quella ti sforzi, e pieghi 

A richiamarmi con la man di morte 

A più tranquilla sorte. 

Quella ti porga d' efficaci preghi, 

Pei quali altro non bramo 

Che riveder colei, che adoro et amo. 

25 A quest' ultime note 

A questi gravi e lacrimosi accenti 

Tinger focosi i venti 

D' interrotti sospir 1' umide gote, 

E nel chiamar soccorso 

Mancò la debil voce a mezzo il corso. 

26 Sovra il famoso scoglio 

Ohe il Ligustico mar percuote e innonda. 

Alla sinistra sponda 

Canzon tratta di pianto e di cordoglio 

Un cavali ier vedrai. 

Cui pari il mondo ancor non hebbe mai, 

27 A lui t' inchina umile 

E riverente, e ai pie' digli piangendo: 

« Signor saprai che uscendo 

Qual fuoco dal tuo petto in vago stile 

Ascesi all'alta sede, 

Dove è colei che ognor ti brama e vede. 

28 Lei nel mirar mi strinse 

L' accese labbra ed inarcò lo ciglio, 
Qual da severo artiglio 
Punta, mostrò eh' alta pietà la vinse: 
Poi, fissi gli occhi al fato. 
Volse il celeste viso al primo stato ». 
Come ognuno vede, questo componimento, che noi dobbiamo 
alla cortesia del signor prof. E. Viterbo e del signor Renzini, 
bibliotecario 1' uno vice-bibliotecario l' altro dell' Oliveriana, 



— 307 — 

per quanto siti stato battezzato dall' A. per canzone, è più 
affine all'egloga del genere delle piscatorie del Rota. Di queste 
serba non solo l' intonazione e la costruzion poetica, per dir 
così, ma anche fino ad un certo punto la forma esteriore; che lo 
schema metrico delle ventotto stanze di cui essa si compone 
(a B b A e C) ricorda quello delle strofe, adoperate dal Rota 
nelle egloghe a dialogo. 

Per la sostanza il componimento è un epicedio scritto in morte 
di una donna, che qui vien detta nuova Beatrice del genere 
umano. I lamenti si fìngono posti in bocca a Nettuno, il nuovo 
dio del mar, attorno al quale sono dal poeta aggruppate in do- 
glioso atteggiamento le Driadi, le Naiadi, le Napee, i Tritoni 
Glauco e Meliserta: il compianto e l' apoteosi della defunta 
sono gli scopi cui mira il poeta. Le strofi 1-4 contengono la 
sceneggiatura dell'idillio e l'introduzione; le 5-13 i lamenti di- 
sperati del supremo dio delle acque; le 14-24 il panegirico della 
morta e la preghiera rivolta alla cittadina del cielo, affinchè 
voglia impetrare da Dio la pace allo sposo desolato; le 25-28 
contengono infine il commiato e la conclusione. 

Il componimento adunque è tutt'altro.che breve: si tratta di 
ben 14« versi tra settenari ed endecasillabi, riuniti in stanze di sei 
versi ciascuna. Per chi sarà stato scritto ? Il manoscritto, che ce 
l'ha conservato, non suggerisce nulla in proposito, né alcun 
cenno esplicito, sarà bene ri])eter]o, serba 1' epistolario cariano. 
Ma se non cenni espliciti, qualche ipotesi che serva al caso 
nostro può far sorgere l'accurata lettura dì alcune lettere del Caro. 
Nel maggio del 1560 (1) il Nostro ringraziava l'Ammirato del 
singolare favore, che gli aveva fatto, dedicandogli nel gennaio di 
quello stesso anno con nobile lettera i 36 sonetti, con cui Ber- 
nardino Rota aveva celebrato il compianto della diletta Porzia 
Capece, e forse contemporaneamente scriveva Annibale all' A. 
per mostrargli tutta la sua gratitudine (2). 

E non è questa sola la manifestazione di cordiale amicizia e di 



(1) Segh. ed. cit. voi. II Lett. CXXXVII pp. 158- 159. 

(2) Segh. ed. cit. voi. II Lett. CXXXVI pp. 157-158, 



— 308 — 

stima profonda che il Napoletano dette ad Annibale. Ai saluti 
che questi nell'autunno del 1548 aveva mandato per mezzo 
d' un certo messer Gioseppo, comune amico, il Rota aveva ri- 
sposto con un sonetto; cui il Caro s' era affrettato a risponder 
per le rime (1); ed al desiderio che sette anni dopo nel 1555 
di Napoli aveva manifestato il Rota d'aver notizie d'Annibale, 
soddisfaceva premurosamente di Roma il Nostro informando l'a- 
mico delle cose sue, e rinnovandogli da parte sua la cordiale 
assicurazione del ricambio sincero di stima e d' affetto (2). Da 
tutto questo si ricava che la dedica dei 36 sonetti, non solle 
citata, a quanto pare dal Nostro, fu dettata da un sincero 
sentimento d' amicizia, che doveva risalire a circa vent' anni 
prima, e cioè ad una delle due gite a Napoli del 1538 o del 
1539, in una delie quali il Nostro dovè stringere amicizia col 
Rota, come cogli altri letterati del gruppo Napoletano. E non 
contento ancora di quanto aveva fatto, messer Bernardino tornò 
a manifestare la sua simpatia i)cl Caro, dirigendo a quest' ul- 
timo la seconda delle elegie in latino per Porzia: 

At si fata volent lacrimosae stamina vitae 
rumpere, et aversis auribus esso Deam, 
tum memor ipse tui, carissime Chare, sodalis 
haec subscripta meo carmina da cineri: 
« Uxore extincta, lugens ardensque poeta 
Occidit et tumulo luget et ardet adhuc! » (3) 

Tale 1' epitafio, che il Rota raccomandava al Caro di porre 
sulla sua tomba. Chi lo sa che 1' egloga, che abbiamo sott' oc- 
chio non sia la risposta all'elegia del Napoletano? Clio, se la 
prima volta Annibale ricevendo i sonetti si scusò (4) coll'amico 
di non poter unirsi a lui nel celebrare l'eccelsa donna da po(«) 



(1) Segh. ed. cit. voi. I Lett. CLXXXII p. 218. 

(2) Segh. ed. cit. voi. II Lett. XLIII p. 52. 

(3) Delle Poesie del Signor B. Rota cavaliere Napolitano: parte juinia e 
seconda colle annotazioni di Scip. Ammirato. In Napoli 1726 — Gennaro 
Mnzio — Elegia II in v. II pp. 189-141. 

(4) Segh. ed. cit. Lett. CXVXVI p. 158 voi, II, 



^ 309 -^ 

defunta, perchè la vecchiaia o le occupazioni gli avevan tolto 
del tutto il poetare; nulla ci impedisce di credere, che dinnanzi 
all' insistenza affettuosa, con cui il liota tornava a dirigere 
l'elegia latina al Nostre, questi si sentisse costretto da cortesia 
a rispondere co i un ricambio poetico ai versi del Rota; e così 
ne sarebbe venuta fuori la ])resente egloga. 

Ci conferma in quest' ipotesi tanto il genere del componi- 
mento, non mai dal Caro trattato, quanto qualche accenno y)er 
quanto raro, che si può rintracciare in questi versi. La diletta 
compagna, che aveva ispirato al consorte i delicati quadretti 
delle egloghe piscatorie, nei quali dominano le figure dei pe 
scatori e degli dei marini, non poteva esser compianta altro 
che con un' egloga, che avesse affinità con quelle, colle quali 
Porzia era stata esaltata dal marito: in tal modo si spiega 
come un poeta marchigiano, vissuto sempre nella corte romana, 
sentisse il bisogno, non mai provato per 1' innanzi, di porre il 
suo compianto in bocca ad un dio marino sulla spiaggia najK)- 
litana. 

Ma v' è di più: la scena contenuta nelle prime tre stanze 
dell' ecloga cariana non è che una variazione, per dir così, di 
quei versi della Pocilla, coi quali il Rota lamenta la desola 
zione, in cui la scomparsa di Porzia ha lasciato il mondo. Legga 
e giudichi il lettore stesso: 

Ah quante volte (e non mi sogno) io sento 

Nettuno e Glauco e '1 gran pastor del mare 

Em])ier il ciel di flebile lamento, 

Poiché t' han cerca, e non ti i)OU trovarci 

E Dori e Teti il biondo crine al vento 

Sparso e lacero il sen, con larghe amare 

lacrime gir correndo il lito intorno 

e far, squarciato il viso, al mar ritorno! (1) 

Che cosa vuol dire se a Dori e a Teti troviamo nel Caro 
sostituite le Driadi, le Najadi, le Napee e Tritone e Meliseital 



(1) Rime ed. cit. voi. II p. 78. 



— 310 — 

è Glauco f Ciò che importa è, che in sostanza le linee del quadro 
sono identiche nel!' uno e nell' altro poeta: nell' uno e nell' altro è 
iud )tto a deplorare la morte di Porzia Nettuno sulla spiaggia 
marina tra il compianto degli dei minori delle acque. 

Neil' ecloga cariana la donna è detta — Sol esempio di Dio 
vera beatrice — proprio come Porzia è detta piìi e più volte 
nelle rime del marito, ed il componimento si chiude con un 
motivo petrarchesco, messo già largamente a profitto dallo 
stesso Bernardino, e cioè colla preghiera che Porzia impetri 
da Dio la grazia di poter ricongiungersi col consorte nella pa- 
tria celeste. Infine ben s' addice al Rota, che, come sappiamo, 
oltre che letterato fu uomo d' armi non al tutto volgare e ca- 
valiere di San Giacomo la seguente ])erifrasi, colla quale 1' A. 
si rivolge nel congedo alla persona, cui intende inviare la canzone: 

Canzon tratta di pianto e di cordoglio 

un cavai lier vedrai 

cui pari il mondo ancor non ebbe mai 



Se nell' architettura esteriore il componimento si distacca 
del tutto dai generi di i)oesia trattati dal Nostro e sotto que- 
st'aspetto ha notevole importanza, presenta però qualche affinità 
con qualche sonetto a noi già noto e compreso nel canzoniere. In- 
fatti chi bene osservi le strofi contenenti il compianto vede 
che in ultima analisi abbiamo una serie d' invocazioni a quanto 
di pili spaventoso e terribile la Natura possa rovesciare sugli 
uomini in conseguenza della grave sventura, piombata sulla 
terra colla morte di colei, eh' era simbolo d' ogni più nobile 
virtù. Qualche esempio gioverà a meglio spiegarci. I fiumi, 
dice il Poeta, mutino le loro acque in veleno; la terra si co])ra 
di tenebre, i campi s' inaridiscano; Pandora torni a liberare 
sul globo ogni sorta di mali, e così via. Non è questo un pro- 
cedimento d' arte nuovo nel Caro, il quale anzi già se ne era 
valso nel 1547, quando dovendo dejdorare la morte atroce di 
Pier Luigi era uscito in quel sonetto che comincia colle seguenti 
quartine: 



Eosca e torbida or sia, quella che chiara 
contrada fu, né raggio habbia di sole: 
fuggala ognun, come serpente suole 
fuggirsi, o come infida terra avara. 

Nasca cicuta né suoi campi amara, 

che la greggia e i pastor pascendo involej 
corran fiamma le fonti, e le viole 
tingano in sangue lor bellezza rara. (1) 

E nell' un caso e nell' altro si tratta di reminiscenza teo- 
cri tea: non per nulla Annibale aveva voltato dal greco in en- 
decasillabi italiani la descrizione del doloroso sconvolgimento 
della Natura per la morte di Dafni. 

Or si tornino a dietro i rivi, e i fiumi 
vadano i monti, e '1 ciel più non si muova: 
ogni cosa in contrario si rivolga, 
poiché Dafne si more e piìi non s' oda 
mugghiare armenti mai, né belar agni, 
né cantar lusignoli o sonar fistole, 
ma stridor di ranocchi e di cicale, 
urli di lupi e versi di cuculi (2). 

Motivo dunque familiare al Nostro; e perciò non dob- 
biamo meravigliarci di trovarlo nell' egloga ampiamente svolto 
nel giro ampio di ]3 stanze per ben 78 versi. Nel resto si 
sente piti forte V influsso del canzoniere petrarchesco. Il lungo 
componimento, che siamo venuti esaminando fin' ora non aggiun- 
ge gran che al merito poetico del Caro: alla prima parte nuoce 
la monotonia, derivante dal tono uniforme e freddo con cui 
s' invoca dalla Natura ogni sorta di terribili manifestazioni 
di dolore, mentre la seconda parte s' avvantaggia sulla prima 
per certa vena d' affetto, che dal cuore del poeta par trasfon- 
dersi nel verso. Tutta quanta l'egloga però é notevole in genere 
oltre che pei soliti pregi formali per certa esuberanza di 



(1) Rime ed. cit., p. 35. 

(2) Rime ed. cit. p. 113, 



— 312 - 

fantasia, per certa compiacenza nel dipingere l'orrido, che con- 
trasta colla armonica compostezza di stani[)o tntto classico, die 
siamo soliti riscontrare nel Nostro. E di questo nuovo contenuto ri- 
sente qua e là la forma e in modo specialissimo nella chiusa 
della seconda stanza, ove si dice che il compianto della defunta 

Facea con le parole 

Ardere il cielo e lacrimare il Sole! 

Siamo, come si vede, alle porte del '000: e forse in questa 
certa quale intemperanza di linguaggio e d' ispirazione, che si 
riscontra nell' egloga, si deve cercare la causa, onde il Caro fu 
sj)into a non dare alcuna pubblicità al com])onimento, (Josì si 
spiega il silenzio a projwsito di esso dei codici e delle stampe, 

§ 20 - L'enfasi e l'arguzia bonaria sono nemiche irreconcilia- 
bili; e si comprende perciò come Ser Agresto ben poca sim])atia 
sentisse per le scsquipedalia verba e ])er le magniloquenti me- 
tafore, fosserpure d'origine ])etiarchesca: se ne vuole una prova"? 

Son note le bellezze della Laura bernesca, canuta e sden 
tata; per cui facile riesce il raffronto tra quelle e quest' altre, 
celebra '-e dal Caro: 

O sorelle del Sol fenestre ardenti, 
ove il carro lamjjeggia di Fetonte: 
crespe funi, che intorno all'irta fronte 
imbrunite le Aurore e gli Orienti, 

guance, dove ])asseggian gli elementi, 
bocca, che stilli d' Elicona il fonte; 
solinghe perle, ov' Amor par che impronte 
1' aurato suon dei suoi vermigli accenti, 

mani, ove Citerea carchi di prede 

chiude i suoi pargoletti; emjìireo seno, 
di cui più dolce canto il Sol non vede, 

chiaro, ondeggiante gentil tergo ameno, 
sonori pomi, onde Madonna siede, 
per voi di propria man io vengo meno ! 

La canzonatura è jìerfetta; e questo sonetto va considerato 



- 313 - 

come un documento da aggiun<?crsi a quelli raccolti dal Graf 
per la storia dell' antipetrarchismo. Eppure nemmeno 1' imma- 
gine dei pomi sonori — contenuta nel penultimo verso — valse 
a porre in guardia un critico dei giorni nostri, clic credette il 
componimento fatto sul serio, e Io censurò come frutto prema- 
turo del secentismo! (1) 

Il i)re secentismo anzi, cui ci ha pcutati questa critica pere- 
grina, fu un indirizzo avversato dal Marchigiano: non si devon 
])erciò trascurare certi componimenti (2), che sono appunto il 
frutto (li questa sua opposizione meditata e consapevole. 

Tra le rime del Casa v' è un sonetto, diretto al Caro, che 
])er le rime forzate e ])er le immagini strane, suona tra gli 
altri come una stonatura. Amore è iaj)presntato come una pianta, 
che, gettando le radici nel terreno suo propiio ((;uore umano) 
dapprima s' erge come — tenera vèrga - ; e poi dà fronde e 
matura i suoi frutti, i quali non sono altro che pianto e dolore. 
Vegeta ovunque, così dove « Cauro trema »^ come là dove 
« il dì monta in sella » cavalcando in compagnia dell' ore; co- 
me infine nelle più profonde viscere della terra. ]1 Caro i)er conto 
suo gli risjxjse per le rime, rinterzando tanta stranezza e goffag- 
gine <l' immagini: come si spiega un tal fatto nei due eleganti 
cinquecentisti ? 

La domanda s' era già presentata alla mente d'un loro con 
tem])oraneo, il quale si rivolse direttamente al Caro i)er averne 

la spiegazione: « L' uno e 1' altro (rispondevagli il JS^ostro) 

son fatti studiosamente di metafore; la [)iiì parte viziose e lon- 
tane e di certi modi di dire, che sono falsi e stravolti e quasi 

tutti contro i i)recetti dell'arte », e ciò, egli continuava, i»er- 

chè scopo suo e del Casa era stato quello di burlare un tale 
j)oeta, a quel che pare assai turgido e gonfio, di cui natural- 
mente si tace il nome. A questo va avvicinato l'altro sonetto di 
dubbia attribuzione, perchè ora stampato col nome del Casa, 



(1) Moiidiani - I criteri estetici nell' op. poet. di A. Caro - Torino - 
Beraporad 1898. 

(2) Segh. op. cit. p. 88 e Amico op. cit. p. 437 Vivo mio scoglio. 



— 314 — 

ed ora con quello del Caro; sonetto, che manifesta il suo ca- 
rattere fin dai due versi iniziali 

Vivo mio scoglio e selce alpestre e dura, 

le cui ciliare faville il cor m' han arso.... » (1) 

Ma chi voglia avere un saggio del Caro quale poeta fé 
stevole e arguto e caustico a un tempo non lia che a leggere 
la corona di Mattaccini. 

§ 21. — Sono questi (1) dieci sonetti caudati, coi quali il Caro 
volle coprire di scherno e di ridicolo il Castelvetro. L'agile [)ro8a 
polemica dell'Apologia non gli sembrava sufficiente: ad ottenere 
una vittoria definitiva si richiedeva V aiuto delle Muse e ])er 
loro del Burchiello, le cui orme il Caro cercò di ricalcare. 

Il primo contiene un' invocazione ad Apollo, perchè in vii 
un suo arciero a snidare dai torrioni di Vetralla (allusione 
al cognome Castelvetro) un gufo (il Castelvetro aveva per in- 
segna una civetta appollaiata sur una brocca spezzata <;ol motto 
xéxptxa) eh' era fuggito dalla gruccia; il secondo, il terzo, il 
quarto, il quinto ed il sesto ci narrano i varj momenti del 
l'assalto e dell'espugnazione del castello colla ridicola rappre- 
sentazione finale dell' eroe coronato di busecchie: il settimo e 
l' ottavo ricostituiscono in iscorcio la figura del protagonista 
coi caratteri piti spiccati della sua psiche; il nono contiene per 
dir così r epinicio e 1' epilogo; il decimo è infine V epigrafe da 
porsi a eterna memoria sul campo dell' epica lotta: gli altri 
quattro sonetti, che il Caro accodò alla corona dei Mattaccini 
non sono che un' appendice, in cui il censore della canzon dei 
gigli viene identificato non piij con un gufo tenebroso, ma con 
uno strano tipo, che partecipa del pedante e dell'astrologo, e che 
il Caro umoristicamente battezza Ser Margollo. 



(1) Ib. 

(1) Comparvero la prima volta inseriti nell' Apologia degli Academici di 
Banchi di Roma contro M. Lodovico castelvetro da Modena in forma d'uno spac- 
cio di Maestro Pasquino con alcune operette del Predella del Buratto di Ser 
Fedocco in dieesa de la seguente canzone del commendatore Annibal Caro appar- 
tenenti tutte a V nso de la lingua toscana e al vero modo di poetare. In Parma 
in casa di Seth Fiotto del mese di navemhre Vanno MDLVIII pp. 226-232, 



_ 3lB - 

Se bene si osserva, da quanto s'è detto è facile rilevare 
che i Mattaccini vengono a formare in sostanza un minuscolo 
poema eroicomico, composto di sonetti anzi che di canti, colla 
sua protasi e invocazione (1° sonetto), colla descrizione del fatto 
(2o 30 4" 50 (jo) coir evocazione dell' eroe {7° e 8"), coli' epilogo 
e colla conclusione (9" e 10"). 

Tutti insieme poi non sono altro che un' ulteriore elaborazione 
dei motivi umoristici, che formano la trama di quella parte dell'Apo- 
logia, che ha per protagonista quel Fedocco, in cui secondo la 
finzione del Caro si dovrebbe riconoscere Annibale stesso. Fé 
docco vedendo le censure, che su certa canzone da lui composta 
per la sua Donna aveva steso il Castelvetro, pr^'so da scrupoli 
trattiene il componimento, e passando d' uno in altro pensiero 
s' addormenta col capo i)ieno di declinazioni, verbi e aggettivi. 

Ed ecco che i sogni scendono a consolare 1' animo triste 
del povero poeta censurato: Fedocco vede aprirsi dinnanzi allo 
sguardo un maraviglioso giardino ricco di erbe di fiori e di 
fontane, ove ])nsce tra i mirti un Pegaso. 

Egli si pone a girar qua e là per luoghi ameni e ])rofumati, 
coglie fiori, ed intreccia serti (allusione evidente ai serti poetici 
raccolti in Parnaso) finché non giunge dinnanzi ad uno strano 
castello di vetro, fatto in modo che Fedocco coi suoi serti 
risx)ecchiandovisi entro vi si vede orribilmente sfigurato. In- 
dispettito da tale visione, egli sta per gettar via i serti e 
quasi quasi sé stesso, quando vede avanzarsi un drappello di 
gentili fanciulle, guidato da un bellissimo giovane, cui due 
paggi reggono 1' uno 1' arco, l'altro la cetra: chiude la proces- 
sione un corteggio di seniori coronati di fiori o in atto di 
tesser corone: evidente rappresentazione d' Apollo, delle Muse 
e dei loro seguaci. I nuovi venuti s' avvicinano a Ser Fedocco 
ancora tutto sconvolto dalla visione, che aveva avuto di se 
stesso nel castello di vetro, gli chiedono la ragione del suo 
smarrimento; ed udendo da lui, eh' egli è disperato per essersi 
veduto così brutto nei riflessi delle vitree pareti danno in una 
sonora risata per punirlo della sua ingenuità: oh il poveretto! 
Non sa ancora che non dipende da lui la figura contrafl"atta 



— 316 — 

resa dallo specchio, sì bene dallo specchio stesso, che è fatto 
in modo da deformare tutto e tutti. È chiaro che con tale 
allegoria Annibale voleva colpire il sistema troppo pedaritesco, 
con cui il Castelvetro soleva condurre le sue critiche, di guisa 
che 1' opera d'arte da lui esposta e commentata finiva col per 
dere le sue vere sembianze e col prenderne altre veramente 
mostruose. Il giovane arciere ritenendo quel fragile torrione di 
pregiudizio alla buona poesia ne prende di mira i merli, e con 
pochi colpi lo fa rovinare. 

Dapi>rima da quelP ammasso di macerie si solleva una nu 
vola di fumo nero, in cui ronzano e sciamano tafani, vespe 
zanzaroni e moscerini; poi, schiaritasi 1' aria, da un buco esce 
fuori un alocco, un gufo, un harhaianni così autentico (ini si 
jiermetta la citazione) da sembrare J.sc«^a/o mj>ersowa. L'api)ari 
zione di così strano uccello provoca risa di scherno da parte 
dei presenti, che prendono di mezzo il malcapitato uccellaccio, 
lo incoronano d' ortiche e di cicerbite, e lo ])ortano sojna nn 
cesto come sopra un carro trionfale, cantando il notissiuio so 
netto petrarchesco: 

Vago augelletto che cantando vai 



Poi, dopo averlo portato con grandi risa e scherni per tutto 
il campo, lo consegnano a certi nanetti, che avidi di vendetta 
si gettano sopra di lui: quei nanetti (curiosa invenzione!) non 
sono che il frutto di una metamorfosi delle parole, censurate 
«lai Castelvetro nella canzone dei gigli. É improvvisato un tri- 
bunale, presieduto da monna Inviolata giudice, e costituito da 
Propitia avvocata e da Ancoressa procuratri(;e, e da Ambo ac- 
cusatori: testimoni furono i Simulacri. Data la sentenza le In- 
serte misero al gufo i geti; Amene gli attaccarono un paio di sona- 
gli, Tarpato gli si)untò 1' ali e finalmente i Cesti gli svelsero 
le corna e lo spennacchiarono tutto. Così conciato, l'uccellaccio 
è riconsegnato dai Nanetti alle donzelle ed ai seniori della 
prima brigata, che lo portano in un bellissimo tem])io dinnanzi 
a<l uno specchio finissimo, in cui si rifrangeva tutta la fulgida 
bellezza dell' arciero: il povero gufo resta accecato da tanta 



- 317 — 

luce; e mentre eftli i)iaMj»'e il suo tristo fato, le serve ed 1 val- 
letti lo prendono e lo legano su una trivella come sur una 
gruccia: lo schiamazzo degli uccelli, che sopraggiungono de 
stano ser Fedocco, 

Questa trama leggermente modificata è quella, su cui si 
svolgono i dieci sonetti della corona: la differenza più notevole 
sta nel fatto che nella poesia non si fa alcun cenno né di 
quella parte del sogno di Ser Fedocco, che contiene i prece- 
denti dell'azione (composizione, censura e sogno) nò del fanta- 
stico paesaggio, in cui 1' azione del sogno si svolge, ne dell' ap- 
parizione delle leggiadre fanciulle e dei nani, i quali sono sola- 
mente invocati nel nono sonetto, affinchè accorrano a far scempio 
del gufo. L' autore della Corona vuole essere più sbrigativo 
dell' autore del sogno: 1' assalto e 1' espugnazione del castello 
sono le sole azioni che egli voglia lumeggiare nel loro pieno svol- 
gimento; e perciò di esse si occupa esclusivamente, e su di esse 
esclusivamente rivolge lo scherno e 1' ironia a piene mani. 

Abbiamo detto che la trama dei sonetti segue su per giù 
la trama principale del Sogno di Ser Fedocco: non si creda 
però (die i particolari dell' azione si svolgano con costante uni 
formità: 1' assedio e 1' espugnazione del sogno ben poco rasso 
migliano all' assedio ed all' espugnazione dei sonetti. Basta un 
confronto anche superficiale tra i primi otto sonetti e la prosa 
dell' Apologia per accorgersene. Il nono ed il decimo sonetto 
l)el contenuto stanno a sé; l'ottavo presuppone, per dir così, l'azione 
del sogno come ben nota, o si limitano ad accennare ad essa 
per sommi capi, ripetendone però dei particolari caratteristici. 
I^jCCO il gufo cieco, ecco la torma degli implacabili nanerelli 
che sottopone il i)overo uccellaccio a quelle pene che nel sogno 
eran state decretate. Ora (si noti bene) nei primi otto sonetti 
non si parla mai né della cecità del gufo, né dei nanerelli, 
motivi invece che compaiono nel Sogno di Ser Fedocco. Adun- 
que il nono ha continuità coli' Apologia, non coi Mattaccini: il 
decimo, già lo diceu)mo è come l'epigrafe da porsi sul cami)0 
di battaglia. 

Ci siamo indugiati su questi due ultimi, ed a belhi posta 



— 318 — 

abbiamo cercato di pone in luce la inancanzn di conti unità 
che il nono ha coli' ottavo per venire ad una conclusione, che 
ci i)remeva assai, che cioè il nono ed il decimo non devono 
essere o])era del Caro. Che tra i dieci sonetti della Corona due 
non sieno d' Annibale, ci avverte il Marchigiano stesso in quel 
inulto dell' Apologia, ove fa' dire a Pasquino che Ser Fedocco 
(pseudomino del Caro) aveva vestito sino a otto de' Mattaccini 
quando un buon compagno suo ne mandò fuori anch'egli un paio 
simili a punto e questi facevan sì ben la parte che gli i)arve 
bene ed opportuno consertare anche gli ultimi due cogli otto 
di ser Fedocco, affinchè tutti insieme si mettessero a fare una 
moresca attorno al Modenese. 

Da questa finzione si ricava adunque che due dei dieci 
sonetti non sono del Caro: quali sono questi due coni [)oni menti ? 
Il nono ed il decimo rispondiamo noi: i primi otto foiinano 
un tutto logicamente unito e continuo e si dimostrano bene 
opera d' un solo cervello: i due ultimi invece, come s' è 
detto, stanno a sé. Nei primi otto i i)articolari sono diversi 
dal Sogno di Fedocco, nel nono invece ricompaiono i motivi 
tutti dell' Apologia; ed il decimo se non ripete i vecchi, -non 
ne accoglie nemmeno di nuovi. Il che ci riconferma nella no- 
stra oinnione: mentre infatti si comprende come il Caro cercasse 
di non ripetere sé stesso e di variare in qualche modo la trama 
del sogno, si capisce d' altro lato il timore da parte del buon 
compagno, come le definisce Pasquino^ di scostarsi dalle traccie 
di Ser Fedocco. Ricalcandolo a puntino 1' autore era sicuro 
di non sperdersi, e di riuscire gradito al Mai-chigiano. Così si 
spiega la continuità che il nono sonetto ha coli' Apologia, an 
zichè cogli altri Mattaccini: il decimo infine è del nono il com- 
plemento. Due altri componimenti del genere erano stati man- 
dati al Nostro dall' amico Felice Gualtieri, ma per quanto il Caro 
li trovasse belli ed arguti, non entrarono a far parte della corona, 
perchè non erano legati allo scheuia, di rime su cui si svolgono 
i rimanenti della serie. Non è del resto da escludersi che an- 
che altri amici accorressero in sua difesa con bizzarri Mattac- 



— 310 — 

Cini, come parrebbe si dovesse rilevare da qualche accenno 
del Caro in proposito e dall'insistente affermazione del Castelvetro. 

Vediamo ora fino a qual punto il Caro sia riuscito ad imi- 
tare in questi suoi Mattaccini la poesia del bizzarro barbiere 
di Calimala. Il mondo zoologico nominato dal Caro si rivela 
assai affine a quello ricordato dal Burchiello: nell' uno e 
nelP altro troviamo botte, ghiandaie, gheppi, gufi, testuggini, 
corbi, bertuccie, asini, ranocchi, grilli, mosche e tafani. Ambe- 
due vanno in cerca di strane parole e di piìi strani modi 
di dire, ambedue si valgono del sonetto caudato dalle rime 
curiose burlesche, ma ciò non ostante intercorre tra l' arte 
dell' uno e l'arte dell' altro una sostanziale dififerenza, prodotta 
dal processo psicologico, onde trae il componimento la sua ra- 
gion d'essere. I sonetti del Bur3hiello sono veri ghiribizzi im 
provvisati in tutto il termine della parola: il filologico del 
pensiero s' interrompe d' un tratto, perchè il jjoeta ha bisogno 
di strane rime, che a loro volta suggeriscono strane immagini. 
Di qui quel procedere per accozzamenti ed accostameiiti d' im- 
magini, non per logico trapasso d' idee e di pensieri, che con- 
traddistingue la poesia del Burchiello. Questi mentre compone 
non ha bisogno di pensare: detta secondo il capriccio del mo 
mento, pago soltanto di trovare uno o piìi spunto atti a muo- 
vere il riso: improvvisa è l' ispirazione, improvvisa è la forma; 
e da questo carattere di estemporaneità deriva tutta la fre- 
schezza e la virtìi e 1' efficacia scultoria di quelle indiavolate 
bizzarrie. 

Che abbiamo invece nei dodici sonetti del Caro? Perfetta- 
mente il rovescio di ciò, che riscontrammo nel Burchiello. Nel 
Nostro il disegno prestabilito ed elaborato da lungo tempo, trova 
una forma, che ha acquistato snellezza e vivacità attraverso 
ad un arduus limae labor. Onde si comprende, come esuli da 
da questo rifacimento quello spirito di composizione estempo- 
ranea, che è tutto proprio delle cose del Burchiello; e come il 
regolare e logico svolgersi del pensiero fin nei suoi minimi 
particolari si sostituisca a quel bizzarro aggrovigliarsi di im- 
magini, che troviamo nelle sonettesse del Fiorentino. Si pensi 



— 320 — 

inoltre alle diverse condizioni, nelle quali si svolgeva l'attività 
poetica dei due autori: il Burchiello reclamava massima indi- 
pendenza e libertà; il Caro s' era invece legato per per le due 
serie (l'una d' otto e l'altra di tre sonetti) ad un unico selienui 
di rime per ciascuna serie. La qual cosa se ci fa apprezzare 
una volta di più il magistero del Caro, quale fabbro di rime, 
ci spiega come la poesia del Burchiello abbia trovato in quella 
del Nostro una così pallida eco. Troppa distanza v' era tra il 
culto cortigiano dei Farnesi e lo spregiudicato barbiere fiorentino! 
Pure anche così piacquero, e non solo i)ochi nnni do[)o ch'eran 
usciti per le stami)e trovarono un imitatore nel Bronzino, che 
coi Saltarelli (1) tentò di seguire le orme d' Annibale, ma albi 
distanza di due secoli e mezzo prestarono colori e immagini 
ai ben noti sonetti satirici del Leo[)ardi. 

Coi Mattaccini e coi quattro sonetti burleschi, che generalmente 
ai Mattaccini s' accodano, sono strettamente legati quegli altri 
nove riuniti in corona (2), nei quali all' ironia ed allo scherno 
è sostituita l' invettiva. Furono ])robabilmente scritti doi)o che 
fu nota la sentenza, con cui il 26 decembre 15 iO il giudice 
Sebastiano Atracino riconosceva il Castel vetro reo d' onìicidio 
in persona del giovane salentino Alberico Longo. I nove com- 
ponimenti infatti sono una violenta requisitoria contro il Mo 
denese, reo di così atroce delitto, e della requisitoria hanno l'ir- 
ruente vivacità di linguaggio. 11 Castelvetro risi)Ose e davvero 
per le rime, ma i sonetti del Modenese sotto il fragore delle 
])arole mostrano vacuità di contenuto. Ed è naturale: egli non 
aveva una così grave accusa su cui muovere 1' attacco, come 
il Mandiigiano; al quale prestavano argomento d' invettiva an- 
che 1 richiami rivolti rii)etutamente fin dal 1537 dai padri del 



(1) Agnolo Allori. Li capitoli fjiceti editi e inediti pubblicati uiiitarnente 
ili Siiltiirelli del medesimo iiutoro — Venezia Alvisopoii 1822 — Ptl coii- 
frouto coi Mattaccini vedi la prefazione dell' editore Pietro Magrini. 

(2) I sonetti invece d' esser legati per lo scliema metrico sono composti 
in modo che il verso, con cui uno finisce ricomparisce come verso iniziale pel 
successivo: P ultimo termina con un verso assai simile al verso iniziale del 
primo. Furono anch' essi pubblicati in Apologia cit. pp. 237-241. 



— 321 — 

S. Uffizio al sospetto traduttore dei luoghi di Melantone, sim- 
patizzante con idee non del tutto ortodosse. 

§ 122 — E vediamo ora di trarre una qualche conclusione da 
quanto s' è discorso fin qui. 

« Mastro famoso di leggiadre rime » 

fu salutato Annibale dal buon vescovo lucchese : il Varchi, 
com'è noto, lo difese contro il Castelvetro, che nel Nostro vo- 
leva soltanto vedere il versificatore, e non il poeta: Laura Bat- 
tiferri, come Silvio Antoniano, lo considerò maestro ed il card. 
Alessandro, che pure avrebbe potuto scegliere qualunque altro 
poeta del tempo, quando nel '00 ricui)er() da Cammillo Molza 
i manoscritti del Modenese, dette ad Annibale l' incarico di 
rivederli. 'E questa una preziosa notizia, che si deduce da una 
lettera, che il Caro scriveva di Roma il 2 febbraio a Gius. 
Giova, e che noi riportiamo in nota perchè è testimonio sicuro 
delle prime peripezie, alle quali andaron soggette le carte del 
Molza (1). 

Tale adunque fu l' opinione dei contemporanei: quale de- 
v'esser la nostra! Dal Crescimbeni, che non esitava a giudicare 
il piccolo canzoniere d' Annibale degno di star a pari per ec- 
cellenza con quello del J3embo; dal Muratori, che, per quanto 
accanito ajìologista del Castelvetro, inseriva qualche componi- 



(1) Mazzuchelli v. Ili, Lett. CCCXI. « A Gius. Giova a Lione - De 
le cose del Molza io sono quasi disperato di vederle fuora; tauti iufoituui 
souo loro accaduti. Io 1' hebbi nelle mani in Piacenzji, et in quel caso del 
duca P. Luigi appena lo salvai. Le rendei a la fine a Messer Cammillo, suo 
figliuolo, il quale promise di mandarle subito fuora. Ma per molto che ne 
sia stato stimolato, non 1' ha mai fatto. Fu consigliato di farle emendare 
da non so chi, il quale vi dette su di gran pennate, e massimamente su le 
cose latine, e tutte insieme furono ridotte in gran confusione. E quel che è 
peggio dicono, che ultimamente andando a Vinegia le portò seco non so se 
per pubblicarle o per istabilirle, et havendole lasciate in mano di chi si sia, 
che fino a hora non si sa, non fu prima tornato a Modena che morì. La 
sua donna n' ha rimandati qui al Cardinale alcuni originali, da' quali non 
mi basta 1' animo di cavar cosa a mio modo. E però se le sono restituiti; e 
io non so quello che seguirà ». Roma, 3 febbraio 1560. 

21 — Atti e Hemorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marcile. 1910. 



— 322 -- 

mento del Nostro tra i modelli della Perfetta poesia, ai critici 
odierni qiiest' entusiasmo è venuto poco per volta mancando. 

Il Gaspary così ne giudicò: « Egli maneggia con spirito 

e grazia le antitesi del petrarchismo, o dà alle iperboli delle 
sue lodi un abile giro, ma x'ure egli appare sovratutto il ver- 
seggiatore elegante, ed alla fine sua arte manca il contenuto ». (1) 
Ed il Flamini, accettando fondamentalmente il giudizio del cri- 
tico tedesco nega ad Annibale ogni intrinseca facoltà per con- 
cedergli soltanto il merito di saper cesellare ninnoli poetici 
(per valerci delle sue parole), e di riprodurre il pensiero altrui 
con artificiosa levigatura e con atteggiamenti d' irreprensibile 
correttezza (2). 

I due critici^ adunque s' accordano nel riconoscere al Caro 
soltanto il sapiente magistero della forma. Ed in ciò possono 
essere nel vero, quando si consideri Annibale come poeta d'amore; 
ma allorché si rilegga la canzone sul conclave del 1550 per 
tanti secoli obliata il Marchigiano ci appare ben altro. 

Quasi conscio d' un grande scopo da raggiungere accoglie 
nella sua l' anima dei contemporanei, e la plasma di getto, 
direi quasi, nella strofe, che scende impetuosa e fonde in bel- 
r accordo l'invettiva del sirventese, il tono fatidico della pro- 
fezia ed il fervor della fede. Egli guarda attorno, e non scorge 
altro che dex)ravamenti e prepotenze, che debolezze e delitti; 
ma lo sorregge la speranza d' un rinnovamento morale. 

Forse sperava che la sua canzone dalle rive del Tevere 
salisse fino al Vaticano, e da quelle alture spiegasse il volo su 
pel mar d'Adria fino al Quarnero, e si librasse su Trento, ove 
decidevansi le sorti del patrimonio ideale dei popoli. Ma se 
tale era il suo sogno ben doloroso dovè essere il risveglio: in 
ogni modo questo non sarebbe statone il primo, nò l'unico disin- 
ganno in vita sua. La quale passò più spesso di delusione in delu- 
sione, ond' è facile comprendere che, quando già presso alla 
morte, tornò col pensiero al bel tempo della sua gioventù, din- 



(1) Storia di Lett. It. Torino, 1901, p. II, p. 138. 

(2) Storia di Lett. Italiana - Vallardi - II. 500 p. 189, 



— 323 — 

nanzi n tniiti fantasmi svaniti, dovette sentire grande l'amarez- 
za, ma non la desolazione: che V impediva il pio conforto della 
fede. 

Fin serena sgoroò allora 1' elegia sulla caducità della vita: 
])ar quasi che in quest' ultimo momento, in cui il Poeta volge 
1' occhio d' intorno, la terra raddoppi le lusinghe e s' illumini 
di luce novella, onde offrirgli le immagini più attraenti per gra- 
zia e bellezza. Ma egli non ode (die la voce della virtù, e come 
negli anni della piena virilità aveva accolto in sé e le idee e 
gli affetti e le aspirazioni dei contemporanei, così ora sul ]>unto 
di scender nel sepolcro non col gesto del retore, ma coli' im- 
magine dell' artista, ma coll'eloquio appassionato del Poeta ad- 
dita all'uomo una mèta infallibile in alto, nelle regioni mistiche 
dell' idea. E ciò non è poco. 

Per concludere adunque, se nei canti d' amore non si mo- 
strò poeta, non gliene va negata 1' anima: v' è soltanto da de- 
plorare, che invece di seguire gli arcani impulsi del cuore e 
della mente, egli abbia secondato la moda ed i gusti letterari 
del tempo, in che visse. Della poesia egli non fece uno studio, 
nò un'o(;cupazione speciale, ma invocò il favor d'Elicona talora 
l)er piccola vanità, inù. si)esso per accontentare amici e 
padroni, perchè il perfetto cortigiano doveva mostrarsi capace 
di comporre sonetti e canzoni e sestine. Così è avvenuto che 
mentre per la maggior parte del canzoniere si mostra del tutto 
inferiore al Bembo, al Molza, al (Jasa, al Tansillo, al Rota; ed 
in qualcosa al Costanzo ed al Tasso (Bernardo) mantenendosi 
col Varchi ad una certa distanza dai meno notevoli come il 
Cap])ello, il Muzio, il Manfredi, il Tolomei, il Dolce e gli altri 
di lor levatura; grazie alle due canzoni or citate viene ad ac- 
quistare un più alto pregio. Che colla prima si distingue e si 
afferma nella lirica ])olitica, colla seconda per 1' eleganza della 
forma contende col Bembo, ma lo supera per sincerità d'ispira- 
zione e per profondità di pensiero. 

Non è infine piccol inerito suo quello d'esser riuscito coi Mat- 
taccini all'improvvisa resurrezione d'un'arte umile e bizzarra, se 
si guarda all' origine popolaresca ed ai motivi, onde questa è 



— 324 — 

intessuta, ma non meno irta di diflftcoltà di quello che non fosse 
V arte aulica sbocciata e coltivata nelle tepide aure delle corti; 
e d' aver fatto in questo campo opera assai più viva e vitale 
che non abbian fatto nel loro campo moltissimi dei rimatori 
petrarcheggianti del secolo XVI. 



Capitolo ir. 
Il Caro epistolografo 

Storia esterna dell' epistolario — Uno sguardo retrospettivo all' epistologra- 
fia — Criterj del Caro in fatto di lingua e di stile - Le familiari e 
le lettere di negozj in rapporto alla lingua ed allo stile. 

§ 1 — Qualche lettera uscita per le stampe aveva fatto conoscere 
Annibale, fin dai suoi giorni, come ottimo in questo genere di 
scritture; e n'è prova quanto il Doni scriveva nel 1557: «Di- 
temi: la lettera, che egli {il Caro) scrive in biasimo dello scrivere 
non è ella divina! quella ch'egli mandò al Signor Bernardo 
Spina non fu ella miracolosa? Ohi avrebbe saputo dir meglio 
del Caro le truffe di quel baro? E colui, che ha letto la lette- 
ra, che va a madonna Isabetta Arnolfini de' Guidiccioni mi 

penso che gli sia servitore, come gli sono io ? (sic) Che bella 

lettera fu quella nel dedicare a Farnese le Rime del Bembo! » (1) 
. Sette lettere del Mai'chigiano eran già comparse in pubblico 
inserite nella silloge, composta e pubblicata nel 1542 da Paolo 
Manuzio (2). Due anni dopo ne ripubblicava alcune in un secon- 
do epistolario Paolo Gerardo (3), e fra questa v'era quella che il 



(1) Libreria del Doni Fiorentino - Giolito 1557-1558 e. 23. 

(2) Lettere volgari di diversi nobilissimi et eccellentissimi ingegni 
scritte in diverse materie - In Venezia - Aldo: dedicate alli magnifici et 
molto valorosi messeri Federigo Badoaro e Domenico Feniero da Paolo Manuiio 
1542 ecc. 107-119. 

(3) Novo libro di Lettere scritte dai piìi rari Autori e Professori della 
lingua volgare italiana. In Venezia per Paolo Gerardo 1545 in 8.: è una 
ristampa dell' editio princeps del '44, 



— 3iJ5 — 

Doni diceva addirittura miracolosa. Ciò avvenne ad insaputa 
del Nostro, il quale o per falsa modestia o perchè proprio non 
si credesse degno d' esser [)roposto a modello, si raccomandava 
allo Spina, perchè lacerasse le lettere, appena le avesse lette. 
« Di grazia, signor Bernardo, quando vi scrivo da qui innanti 
stracciate le lettere, che io non ho tempo di scrivere quasi a 
persona, non che a fare ogni lettera col compasso in mano; e 
questi furbi librari stampano ogni scìempiezza. Fatelo, se volete 
che io scriva alle volte, altramente vi protesto che non vi scri- 
verò mai. Dico questo in collera, perchè adesso ho visto andare 
in pricissione alcune mie letteraccie, che me ne son vergognato 
fin dentro all' anima.... » (1) 

Ma questo pio desiderio non poteva porre un freno alla 
smania interessata degli editori: v' era soltanto da esser con- 
tenti se ci si imbatteva in persone colte ed amiche, come, per 
buona ventura del Caro, lo furono il Manuzio, il Gerardo, Co- 
min da Trino e Ludovico Dolce, i quali tutti nelle raccolte 
epistolari, da loro curate, accolsero lettere del IMarchigiano (2). 



(1) Tomitano op. cit. p. 36: 10 sett. 1545. 

(2) Dolce, Lettere di diversi Eccellentissimi huomini, Raccolto da diversi 
libri, tra le quali ci se ne leggono molte non più stampate con gli argo- 
menti per ciascuna delle materie, di che trattano e nel fine annotationi e 
tavole delle cose più notabili a utile degli studiosi. — Vinegia, Giolito, 
1554 — Coniin da Trino: Lettere di XIII huomini illustri nelle quali sono 
due libri di diversi altri authori et il fiore di quante belle lettere che 
fin'hora si sono vedute con molte del Bembo, del Navagero, del Fracastoro, 
del Manutio et di altri famosi authori non più date in luce. In Venetia, 
Comin da Trino di Monferrato. La raccolta del Dolce, che è la più copiosa 
in riguardo al Caro, contiene di quest' ultimo: la lettera di condoglianza a 
Isabetta per la morte del Guidiccioni; l'altra, con cui dissuase lo Spina dal 
proposito di farsi frate; quella al Tolomei, che comincia: « Rispondendovi 
per lo consonanze »; 1' altra in dispregio dello scrivere: quella al vescovo 
di Castro a nome del Guidiccioni « La vostra delP undici novembre »; 
quella al Guidiccioni stesso: « La partita di V. S. Rev. ma »; quella a ignoto 
« Il Manetto Manetti ecc. » quella a mes. Roberto de' Rossi: « La vostra 
lettera del 18 luglio >-; un'altra a Bernardo Spina per la morte del marchese 
del Vasto; una all'Albicante: « Io non so con chi ve l'habbiate »; una 
alla marchesa del Vasto: « I ringraziamenti che V. Eccellenza. . . »; una a 



- 326 — 

Di qui anzi Annibale dovette ricevere il primo impulso a 
mettere insieme i due libri delle Familiari. 

Il Manuzio g^li stava d' intorno allo scopo d' averle tutte per le 
sue stampe, ed il Caro finì col cedere alle istanze del Veneziano 
e tra il 1554 ed il 1555 gli promise di affidargli la pubblica- 
zione di quante lettere avesse creduto degne d' uscire in i)ub- 
blico (1). Ma non soltanto ragioni artistiche dovevan presiedere 
alla scelta di queste scritture: ve ne erano anche altre d'oppor 
tunità. 

Infatti quando il Euscelli nelP estate del '58 pregava il 
Caro di affidargli l'edizion dell'epistolario, il Nostro si schermiva, 
rispondendo d'aver già consegnato al Manuzio quelle poche, che 

gli eran parse pubblicabili: « Ella sa (aggiungeva) che quelle 

de' negozi son le più considerate, e queste non m'è lecito a 
darle: 1' altre sono di cerimonie, che sono di poco momento: di 
queste se ne vorrà qualcuna, vedrò di satisfarla.... » (2). 

In ogni modo resta ben fermo e assodato die tra il Unire 
del '54 ed il cominciare del '55 il Caro s'impegnò col Manuzio 
di comporre un epistolario (3). 

Ma, qualunque ne fosse il motivo, fatto è che la promessa 
non fu tanto presto mantenuta. Nel giugno del '58 infatti per 
mezzo di Guido Lollio (4) mandava al Manuzio uno scarso ma- 



V. Farnese: « Io sono V ultimo. . . »; una a Fabio Benvoglienti: « Voi mi 
date certe fiancate ... »; una a mes Giorgio Piutore: « Il mio desiderio 
d' aver opere notabili ... » ; una a V. Colonna: « La prima volta che fui »; 
una a mes. Ludovico Dolce : « Molto contento e fortunato . . . »; poi una 
lettera amorosa: « Accortissima amante m'havete ...» senz'anno uè luogo; 
la lettera al Tasso in dispregio delle Signorie; ed infine la canzon de gigli 
col commento. 

(1) Tre libri di lettere volgari di Paolo Manutio, In Venetia, Aldo, 1.556 
C. 134 V. 

(2) Ed. cit. V. II Lett. C. p. 120. 

(3) V. n. ri) 

(4) Ed. cit. voi. II Lett. LV pag. 67: il 18 gennaio 1556 a P. Manuzio 
scriveva : 

« Io non ho dato fin a ora a M. Guido le lettere che mi domanda per la 
vostra stampa, non perchè io non desidero di far servigio a voi o piuttosto 



— 327 -^ 

ni polo (li lettere, che, secondo il primo disegno avrebbe dovuto 
costituire l<i raccoltina promessa quattr'anni innanzi, e avrebbe 
dovuto esser stampato colle Rime, forse più che per altro per 
accrescer la mole del volumetto. Senonchè il Manuzio non era 
ancor contento: « Egli mi fa una gran ressa (scriveva ancora 
nel 1562 il Nostro del Veneziano al Varchi).... delle lettere, 
ma di queste non so come mi governerò, perchè di quelle, che 
ho scritto per conto de' i)adroni le migliori o le men ree, che 
sono di faccende, non si possono dare per rispetto agli interessi 
loro. E delle mie private io n'ho fatte molto poche, che mi sia 
messo per farle e di pochissime ho tenuto copia. Tutta volta 
tra quelle, eh' egli medesimo n' ha buscate da diversi amici, 
alli quali io ho scritto e quelle, che si sono recuperate da co- 
loro, che scrivendo sotto me nel metterle in netto ne serbano 
le minute, n' ho rannate un sì gran fascio, che mi sono mara- 
vigliato come n' habbia mai potuto scriver tante in pregiudicio 
del mio dogma. Se voi non havete stracciate le scritte a voi, e 
se mi poteste farne haver dell' altre, eh' io ho scritto costà, 
come al V^ettori, al Martini e agli altri, harei caro che me le 
mandaste. Di queste inivate (se pur messer Paulo me ne strin- 
gerà) disegno di lasciar, eh' egli se ne faccia una scelta a suo 
modo. E forse che de' registri de' padroni gli darò alcune di 



honore a me; ma parte perchè io ho tutte le cose in confusione per essere 
a questi giorni diloggiato in fretta da certi Signori Francesi;" e parte per- 
chè io non ho lettere, che mi paiano degne d' esser lette dagli altri e tanto 
meno stampate da voi, da quelle de' negozi in fuora: le quali non si pos- 
sono publicare. Io ho fatto questo mistiero dello scrivere da molti anni in 
qua, come a dire a giornate; essendo sforzato a far piìi tosto molto, che 
bene ...... 

E dopo essersi scusato aggiunge: « Con tutto ciò per la voglia eh' io ho 
di servirvi, andrò razzolando tutti i miei scartafacci; e lascierò in arbitrio 
di mess. Guido medesimo di farne la scelta a senno suo. Se non vi satisfarà 
poi, non mi curerò punto che mi lasciate indietro ...... L' ultimo di 

giugno del 1558 infine scriveva al Ruscelli d' aver dato a M. Guido LoUio 
quelle poche lettere che aveva potuto cavare dai registri. Ed. cit. Lett, 
C. p. 120. 



— 328 — 

quelle, che sono solamente o di raccomandazione o di consola- 
zione o di complimenti. Ma, compilate che sieno insieme, quelle 
che saranno elette da lui io intendo che non si dieno fuori 
mai, che voi non le vergiate e riveggiate prima » (1). 

Né altrimenti esprimevasi con madonna Laura Battiferri e 
col pisano messer Felice Gualtieri, al quale raccomandavasi 
afiBnchè gii restituisse quante sue lettere avesse conservato. 
Ma neir inverno del '63 pare che i copioni fossero in parte 
almeno pronti per la stampa, perchè a monsignor Commendone, 
che gli aveva mostrato il desiderio di leggerli prima che fos- 
sero inviati al Manuzio, il Marchigiano l' otto maggio rispon- 
deva tra r altro: « E fino a hora (le lettere) stanno nel modo 
medesimo, che il giovane V ha cavate dalle minute, e anco 
peggio per gli sgorbi, e per le rimesse, alle volte poco leggi- 
bili, che nelle minute si fanno Sicché, havendole a mandar 

così, lo fo malvolentieri, e pur non ardisco di negarle a V. S.'* 
quando le voglia in ogni modo. Qnando le piacesse eh' io fi- 
nissi d'ordinarle n'harei sodisfazione; se non, le darò così come 
stanno » (2). 

La promessa fatta al Manuzio nel 1554-55 nel '(>3 era dun- 
que mantenuta, non mancava ormai che la stampa. E questa 
andò anch' essa molto a rilento, non per colpa del Caro o del 



(1) Ed. cit. V. Il Lett. CLXXX pp. 214-215. Il primo accenno gene- 
rico alla stampa dei lavori del Caro è contenuto in una lettera dello Speroni 
al molto magnifico signor Alvise Mocenigo: « .... Or al Caro: di lui così 
sì dice come scrivete; ma delle cose sue care non sarebbe egli si prodigo 
come io delle mie vili: però non sperate di vederle se non in istampa; e ciò 
non so quando che sia. ...» 4 gennaio 1562: in Opere di Sperone Speroni. 
Venezia 1740 Tom. V. Lett. CXXXVIII pp. 101-102. Notevole pure l'accen- 
no alla familiarità col Caro contenuto in una lettera dello Speroni a Giulia 
de' Conti (Opp. citata Tom. V. Lett. CCXXII p. 161) — « Ti scrivo que- 
sta per un nepote di un gentiluomo mio carissimo anìico, che ò il cav. Caro 
e questo giovane ha nome niess. Ottavio. Falli fare lionore, che bene il 
merita per sé e per suo zio; e se in casa vostra può alloggiare, alloggialo 
e dimesticando accarezzalo, perchè così sono io accarezzato da sua madre e 
da sue sorelle ....»: 30 settembre 1563. 

(2) Ed. cit. V. II - Lett. CC. pp. 256-257: 8 maggio 1563. 



— 329 — 

Manuzio, ma per effetto del divieto, ingiunto nel '62 al benemerito 
editor veneziano, di pubblicar libri, che non fossero d' argo- 
mento sacro (1). 

Così gli anni passavano: nel '05 moriva il Varchi forse sen 
z' aver visto le lettere, come il Nostro invece avrebbe deside- 
rato, e l'anno dopo il Caro stesso lo seguiva nel se])olcro. 

Gian Battista, il nepote ])rediletto d^ Annibale, s' incaricò 
di condurre a termine 1' oi)era non ancor cominciata dallo zio. 
Era questi il ])rimogenito di Giovanni Caro, e su di lui il No- 
stro aveva rivolto ogni sua cura. Non contento, infatti, d'averlo 
mantenuto a studio in Avignone fino a tanto che non avesse 
conseguito il dottorato in utroque e d' aver destinato intera- 
mente a Ini parte delle sue rendite, volle che non entrasse 
subito nel maneggio degli affari, ma si stabilisse ancora un 
anno in Padova per meglio affinarsi. Appunto per questo An- 
nibale si rivolgeva nel '57 a Monsignor Sirleto, allora proto- 
notario apostolico, e lo ])regava di concedergli il primo cano- 
nicato vacante, onde impiegarne i frutti a vantaggio del nepote. 
Il quale adunque adoperandosi attorno alla pubblicazione delle 
lettere dello zio, non faceva altro che adempiere un sacro do- 
vere di gratitudine: la morte precoce impedì anche a lui di 
ved^r la fine del lavoro incominciato. Egli non potè pubblicare 
altro che il primo volume di lettere nel 1572, dopoché per le 
sue cure erano già uscite per le stampe la traduzione delle 
omelie di S. Gregorio Nazianzeno e di S. Cii)riano (1568), le 
Kime (1568) ed il volgarizzamento della Retorica d' Aristotele 
(1570). 

Restava un secondo volume di lettere, il quale comparve 
finalmente in pubblico sempre pei tii)i del Manuzio nel 1575 
per cura del fratello di Gian Battista, Lei)ido. Pertanto 



(1) E«i. cit. V. II - Lett. CLXXXVII p. 228 — « E tosto che la 
piscina si muove, il Manuzio darà lor la pinta. Voglio dire che non aspetta 
altro che la licenza di poterlo fai'e; perchè fino a hora ha divieto di stam- 
pare altro, che cose sacre, » 16 ott. 1562. 



— 330 — 

i (lue termini cronologici tra i quali è contenuta la storia del- 
l' epistolario sono: 1554 e 1575 (1). 

Non staremo qui a ripercorrere nemmen sommariamente la 
serie fortunatissima di ristampe, attraverso le quali le Fami- 
liari pervennero fino a noi per essere stati in ciò già preceduti 
dai vecchi storici della nostra letteratura, dall'accurato editore 
delle opere del Caro nel '700, ed ultimamente dal prof. Nazza- 
reno Angeletti con un suo articolo inserito nella Scuola Romana 
e intitolato Una futura edizione dell' epistolario di A. Caro (2). 

Ora naturalmente colle raccolte a noi ben note del Tomitano, 
del Mazzucchelli e del Roncliini, il numero dalle lettere s' è 
più che raddoppiato: al di fuori però delle familiari, che tranne 
qualche rara eccezione son tutte di negozj. 

§ IJ. — Quando Gian Battista Caro attendeva all'edizione delle 
lettere dello zio 1' epistolografia volgare, come genere letterario 
con si)eciali intendimenti artistici, era sorta da poco, ma ahimè! 
era nata decrepita. 

Per giungere infatti al primo documento del genere bisogna 
risalire a quel libro di lettere, che il famigerato flagello de' 
principi pubblicò in Venezia nel 1537. Questa raccolta, che 
inizia la lunga serie di epistolari, venuti in luce dal secolo 
XVI ai giorni nostri, aveva malauguratamente un vizio d' ori- 



(1) Le lettere familiari del commendatore A. Caro Volume primo col Pri- 
vilegio di N, S. P. P. Pio V. e dell' 111. ma Signoria di Venetia. In Veiietia 
Appresso Aldo Manutio MDLXXII: dedicate all' Iti. Et Rev. Hieronimo Car- 
dinal di Correggio. In questa dedicatoria Gian Battista Caro dice aver dovuto 
tenere presso di sé manoscritte tutte le lettere, che lo zio aveva scritto pei 
Farnesi. Il secondo volume collo stesso titolo uscì uel '75 e fu dedicato da 
Lepido all' Ill.mo et Bev.mo Signor Monsignore il cardinal da Como. 

(2) La Scuola Romana foglio periodico di letteratura e d' arte diretto da 
G. Cugnoni e P. E. Castagnola - An. IV - Marzo 1886 p. 101: vedi inoltre 
M. Sterzi - Annibal Caro inviato di P. L. Farnese in Giorn. St. ed. Lett. 
Ital. voi. LVIII, 1911 p. 6 n. (1) Del Cugnoni vedi anche il volumetto 
delle Prose inedite del Caro (Imola, Galeati, 1872), su cui per altro siamo 
molto scettici, non essendoci alcuna ragione obiettiva, che conforti l' auten- 
ticità di quelle scritture attribuite al Caro. 



— 331 — 

gine spiegabile e x)er ragioni storiche e per ragioni individuali, 
tutte proprie dell' autore. 

La grande raffinatezza della cultura e della vita nel '500 e 
la v<5inoderata ambizione letteraria dell' Aretino portavano que- 
st' ultimo a snaturare la lettera familiare rivestendola tutta di 
concetti strani e peregrini, ed attingendo -per la sostanza a re- 
condita erudizione. In tal modo qnesto genere letterario divenne 
il legittimo erede dell' epistolografìa umanistica, onde tolse e 
trasportò nelP idioma nostrano gran parte di caratteri intrin- 
seci e d' esterne peculiarità. 

Ma la lettera familiare così intesa, come dicemmo, è sna- 
turata. L'Aretino infatti invece di valersene per tener informa- 
to su quanto capitava alla giornata, la rivolse a persuadere ai 
suoi disegni colui, al quale scriveva: ond'è che alla forma piana 
e sobria, simile al corretto conversar di persona colta preferì 
il faticoso lavorio di rettorica e di riflessione e la sottigliezza 
più spesso insipida e fredda. L'ostentazione è il vizio più grave 
di queste scritture, ostentazione di sensibilità, che softbca ed 
uccide il sentimento, ostentazione di sapere che dà in stucchevole 
pedanteria. 

Appunto perciò le lettere dell' Aretino si possono con- 
siderare riguardo allo spirito, che le informa, come piccoli 
squarci oratorj di genere epidittico, che nella sovrabbondanza 
delle immagini e delle metafore, barbaglianti quelle e stemi)e- 
rate queste fino alla nausea, si palesano di gusto prettauiente 
asiatico o secentistico, che dir si voglia. 

Undici mesi dopo in quella stessa Venezia Niccolò Franco, 
che allora era stretto a messer Pietro di grande intimità dava 
alle stampe le Pistole Volgari, che per l'enfatico procedere d'iper- 
bole, in iperbole e per certo costume di stiracchiare il i)en8Ìero 
e di contorcer la frase fan l'effetto d'una vera e propria ricalca- 
tura del x>eriodare aretinesco. Il che non si può dire in stretto 
senso del Doni, il quale coli' epistolario, pubblicato a sei anni 
di distanza nel 1544, mostrò che, pur accettando dal caposcuola 
certi canoni artistici, sapeva ravvivarli e conferir loro un nuovo 
sapore mediante l' inesauribile vena d' humour e di bizzarrie, 



— 332 — 

tutta propria dell'indole sua. Non solo; ma grazie a queste sue 
stesse doti, egli riuscì benissimo a far la ])arodia di questo 
suo stile magniloquente, quando coi Pistolotti Amorosi si servì 
pili tardi dell' ironia per dar libero sfogo all' odio concepito 
contro l' Aretino, e per canzonare, diciamolo pure, anche gii 
autori di quelle raccolte di lettere galanti, fiorite e pompose 
ad un tempo, che cominciavano a far capolino. 

Il malefico influsso dell' Aretino s' estese fino a mezzo il 
secolo XVI, e stanno a provarlo nella teoria alcuni dei Con- 
cetti divinissinii per scrivere et ragionare familiarmente pubblicati 
in Roma nel 1521 da Girolamo Garimberto ed il trattatello 
di Francesco Negri (De conscrihendis epistulis); e nella pratica 
le raccolte di lettere di Claudio Tolomei (1547) e di Bernardo 
Tasso (1550). Eppure costui, coni' è noto, concitò contro di se 
l' ira dell' Aretino j)er aver detto in una lettera (sul principio 
dell' epistolario) diretta al Nostro, che nella lingua volgare non 
v'erano lettere, che potessero servir di modello! 

In esse costante è 1' artificio: il sentimento troppo di rado 
fluisce spontaneo e trova l'espressione jnana ed incisiva ad un 
tempo. Pensiero e parola s' inquadrano come cose morte per 
dir così, in periodi ora lunghi, ora brevi, regolati sempre dalle 
regole piti severe della rettorica. E' veramente interessante 
vedere per mezzo di quali artifici lo scrivente s' industri d' e- 
laborare quei pochi motivi, che il sentimento gli suggerisce. 
Anche quando son veri e sinceri s'intepidiscono e si congelano 
per la faticosa ricerca dell'espressione, che si studiava d'essere 
fantasticamente immaginosa e scientificamente sillogistica. Mera- 
vigliosa è la rispondenza delle parti onde il periodo risulta; 
delle frasi coordinate o poste a raffronto in uno stesso periodo; 
e dei sostantivi, e degli aggettivi e dei verbi, che costituiscon la 
frase. Ma questq schematizzare il pensiero come in uno stampo, 
in modo che l'espressione viene ad avere su per giù gii stessi 
caratteri e resta involta da una medesima luce, produce ben 
presto sazietà: il cuore non ha mai un' oasi ove ristorarsi. Si 
comprende perciò come non sia mai dato al lettore di sorpren- 
dere 1' uomo assorto nelle piccole cure quotidiane della vita ; 



— 333 — 

ma come gli si presenti diiinauzi alla fantasia 1' eterno corti- 
giano, studioso in ogni momento e ad ogni costo di parere ciò 
che non è. 

Né si i^nò dir diversamente delle Lettere di molte valorose 
donne (1548) e delle Lettere di Lucretia Gonzaga (1552) per 
quanto il Landò, che ne fu autore, abbia dato ad' esse un più 
evidente carattere di personalità. 

In ogni modo costoro segnano, a nostro parere, l'estinguersi 
del primo atteggiamento assunto dall' epistolografia nel '500, 
auspice 1' Aretino. 

Ma parallelamente a questo un altro indirizzo s' era già 
fatto strada; ed accennava a prendere il sopravvento. In un 
secolo, come il XVI, nel quale la cultura classica era posta a 
solida base dell' educazione estetica, quelle lettere dell'Aretino, 
che si riducevano a vuota, oltre che inopportuna sonorità di pa- 
role ed a sovrabbondanza d'immagini, avevano i>otuto produrre 
al loro primo apparire un certo senso di stupore, ma non pote- 
vano in nessun modo destare un' ammirazione duratura. Non 
tardò infatti a sorgere una reazione, che trovando favorevoli le 
circostanze, impedì al cattivo gusto di dilagare, e produsse 
buoni frutti nella seconda metà di quello stesso '500. 

Ed in Venezia, ove pontificava 1' Aretino, questa reazione 
trovò i primi banditori nel Bembo ed in Paolo Manuzio. Stilista 
1' uno tenacemente attaccato alle più pure tradizioni classiche, 
filologo dei più insigni 1' altro; ciceroniano e boccacccevole ad 
un tempo il primo, togato sempre il secondo; ambedue si trova- 
vano concordi nel culto dell' antichità e nel desiderio di dar 
incremento alla lingua novella. 

Infatti nel dedicare a Federigo Badoaro ed a Domenico 
Veniero una raccolta di lettere (1), il Manuzio scriveva del 
volgare: « questa lingua è bella e nobile e nostra ». Affermava 
inoltre d' aver fatto colla sua silloge opera nuova, ed in realtà 



(1^ V. n. (2). p. 324 Vedi anche le Lettere volgari di diversi nobilissimi hnomini. 
et eccellentissimi ingegni ecc. Vinegia, Aldo 1549. lu queste lettere di diversi 
scritte al Bembo nulla trovi delle goffaggini aretinesche. 



— 334 — 

nessuno prima di Ini aveva avuto 1' idea d' oftiiie una raccolta 
di lettere, scritte da altri; e di preferire alla parte seducente 
d' autore quella più modesta d' editore. 

Orbene, per quanto nella lettera di jjrefazione il filologo 
veneziano non si lasciasse sfuggire alcuna frase, che potesse 
dar appiglio al terribile risentimento dell' Aretino, basta scor- 
rere queste lettere per comprendere il criterio direttivo, onde 
1' Autore si lasciò guidare nel porle insieme, e lo scopo, eh' ei 
si prefìsse. Sono per lo più brevi: trattano con garbo e signo- 
rilità, che dà talora nella cortigianeria delle faccende e delle 
cose più comuni della vita spicciola d'ogni giorno, e di questa 
materia umile e modesta serbano l'impronta nello stile, spoglio 
di smorfie rettoriche e di metaforici aggiramenti: semplice in- 
somma e sbrigativo. E' chiaro perciò che sua intenzione era quel- 
la di render la lettera familiare più consentanea colle ragioni 
psicologiche, onde sgorgava; di riaccostarla cioè maggiormente 
alla vita, della quale, secondo la tradizione ciceroniana doveva 
esser lo specchio fedele. Per meglio conseguir lo scopo alla 
breve distanza di tre anni, nel 1545 pubblicò il volgarizzamento 
delle Epistole Familiari di Cicerone secondo i sensi dell' Au- 
tore, opera di Guido Lollio, uno dei più dotti familiari del 
card. Farnese, e dei più cari amici d'Annibale. Del 157'^ sono 
le Locutioni dell' epistole di Cicerone scielte da Aldo Manutio 
(In Veneti a coi tipi di Aldo.) 

Pertanto 1' oi)era del filologo veneziano, continuata dal fra- 
tello Antonio che nel '45 raccoglieva una seconda silloge, 
dal nepote Aldo il giovane, che ne stampava una terza nel '54 
ed infine dall' epistolario, che Paolo pubblicò nel 1560 veniva a 
trovarsi in i)erfetta antitesi coll'indirizzo letterario dell'Aretino. 
Il quale non è a credere che sotto questo riguardo incontrasse 
tra 1 contemporanei stabile fortuna, malgrado il gran rumore 
sollevato dall'epistolario al suo primo apparire in pubblico (1); 
ne sia prova tanto il fatto che di quelle lettere di risposta di- 



(1) Cfr. in Lettere scritte al Sig. P. Aretino da molti signori ecc. Ve- 
netia, Frane. Marcolini 1553 p. 158 la lettera di Theodolo da Forlì. 



— 335 — 

vulgate dallo stesso Aretino i)er le stampe un ristrettissimo 
numero mostrano influssi di stile aretinesco, quanto l'altro fatto 
che ben poche delle sue scritture furono accolte negli epistolarj 
di Paolo Gerardo (1544) e di Veuturin Kuffinelli (1547). Si noti 
infine: Ludovico Dolce pubblicando dodici anni dopo (1) un epi- 
stolario, nella dedica al multo magnifico signor Silvio da Gaeta, 
lamentava la mancanza di modelli epistolari, eccezion fatta 
per la raccolta del Manuzio. Il silenzio sulle due opere consimili 
dell' Aretino e del Franco è notevole, ma tanto più notevole è 
l' insistere sui pregi dell' epistolario, messo insieme dal Manuzio, 
col quale il Dolce era perfettamente concorde. 

L'esempio di questi due fu seguito secondo la testimonianza 
del poligrafo veneziano da altri autori in varie città d' Italia, 
dei quali dovrà tener conto lo storico dell' epistolografia: a noi 
basterà accennare ai piìi importanti. 

Oltre all' Atanagi, che contemporaneamente al Doni pub- 
blicava il ben noto epistolario, sette anni dopo circa, nel 155G, 
Comin da Trino, i)iiì sopra ricordato, ne comi)oneva un altro, 
edito ])ure a Venezia, per noi di singolare importanza. 

Mosso infatti, come quelli che 1' avevan preceduto dal desi- 
derio di giovare alla helUssima lingua nostra^ cui augurava lo 
stendimento per tutto il mondo et la duration per tutti i secoli^ 
egli aveva messo insieme questa fiorita di lettere a fine d'offrire 
esempi di stile familiare notevoli per eleganza e per venustà. 
Le poche pagine, eh' ei vi premise a guisa di prefazione, sono 
preziose per certe notizie, che contengono sulle origini ancora 
recenti dell' epistolografia, sul rapido svilui)i)o, eh' essa aveva 
preso e sugli intenti, che 1' autore s' era prefisso colla presente 
raccolta. 



(1) V. u. (2) p. 325 «Da poi che il dottissimo ines. Manutio mandò fuori i 
libri delle lettere di diversi eccelleutissimi ingegui da lui raccolte, subito 
s' è veduto per le città d' Italia fiorire una copia grandissima di scrittori 
nobili, 1' esempio del qual Manutio fu poi seguitato da molti in modo che 
non pur molte lettere d' eccellenti ingegni, ma d' huomini prudentissimi; e 

scritte con gentil maniera sono venute nelle mani degli studiosi » - in 

Prefazione, 



— 336 — 

Udiamo le sue parole: « Dico che, vedendosi tuttavia que- 
sta lingua nostra divenir ricca di libri d' ogni sorta, parea che 
da cert' anni addietro vi si disiderassero autori, degni d' essere 
imitati e seguiti in quello, che tiene la maggior parte dell' in- 
tentione o del fine di chi ritrovò la scrittura, eh' è di poter 
col mezzo di quella mandare i pensieri nostri, e comunicare i 
nostri affari et i nostri bisogni a coloro et in quella parte, ove 
non possiamo essere noi stessi in corjw o mandarsi la voce no- 
stra. A questo bisogno cominciarono non ha molti anni alcuni 
belli ingegni a supplire, ciascuno in quello, che poteva. Onde 
in i)oco spatio di tempo si sono veduti in istanza più volumi 
di lettere d' autori particolari, che essi hanno raccolti, e a co- 
mune benefitio mandati in luce, et altri gentili spiriti han posti 
insieme di diversi autori, e parimente per comune benefitio 
dati fuori ». 

Ma il male, coni' egli osserva, stava nel fatto che, divenuto 
assai comune 1' uso di queste sillogi, molti, spinti dalla sola 
avidità di guadagno avevano incominciato a comporne e a stam- 
parne senza, punto curarsi della scelta delle scritture. E ad 
ovviare ad un simile inconveniente il Cornino offriva questa 
nuova antologia, che (si noti bene) doveva contenere dei mo- 
delli, nei quali erano applicate certe sue regole e teorie sul 
modo di scriver lettere. Che il Comino abbia scritto un trat- 
tatello su tale argomenta risulta da questo luogo, ma che 
1' abbia pubblicato è dubbio: le nostre ricerche in proposito 
sono rimaste infruttuose. 

« Eitrovandomi (dice 1' autore nella prefazione) d' haver io 
questi mesi a dietro ai prieghi d' alcuni ami(;i e signori miei 
composto un trattato del modo di scriver lettere, e vedendo, 
che non per la sufficienza dell'autore, ma per la novità e l'im- 
portanza del soggetto si aspetta con molto desiderio; e sono 
sollecitato da molti a darlo fuori, ho voluto metter insieme anco 
un volume, nel quale si riconosca con gli esempj tutto quello, 
che nel detto trattato si divisa con le regole e con i precetti, 
e così di tutte le lettere, che fin qui si sono vedute confuse 



- 337 - 

et in fascio, come poco avanti lio detto, io ho fatto nna scelta 
di tutte le iuij;lioii, e fattone un cor])o di tutte insieme ». 

Abbiamo dunque a die fare con un vero trattato didattico 
d'epistolografia, comi)osto d' una ])arte teorica e d' una parte 
])ratica. 1 componimenti sono scelti con sano criterio artistico, e 
son disposti in varie categorie secondo le relazioni ideali del 
contenuto, in modo che ne risulta un complesso orj^anico, ben 
l)ensato e ben condotto a termine. 

Simile ])er isco])i, ma meno i)regevole i)er intri;iseco valore 
è 1' altra silloge, ])ubblicata dal Porcacchi nel '65. Questi non 
ebbe chiaro dinanzi albi mente il segno, che doveva raggiungere; 
uè d' altro canto fece suo quel disegno londamentale così ni- 
tido nelle linee particolari e così armonico nel!' insieme, che 
abbiamo già avuto occasione di rilevare nell'opera del Cornino. 

Con un indirizzo così sano, determinato da tali e da tanti pre- 
cedenti, favorito dalla cultura classica del secolo XVI, era na- 
turale che 1' epistolografia riaccostandosi, auspice il Manuzio, 
alla vitale tradizione latina, o per dir meglio ciceroniana, non 
si limitasse a far bella prova di sé col Bembo, troppo stilista 
e visibilmente artificioso, col Contile e col Guidiccioni, più 
spesso ineguali, ma giungesse al suo compimento nelle lettere 
di A. Caro e di T. Tasso. 

§ 3. Eppure a dispetto di una così notevole tradizione, e' era 
ancora chi dubitava se 1' ei)istologTatìa avesse una qualche ra- 
gion d' essere, come un vero e ])roprio genere letterario. Lo 
Sjìeroni ad esemiMo così ne scriveva a certo mess. Benedetto 
Kaimberti: « Non so vedere a che fine si stampino cotai lettere; 
con ciò sia cosa che altro non possa fare una bella lettera, 
che insegnarne a parlare delle cose domestiche e civili coi loro 
pro])rj vocaboli; i quali vocaboli non siamo certi onde abbiamo 
a pigliarli; che alcuni vogliono che li prendiamo dalla corte di 
Roma, alcuni di tutta Italia, scegliendo i fiori delle parole (che 
in ogni terra ve n' ha) dalle spine, tra le quali elle nascono; 
alcuni solamente dalla Toscana li apprendono e di questi, altri 
dai popoli del paese, altri dall'oi)re degli autori eccellenti.... » (1) 

(1) Alcune Prose Scelte di Speroue Speroni padovano, Venezia, Alvisopoli 

22 — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910, 



— 338 - 

In tanta incertezza di cose lo Si)eroni opinava che gli autori 
non dovessero contribuire ad ingarbugliar maggiormente 1' in- 
tricata questione della lingua, porgendo modelli di stile fami- 
liare, ma si concedesse ad ognuno d' adoperar quella lingua e 
quello stile, che più gli tornassero comodi. 

Per il Nostro, come già per Coinin da Trino, la questione 
della lingua si presentava nel suo duplice asi)etto: sentimentale 
e filologico. Egli sentiva che dal modo di risolvere un così fatto 
problema dipendeva oltre che una grossa questione scientifica- 
anche un' altra di dignità nazionale. 

Ed egli volle in ciò essere principalmente italiano in tempi, 
nei quali mentre da un lato i conquistatori di Francia e di 
Spagna cercavano di introdurre in Italia colle fogge e coi 
costumi anche i loro idiomi, d'altro canto platonici umanisti non 
rinunziavano ancora al vecchio ideale di una restaurazione della 
lingua latina. Nel 1539 infatti, quando l'Amaseo aveva riaperto la 
vexata quaestio sui diritti del latino, il Nostro rispondeva al Tra- 
mezzino (1) non doversi trattare in modo alcuno di sterili ])o- 
lemiche di prevalenza, ma essere dovere imi)rescindibile d'ogni 
italiano di possedere la lingua materna. 

Né diverso era il giudizio, che dava con certa cautela sul 
quesito postogli da un amico di Napoli, se gli italiani a lettere 
scritte in spagnolo da Spagnoli dovessero rispondere in spagnolo 
o nel proprio idioma. 



MDCCCXXVIII p. 221-222. La lettera è senza data, ma dovrebbe essere 
posteriore di pochi anni al 1542, perchè vi si allude alla stampa dei dialoghi 
come a cosa avvenuta non molto tempo prima. 

(1) Lett. ed. cit. v. I lett. LI p. 68 « Dello scriver volgare io non 
mi ricordo d' avervi mai detto cosa alcuna; ma vostro padre mi ha fatto 
sovvenire eh' io ne ragionai con esso lui. E se non v' ha riferito altro che 
quello che egli mi dice, io replico il medesimo a voi : non perchè io voglia 
preporre una lingua all'altra, ma perchè mi par ragionevole che dobbiamo 
sapere scrivere e parlare la nostra, come gli altri dell'altre lingue scrivevano 
e i)arlavano la loro ». 

(2) Lett. ed. cit. v. II. lett. CLXXVII p. 209 « Quanto al discorso che 
mi dimandate, che a quelli che scrivano Spagnolo non s' abbia da rispondere nella 



— 339 — 

È vero che il Caro si affrettava a didiiarar subito di non 
voler prendere certe gatte a pelare; e preferiva dirsi sfornito 
d' auttorità e di giudicio ])inttosto che esprimere il proi)rio i)en- 
siero sn materia tanto insidiosa (ni problema letterario infatti 
non erano estranee ragioni d' indole politica); ma è anche vero 
che tale preambolo non gli imi)cdiva di trarre nna conclusione 
così significativa, da togliere ogni dubbio circa i suoi convinci- 
menti. « Se io dicessi (scriveva Annibale a mess. Cambi luipor- 
tuni) la mia opinione, questo di certo me ne avverrebbe, che 
mi tirerei addosso una parte di voi, e forse la Spagna tutta, 
perchè non si può parlar della lingua in questo caso, che non 
si parli dell'imperio e della nazion che domina e di quella che 
è dominata. Ma senza offesa di i)ersona e di nazione alcuna 

credo di poter dire in genere che meglio, con più decoro, 

con men sospetto d' adulazione e con men pregiudicio di ser- 
vitù si scrive e si risponde nella lingua propria che nell' al- 
trui » (1). Il pericolo, cui accennava, d' attirare sul proprio 

capo F odio degli Spagnoli, in caso eh' egli si fosse spiegato 
con maggior libertà, le parole chiare e<1 esplicite, con cui il 
brano si chiude, costituiscono, o e' inganniamo, una sanzione 
prudente e coraggiosa ad un tempo del primato del patrio 
idioma. 

Del quale egli riconobbe sede naturale la Toscana (Firenze 
in particolar modo) ed arbitro supremo l'uso vivo : su quest'ul- 



medesima lingua, con tutta la gran balìa che havete di comandarmi mi risolvo 
per questa volta di non ubidirvi: e tenendovi per quel savio e discreto 
Signor, che siete, mi rendo certo che non me ne graverete piti che tanto, sì 
perchè non si conviene a me, né a voi di tórre queste gatte a pelare; come 
perchè io non mi arrogo tanto né d' auttorità, uè di giudicio che mi voglia 
fare autore d'una opinione, la quale per probabile che sia, si può facilmente 

ributtare con altri probabili pensate che farebbono (quelli che la 

vogliono con me) s'io l'andassi cercando massimamente in una cosa come questa, 
che tocca la prerogativa delle lingue, l'uso della vostra città, ed il giudicio 
forse di molti, imaginandomi che questo articolo sia in controversia di voi 
altri Signori, e che sopra ciò corrano diversi pareri . . » 
(1) Ib, 



— 340 — 

timo punto adunque egli s' accostava più ai criterj d' Orazio, 
che a quelli troppo rigidi e douiniatici del lìeuibo. Mentre in- 
fatti costui tin dal 1525 aveva proclamato nelle [*ros6 della 
volgar lingua uniche fonti di lingua e modelli unici di stile 
le opere del Petrarca e quelle del Boccaccio, ben altra opinione 
mostrava Annibale nel 1553 scrivendo al mentovato messer 
Alfonso Cambi Importuni, die 1' aveva richiesto di qualche sug- 
gerimeuto in fatto di studj: « Essendo voi toscano non havete 
bisogno se non di coltivarla {la lingua). E a questo basta la 
lezione ddli vostri tre primi Dante, Petrarca e il Boccaccio; e 
di certi buoni, che hanno scritto a questi tempi, e massima- 
mente delle avvertenze di grammatica, le quali sono necessarie 
j)er non errar ne' termini Nel resto vi supplirà il corso or- 
dinario della lingua, e specialmente nello scriver familiare, il 
quale ha da esser tutt' uno col parlare » (1). 

Il corno ordinario della lingua è proprio quell' uso toscano, 
che a dispetto dell' anatema lanciato dal BemlK) (2), nobilitato 
nel secolo precedente dal Magnifico, difeso nel '500 dal Ma- 
chiavelli, dal Varchi e dal Lenzoui (3), doveva ricevere solo in 



(1) Lett. ed. oit. v. II Lett. XXII p. 32. 

(2) In sostanza il Bembo nelle Prose della volgar Lingua per bocca del 
fratello Carlo toglie all' nso vivo ogni autorità; ed arriva anzi al punto di 
affermare che we il Petrarca avesse accettato la lingua dall'uso comune, non 
avrebbe raggiunto quella perfezione, che aveva reso immortale il suo nome. 
Prima conclusione pertanto si 6 questa « che si dee per noi con lo stile delle 
passate stagioni scrivere e non con quello del nostro tempo »: seconda con- 
clusione, che deriva dalla seconda premessa (che cioè il Petrarca ed il 
Boccaccio ragionarono senza fallo alcuno meglio di noi) si è che noi dob- 
biamo imitarli ripudiando ogni elemento nuovo suggerito dall' uso presente, 
che, per dirla con parole sue, « il pane del grano non si fa miglior pane 
per mescolarvi la saggina. » 

(3) In difesa della Lingua Fiorentina e di Dante, Firenze, 1556. Curioso (jucsto 
ragionamento, con cui il Machiavelli, « ingegno molto capresto », avrebbe 
contraddetto ad un tale, che lev^ava a cielo le Prose del Bembo: « Se qual 
si voglia pili litterato Fiorentino che ci sia avesse imparato a parlar vini- 
ziano in Firenze, in Roma, in Napoli e s'mili altri luoghi dagli scritti de' 
vostri poeti e prosatori, come verbi grazia fanno gli Italiani del franzese e 



— 341 — 

tempi a noi vicini la suprema sanzione dei suoi diritti nell' o- 
pera letteraria di Alessandro Manzoni. Ond' è che quando il 
Castelvetro per censurare la canzone dei gigli credette di 
scliiacciare l'A. rilevando tutte le parole e le frasi, che in essa 
si trovavano e die non erano contenute nei sonetti e nelle 
canzoni scritte in vita ed in morte di madonna Laura, ripe- 
tendo per ogni sua censura quel ritornello: « Il Petrarca non 
l'userebbe », a buon dritto il Caro faceva rispondere al suo 
Predelia, che il non averle usate un trecentista, per quanto 
sommo, non poteva proprio importare nulla ad un autore del 
500, che volesse scrivere nella lingua viva del tempo suo. E 
fedele all' antico proverbio: vivi all'antica e parla a la moder- 
na, egli citava a confermare 1' autorità dell' uso in fatto di 
lingua versi di Lucrezio, di Orazio e di Dante. Per tutto ciò 
s' intende com' egli avvertisse umoristicamente il suo avversario 
che per fare la professione di letterato, e più specialmente di 
critico non bastasse lo studio della lingua condotto sui libri an- 
tichi, ma fosse necessario accoppiare a questo la pratica del 
dialetto fiorentino: « Per fare una profession tale (riportiamo 
testualmente) non basta che voi ne sap])iate le voci solaniente 
uè la proprietà di ciascuna d' esse, che bisogna saper anco in 
che guisa s'accozzano (l) insieme, e certi altri minuzzoli.... i quali 
non si trovano nel vostro zibaldone, ne anco in su i buoni li- 



(Icllo spagniiolo divenisse poi tanto ardito, ch'egli riprendesse i modi vostri 

del parlare e dello scrivere, e volesse darvi precetti; e sottoporvi religiosa- 
mente alle parole, modi di parlare et regole del Giustiniano et de gli altri 
antichi vostri, più tosto che del Cosmico, più tosto che de gli altri » e « volesse 
ancor giudicare chi di voi abbia parlato o parli più venizianamente e meglio » 

voi « ridereste certo sopra ogni piacevol modo ancora che questo 

Fiorentino dicesse nelle sue regole molte e molte cose notabili e buone. Per- 
che e' sarebbe forza (non potendo più 1' arte che la natura) che egli, non es- 
sendo stato lungo tempo in Venezia a questo fine; e non avendo voluto es- 
ser prima paziente scolaro che prosuntuoso maestro, - per non conosceere 
q-uinto si converrebbe - vi mettesse di quelle parole, di que' modi di parlare, 
di quelle superstizioni e falsi giudizi finalmente, che vi farebbono al tutto 
fare lo eifetto detto ... » ib. p. 26-27. 

(1) È la traduzione dell' oraziano: callida junetura. 



— 342 — 

bri talvolta. L' os8ervation degli autori è necessaria; ma non 
ogni cosa v' è dentro. Et oltre a quello, che si trova scritto 
da loro è di piìi momento e di piìi vantaggio che non pensate 
F haver havuto monna Sandra per balia, maestro Pippo per 
pedante, la Loggia per iscuohì, Fiesole per villa, aver girato 
più volte il coro di S. Reparata, seduto molte sere sotto il tetto 
de' Pisani, praticato molto tempo, per Dio, fino in Gualfonda 
per saper la natura d' esse ». (1) 

Naturalmente non tutto ciò, che si poteva raccogliere dalle 
labbra del popolino di S. Keparata o di via Gualfonda doveva 
passare senz' altro nella lingua scritta. Quello era il metallo, 
e' era bisogno da parte dello scrittore di un buon lavoro di 
raffinamento. Elementi necessnri per chi voleva operar bene que- 
sta sorta d' alchimia dovevano essere buon gusto e profonda 
cultura classica, di guisa che anche la tradizione letteraria 
mantenesse salvi i suoi diritti. « L' opinion mia (diceva egli 
con bella immagine) non è che si faccia fascio d' ogni erba, 
ma sì ben ghirlanda d' ogni fiore, non che s' adopri la falce, 
come dicono che adoperò Dante, ma che se ne colga a discre- 
zione, come ha fatto il Petrarca; non quelli appunto, che colse 
il Petrarca, ma di quella sorte che s'hanno a cogliere » (2). Così 
egli rispondeva all'avversario, che gli aveva fatto colpa di aver 
usato parole, non contenute né nel canzoniere petrarchesco uè 
nel Centonovelle; e proclamava ben alto non doversi la lingua 
italiana considerare alla stregua di quelle morte, come finita 
nelle opere dei grandi scrittori, ma come organismo vivo, ca- 
pace sempre di nuovi mutamenti ed accrescimenti. Di qui l'ob- 
bligo di studiare gli antichi, ricavarne canoni e noruje, ma non 
di limitarsi a ricalcarne le orme. « Kon sarebbe ])azzo (egli 
dice) uno, che volendo imparare di camminare da un altro, gli 
andasse sempre dietro, mettendo i piedi apunto donde colui 



(1) Apologia de gli Acadeniici di Banchi ecc. - Parma - Seth Viotto - 
1558 - Rinienata del Buratto, ristampato anche in Prose Scelte cit. pp. 
289-290. 

(2) Ib. Risentimento del Predella p. 271. 



— 343 -- 

gli lieva? La medesiina pazzia è quella che dite voi a voler 
che si facciano i iiicdesimi passi e non il medesimo andare del 
Petrarca. Imitar lui vuol dire che si deve portar la persona 
e le gambe come egli fece, e non porre i piedi ne le sue i)edate. 
Egli si valse giudiziosamente in tutte le lingue di tutte le buone 
voci: col medesimo giudizio è lecito di valersene ancora ad 
ogniuno ». 

Abbiamo veduto il Petrarca citato quale modello da imitarsi, 
anzi lo vedemmo più sopra posto in diretto antagonismo (per 
quanto il Marchigiano si esprima in modo assai cauto e temperato) 
con Dante; uè ciò deve far meraviglia in un letterato del secolo 
XVI. Errerebbe [)erò chi credesse ch'egli, come non pochi del 
tempo suo, spingesse quest' ammirazione fino al punto da disco- 
noscere la grandezza dell' Alighieri. Infatti qualche anno dopo, 
nel 1562, a niesser Jacomo Corrado, che gli aveva chiesto 
consiglio sulla legittimità del participio persi per perduti, egli 

tra l'altro così rispondeva: « Ma io dico che per buona 

si può tenere, perchè il non averla usata il Petrarca non toglie 
che sia tale, avendone egli lasciato delle buonissime. P] dir che 
non si debba scrivere con altre parole, che con le sue è una 
superstizione; e questo punto è stato essaminato e risoluto così 
dagli huomini di giudicio. Se non 1' ha usata il Petrarca, 1' ha 

usata Dante : . dir che Dante non sia autentico nella 

lingua è cosa da far ridere, che se il Bembo non lo accetta 
nel nìodo di ])oetare, parendoli che non osservi la gravità e il 
decoro, non è per questo che lo possa rifiutar nella lingua. 
E, secondo che m' è stato detto, il cardinale Bembo medesimo 
in quest'ultimo tempo havea ritrattato il giudicio fatto sopra 
Dante » (l) 



(1) Notevole anche quanto segue al passo citato, perchè il brano oltre a 
mostrare come il Marchigiano non accettasse supinamente l'autorità altrui (fos- 
s' anche quella del Bembo) prova quale studio accurato egli avesse fatto sugli 
antichi autori dalla lettura dei quali ricavava, le osservazioni; che veniva 
annotando nei suoi scartafacci. 

Egli infatti cosi continua: « Et in ogni caso, qualunque si fosse la sua 



— 344 — 

Del resto per riassumere i criteij, onde si lasciava guidare il 
Caro in fatto di lingua basterà raccogliere e fermare per sommi 
capi i punti |)iìi salienti, presi a svolgere ed a dimostrare in 
quella parte dell'A])ologia, che s' intitola llisenti mento del Pre- 
della. Essi sono tre, e si possono enunciare nel modo seguente: 

1) È permesso agli autori d' innovare il materiale linguistico 
ricorrendo alla tradi/ion letteraria, alle fonti greclie o latine, 
alla i)arlata viva del popolo. 

3) La lingua italiana non è morta come le lingue classiclie, 
e perciò non i)uò considerarsi cominnta e finita nell' oi)era let- 
teraria d' un autore e d' un secolo, ma essa è vivo organismo 
ognora rinnovantesi nell' uso comune. 

3) Neil' innestare ai vecchi i nuovi elementi non si deve 
procedere a caso, ma seguire le norme cavate dallo studio e 
dalla lettura dei buoni autori, mettendo in accordo 1' autoiità 
dell' uso vivo con quello della tradizione. 

§ 4. La prosa del Caro, in special modo quella epistolare, dicui 
qui facciamo ])articolare discorso, con quella sua succosa soste- 
nutezza, che non disdegna di togliere dalle parlate vive del 
tempo suo peculiarità idiomatiche e certe movenze sintattiche 
disinvolte ed audaci ad un tempo, senza per questo dar mai 
nell' oscuro o nel ])edestre, è per dir così, dal punto di vi- 
sta idiomatico perspicua manifestazione iu atto di questi 
criterj. In essa 1' autorità della tradizione letteraria latina 
ed italiana e quella dell' uso vivo e popolare sono ])er 
virtù dell' autore armonicamente coutemperate in una sintesi 
felicissima, in cui sta la condizione sufficiente ed indispen- 
sabile ad un tem])o per 1' opeia d' arte. Sarebbe stato interes- 
santissimo così per la valutazione artistica del Caro come per 



opiuione ci sono degli altri che hanno scritto poi, che non sentono il incfle- 
sirno, e non solo da Dante questa voce è stata usata con questo significato, 
ma (la pih altri scrittori. Et io mi ricordo haverla avvertita in alcuni ricor- 
dandomi di quello, che n'era scritto in contrario. Ma per l'assenza da Roma, 

mi trovo manco alcuni scartafacci, dove l'ho notata » Lett. Ed. cit. 

voi. II. Lett. CLXXII p. 202. 



— 345 — 

la storia della nostra lingua riportare a questo punto 1' esame 
minuto e paziente, cui abbiamo sottoposto la prosa del Caro 
<lal ])iinto di vista fonetico, morfoloj?ico e sintattico; ma l'indole 
di questo ])eriodico, che ci è largo di così cortese ospitalità 
non j)ermette die noi ci indugiamo in questa indagine di ca- 
rattere puramente filologico. Basterà perciò il sin qui qui detto, 
che è come la conclusione clie sgorga spontanea dalle indagini 
die si possono fare in questo campo. 11 problema adunque che 
pareva di difficile soluzione allo Speroni' trovò un risolutore 
nel Caro, il quale nato in ])ae8e finitimo alla Toscana non solo 
comparò e corresse, come ben dice il D'Ancona, Pidioma nativo 
c(d fiorentino, ma trasportò con innato buon gusto e con si- 
gnorile ecclettismo nella lingua, di cui si valeva, quegli elementi 
vitali e quelle norme artistiche, che gli forniva lo studio degli 
antichi. 

Ond' è che quel modo arguto di considerare le cose, quel 
buon gusto in fatto d' arte, svolto e rafforzato mediante una 
soda cultura, quella larga vena di buon seuvso, derivante da 
una visione chiara ed equilibrata delle cose, quella profonda 
esperienza degli uomini, acquistata nella vita d' ogni giorno 
per le anticamere dei prelati come sul «-ampo di battaglia, 
tutte queste doti insomma che insieme con tante altre forma- 
ron la ])siche del Nostro, trovarono in lui il perfetto stilista, 
che, signore della lingua in ogni sua peculiarità, seiipe trovar 
sempre l'espressione propria e adeguata. E ciò tanto per vscelta 
e proinietà dei vocaboli, quanto jier signorile ecclettismo nelle 
immagini, quasi sempre sobrie ed opportune, quanto infine per 
1' elegante disinvoltura, con cui la frase si dispone nel i>eriodo, 
ed il i)eriodo riproduce col variare dei ritmi quello spontaneo 
modular della voce, che è proprio del corretto parlatore. 

Tutto questo per quanto riguarda la Familiari, che sebbene 
edite dai nepoti furon dall' autore raccolte e corrette e prena,- 
rate per la stampa. Ma in tempi a noi più vicini, come già 
notammo il numero delle lettere s' è raddoppiato per le tre 
sillogi più copiose del Tomitano del Mazzucchelli e del Ron- 
chini. Queste scritture sono notevoli oltre che pel loro conte 



— 346 — 

liuto (l) anche perchè ci permettono di sorprendere l'autore in 
atto di scrivere senza la preoccupazione della pubblicità. Stese 
infatti senza nessuna pretesa letteraria, sotto le imperiose ne- 
cessità del momento in fretta e furia pur di non perdere V oc 
casione del corriere in ])artenza; tia il rapido ed il confuso 
incalzarsi degli avveniineuti, dei quali porgevan ragguaglio, esse 
mostrano come lor doti peculiari la chiarezza e la brevità. Nu- 
merose le brachilogie, frequenti le irregolarità sintattiche; e 
ciò tanto per le condizioni d' animo dello scrittore, eh' era nel 
tempo stesso pars magna di quegli avvenimenti, di cai dava 
informazione, quanto ])er la rapidità, con cui era costretto a 
])orre in carta tali avvisi e ragguagli. L' autore non avrà 
certo pensato mai che queste scritture potessero un giorno esser 
cavate dai registri di P. Luigi o del cardinal Farnese ed uscire 
per le stampe, onde si capisce come lo stile si presenti in 
esse i)iù vicino che mai al parlar familiare. 

Qualche esempio riuscirà a chiarire meglio quest' affinità. 
Si legga il periodo, con cui si inizia la XVII delle lettere, 
]uibblicate dal Ronchini: « Ci siamo risoluti che questi signoii 
Francesi spediscano uno a posta, perchè N. Signoie ]ìer mezzo 
di Mattiolo ha intercetto un pacchetto del Duca de' XX, dove 
era una lettera al Buoncambi mostrabile et molto a ])roposito, 
ma v' era un polizzino di cifra, (die ha fatto ombra a S. San- 
tità, et ha subito inandato per lui et comandato che porti la 
contracifera et gliene legga in sua presentia ...... Xon pare 

di sentire un brano di discorso mormorato con fretta confiden- 
ziale, anziché di scrittura? Il Marchigiano si dimentica del filo 
logico, attorno al quale ha cominciato a svolgere il periodo per 
ricordarsene più sotto, là dove coordina alla prima proposizione 
(N. Signore ha intercetto...) una seconda proposizioncella di- 
chiarativa (et ha subito mandato), che per essere separata 
dall' altra per mezzo di tre pro])osizioni a quella subordinate 
(1. dove era una lettera: 2. ma v'era uu poliz^jno: 3. che ha 



(1) 11 Pastor nel quinto volume (Iella sua GcM'hicìde der Piipsle le defi- 
nisce sotto questo riguardo come miniere preziossinie di notizie storiche. 



— 347 — 

fatto ombra a sua Santità), V ultima delle quali relativa, viene 
ad avere grammaticalmente il soo^getto a comune con quest'ul- 
tima, cui a prima vista pare coordinata, mentre in realtà essa 
lo è colla i)rima dichiarativa, che ha per predicato ha intercetto 
e per soggetto S. Santità. Ciò dipende dal fatto che, come da 
altri fu notato per la prosa del Vasari, (1) anche nelle lettere del 
Nostro (in quelle di negozj s'intende) i pensieri secondarj pren- 
dono talora nello svolgimento del periodo proporzioni tali da 
turbare l' intero organismo sintattico e logico. Eccone un altro 
esempio in questo periodetto, tolto dalla lettera CLVI del tomo 
IV della edizion milanese: ' E credo perchè Lue' Antonio da 
Terani ha provato costì l'innocenza sua e che sta qua col duca 
Orazio, che ha alcuni luoghi nello stato, che non sono sotto- 
posti alla Chiesa, che in questo caso non venga disubbidita 

sua Beatitudine ». Tra la dipendente {che in questo caso 

non venga disubbidita) e la reggente (e credo) intercedono quattro 
proi)osizioncelle esplicative. Questa interposizione di membri se 
condarj tra due parti strettamente congiunte tra loro fa sì che 
delle volte il pronome relativo invece di avere un predicato, che 
ad esso si confaccia venga ad averne un altro, che vorrebbe un 
reggimento diverso da quello indicato dal caso, in cui il pronome 
relativo si trova. Si legga ad esempio questo periodo della lettera 

CCCXLIV del Tomo V. (ed. Classici): « Che sj degni.... 

restituirmi il capitan leronimo, il quale per haver io cono- 
sciuto di quella fede e sofficienza che è, e per essermi certifi- 
cato che mio fratello desidera d' averlo appresso (e penso che 
se ne servirà o ne la cittadella o in qualche honorevol grado), 

la supplico di DARGLI grata e libera licenza », dove è 

chiaro che quel pronome il quale, non potendo accordarsi coll'in- 
flnito darCj ha avuto bisogno di farsi sostituire contro ogni nor- 
ma sintattica da quel pronome gli. Se al posto del pronome 
il quale poniamo un dativo al quale e togliamo quell' enclitica 
gli', oppure, se mutiamo, senz'altro il predicato con un altro, di 



(l) Ugo Scoti Bertinelli - Giorgio Vasari scrittore in Annali della R. Scuola 
Norm. Sup. di Pisa. 



— 348 — 

cui il quale ven^a ad essere soggetto, il .periodo riacquista la 
sua normale regolarità. 

La fretta e la ra[)idità dello scrittore si rivelano nelle nu- 
merose anticipazioni di complementi (1), nella non rara discor- 
danza di numero tra il soggetto e<l il ]>redicato (fenomeno cui 
si suole dare dai griiiamatici il nome di incougruenza), {ti) la 



(1) Basterà qualche esempio: « Me ne rimetto a quelli della professione 
e che sono meglio informati... » (CI. V, Lett. XCVI) dove la co])iilativa ci 
fa capire che la i>rima proposizioucclia nel pensiero -dell'autore è relativa 
(a quelli, che sono della profe8SÌon(!). La Lett. CCXXVII (CI. IV) è diretta 
al doganiere di Viterbo, col quale il Caro si lamenta del modo, tenuto dai 
suoi agtmti nel riscuotere i balzelli in natura dai contadini. « E ofteiendo 
(scrive il Nostro) che si misurino di nuovo, e ricercandoli, non ci si possono 
condurre, usando alcune insolenze, che non sono da comportarsi. » Si osservi 
quanti soggetti si succedano in questo breve periodctto: il primo gerundio ha 
per soggetto sottinteso i vaumlli; la proporzioncella oggettiva ha le stala i»ure sot- 
tinteso, il secondo gerundio di nuovo i vassalli pure sottinteso; la i)roposizione 
non si possono invece ha par soggetto gli agenti pure sottinteso, che fa da sog- 
getto anche alla gerundiva susseguente. V ultima infine ha per soggetto la 
parola insolenze, ripresa dal pronome relativo. Cinque soggetti ìhIiiikiuc, ((nitt- 
tio dei quali sottintesi. Così pure nel segnente periodetto (CI. I. Lett. I): 
« Il Moiza ne fa molta stima, e siamo spesso insieme: jeri parlammo un 
gran pezzo di voi, e desidera, vedervi » Sono quattro proposizioni: il sog- 
getto della prima è chiaro ed esplicito; la seconda parrebbe avesse lo stesso 
])iìi il pronome personale di prima persona singolare, se quel ne precedente 
ed il senso della lettera non ci facessero capire che bisogna aggiunj;ere ii 
questi due il Vettori (che è appunto ([uello, di cui qui si ]»arla), la terza 
mantiene gli stessi soggetti, la quarta inline ha per soggetto il Vettori. 

(2) « Ci basta assai che S. Maestà e Mons. Connestabile habbia approvato 
la, sua elezione » (CI. V, Lett. CXXXI. « La bontà e la pietà della Maestà 

vostra e la sua prudenza, k talk » (CI. v, Lett. CCLXXIII); « Intendo 

che il barcheruolo di costì e quello del Gallese in questo passaggio dei grani 
della ciunera, vttol crescere il passo » (CI. VI, Lett. XLVI): « Per quel 
che la giustitia e la pietà comportasse » (CI. VI, Lett. XLIX); « Desidero 
che la bontà e 1' autorità di Mons. Connestabile m' a.h ti » (CI. VI, Lett. 
CXVII); « Pure perchè la grandezza e l'ambizione occupa l'animo » (CI. 
VI, Lett. CXXVII), « Ora se fusse quella, che mi imagino, mi I'Iackuia la 
cagione e l'etfetto » (CI. IV. Lett. CLVIIl); « Perchè hasta due sole parole 
(Konch. Lett. LXXIX): in quest' ultimo esempio non è chiaro se si debba 



— 349 — 

fV«'(Hieiite constructio ad aensum (1), e la posizione irregolare 
(lei projioiue relativo, per la quale questo non segue ininiedia- 
taniente alla ])arola, cui si riferisce (2). 

J)el resto se si osservano queste lettere di negozi, c;oui}»oste 
dall'autore fra le inii)eriose necessità del momento, si riscontrano 
in esse come doti essenziali, chiarezza e brevità, non disgiunte 
da quel senso d' eleganza e di equilibrio eli' era nel Nostro un 
abito mentale. 11 carattere ridanciano d' Annibale fa capolino 
iiuclie qui ogni volta, che n' abbia 1' occasione, e 1' idioma jtiù 
spesso si presta con maravigliosa duttilità, con invidiabile ab- 
bondanza lessicale, con ben aggiustata proprietà sia a divenir 
l)iù persuasivo, quando serva al diplomatico per muovere l'abile 
insinuazione a vantaggio dei suoi signori; sia a riflettere nel 
breve periodare il succedersi febbrile di i)ensiero a pensiero, o 
1' incertezza paurosa [)er qualche grave vicenda imminente. 



]>;iilivre (li verii e propria incoiif^iiiciiza perchè due paroìe invece di essere 
S()<rii;etto (li hasia \M-r huntano potrebbe essere coiiipletaiuente oggetto di un 
infinito dire sottinteso. 

(1) E il fenomeno ojipoato all' incongruenza: ad un soggetto singohire 
segue un predicato di numero plurale. Qualche esempio tratto dalle Fami- 
liari: «... il premio della giostra, che furono penne della livrea » (CI. I, 

Lett. XXXVIII); « un muro di certa pietra che a Roma si dice asprone 

e SONO certi massi posti l'uno s()i)ra l'altro » (CI. Ili, Lett. IV): dalle lettere 
di negozi. « Perchè ognuno iiavemo a concorrere (CI. IV, Lett. CCCXXXVII): 
« E perchè ciascuna di (pieste fati(die, e (jnella del pontificato massimamen- 
te ai POSSONO mal trattare (CI. XI, Lett. CCVI). 

(2) « E 1' entratura, che harebbe in quella corte per havervi un fratello 
in molta gratia di quel Re, che per le sue qualità mi pare a proposito » 
(CI. IV, Lett. CXLIX) dove quel relativo non va riferito al sostantivo Re 
ma a Stefano Monzio, apportatore della lettera, del quale si fa menzione in 
]irincipio al periodo; « E mi sarà caro che disponiate il Giglio a faie il 
medesimo, al quale ecc. (CI. IV, Lett. CLIX) al quale Giglio, non al (puile 
medesimo; « E per un capitolo che si scrive al Gherio, Secretario del Moroiu^, 
una gran parte del quale... » (CI, VI Lett. CXXIII) capitolo non Gherio o 
Morone; « Questi Signori Francesi h;inno risoluto Nostro Signore dell'animo 
del Re intorno la pratica col Duca mio fratello, t/ g'«a?e è di venire alla con- 
clusione ecc. » (CI. T, Lett. XLIII) dove il quale va riferito al sostantivo 
animo. 



— 350 — 

In sostanza adunque tanto nella prima, quanto nelle ultime 
tre sillogi di lettere, il Caro si manifesta sempre fondamental- 
mente identico a se stesso. Solamente è da notarsi che mentre 
in quella, grazie ad un attento lavorio di lima e di smussatura 
il periodo procede signorile ed irreprensibile per morbido tra- 
passo di pensiero e di ritmo; in questo assume talora at- 
teggiamenti e suoni, che hanno qualcosa di rude e d'incomi>leto: 
in compenso è più vivo e piìi mosso. 

Le une e le altre infine integrandosi a vicenda ci rendono 
la figura completa del prosatore, intento a conciliare con finis- 
sima abilità l'autorità della tradizione con quella dell'uso vivo. 
Possiamo adunque concludere che la ])rosa epistolare del Caro 
egualmente distante dalla rigida sostenutezza dei letterati la 
neggianti e dei boccaccevoli, come dalla sintassi ribelle ad 
ogni regola degli artisti popolareggianti segna una conente di 
mezzo, in cui vengono a fondersi in bella armonia forme idio- 
matiche e movenze sintattiche consacrate dell' uso dei classici 
con altre tolte dal parlare fiorentino, senza ])er questo escludere 
qualche infiltrazione di dialetti marchigiani e romagnoli. Ed 
egli eccelse sui contemporanei appunto perchè questo magi- 
stero, che aveva saputo raggiungere in parte i)er doti naturali, 
in parte collo studio dei classici gli era divenuto così familiare 
da mutarsi in vera e propria spontaneità. 

In tal modo si spiega 1' intrinseco valore della i)rosa epi- 
stolare del Caro, degna d'esser posta a modello, perchè risulta 
quasi semj)re da un mirabile accordo tra 1' idea e la i)arola 
atta ad esprimerla. 

Quasi sempre, dicemmo: infatti, come vedremo nel capitolo 
successivo qualche volta leggendo le lettere del Caro si sente 
che quest' accordo non è raggiunto, e se ne vede il riflesso 
nello stile. 



— 351 - 

Capitolo UT. 

Ancora del Caro epistolografo 

Sincerità ed Insincerità come criterj estetici — L'ii»ocrisia nel secolo XVI ed i 
suoi riflessi nell'Epistolografia — Sincerità nelle lettere di complimento — 
Insincerità: influsso dell' Aretino — Oicerouianistno nelle lettere di 
raccomandazione — Sincerità ed insincerità nelle lettere di condo- 
glianza — Influenza di Seneca — Sincerità nel ritrarre i tipi — Sin- 
cerità nel ritrarre la Aita — Humour — La rappresentazione del pae- 
saggio — Conclusione. 

§ 1. Abbiamo scelto questi due sostantivi sincerità ed in- 
sincerità per indicare la natura dell' indagine contenuta nel 
l)resente capitolo, perchè essi ci sembrano i piìi adatti; e li 
abbiamo accettati anche a costo d' esporci alle censure di 
(luelli, ai quali la parola insincerità facesse l'effetto d'un brutto 
neologismo. A costoro risponderemo subito che Benedetto Croce 
neir atto di darle il battesituo e di valersene nei suoi scritti 
non avrà certo tenuto tro]>i)o conto di ciò che volgarmente in 
tendevi ])er bellezza e bruttezza d^ un vocabolo, ma avrà i)int- 
tosto badato alla sua efficacia espressiva; né ci sembra d' aver 
torto nel seguire in ciò il magistrale indagatore dei princij)) 
dell' Estetica (1), considerata come scienza del linguaggio. 

Se noi apriamo qualsiasi trattato di retorica antico e mo- 
«lerno, troveremo che le varie definizioni della lettera si [ìossono 
ridurre in ultima analisi a quella formulata dal Pellegrini; « la 
lettera o epistola è quella scrittura per la quale comunichiamo 
agli assenti notizie, affetti, i)ensieri come lo faremmo a voce se 
fosser presenti » (2). Tutt' al più si può aggiungere che nello 
scrivere ad altri noi ci serviamo di certi mezzi stilistici, lessicali, 
ortografici, che sono adatti a dare al nostro discorso quell'evidenza, 
queìl' espressione speciale e caratteristica, che esso viene a 



(1) B. Croce — Estetica come Scienza dell'espressione e linguistica gene- 
rale — E. Sandron — 1904. 

(2) F. C. Pellegrini — Elementi di Letteratura p. le Scuole Secondarie 
Livorno. Giusti, 1903, cap. XVII, § 1, p. 616. 



— 352 — 

prendere dalla varia inflessione della voue, dal guaito e dall' atte-i' 
giamento del volto di olii parla, come succede nelle Jiltre scritture. 

Ma in sostanza la lettera va' considerata come una conver- 
sazione talora breve, talora lunga; ora svolgentesi sopra un 
unico tema, ora sopra svariati argomenti; d' intonazione ora 
triste, ora faceta; ora intesa a supplicare, ora a riprendere; ora 
infine a far pervenire altrui i nostri sentimenti amichevoli, ora 
le nostre censure. 'E insomma il componimento, in cni piìi da 
vicino lo scrittore può riflettere se stesso con tutte le sue doti 
buone e cattive, sotto ogni aspetto della propria i)siclie senza 
esclusioni di sorta. 

Ha dunque di per sé stessa un' estensione illimitata, e 
conseguentemente è la forma letteraria ])iiì ribelle di qualunque 
altra ad esser definita e circoscritta da regole e precetti. Una 
cosa sola va tenuta ben ferma, che cioè come non v'ha conversare 
più noioso e ])esante di quello di coloro, i quali si studiano di 
dire ciò che non sentono o non pensano per mostrarsi diversi 
da quello, che in realtà sono; così non e' è comi)onimento piìi 
atto a stancar chi legge e meno riuscito d'una lettera, che mo- 
stri il medesimo sforzo da [)arte dello scrivente. La sincerità 
porta seco V espressione rapida, propria ed esatta; anzi 1' una 
cosa s' integra nell' altra, o per dir meglio sono una cosa sola. 
Nella conversazione insincera basta uno sguardo, una battuta 
fuori j)osto a tradire anche il più abile simulatore: nella lettera 
basta una frase un ))o' tioppo levigata; un complimento od 
una scusa non richiesti, un giro un ])o' forzato,, che prenda il 
periodo; o la voluta concatenazione o coordinazione delle idee e 
delle immagini per vedere la maschera, che anche il più astuto 
scrittore ha gettato in quel momento sul ])roi)rio volto. 

Se lo scrittore invece è sincero^ esso si presenta nell'e|)istolario 
riflesso come in uno speiudiio: riflesso naturalmente nella sua 
figura morale. Ci accorgeremo s'egli abbia o no pratica e cono- 
scenza degli uomini e delle consuetudini del viver sociale; se 
egli sia capace o no di considerare le ])ersone e le cose da un 
punto di vista nobile e superiore; se sia abituato a pensare in 
modo chiaro e definito; se in lui predomini 1' affettività o la 



— 353 — 

calma ragionatrice; se sap|)ia valutare rapidamente le idee ed 
i fatti, cogliere <l' mi tratto le c^aiise e le conseguenze degli av- 
venimenti umani dai i>iù umili ai [)iìi elevati. Ma sopra tutto 
avremo una riprova del suo naturale buon senso, o, come altri 
direbbe, del senso dell' opportunità. 

Chi scrive infatti i)uò esssere o uguale o superiore o infe- 
riore rispetto a colui, al quale si rivolge. Se è uguale e si 
solleva un jxkh) ])assa per su|)erbo e viene umiliato; se domanda 
con ardimento, vien ripreso d'eccessiva confidenza; se è timido 
o si dice che diffida degli amici e di se, o viene rimproverato 
d' orgoglio, nascosto sotto la maschei'a di mod<'stia. Se è su])e 
riore invece, o usa termini tro])po cortesi, e non si esime dalla 
taccia d' aver poca coscienza del i)roprio grado e della proi)ria 
dignità; o troi)po severi, ed in tal caso si crea dei nemici. L'in- 
feriore infine attirerà su di sé la censura di presuntuoso o di 
servile a seconda che ecceda anche di poco nella sostenutezza o 
nel!' esprimere il sentimento della i)ropria inferiorità. Soltanto 
di colui, che sai)])ia cogliere il giusto mezzo si può rii)etere 
1' oraziano omne tulit punctum. 

Orbene, se ci fu un secolo, che segnò il trionfo dell'ipocrisia 
sulla sincerità, dell'artificio sulla semplicità, questo fu il XVI, 
e se ci fu mai società ipocrita, questa fu quella, che visse al- 
l' ombra delle corti italiane del '500. Infatti i tempi, nei quali 
visse il Nostro furon d' estrema cortigianeria: i signori ambi- 
ziosi, dittìdenti e rivali tra loro tenevan gran conto dei titoli, 
prescritti dall'etichetta, perchè tutto quel frasario convenzionale 
dava loro l'illusione d'esser da piìi di quello, che fossero in 
realtà; e perchè serviva anche a circondarli d' un' aureola so- 
praumana, grazie alla quale i sudditi erano tenuti dai domi- 
nanti ad una rispettosa distanza. I dominanti non dovevano 
comparire al volgo, come qualunque altro cittadino privato, ma 
come la persoinficazione della virtù, della ricchezza e via di 
questo passo. Così se l'Imperatore si faceva chiamare S. Maestà, 
il duca poteva ambire al titolo di Eccellenza, o a qualche sino 
nimo, quali Magnificenza o Serenità. E per riflesso anche il 
medio ceto senti vasi in qualche modo solleticato nella propria 

23 — Atti e Memorie della R. Dep. di Storia Patria per le lareke. 1910. 



- 354 — 

ambizione, tantoché il titolo di messere di pura tradizione toscana 
fin dai primi anni del '500 era caduto in disuso, come parola 
troppo umile per poter conservarsi nel linguaggio cortigiano: sua 
signoria, ecco la cerimoniosa circonlocuzione, ch'era venuta sosti- 
tuendosi ! « Tutto questo secolo (stralciamo da una lettera d'An- 
nibale) dice Monsignor Della Casa è adulatore: ognuno, che 
scrive dà delle signorie: ognuno, a chi si scrive le vuole; e non 
pure i grandi, ma i mezzani ed i plebei quasi asjnrano a sì 
gran nomi, e si tengono anche i)er affronto se non gli hanno, 
e d' errore son notati quelli, che non gli danno. Cosa che a 

me pare stranissima e stomacosa »• (1) 

Né il Marchigiano era solo nel censurare la nuova formula 
cancelleresca: infatti Matteo Franzesi aveva composto in quel 
temj)o un di quei suoi capitoli facetamente satirici contro il 
vezzo di parlar per sua signoria; e l'anno prima il Tolomei (2) 
ne aveva scritto al Bini ed al Nostro. Col quale s' intratteneva 
a rintracciar gli argomenti nel Boccaccio per provare anche 
coli' autorità, quanto fosse goffa e non consentanea alla lingua 
nostrana 1' esotica circonlocuzione, consacrata dalla moda. Pur 
non prescindendo interamente dalla ragion morale, egli cercava 



(1) Delle Lettere Familiari ecc. ed. Segh. v. 1 Lett. CXXVII p. 162. 

(2) Delle Lettere di M. Claudio Tolomei libri sette — Napoli 1829 - 
Lib. Ili pp. 272-279 — Il Tolomei si congratula col Bini perchè aveva sop- 
presso «.. quegli imbratti nel principio di molto magnifico signor mio, o 
reverendo monsignore, o signor mio osservandissimo », con cui si era soliti 
incominciare le lettere ad ogni prelato o gentiluomo. « Che dico genti- 
luomo ? (corregge piìi sotto il T.) anzi ad ogni sartore, od ogni barbiere, ad 
ogni pescivendolo: 

Poiché le vile adulazion spagnola 
mess' ha la Signoria sin nel bordello 
siccome disse 1' Ariosto ». Questa lettera è datata: di Roma a 25 di settem- 
bre 1.543. Un mese prima, il 22 agosto aveva scritto una lunga lettera al 
Caro per esortarlo a farsi banditore di una crociata contro la moda invalsa 
di usare continuamente titoli troppo cerimoniosi parlando e scrivendo al- 
trui. «.... Nelle prose di Dante, Boccaccio, Giovan Villani e de gli altri 
buoni autori non si legge questo infrascamento di Signorie, d'eccellenze, di 
piaestà, che oggi s' usa a tutte 1' ore — » ib: p. 186, 



— 355 — 

di risolvere il ])roblenia anelie dal punto di vista filologico. « La 
prima persona (dice il Senese) non comprende se non me o lìie 
con altri insieme; la seconda comprende voi solo od altri con 
voi insieme: nella terza si chiude, come in una voragine ogni 
altra cosa, clic non sia nò io, né voi ». A suo ]>arere, adunque, 
la terza persona era ancipite; tanto riferibile ad alti personaggi, 
quanto a vili o a cose inaniniiite, onde « mi meraviglio (con- 
cludeva) di questi signori del nostro secolo, die s' allegrano e 
si gonfiano, quando è lor pnrlato in terza jìersj^ona, e che sentono 
a darsi della eccellenza e della signoria in ogni parte: che, se 
essi intendessono bene il fatto loro, entrerebbono in collora e 
cavstigherebbono questa goffa adulazione, delitto capitale ». 

11 Tolomei indirizzava questa sua lettera al Nostro, ])erchè 
lo conosceva ben avverso ad ogni esi>ressione ipocrita o arti- 
ficiosa. Fin dal 1538 infatti il Marchigiano così s' apriva, scri- 
vendo a Monsignor Maffei: «....Io sono una certa figura, che 
mal volentieri m' arreco ÌìM su i convenevoli, e nello scrivere 
con quelle terze ì)ersone mi viene spesso scappucciato e dato 
del voi alla Signoria Vostra ed altre discordanze, che Ser Cecco 
l)0i se ne ride ..... » (l); e sei mesi dopo poneva in ridicolo, 
tutto questo ciarjiame della rettorica cortigiana in una lettera 
(2) piena di familiarità, o, com'ei diceva, scnltoresca al Tribolo. 
Così pure nel giugno dell' anno successivo pungeva con un'al- 
tra il Tramezzino, ])erchè questi aveva infiorato la soprascritta 
con tanto di signoria; (3) e nel 1540 confessava allo Si)ina: 

« non vi dò di signorie, perchè quand' io scrivo a certi 

huomini, che sono huomini da dovero, soglio sempre parlar ])iìi 
volentieri a essi medesimi, che a certe lor terze persone in 
astratto Scriverò dunque a voi ])roprio e non alla Si- 
gnoria Vostra, la quale io non conosco e non ricordo mai d' ha- 
verla veduta » (1) 



(1) Delle Lett. fam. Ed. cit. v. I, Lett. XX p. 20. 

(2) Ib. Lett. XXXVIII p. 53. 

(3) Ib. Lett. LI p. 68. 

(4) Ib. Lett. CXXIII p. 152. 



— 356 -• 

Ma senza proceder più oltre a cercare nell'epistolario simili 
accenni o confessioni, basti qui far menzione della lettera, che 
Annibale scrisse di Fiandra a Bernardo Tasso (1). Questi lo 
aveva ricbiosto del suo parere su due argomenti: 1.) se a lui 
sembrasse ben fatto e lecito di dare del voi a persona, cui fossero 
stati dati in precedenza i titoli di Maestà, Eccellenza, Magni fl- 
ceuza o simili: 2.) se volesse porsi a capo d'una congiura con- 
tro le signorie. Eiguardo al primo punto Annibale, fondandosi 
sull' autorità del Bembo, dava una risoluzione affermativa; ma 
per ciò che riferivasi al secondo rifiutavasi esplicitamente, per 
quanto si trattasse d' una congiura incruenta. Conveniva però 
che il frasario cancelleresco era « abuso e superstizione e adu- 
lazione e intrico grande degli scrittori e disgrazia e bruttezza 

delle scritture ». Giudizio piìi severo non poteva certo 

esser dato ! 

Il fin qui detto ci pare sia sufficiente a dare un' idea 
assai esatta dell' avversione, che il Caro, per quanto perfetto 
segretario e cortigiano, aveva per i nuovi modi di dire, ch'eran 
l' indice del predominio dell' adulazione e del crescente rim[)ic 
ciolirsi delle coscienze. Vane proteste però: che vanità di prin 
cip! e decadenza di tempi dettero alla voce deplorata la forza 
di tradizione storica! 

Comunque sia, gli epistolarj restan per noi lo specchio, in 
cui si riflette 1' animo dello scrivente insieme colle idee predo- 
minanti nel tempo suo. Chi vuol vedere infatti fino a qual 
punto sia possibile profondersi in complimenti ed in cerimonie, 
accumulando parole su parole, non ha che da aprire le raccolte 
di lettere dei prosatori, che allora andavan per la maggiore, 
come l'Aretino, il Tolomei, il Tasso, o da rilegger qualche lettera 
del Contile. Continuo è in essi lo sforzo d'ostentare in pubblico 
la gentilezza dell'animo, cercando abilmente il modo di tributar 
lodi a destra e sinistra. Ciò naturalmente ottenevasi nella mag- 
gior i)arte dei casi con un procedimento troppo semplice, per- 
chè non debba esser avvertito dal lettore un po' diligente; e 



(i; Ib. Lett. CXXVII p. 161, 



— 357 — 

troppo povero di motivi artistici per non conferire alle scrit- 
ture di questo genere una straordinaria monotonia- Esso consi- 
ste neW abbassare e nel rimpicciolire da parte dello scrivente la 
propria personalità per ingrandir d' altrettanto quella di colui, 
al quale egli scrive. L'esagerazione, anche se toccava il paradosso 
era un espediente non solo lecito ma obbligatorio, perchè infine 
il temporaneo sacrificio di sé stessi veniva tosto compensato 
dalla risposta, in cui ognuno vedeva adoperate a proprio ri- 
guardo quelle stesse iperboli e quei medesimi incensamenti, di 
cui egli erasi servito per 1' apoteosi altrui. Il mostrarsi più che 
tenero della salute di colui, al quale si scrive, come d' ogni 
altra cosa sua; il predirgli facili trionfi in special modo per 
opera dell' ingegno; il diffondersi in lunghi preamboli i)er giu- 
stificare il ritardo dello scrivere; l'esprimere il desiderio d'essere 
immortalato negli scritti dell' amico; l' abbandonarsi ad inter- 
minabili rimpianti od a stucchevoli congratulazioni per le mi- 
nime difficoltà o per le gioie piìi insignificanti dell'amico o dei 
suoi congiunti o perfino dei suoi amici, ecco i luoghi piìì co- 
muni, onde pili spesso 1' encomio traeva argomento. 

Ma tanta povertà e falsità di sentimento bisognava trovasse 
modo d' esser dissimulata dalla forma; di qui la necessità da parte 
degli autori di mettere a dura prova i loro cervelli. Piìi spesso in 
tali elucubrazioni smarrivano il buon senso ed il criterio dell'op- 
l)ortunità; e pur d'esprimersi in modo appariscente e peregrino, 
non si peritavano di costringere le immagini e le idee a im- 
pensate ed impensabili relazioni e raffronti con altre immagini 
o idee di tutt' altro ordine estetico o logico, colle quali le pri- 
me non avevano in realtà nessun lontano rapporto. Di qui 
quella frequenza d' immagini barocche e di goffi atteggiamenti 
stilistici, che spesso, spesso fan delle lettere dell' Aretino, del 
Tasso e del Tolomei delle vere miniere di ciò, che suol dirsi 
con vocabolo improprio secentismo. Da queste poche considera- 
zioni ci sembra risulti evidentemente che tutto quell' odio, che 
il Tasso ed il Tolomei manifestavano, come vedemmo, contro 
il frasario cortigianesco non era poi davvero tanto sentito; per- 
chè in caso contrario non si comprenderebbe come costoro^ 



— 358 — 

(quando si sarebbe loro offerto il modo di manifestare e di diffon- 
dere quest'avversione preferissero seguir la corrente ed accu- 
mular comi)]imenti su complimenti. 

§ 3 - Non così può dirsi del Caro, il quale mostrasi nell'episto- 
lario coerente coi principi, (;lie soleva manifestjire. Checché altri ne 
dica, considerato nel temjK) suo, egli ci si mostra sempre ri- 
spettoso dell' autorità altrui, ma nou prono all' adulazione od 
all' abbassamento di sé stesso. Forte di quel suo dogma, d'ori- 
gine ciceroniana, di non scrivere cioè se non avesse cose im- 
portanti da dire o da comunicare, si lasciò audare a ben poche 
lettere di puro complimento; ed anche quelle i)oche ìiauno un 
gran merito: la brevità. 

Rileggiamo ad esempio quella (1), con cui congratulavasi 
con Hionsignor Commendone, quando questi nel marzo del 1562 
se ne tornava in Italia da una missione apostolica, comi)iuta 
pei paesi cristiani dell' Europa settentrionale. 11 vescovo era 
uno dei personaggi più import.inti di curia: basti dire, che tre 
anni dopo conseguiva la i)ori)ora cardinalizia. Ei)pure Annibale 
non perdeva 1' usata serenità: nel dargli il benvenuto con quel 
suo stile franco e disinvolto correva colla fantasia ad Ulisse 
non per mezzo d' uno sforzo rettorico, ma i)er spontaneo fiorir 
di reminiscenze. Infatti invece d' abbandonarsi, coni' era vezzo 
connine, a confronti paradossali od a divagazioni più o meno 
erudite, univa il fuggevole ricordo dell'Itacense con un motivo 
tolto dalla vita contemi)oranea, trovando modo in tal guisa di 
ravvivare con una nota umoristica il complimento già fatto, 
che forse gli sembrava tropi)o corretto e garbato: « Oh io 
n' indoiiuo (scriveva egli) Ulisse, così ])olitroi)o com' ei fu. E 
credo che a sentire gli errori, gli accidenti e le fazioni di V. S. 
si potrebbero le sue ((V Ulisse) a par d' esse giudicar di quelle 
di certi paltonieri, che giunti a San Jacomo di Galizia o alla 
Madonna di Loreto, pensano che non sia più mondo ». E lo 
stesso tono umoristico ])enetra e ravviva il resto della lettera. 
Ulisse richiama alla memoria d'Annibale Enea, ed il grado del 



(1) Ib. voi. II Leti. CLXVVI pp. 207-208. 



— 369 — 

prelato e la missione da lui sostenuta, portano la fantasia del 
Marchigiano a Paolo, reduce dai Galati, ed a Tommaso, reduce 
dagli Etiopi. 

Ma non si creda per questo che 1' autore dimentichi l'usato 
criterio della brevità, o si lasci andare anche minimamente alla 
facile iperbole del panegirico. I raffronti accennati son poco 
])iù che un accostamento di nomi, perchè Annibale s'accontenta 
qui, come altrove, di cogliere in tuttociò, che la vita o la storia 
gli presenta in rapporto ad un argomento, qua la nota arguta 
e lepida, là il modo di fare con garbo e con disinvoltura un 
complimento, senza prefiggersi però questo come scopo. 

Così la lettera, che ne risulta, diviene una fine e gioviale 
causerie^ in cui le reminiscenze classiche non si prestano come 
antipatico ciarpame rettorico a paralleli piiì o meno voluti ed 
esagerati, ma diventano motivi di discorso, sinceri nella loro 
origine e nella loro espressione, che non sdegna la facezia e 
1' arguzia del comune conversare. In ciò sta una delle princi- 
pali caratteristiche dello stile dei Nostro: la disinvoltura. 

§ 4 — Naturalmente non si può pretendere che queste belle 
doti si riscontrino in ugual misura anche in quelle poche lettere 
di condoglianza o di congratulazione scritte ai suoi signori, che 
in tal caso 1' esagerazione, dati i tempi, diveniva inevitabile. 
Ma per fortuna nostra sono pochissime, ed in ogni modo sono 
molto al di sotto per enfasi e per iperboli a quelle, che usciron 
di uìano in simili circostanze a molti dei suoi contemporanei. 

In genere piti spesso troviamo il Caro reo di mancata sin 
cerità nelle lettere di ringraziamento; né ciò deve sorprenderci. 
Infatti in queste, più che nelle altre, lo scrivente era costretto 
ad accondiscendere al complimento per mostrarsi grato del be- 
neficio ricevuto. Per la qual ragione non potrà sembrare strano 
che anche il Nostro, in special modo nelle lettere indirizzate 
a dignitari od a persone molto ragguardevoli, non sdegni far 
suo il frasario cortigianesco allora di moda e d' incensare 
altrui, abbassando sé stesso. L' etichetta glielo imponeva, inte- 
ressi personali ve lo inducevano, ed egli non avrebbe potuto 



— 360 — 

batter altra via senza evitar la taccia di grossolano, di mal 
l)ratico delle corti e dei signori. 

Anche l'ambizione letteraria contribuì qualche rara volta a farlo 
deviare in tal senso. Spinto infatti del desiderio di far bella mo- 
stra di bravure stilistiche alzò talora lo stile familiare a rettorica 
dignità. Basti citare a questo i)r()posito la lettera (1), indirizzata 
con tutta certezza all' Aretino, per quanto nell' epistolario lo 
sia ad anonimo. 

Nel luglio del 1545 niesser Pietro così scriveva su ])er giù 
al Nostro in quel suo gergo tutto speciale: ricevuti per mezzo 
d' un comune amico « con leale prestezza » i saluti del Marchi- 
giano coli' incarico di f.irne parte al Tiziano ed al Sansovino 
« il cor mio (san parole dell' Aretino) ritenuti i suoi presso 
di sé, volse che subito io presentassi i loro alla coi)pia dei 
predetti famosi s]»iriti » (2); i quali, per chi non lo sapesse, 
erano i due grandi artisti veneziani in carne ed ossa. I saluti 
del Caro avevan fatto tanto ettetto sul temuto flagello dei 
principi che questi confessava (ma chi gli potrà crederei) d'esser 
arrossito e d' aver pianto soprapreso, com'ei diceva « da piacer 
honesto e da vergogna i)ietosa ». Inutile qui far parola dei 
giuramenti e delle proteste d' amicizia, colle quali 1' Aretino 
chiudeva questa, come tutte le altre scritture del genere. 

« Troppa grazia! » avrà detto il Nostro dopo aver letto 
una lettera così cerimoniosa, giuntagli in cambio di i)ochi 
saluti mandati a bocca per mezzo d' un amico. Egli sapeva 
l»erò anche quanto messer Pietro si vantasse d' aver introdotto 
nella nostra letteratura un nuovo stile, e capiva che 1' unico 
modo di rendersi accetto al famigerato libellista era quello di 
risjmndere colla stessa enfasi e collo stesso schema stilistico. 
Ed ecco come, i)ostosi all' opera, riuscì nell' intento. 

Comincia con gran sostenutezza ad enunciare un pensiero 
nei primi due periodi i)er distendeine la dimostrazione nel terzo: 
quindi riprendendo i motivi, coi quali era stato esaltato dal- 



(1) Ed. cit. voi. I - CXXXVI p. 170. 

(2) Ed. cit. V. Ili - Lett. scritte al Caro p. 112 - lett. XI. 



— 361 -- 

1' Aretino, li ritorce r sua volta a celebrar quest' ultimo. Così 
s' ai)re la strada ad un abbondante incensamento; a proteste 
d' affetti non sentiti, ad esagerare ciò che sarebbe ])iccolo o 
indifferente di per se; ad accumulare nella chiusa le attestazioni 
più esagerate d' amore e di stima. 

'E, come si vede, una composizione condotta sulla falsariga 
della lettera di i)roposta. E l' insincerità degli affetti si riper- 
cuote nella insincerità della forma, anzi 1' una è V indice del- 
l' altra. Il discorso, vacuo riguardo alla sostanza, grottesco per 
atteggiamento e per immagini riguardo alla forma, malgrado 
la verbosità procede con ai)parenza scientificamente sillogistica 
e mostra lo sforzo da parte dell' autore i)er convincer 1' amico 
di ciò, di cui egli stesso non è convinto. 

A questa se ne possono accostare delle altre, come la LXVII, 
la CL X, la CLXXXVll (1) del juimo volume, rispettivamente 
indirizzate all'Alamanni, al Manuzio, ad Angelo di Costanzo, e la 
XXIII del secondo volume, colla quale ringrazia il Dolce del- 
l' amicizia, che questi aveva offerto al Marchigiano. 

Ma cogli amici veri anche nel ringraziare Annibale s'attiene 
a quel giusto senso di sobrietà, che conferisce alla lettera il 
carattere di cosa sentita; e piuttosto che i)erdersi in molte 
])arole, posta da parte ogni cerimonia, preferisce invitare sen- 
z' altro colui, dal quale ha ricevuto il beneficio a porgergli 
l' occasione di mostrare la propria riconoscenza e gratitu- 
dine. Si rileggano ad esempio le due lettere (2), indirizzate al 
conte Giulio Laudi per ringraziarlo di certe ghiottonerie, 
che il nobile piacentino aveva mandato a regalare al Caro. 
Quanta semplicità e vivezza ed arguzia ! Come in questa prosa 
scintillante di brio, scapigliata, direi quasi , tanto è sdegnosa 
d'ogni artificio, si riflette con spontanee movenze il sentimento 
dell' autore! Cogli artisti poi bando ad ogni galanteria: poche 
le parole: estremamente confidenziale lo stile. Per averne un'idea 



(1) Ed. cit. loc. cit. p. 80, p. 192, p. 222 — : per la XXIII del II voi. 
V. p. 33. 

(2) Ed. cit. voi. II: lett. LXXXVII p. 103 e lett. CXII p. 131. 



— 362 — 

si legga la seguente, ch'egli scrisse al Tribolo per ringraziarlo 
di certi disegni, da lui inviati in dono al Marchigiano. 

« Al Tribolo scultore, a Firenze. 

Tribolo mio caro, io mi tengo da piìi che signore, quando 
mi degnate delle vostre cose. Imperò non mi curo che mi diate 
del tu, quando mi fate del voi. E perchè havete tanta carestia 
di queste nostre Signorie; io, che son cortigiano, ne manderò 
a voi; e voi mandate dei vostri disegni a me. E se ne scapi- 
tate troppo, vi ristorerò di sopra piìi di ringraziamenti e di ba- 
ciamenti di mani. (Joaì fo fine con questa per ora. E son tutto 
vostro alla scolturesca e non alla cortigiana. Di Roma alli XXI 
di Dicembre MDXXXVIII. » 

§ 5 - Approfondiamo l'indagine in quella parte dell'epistolario 
che più evidente mostra l'influsso ciceroniano, ossia nel gruppo di 
lettere, che secondo i raggruppamenti della vecchia rettorica, 
si potrebbero riunir tutte sotto la denominazione comune di 
commendatizie. Quale è lo scopo di queste scritture! Presentare 
o ruccomandare altrui una persona od un affare, che ci preme : 
identico dunque (fatte le debite riserve) lo scopo da raggiungere 
tanto per Cicerone, che pel Caro. Varieranno i nomi delle per 
sone ed i motivi della raccomandazione, ma non varia la natura 
dalla lettera. 

E commendatizie nell' epistolario del Caro non mancano. 
Data la lentezza e la difficoltà delle comunicazioni e la grande 
efficacia, che aveva in quei giorni il favore di questo o di quel 
])ersonaggio sulle sorti degli umili, è naturale che le lettere di 
questa specie fossero ben più necessarie nel '500, di quello che 
non lo possano essere ai giorni nostri: di qui la grande quan- 
tità di commendatizie sparse per gli epistolari. Xè al Tolomei 
soltanto doveva sembrare inumana la rigida integrità di Cleone, 
ma molti altri avranno convenuto col senese poter « . . , . farsi 
da un governatore o no molte cose, le quali o fatte eh' elle 
siano o non fatte, non però si turbano, né si interrompono le 
leggi, né la giustitia, ne le quali togliere o svellere 1' amicitia 
non mi pare altro che uno svellere e stirpare del tutto Fhu- 



— 363 — 

manità » (1). E qiiest' aftermazione, come ognun vede, porta 
senz' altro a giustificare quel complesso di personali inframmet- 
tenze in prò' di questo ed a danno di quello, die dicesi con jiarola 
moderna: favoritismo. Del resto è ben noto quante e quali 
intìuenze esercitasse una raccomandazione nella vita pratica di 
quei tenijii. 

In tale stato di cose la lettera di raccomandazione diveniva 
indisi)ensal)ile in molte contingenze della vita; e fin che la 
lingua italiana rimase esclusa dalle relazioni diplomatiche e 
letterarie Cicerone offrì per queste scritture (e con una certa 
larghezza) lo schema ideale e la forma esteriore. Ma col so- 
l)ravvento del nuovo idioma V influenza di Marco Tullio si re 
strinse, per così dire, allo schema logico della lettera: riguardo 
all' espressione gli scrittori si limitarono a trasportar nella 
lingua materna qualche forma tradizionale della latina. E sic- 
come anche in questo il Caro s' attenne al modello classico 
forse piti di qualunque altro, ci sembra opportuno di considerar 
qui brevemente le i)articolarità della lettera commendatizia, 
quale ap])are nell' epistolario ciceroniano. Chi ne penetri la 
forma, sempre varia ed elegante, s' accorge con facilità che lo 
schema, ond' essa s' informa è unico; e jiuò ridursi a questi 
punti fondamentali : 

1.) Lo scrivente dichiara avanti ogni altra cosa che il racco- 
mandato è suo amico; e racconta i)er prova (in caso che lo 
possa) quali e quanti favori ne abbia ricevuto; ed in genere 
quali relazioni egli abbia avuto con lui. 

2.) Passa poi ad esporne in breve i meriti personali ])er 
mostrare che anche indipendentemente dal motivo già addotto 
il raccomandato merita di i)er se stesso d' esser favorito. 

3.) Accenna con poche parole, ma in modo chiaro e preciso 
in che cosa il raccouiandato desideri d' esser favorito. 

4.) Conclude talora col pregare colui, al quale scrive di fare 
in modo che il raccomandato s' accorga che la lettera gli sia 



(1) Lettere di C. Tolomei ed. cit. Lib. IX e. 232 r: di Koma 5 maggio 
1531. 



— 364 — 

stata di qualche utilità, tal' altra coli' assicurare 1' amico della 
perenne gratitudine da parte di colui, pel quale scrive: piìi 
spesso però chiude colla formula semplicissima: hoc erit mihi 
gratissimuni (1). 

Orbene: si prendano ad esaminnre le commendatizie del Caro, 
e tosto si vedrà come esse in genere si plasmino sullo schema 
ciceroniano ora più, ora meno modificato. Né altrimenti si può 
dire della forma: come Tullio, il Nostro non si perde in compii 
menti né in verbosità di sorta, ina procede diritto al segno, 
che vuol raggiungere. La qual concisione, oltre a produrre una 
certa robustezza di dettato, non nuoce per nulla né all'urbanità, 
nel Caro sempre fine ed aristocratica, lontana da ogni espres 
sione men che dignitosa come da ogni parola d' orgoglio, nò 
all' elegante disinvoltura del periodare. 

Per chi ne voglia 1' epistolario abbonda d' esempj; e la ri- 
cerca resta tanto più facile, se lo studioso ricorra alla ripar 
tizione, che delle lettere fece il benemerito Seghezzi: a noi 
basteranno due esempj. 

Certo Manetti, amico d' Annibale aveva da sbrigare alcuni 
affari in Romagna; e sembra non andasse molto a sangue al 
tesoriere pontificio, nella cui discrezione stava ogni cosa. Il 
Nostro, si noti bene, nel '49 (1' anno ond' é datata questa 
lettera) èra il modesto segretario del Gaddi, e non godeva che 
scarsa autorità. Non solo, ma il caso era molto delicato: pure 
Annibale i)er amore dell' amico intervenne con questa breve 
letterina: 

« Al Galeotto, thesoriero in Romagna. 

Manetto Manetti, mercante in Ravenna, è famigliare ed amico 



(1) Per questo schema si veda qualunque edizione dell' epistolario cicero- 
niano. Ecco qualche esempio spigolato nell' edizione scolastica del Tigri: 
Libro 1: lett. XI (p. 7); XVIII (p. 13); XXI (p. 15); XXII (p. 15); XXIII 
(p, 16); XXIV (p. 17); XXV, XXVI (p. 18); XXVIII (p. 20); XXIX (p. 21); 

XXX (p. 21); XXXI (p. 22); Lib. Il: I (p. 25); XII (p. 35); XIII (p. 36): 
XV (p. 37); XVI (p. 38); XVII (p. 39); XVIII (p. 40); XX (p. 42); Libro 
III: I (p. 53); XI (p. 63); XXVII (p. 78); XXVIII (p. 79); XXIX (p. 80); 

XXXI (p. 82 — Libro IX: lett. XI p. 97. 



— 365 — 

mio grandissimo. Fammi intendere che Vostra Signoria non 
gli è nelle sue cose molto favorevole; e perchè desidero che 
1' amicizia, che tien meco, i)er mezzo di quella, ch'io tengo con 
lei, gli fusse di giovamento senza pregiudizio però del dovere, 
la prego che nelle cose ragionevoli- per 1' amor mio l' liabbia 
tanto per raccomandato, quanto harebbe me stesso; e come se i 
suoi aftari fussero i miei proprj. E se intenderò che questa 
mia raccomandazione gli sia stata di profitto, per comodo del- 
l' amico ne avrò gran piacere. Ed a lei ne serberò tal grado 
che penserò a ristoramela. Con che a V. S. m' oftero e racco- 
mando. Di Roma alli 2 di novembre MDXXXVIII ». (1) 

Alla completa riproduzione dello schema ciceroniano, quale 
noi fissammo piìi sopra, non manca altro che l' accenno alle 
qualità personali del raccomandato; accenno, che si trova invece 
svolto in quest' altra brevissima (2) scritta a nome del card. 
Farnese al card. Cornare (Ed. 01. v. IV, Lett. CLXXXVII 
p. 210). 

« Messer Gabriel Fulgenzio da Vetralla, dottor di legge e 
persona molto sufficiente e sperimentato in altri governi e da 
me spezialmente, desidera d' esser commissario di Corneto; e 
per mia intercessione ottenerlo da Vostra Signoria Reverendis- 
sima. Io la prego che per amor mio si degni d' accettarlo in 
quel loco: che, oltre eh' egli lo merita, e Vostra Signoria Reve- 
rendissima ne sarà ben servita, lo riceverò in somma grazia da 
lei, alla quale humilmente mi raccomando. Di Gradoli alli 29 di 
Luglio 1550 ». 

'E tanta e tale la serrata concisione di questi biglietti 
(denominazione che ci sembra ])iìi opportuna e propria dell' altra 
più generica lettere) che par quasi che l'autore si prefigga lo scopo 
di raggiungere la massima efficacia col minimo spreco di lavoro. 
« Lo raccomando a V. Signoria con poche parole (scriveva 
altra volta al Vicelegato di Viterbo di maestro Jacomo Scar- 
pellini), ma con tutto il cuore .... » (3). 



(1) Ed. cit. V. I - lett. XXXVI p. 51. 

(2) Ed. CI. T. IV - Lett. CCXXIII p. 247. 

(3) Ed. CI. V. IV, Lett. CCXXII p. 247. 



— 366 — 

Abilissimo nel saper conciliare la sobrietà col tratto urbano 
e cortese, se non cerimonioso, del cortigiano nelle lettere in 
dirizzate a conoscenti o ad alti personaggi; quando aveva a 
che far con amici di vecchia data o con familiari dava libero 
corso all' umor suo gaio e faceto. Svariati sono i motivi che 
gliene danno modo, tolti qualche volta perfino dalla persona 
stessa, (il che è assai curioso) per la quale scrive. Così il co- 
gnome del Franzesi (1) nella lettera al Manuzio, come le velleità 
poetiche del giovine Merenda (2) nelPalcra al vescovo di Chiusi 
diventano motivo d' arguzie e di facezie. 

Oltre a questa vena d'umorismo, altre differenze si rivelano 
indubbiamente tra l' Arpinate ed il Marchigiano; determinate 
dalla diversità d' indole dei due scrittori; dai tempi, nei quali 
vissero e dalla lingua, onde si valsero. Quegli abituato ad esser 
oggetto d' ammirazione, questi a valersi del complimento con 
quanti superiori od uguali gli com[)arisser dinanzi: quegli scriveva 
in tempi di torbidi avvolgimenti per la sistemazione dello stato, 
questi in tempi di calma stagnante per concorde di volere di 
l)rincipi; quegli infine coli' idioma, che si presta ad esprimere 
il pensiero in modo efficacissimo ma a grandi scorci, questi col 
volgare, più adatto al lavoro di bulino e di cesello. 

Ond' è che ci sembra di poter concludere da quanto siam 
venuti dicendo: 

1.) che nella costruzione logica delle commendatizie del 
Caro 1' influenza ciceroniana è costante e ben evidente, 

2.) che per quanto concerne la forma, il Marchigiano senza 
imitar pedestremente il grande modello, fa' suoi i canoni este 
tici di Tullio, li adatta al patrio idioma, e li ravviva colla 
festività delle arguzie e col brio in lui naturale e spontaneo. 

§ 6 - Ma più che in altro luogo la forma riflette la sin 
cerità o 1' insincerità degli affetti nelle lettere di (;ondo 
glianza. Quando lo scrivente è ì)rofondamente commosso, ed il 
dolore è davvero cordoglio, il periodo è semi»lice, chiaro e sde- 



(1) Ed. CI. voi. Ili - Lett. I p. 221. 

(2) Ib. Lett. XXXII p. 256. 



— 367 — 

S'na ogni lenocinlo fonnale, come l' interrogazione rettorica, 
1' enfasi, il parlar per metafora o per iperbole. Ne deriva una 
ben composta pacatezza di stile, desolante ed accorata ad un 
tempo. 

L' autore sta dinanzi a noi tutto solo; si raccoglie nel suo 
dolore; medita sulla sventura, che gli è piombata sul cay>o, e 
s' inchina un i)o' rassegnato al supremo volere, un po' con- 
vinto dell' inutilità d' ogni resistenza umana contro il dolore. 
E così com'è, egli descrive sé stesso con poche parole agli 
amici, senza dar in ismanie di convulsi isterismi: non ragiona 
sulle cause del suo dolore: il cordoglio glielo imijedisce. « La 
Morte e la Fortuna, privando non pur noi; ma il mondo d'uno 
dei più singolari huomini che havesse (scriveva nel 1541 a B. 
Orsuccio per la morte del Guidiccioni) hanno fatto quel che 
sogliono, e quello che io ho sempre temuto dal canto mio, per- 
chè son nato sfortunato; e dal suo perchè mi pareva che questo 
mondacelo non lo meritasse. Me certo ha la sua morte privo 

d' ogni contento ed interrotti tutti i miei pensieri ». (1) 

Tale è il principio della lettera, che continua triste e malinco 
nica fino alla fine; senza però tornar più nemmen per accenni 
ad esprimere il dolore dello scrivente. Eppure quanto cordoglio 
s' indovina nell' animo di lui ! Sola in tanto lutto gli sorride 
l' idea pietosa di porgere 1' ultimo tributo d' affetto e di grati- 
tudine all'amico e benefattore, scrivendone la vita e pubblican- 
done gli scritti, e per dare compimento ad un così nobile pro- 
posito si rivolge ai familiari e alla sorella del pio monsignore, 
orbata del più caro sostegno. 

Né diversa è F altra lettera brevissima, che il Caro scrisse 
allo Spina per la morte del marchese del Vasto, cui sentivasi 
legato da forti vincoli di simpatia e di servitù. Era rimasto 
tanto stordito all' udir questa nuova, ch'egli confessava non 
saper più quello che si dovesse dire. Non per questo ricorreva 
ad infingimenti o ad ostentazioni di sorta: « . . . . Fra il uno 
dispiacere e la compassione, eh' ho di voi, sento un dolore 



(1) Delle lett. ed. cit. voi. I Lett. LXXXV p. 106. 



— 368 — 

incomportabile, e non credo mai più di consolarmene: pensate 
qnanto sono atto a consolar voi. Imperò ine ne condolj;o; e 
v' ajuto a piangere una tanta perdita. Che in qnanto a me, la 
Fortuna non mi poteva percuotere bora di maggior colpo. Be in 
tanto dolore pensate che rappresentare alla Signora Marchesa 
quello degli altri non le accresca affanno, mostratele il mio con 
le lagrime agli occhi; e Iddio sia quello che ne consoli ». (1) 
Parole veramente dettato dal dolore ! In pochi periodi Annibale 
ha descritto o per dir meglio ha fatto intuire allo Spina l' in- 
terno squallore del proprio animo; ha e^spresso il desiderio che 
ne sia fatta consapevole la desolata Marchesa (se ciò poteva tor- 
narle di qualche conforto); ed in tanto lutto non gli resta altro 
che volgere al cielo 1' occhio ancor bagnato di pianto. 

Perchè in Dio egli cercava il conforto nei più grandi do- 
lori : anche vent' anni dopo chiudeva la desolante lettera 
di cordoglio per la morte del Varchi (2) con queste i)arole : 
« Ma che s' ha da farei Ilavemo a mancare in i)arte ed in tutto e 
come e quando a Dio piace. Pj poiché è necessario e senza rime- 
dio, non so che possiamo altro, che rimetterne alla necessità mede- 
sima delle cose e lasciar che la natura faccia e disfaccia, e 
che il tempo e la ragione ne mitighi il dolore e ne consoli ». 

Quale differenza tra queste, delle quali s' é ora discorso ed 
altre, come quella indirizzata all' Allegretti per la morte del 
del Gaddi, o V altra, a Vincenzo Fontana per Alberigo Longo; 
e l' altra a mess. Felice Gualtieri per la morte del nepote 
Quinto, od infine le altre due indirizzate rispettivamente a 
monna Isabetta Arnolfini ed a mad. Calidonia Spiriti! (3). 



(1) Ib. Lett. CXXXIX p. 172. 

(2) Ih. Lett. CCLIII p. 324 v. II. 

(3) Ib. V. I Lett. XCII p. 120 Ib. voi. II, Lett. XLVIII p. 59; voi. II 
Lett. LXXVI p. 89; voi. I Lett. LXXXVI p. 108; v. II Lett. CLXXXIV 
pp. 219 e segg. — Nella lettera a monna Isabetta Gnidiccioni è interessante 
l'accenno ai sospetti, che si avevano sulla morte del buon vescovo di Fos- 
sombrone, e all'autopsia del cadavere: « .... Penihè ricercando minutamente 
non truovo la più propinqua occasione del suo morire che la malignità della 
malattia: e (come giudicano j njedici) il tardo e scarso rimedio del sangue; 



— 369 — 

La morte del Gaddi, già lo dicemmo, veniva a liberare il 
Nostro da un insieme d'obblighi, che gli eran divenuti odiosi, 
onde, quando la nuova della morte del prelato fiorentino rag- 
giunse a Oivitanova Annibale, questi, se non ne provò gioia, 
certo è che non ne sentì nemmeno gran dispiacere. Pur biso- 
gnava far mostra d'un dolore inconsolabile: di qui l'esagerazione 
del parlar figurato nel secondo ])erio(lo, il graduale succedersi 
d' iperboli, colle quali si tenta di dar anima ad un dolore ine- 
sistente (sono restato stordito et addolorato me ne dolgo....: 

mi fanno affligger della sua morte....: me ne scoppia il cuore...: 
mi lacero...-: gli sgorgo quelle lacrime ) ed infine la non ri- 
chiesta motivazione del proprio dolore. Quest' ultima parte in 
special modo non manca nii^i in nessuna delle lettere insincere 
di questo gruppo. Par quasi che l'autore veda davanti a sé la 
faccia incredula di chi legge, e cerchi con ogni mezzo persua- 
derlo della sincerità dei proj)rj sentimenti. 

Piguardo al Longo poi, egli stesso confessa di non averlo 
mai conosciuto. Il caso pietoso della sua morte poteva perciò 
destare in Annibale un forte sentimento di sim])atia, nulla 
più. Che gli scoppiasse il cuore nessuno potrà credere; e che 
tale affermazione sia esagerata appare evidente dalla lettera, 
in cui il desiderio di vendetta contro l' omicida prevale sul 
sentimento di dolore i)el morto. Meno insincere sono quelle 
scritte per la morte di P. Luigi Farnese e del giovane Quinto, 
indirizzate nel '47 e nel '57 l'una al card. Sant' Angelo e l'altra 
a messer Felice Gualtieri; ma ad ambedue manca 1' accento 
sincero del dolore. 

Le due ultime solatone per monna Isabetta Arnoltìni e per 
madonna Oalidonia Spiriti sono 1' esempio più tipico di lettere 



dalla superfluità del quale e dal caldo, che subbollì tutto il corpo nel traspor- 
tarlo di quella stagione, deve credere che procedesse poi la deformità, ch'ella 
dice del suo viso e non da altra maligna violenza. E che di ciò fosse questa 
la cagione si vide quando fu aperto, che gli trovarono il cuore tutto rap- 
preso e soifocato nel sangue ... ». Monna Isabetta temeva che il fratello fosse 
stato avvelenato. 

24 — Atti e Hemorie della R. Dep. di Storia Patria per le Harche. 1910, 



— 370 — 

scritte per ottemperar ad una consuetudine del viver sociale e 
non per dar libero sfogo ad un'intima ambascia. 

Quella diretta a monna Isabetta per consolarla della morte 
del fratello (il pio Guidiccioni) sia per la lunghezza, sia per lo 
schema, su cui si distende, confina col trattatello: anzi di 
questo ritiene le partizioni rettoriche. Infatti vi si notano tre 
parti ben distinte: il proemio, la condoglianza ed il conforto. 
Nella prima (la piti i)iccola) Annibale si scusa del ritardo frap- 
posto a scrivere a monna Isabetta; e senza lasciarsi sfuggir 
Foccasioue di farle qualche complimento, dimostra a fll di logica 
quanto sia giustificato tale silenzio. Passa quindi a mostrarle 
il cordoglio e ad enumerarle i motivi (tra i quali poneva anche 
V esser trafitto dalla pietà del dolore della gentildonna luc- 
chese) onde sentivasi mosso a piangere il caro defunto. Si sca- 
giona poi dall' accusa, che altri potrebbe muovergli d' aver 
inacerbito più che mitigato il dolore dell' Arnolfini, e passa in 
questo modo alla vera e propria solatio. La necessità universale 
della morte; la gloria già conquistata da monsignore, per quanto 
morto ancor giovane; il disprezzo d' altro canto eh' egli aveva 
mostrato al Caro per le gioie caduche della vita sono i motivi, che 
offrono il destro ad Annibale di confortare la buona Isabetta, 
verso la quale ei trovava modo d' abbandonarsi ai piìi solleti- 
canti incensamenti. 

§ 7 — Questa è una di quelle pochissime lettere, che il Caro 
diceva esser fatte colle seste^ cioè con preparazione e con studio. 
Yi si sente il fare di Seneca, del quale anche il Nostro fu stu- 
dioso, e forse anche traduttore, come altri suppose (1), sia nella 
sistematica commettitura delle parti; sia nelle proporzioni, ch'esse 
assumono; sia infine nel modo, con cui stanno collegate 1' una 
coli' altra per mezzo di passaggi ideologici ben evidenti. Vi si 
sente un procedere scientifico piìi che familiare, filosofico piìi 
che patetico: è un' opera insomma prodotta dal cervello assai 
pili che dal cuore. 



(1) Al Caro è stato infatti attribuito il volgarizzamento di alcune lettere 
di Seneca, del quale parleremo a suo tempo, quando tratteremo delle tra- 
duzioni. 



— 371 — 

Ugual freddezza d' artificio troviamo nel 1' altra, fatta per la 
morte della nepote Aurora in nome della cognata Alessandra. 
Già il fatto stesso, die uno si ])onga a scriver lettere di que 
sto genere in nome altrui, ci può subito far prevedere ancor 
prima della lettura lo scarso valore di simili componimenti. 
'p] tutto uno sforzo di ]>arole ])er svolgere C(m gran sui)erH- 
cialità pochi motivi led anche questi l)en comuni) con artificio 
rettorico die, mal celato nel coipo della lettera, finisce per 
manifestarsi in tutta la sua vacuità nella (;liiusa. Il nome del- 
la fanciulla infatti porgeva argomento al Caro <1' inventare 
di sana pianta un sogno, che per quanto i)oetico, non poteva 
pretendere di recar alcun conforto alla madre desolata. Ci vo- 
levan altro (;lie simili rii)ieghi! 

§ 8-11 i)rimo tipo che ci si presenta è il capitan Colnzzo (1). 
Leggendo la lettera scritta dal Caro nell'aprile del ^3S da Velletri 
non assistiamo che ad una piccola scena, la quale non può aver 
occu[)ato altro che poche ore d' un dopo pranzo: ad un episo- 
dio minuscolo adunque della vita di questo soldato parabo- 
lano. Esso è colto con tanta verità, che a noi par quasi di 
vederlo e di seguirlo in tutti i momenti della sua dolorosa 
odissea. Kulla sappiamo del suo as[)etto fisico, tranne (di' era 
bircio d' un occhio: ma può dirsi perciò men concreco? No certo: 
che il capitan Coluzzo è tipo, che vive della vita d'ogni giorno, e 
che ben s' incarna tanto nel soldato spaccone, che abbia 1' obesità 
di Falstaff, quanto in quello che di Don Quixote abbia la sparuta 
magrezza. Certo non troverete nella lettera a messer Silvestro 
faticose analisi psicologiche, come direbbesi oggi giorno: non 
sono com[>atibili né coli' umiltà del genere epistolare, coni' era 
inteso dal Caro, né coli' animo stesso <lello scrivente. Vi scor- 
gerete invece ap])licati quei criterj estetici, che informano di 
sé i migliori componimenti dei nostri novellieri: la rappresenta- 
zione cioè d' una serie di scenette briose, delle quali Coluzzo 
é 1' infelice protagonista, còlte dal vivo e rappresentate con 
estrema semplicità di mezzi, accoppiata a una magistrale colori- 



(1) Ib. V. 1, Lett. XXIII p. 26. 



— 372 — 

tura. Il che dipende più che altro dalla immediatezza, con cui il 
carattere ò percepito. Di suo il ]N[archigiano non inette altro che 
la partizione in atti: del resto ritrae i fatti così come si svol- 
gono sotto i proprj occhi. 

Il pronto accorrere del capitano alla notizia dell' arrivo dei 
forestieri; lo sfortunato tentativo dì volger subito le spalle ap- 
pena riconosce nei nuovi venuti i familiari di nions. Gaddi; 
l'accoglienza; le offerte stentate; lo strano abbujarsi della faccia 
del poveretto dinnanzi all' ostinazione di Vittorio e di Ferrante; 
il comico insistere nel fare inviti, quando è certo che non 
possono essere accettati; la mossa veramente ridicola, con cui 
tenta d' assicurare Ferrante e Vittorio del buon tempo; 1' in- 
contro e la baruffa coli' amante; la sua sfrontatezza di sedersi 
a tavola non invitato; lo sfasciarsi del castello di vanterie e di 
menzogne, sparse per Eoma, sotto l' ironia ed il ridicolo profuso 
su lui a piene mani dai commensali, ed infine la pace finale, 
ecco i punti salienti di questa narrazione, che secondo V idea 
stessa dell' autore, doveva essere come un canovaccio di commedia. 

Commedia d' intreccio o di tipi ? Partecipe veramente e del- 
l'uno e dell'altro genere. Noi infatti vedendo muoversi Coluzzo 
nella sola lettera del Caro, veniamo a conoscere tanto bene la 
psiche di quest'eroe da burla, che possiamo preveder benissimo 
com'egli si comporterebbe, quando fosse tolto dalle circostanze, 
nelle quali il Marchigiano 1' ha ritratto, e fosse posto in altro 
ambiente ed in altre condizioni. Le sue doti caratteristiche sono: 
1' ingordigia in contrasto col suo vantato eroismo nel combat- 
timento di Ravenna, la boria in contrasto colla sua lurida 
povertà e sopra tutto una ristrettezza d' intelligenza, degna 
veramente d' esser più compianta che derisa. In una commedia 
1' esagerazione, di cui si valsero sempre i nostri commediografi 
(in special modo del '500) nel ritrarre il terribile matamoros, 
avrebbe certo pregiudicato (se non distrutto) l' immediatezza e 
la verità, che rendono tanto efficace la rappresentazione del 
tipo di Coluzzo; il quale jnuttosto che all' iperbolico miles 
gloriosus plautino ed ai suoi confratelli del teatro comico del 



~ 373 — 

'500 fa pensare per pienezza di vita al panciuto personaggio 
shakespeariano. 

Attorno a lui ecco Ferrante e Vittorio, ostinati nel tor- 
mentare la loro vittima; ecco Pipetto, il ragazzo dell' oste « un 
fiorentinello, chiaccherino, prosuntuosetto, tristanzuolo »; ecco in- 
fine la baldracca contesa tra Coluzzo e Pippetto sucida, ciacca, 
rancida e cenciosa congiurata cogli altri a determinare la rovina 
del disgraziato millantatore. Son tipi appena sbozzati, è vero, 
ma sbozzati in modo così efficace, che d' essi s' intuisce facil- 
mente la vita in tutta la sua interezza. 

Abbiamo voluto spender qualche parola su Coluzzo, perchè 
la lettera che siam venuti esaminando al valore estetico accoppia 
un certo valore storico, quando la si consideri in rapporto 
alla storia del teatro. 

Fu detto e ripetuto a sazietà che il tipo del Rodomonte, 
così frequente nel teatro del '500 è ricalcatura del miles glo- 
riosus plautino, rinfrescato e ravvivato mediante l'osservazione 
dei soldati, che ci inviava la Spagna. Vero è che il Croce 
in certi suoi appunti di letteratura comparata avvertì gli stu- 
diosi di non correr poi troppo in simile affermazione, e portò 
qualche esempio per provare che la millanteria non era poi un 
privilegio del soldato spagnolo, ma anche del nostro. Orbene 
il tipo del Capitan Coluzzo, ritratto dal Caro in questa lettera 
nell' aprile del 1538, quando cioè gli Spagnoli non avevan 
potuto ancora imporre certi loro usi e costumi (e tanto meno 
poi nello stato pontificio) ci sembra fornisca un' altra prova 
eloquente a rincalzo dell' opinione del Croce. 

Del resto non il solo Coluzzo dette in quei giorni materia 
di riso al Caro ed ai suoi compagni. Appena giunto a Napoli, 
ov' era diretto, il Marchigiano s' incontrò in un altro bel tipo 
più presuntuoso però che fanfarone, più petulante che millan- 
tatore: era questi quel Luigetto Castravillani, cui Annibale 
scrisse una lettera assai comica per confortarlo a compiere im- 
prese a dirittura eroicomiche in Affrica (1). Sappiamo di lui 



(1) Ed. CI. V. I — Lett. e XIX e XX p. 245 e 251: «.. che quando mi 



— 374 — 

eh' era minuscolo di corpo e loquace come un Tersite, e che 
cercava, quasi compenso alla piccolezza fisica, di dare alla voce 
già di psr sé stessa stridula ed acuta un tono assai ])iii alto 
del naturale. 

Quando costui a mezzo il maggio del '38 s'imbattè a Napoli 
nel Caro, volle quasi trasformarsi nel Nostro: « E non m'è so- 
lamente ombra del corpo (scriveva Annibale al Molza) ma 
fastidio e tormento all'animo et disonore et infamia. Vuol esser 
tenuto i)er intrinseco vostro; ])er ajo mio; per cucco di tutti i 
prelati di Roma. S' ingerisce con ognuno in mio nome; .parla 
in mio nome, fa ])rofessione di consigliarmi in tutto; tanto che 
a chi non lo conosce sono tenuto di render conto di lui e di 
me; e porto parte de la presuntione e de la tracotanza sua » (1) 
Dato un tipo di tal fatta, non yrnssiamo far colpa ad Annibale del 
tentativo da lui fatto di liberarsene per 1' occasione almeno 
della gita alla Certosa di S. Martino: tutto al piìi possiamo 
compiangerlo, perchè la cosa non riuscì completila come il Mar- 
chigiano avrebbe voluto. 

Ecco: il Caro ed i compagni sono già entrati nel convento 
e, condotti dal ])adre foresterario, visitano a ]>arte a parte il 
famoso monastero: Luigetto, cui è stata tenuta nascosta la gita 
da tutti, è rimasto contro ogni suo desiderio a Napoli^ e nes- 
suno ormai pensa piìi a lui. Ma ad tratto i)are che la porta 
del convento debba cadere sotto un furioso tempestare di col])i: 
i ])resenti si guardano in volto l'un l'altro, come per domandarsi 
chi possa essere il nuovo venuto, mentre il Nostro intuisce 
subito che 1' importuno visitatore non può esser altri che Lui 
getto. Si spaventa di rivederselo ai fianchi implacabile come 
un'ombra, chiede ajuto e protezione ai presenti e si raccomanda 
al padre foresterario, che, udito il caso, prende la briga sopra 
di sé. Altri, appena introdotto, si sarebbe in qualche modo 



ricordo che Roma tutta uon era capace del vostro corpicino non posso credere 
che cotesti chiassolini di Firenze uon vi riescano molto stretti e che sino 
la cujìola non vi paia tiassa. » 

(1) Ed. CI. V. I Lett. VU pp. 25. 



— 375 — 

scusato o per lo meno giustificato, ma non il Castravillani, il 
quale si presenta investendo il Caro con una litania il' impro- 
peri e sferzando a diritto ed a rovescio i frati e le loro con- 
suetudini. E chi sa quanto avrebbe continuato su quel tono, se 
un robusto converso al (;enno del foresterario non l'avesse affer- 
rato per le spalle, e non l'avesse spinto nella cella di penitenza. 

Anche qui noi conosciamo Luigetto attraverso ad un breve 
episodio, ma presentato com'è dal Caro, egli si mostra con tutti i 
caratteri essenziali, che servono a determinare un tipo. Stupido 
e pieno d' ambizione donchisciottesca, cerca di farsi stimare 
dagli altri vantando amicizie (in realtà inesistenti) coi perso- 
naggi pili cospicui del tempo; presuntuoso ed ignorante, non 
esita un momento a cali)estare ogni regola e consuetudine 
del viver sociale, quando creda offesa la sua minuscola perso- 
nalità: incapaC/C d' agire per conto proprio, s' intromette negli 
affari altrui, e grida i)er cento suoi pari. 

Ma di Coluzzo e Luigetto non abbiamo il ritratto: s'intuiscono; 
ancora non si vedono. Antonio da Pi perno invece, il famoso 
furfante, con cui il Caro ebbe ad incontrarsi durante il segre- 
tariato presso il Guidiccioni, è così ben fermato nei suoi tratti 
salienti, che basta legger la lettera (1), con cui il Caro lo de- 
scrisse al vescovo di Castro, e chiuder gli occhi per vederlo 
risorgere davanti alla fantasia ancor vivo e vegeto, dopo che 
tanti secoli sono trascorsi dal tempo delle sue celebri ribalderie. 
« Egli è un huomo di piìi di settant'anni (così il Nostro lo de- 
scriveva) canuto, macilento, ricotto ed affumicato. Pare ad una 
gambetta falsa, che si strascica dietro, un Vulcano; a certi 
suoi occhi rugginosi un Caronte; al pelame un Licaone; ed a 
certe scaglie, che ha per lo dosso un vecchio marino: al parlare 
ed all' umiltà un Ilarione; al viso un Malagigi et a tante tra- 
sfigurazioni, che va facendo un Proteo, perciocché non è né 
huomo, né bestia; et è 1' uno e 1' altro; e tutto insieme è com- 
posto di venerabile e mostruoso ». 



(1) Ib. Lett. XXXVII pp. 101 e segg. 



— 376 — 

Non par di vederlo questo strano tipo di negromante e di malnn- 
drino ad un tempo, clie nei molti e lunghi anni di vita d'avventurie- 
ro aveva imparato ad atteggiare il corpo, la voce ed i tratti della 
fisionomia nei modi più strani e svariati, onde condurre a buon 
porto le sue truffe, tramate e condotte innanzi a forza d'astuzie 
e d' inganni ? Sembra che la natura stessa gli avesse largito 
proprio quei caratteri tìsici, eh' eran i)iìi oj>portuni per sugge- 
stionare quanti lo avvicinavano. 

Il ritratto è già abbozzato, per dir così, nelle linee e nei 
colori: ma per quanto il raffronto con i)ersonaggi ben noti, quali 
Vulcano, Caronte, LÌ3aone, llarione, Mahigigi e Proteo valga 
a ravvivarlo, messer Antonio non ])uò dirsi possegga ancor 
anima e vita. Ad ottenere lo scopo basta aggiungere al ritratto 
fisico quello morale: « Sa tutte le lingue; è stato per tutti i 
paesi; conosce ognuno, non è conosciuto da persona; ha un ingegno 
diabolico e pronto, un proceder tardo, un avvisar subito, un 
ritrattare sul fatto: che non gli è prima messo un fascio in- 
nanzi, che vi ha trovato la sua ritortola. Ha esca e zimbello per 
ogni sorta d' uccelli; e non ha prima squadrato uno, che gli 
trova il suono secondo la sua tarantola. Ha un volto fatto in 
modo che non vi si conosce né vergogna, né paura, né qualsi- 
voglia altro affetto. La bugia gli diventa in bocca verità; le 
parole, che dice son tutte perle, et ogni atto che fa rappre- 
senta un agnusdei. Nella prima giunta con quelle sue moine, 
con quel collo torto e con 1' arte della sua cabala, fece quasi 
creder a chi il conosceva eh' egli non fosse lui, ma egli è ])ur 
desso. Nel venirmi innanzi la prima volta, con tutto che facesse 
il sordo e lo smemorato, feci per modo che intese; e si ricordò 
d' alcune cosette; ma la paura di madonna Margherita l' ha 
fatto poi cantar di bello. Oh Monsignore, che cosa dice e che 
cos' ha fatto quest' huomo ! Che Simone, che Margutte, che 
Brunello! Tutti sono state bestie a petto a lui! ». 

Ogni distanza di tempo è scomparsa o per lo meno cancel- 
lata: il furfante é ormai così completo dinnanzi a noi, che ci 
sembra d'esserci qualche volta imbattuti in lui in carne ed 
ossa; d' aver fissato coi nostri quei suoi occhi rugginosi, che 



— 377 — 

davano un aspetto ancor più bestiale al volto peloso ed irsuto, 
avvezzo per lunga consuetudine a non tradir mai le interne 
emozioni. E sopratutto non possiamo dimenticare il tono umile, 
modesto e dimesso del discorso e dell' atteggiamento. Come 
tutti i malandrini matricolati ha uno straordinario potere d'in- 
tuire gli arcani pensieri ed i sentimenti i)iù riposti dell'animo 
altrui, e sa rapidamente trovare le vie più acconcie per per- 
suadere e per trarsi d' impaccio dalle situazioni più complicate 
e pericolose. Perciò non può far meraviglia se il povero Gui- 
diccioni temeva che quel baro di tre cotte, per quanto ben 
rinchiuso in carcere, non trovasse un qualche espediente per 
sfuggirgli di mano. 

Coluzzo, Luigetto e messer Antonio da Piperno sono tre 
tipi còlti con grande sincerità dalla vita d'ogni giorno: il Caro 
li riprodusse oggettivauumte, senza pretese di novelliere o i)si- 
cologo, con quei tratti fisici e morali, che ai suoi occhi costi- 
tuivano la loro fisonomia. Notevoli in lui la forza di penetra- 
zione e lo stile nervoso, incisivo, pieno di forza e d' efficacia 
al pari che di facezie e di brio. 

Altre volte il Caro accenna a mala pena i tipi, perchè ben 
noti a colui, al quale scrive; e si comjHace di ritrarre la scena: 
eccone una, di cui è protagonista la donna, e movente princi- 
pale la vanità femminile. 

§ 9. — Trasportiamoci per un istante colla fantasia in Roma 
nella Chiesa dei SS. Apostoli verso la metà di maggio del 1543. E 
giorno di festa (1), e una gran folla di fedeli assiste alle funzioni: 
l)iù presso all' altare le dauie dai rigidi broccati; quindi i gen- 
tiluomini, tutti eleganti nei ricchi costumi multicolori; e poi la 
plebe, la povera plebe confinata nell' ultima parte del tempio, 
vicino alla porta. Ad un tratto corre tra quel pubblico aristo- 
cratico un sussurro confuso, e gli sguardi convergono rapida- 
mente sopra due matrone, che sono entrate in chiesa nello 
stesso istante da due porte op})oste: esse portano il i)rimato 



(1) Ib. Lett. XII p. 37. 



. — 378 — 

della bellezza, e perciò s' odiano cordialmente come acerrime 
rivali. 

« Entrarono in chiesa (scrive il Caro al Molza) 1' una dalla 
prima porta, 1' altra dall' ultima; e a punto alla pila dell'acqua 
benedetta s' affrontarono insieme. Subito che si scoprirono, si 
raffazzonarono, si riforbirono, si brandirono, aguzzarono in un 
eerto modo tutte le loro bellezze, si squadrarono dal capo alle 
piante ;>. D' ogni intorno la corona degli ammiratori pendeva 
dai loro gesti, e variamente ne interpretava gli sguardi: la 
l)reghiera era morta nel cuore e sulle labbra dei fedeli. « Pen- 
sate (aggiungeva il Nostro) quante scintille, quante folgori, 
quanti dardi corsero allora i)er quel campo! Quanti affetti 
fossero negli animi dei poveri ammartellati, quanti sbattimenti 
di cuori, quanti mutamenti di visi, quanti atti di meraviglia 
ed alla line quante dispute sian state di parole! Immaginatevi 
Gandolfo padrino da una parte, l'Allegretto dall' altra, et con- 
siderate poi quello che fa 1' affettioue ne gli huomini, che cia- 
scuno di loro gridò Vittoria e corse il campo per la sua donna ». 
Livia Colonna? Fausta Mancini ? Giulia Gonzaga ? Non saprem- 
mo dir con certezza quali di queste fossero le protagoniste del 
quadretto, conservatoci dal Caro, per quanto la menzione del 
Porrino e la parte, che gli si attribuisce ci jìortino a supi)orre 
che delle due 1' una fosse la Gonzaga. 

In ogni modo leggendo questa lettera noi sorprendiamo i)er 
un momento i nostri buoni nonni del cinquecento, pei quali eran 
tanta parte della vita religione ed amore; pietismo e galanteria. 

Ma il Porrino fu costretto ben presto dalla sciatica a la- 
sciar Eoma per i bagni di Venezia. Vogliamo vederlo per un 
momento immerso negli agj e nella mollezza? Non c'è che da 
rileggere quella lettera, che gli scriveva il Caro di Piacenza il 
23 di giugno del 1543. Pensate, gii domandava, «.... di starvene 
costà voi solo agiatamente a vezzeggiarvi cotesta panzetta? o, 
com' è vostro solito, sopra una sedia badiale, e sotto a qualche 
verdura, o dirimpetto a un cotal ventolino con un Petrachino 
in mano a canticchiare: — O passi sparsi ? — Ma dicono an- 
cora peggio: che mentre così v' arrecate, volete che '1 vostro 



— 379 — 

Giovanni vi stia senii)re con una rosta in mano a farvi vento. 
Et che poi, cicalato eli' liavete alquanto con lui, et ordinatagli 
la vostra cenetta solenne non senza il tortino, gli dite non so 
che all' orecchio; et intanto eh' egli se ne va al vicinato a far 
la bisogna, voi vi dormite il vostro sonnetto per rimetter la 
dotta d' una veglia futura ». (1) 

Tale il coitigiano nel lusso e nell' ozio: sorprendiamolo ora 
al seguito del suo signore, intento ai lavori della giornata. 

Il Caro ha superato d' un anno la trentina: è familiare del 
Gaddi e trovasi con monsignore alle cave della Tolfa in quel 
di Viterbo: tutti sono usciti jier attendere ai lavori, egli solo è 
rimasto in casa. Per fuggir la mattana vuol s(;rivere (2) ai compagni 
di Koma, onde informarli dei luoghi, nei quali si trova e della 
vita, che vi si conduce, ma non sa ne a chi rivolgersi per 
])iimo, uè da che parte incominciare, e, pur di serbarsi la libertà 
di drizzar la parola ora a questo ora a quello, paga volentieri 
una multa. Le vicende del viaggio, la cattura d' uno strano 
animale, lo smarrimento nella foresta, V ingenua ignoranza di 
Silvestro; la maldestra guida, che pareva la smarrigione ed 
il haloccamento in persona; i i)aesani del luogo; la presenza 
d' un tipo bizzarro, che, come Luigetto voleva essere il Caro 
in qualunque cosa, sono tutti motivi, che forniscono argomento 
e materia ad un racconto vario e colorito, rivolto ora al Ter- 
razza no, ora a Messer Giorgio, ora al Barbagrigia, ora al Diac- 
ceto. Leggendo questa lettera si prova un' illusione: par di 
vedere Annibale in mezzo a un crocchio d' amici, intento a 
raccontar loro col sorriso sulle labbra le peripezie della Tolfa, 
e lo vediamo volgersi a questo e a quello, a destra ed a si- 
nistra a seconda del maggior o minor interesse, che la narra- 
zione doveva destare in ciascun d'essi. E che dire del quadretto, 
con cui ritrae monsignore ed i familiari occupati nei lavori? 
Quanta e quale comicità nel raffronto eh' egli istituisce tra di 
essi ed i mitici fabbri della classica fucina etnea! 



(1) Ed. Segh. V. I Lett. CIV p. 130. 

(2) Ed. cit. voi. I Lett. XII p. 11. 



— à8Ò — 

Ecco il Caro (lui stesso) e l'Allegretti presso 1 mantici: ecco 
il Gaddi col petasetto e col bastoncino, tutto occupato nel sorve 
giiare i lavori: ecco gli altri, che s'affaccendano a far saggi su 
saggi, a castrar poggi e montagne. Monsignore è tutto beato 
nei suoi sogni di lauti guadagni, spera ogni momento d' aver 
liete sorprese, ma Annibale confessa da parte sua, di non aver 
visto fino a quel giorno che fumo e loppe assai. Su questo pic- 
colo mondo, che s' agita nell' ambito breve d' una lettera come 
in un piccolo caleidoscopio, s' affaccia la figura del Nostro in 
atto di snocciolare un lepido sonetto alla burchia, mentre at 
tende 1' ora d' andare a vedere il ballo di certe sudiciotte del 
paese. In questo viso ridanciano è facile ravvisare V umorista, 
sempre pronto a porre in burla le miserie della vita ed il ma- 
lizioso commentator della Ficheide. 

§ 10 — Umorista'? Sì: Vhumour anzi non è piccola parte della 
psiche del Nostro. Se ne vuole una prova? 

Solo, senza scorta, in paese nemico, tra gente ostile il Mar- 
chigiano cavalcava verso i primi d'agosto del 1544 verso Pont 
Mousson. La sua qualità d'ambasciatore di Pier Luigi Farnese 
a Carlo V lo rendeva sospetto ai Francesi. Ad un tratto scorge 
una banda di fanteria occampata sul limite d'un bosco: li ciede 
francesi, volta la briglia e fa' per fuggire, quando, fatto un po' 
di cammino, viene a sapere eh' essi eran spagnoli diretti alla 
volta del campo cesareo: eran dunque amici, ed avevano la 
stessa mèta. Il Nostro torna sui suoi i)assi e si presenta sen- 
z'altro ai lauzi, che s'eran fermati per bivaccare. « Mi sou 

cacciato tra loro (racconta egli stesso scrivendo a m. Roberto 
de' Rossi) e non sapendo il loro linguaggio, coi gesti e col 
bere ho fatto tanto del buon compagno, che me gli ho tutti 
acquistati. E me ne son venuto qui in ordinanza, che vi sarei 
parso un Ariovisto in mezzo a loro ». (1) Il ricordo del belli- 
coso duce degli Svevi, il vino è le spacconate dei Lanzi, eran 
motivi più che sufiScienti per sconvolgere il Marchigiano, il 
quale già si proponeva di far colla sua compagnia di fanti tmo 



(1) Lett. Famil. v. I L. CXXIII p. 154. 



— 381 — 

sdruscito nella Francia; di scannonezzare Saint Dizier e di /ar 
un cencio di Chàlon. 

Così pure arrivato al campo di Carlo, e consumata ben 
presto fino all'ultimo picciolo la provvisione, fornitagli da Piei- 
Luigi; costretto a vendere i cavalli per vivere, tormentato dal 
freddo e da ogni sorta di disagi, comunicava ad Apollonio Plii- 
lareto, segretario di Pier Luigi, queste sue lacrimevoli condi- 
zioni con una letterina brevissima di poche righe, ove non sai 
se prevalga piìi forte l' ironia o 1' humour. « Non i^ensate ch'io 
vi scriva in collera (gli scriveva nella chiusa) che per Dio me 
lo dico ridendo e di buon cuore, et ho caro di trovarmi a 
queste strette, j^erchè ne divento più perfetto senza punto di 
]»regiudizio vostro, che per Dio v' ho per iscusato e v' amo 
ogni dì più ». (1) 

Ma per aver un'idea del Caro umorista basta leggere quella 
lettera, eh' egli scrisse il 14 decembre 1540 agli accademici 
Intronati, dagli strani i)seudomini di Sodo e Diserto, per dar 
loro un' idea delle bellezze di Serra San Quirico, ove Anni- 
bale trovavasi in quel tempo. L' argomento non era davvero 
dei più fecondi: si trattava di parlare d' un paesello chiuso 
tra orribili forre di monti, squallido per natura e reso ancora 
I)iù squallido dall' inverno. 

Un melanconico avrebbe trovato modo di comporre una 
elegia sullo stampo delle — Ex Ponto — ; un retore avrebbe 
divagato col pensiero in traccia dei luoghi più alpestri ed 
inabitabili dell' orbe per valersene come termine di raffronto 
con Serra San Quirico. Il Nostro invece dà un' idea del pae- 
saggio e della vita, che vi si conduce, ridendo e facendo ri- 
dere. « Degli studj (conclude) havete a sapere che non ci 
capitano né Muse, ne Ninfe, perchè non ci è paese, che piaccia 
loro se non una fonte, et a quella ogni volta che hanno pro- 
vato di venir, 1' hanno semi)re trovata occupata da lavandare. 
Sì che non ci tornano più, e se noi proviamo di far qualche 
cosa da noi ci vengono certi concetti stravolti e certi sensi a 



(l) Ed, Comiuiana - Lett. CXXV p. 206. 



._ 382 — 

rovescio: stiamo in un certo modo stemperaci, acciipncciati, in- 
salvatichiti: siamo fuor dei gangheri » (1). 

L' humour qui penetra e pervade tutta quanta hi lettela 
dal princii)io alla fine, e sgorga direttamente dal cuore e dalla 
mente di chi scrive; sì che si manifesta in questa scrittura in 
tutta la sua originaria freschezza ed efficacia. Piti spesso s' e- 
sprime con un frizzo, una con facezia, con uno scherzo anche là 
dove non ci si aspetterebbe sia per l'argomento, di cui si discorre 
sia pei personaggi, cui il Marchigiano si rivolge. Ma coi familiari 
in special modo è ben raro il caso che il Nostro non trovi 
modo d' uscire in una frase, che i)orti nella lettera anche d'af- 
fari la nota gaia ed umoristica. E la ragione di ciò sta in 
questo, che il faceto autore della Nasca, della diceria di Santa 
Naflssa ed il commentatore della Ficheide era per natura così 
fatto, che le persone e le cose gli si presentavano, come attraverso 
ad un prisma, nei loro aspetti più comici e ridicoli. In altre 
parole egli era dotato d' una larga vena di humour. 

§ Il — La sincerità del Marchigiano, come epistolografo si ma- 
nifesta anche nella descrizione del paesaggio sia reale (nel senso 
comune di questo aggettivo) sia ideale. Riguardo al primo basti 
a darne la prova quella celel)re lettera (2), con che il C'aro 
descriveva al Uuidiccioni le sontuose fontane dei giardini di 
monsignor Gaddi. 11 buon vescovo lucchese, volendo adornare 
con alcunché di simile la villa silenziosa, posta a specchio 
del Serchìo, s' era rivolto ad un fratello d' Annibale, che per 
essere in Roma pensava avrebbe ])otuto descrivergliele con 
ogni particolarità, ma ne aveva avuto per risposta non es,wr 
possibile darle a intender per lettera (3): pregò allora diretta- 
mente il Nostro, il quale allora trovavasi a Napoli, e questa 
volta fu soddisfatto in ogni suo desiderio. 

Annibale dunque, si noti bene, descrisse cose a Ini ben 
note senza dubbio, ma lontane dai suoi occhi le mille miglia. 
Eppure si osservi con quanta chiarezza mette in evidenza l'ar- 



(1) Lett. Fani. toI. I L. XXX p. 94. 

(2) Lett. Fani. voi. I, L. XXX p. 43. 

(3) Ed. Segh. Lett. al Caro: v. Ili L. XXV p. 150. 



— 383 — 

cliitettura delle fontane, le parti ond'eran composte, il comune 
serbatoio, e gli artifìzj per mezzo dei quali l'acqua stillava dal 
soffitto; con quale matematica precisione egli ritragga l'oggetto 
nella sua materiale realtà, riuscendo sempre preciso, ma non arido. 
Perchè egli è pur sempre artista nell'anima, e come tale s'indu 
già a descrivere il godimento estetico, cbe provava l'osservatore, 
sia nel contemplare la rustica bellezza del luogo, sia nell'udire il 
sommesso mormorio delle acque, che giìi dal serbatoio scendevano 
a gocciolar dai tartari bianchi della volta, o ad irrompere gor- 
gogliando nel fondo dei pelaghetti, o a precipitarsi fuori del- 
l' urna del simulacro fluviale, o a perdersi infine in fiori di 
spuma tra cespi di musco e capelvenere. La tentazione di far 
pompa di magistero di stile era grande: che l'argomento stesso 
ne porgeva il destro. Eppure nulla v'è in questa lettera che turbi 
la disinvolta semplicità del Marchigiano; al quale sarebbe sem- 
brato delitto capitale far cogli amici il retore od il pedante. 

Né meno semplice e schietto e perciò meno efficace riesce nel 
suggerire ai pittori argomenti per tele ed affreschi. Vuoi jier 
esempio dare al Vasari un'idea sul modo di comporre il gruppo 
d'Adone e Venere? Poche parole- ma così calde, così misurate 
da esser sufficienti a svegliare nell'animo dell'artista fiorentino 

i fantasmi assopiti: « farei solamente 1' Adone abbracciato 

e niirato da Venere con quello affetto, con che si veggon morire 
le persone care; posto sopra una veste di porpora, con una ferita 
nella coscia, con certe righe di sangue per la persona: con gli ar- 
nesi da cacciatori per terra; e (se non pigliasse troppo luogo) un 
qualche bel cane.... ». E degli amori e amorini introdotti da 
Teocrito nei suoi due idillj (Le Siracusane e Sopra la morte 
di Adone) avrebbe voluto che s' accennassero in prospettiva 
soltanto quei tre, « che tirano il porco fuor della selva, de' 
quali uno il batte con 1' arco, 1' altro lo punge con uno strale, 
e '1 terzo lo strascica con una corda i^er condurlo a Venere. 
Et accennerei (aggiungeva) se si potesse che del sangue nascono 
rose e delle lacrime papaveri ». (1). 



(1) Lett. fam. v. I CLXXX, p. 217. 



— 384 — 

II griii)po qui era semplicissimo, i tipi ed i costumi eran 
ben noti, e perciò Annibale s'accontenta di fissare 1' atteggia- 
mento di Venere, in cui doveva esser riassunto, per dir così 
il pathos dell' idillio e sorvola sul resto. Ma quando nel 1562 
e nel 1565 ebbe ripetutamente 1' incarico dal cardinal Farnese 
di suggerire allo Zuccaro i soggetti per frescare la camera 
da letto e lo studio del palazzo di Caprarola, (1) o quando 
nel '64 fu pregato dal conte Orsini di fornir qualche schiari- 
mento sul modo, in cui dovevasi rappresentare una gigauto- 
machia (2), l' impresa presentava al Caro ben altre difficoltà. 

Lasciamo stare la gigantomachia, per la quale l'invenzione 
doveva aggirarsi entro certi limiti; ma per il palazzo farnesiano 
bisognava creare e comporre di sana pianta quelle allegorie, 
eh' eran più adatte ai luoghi da decorare. Ed il Caro cercò 
che le pitture avessero la massima rispondenza coli' ambiente, 
cui erano destinate. Così nella camera da letto del card. 
Alessandro l' idea, che sviluppavasi chiaramente dell' armonica 
sinfonia di figure e di scene, di linee e di colori era quella 
del costante succedersi del giorno della notte e dei fenomeni 
inerenti all' uno ed all' altra; mentre nello studio i ritratti 
dei grandi solitarj dell' umanità dovevano confortare l' illustre 
prelato alla calma silenziosa della meditazione e dello studio. 
Annibale sfoglia con grande pazienza autori greci e latini e 
volgari, cita Omero e Virgilio in compagnia di Macrobio e 
d' Apuleio; Stazio e Claudiano presso Pausa nia e Festo, 1' A- 
riosto e il Petrarca con Ovidio ed Ausonio, e da tutti ri- 
cava accenni e notizie per serbarsi fedele, quant' è possibile 
alla tradizione ed al costume. Oltre a queste minuzie per ogni 
tipo, sia esso mitologico o storico, esprime con poche parole 
incisive quanto basta a ravvivar d' un' anima quelle figure; 
di queir anima, che il i)ittore dovrà studiarsi d' esinimere 



(1) Vedi la famosa lettera allo Zuccaro per la Camera da letto: Lett. Fara. 
V. Il L. CLXXXVIII pp. 227 e sgg. — e quella a Fra Onofrio Pauvinio per 
lo studio ib. L. CCXLIII pp. 309 e sgg. 

(2) Ib. L. CCXXXVII pp. 293 e sgg. 



- 385 - 

col pennello. Cita inulti autori è vero, ma le citazioni son fatte 
senza nessuna i)retesa di riposta dottrina e solo per confer 
mare con qualclie autorità i i)i'opii suggerimenti. Eppure que- 
sta smania di i)rfccisare auclie le minuzie doveva costargli fa- 
tiche non poche: pare anzi avesse fatto un scartafaccio (1), cui 
ricorreva ogni volta avesse bisogno di far indagini erudite. 

Ma con questo lavoro di i)azi»^nte indagatore i)rocedeva pa 
rallelo l'altio, tutto prop/io dd^T^ artista: la concatenazione cioè 
e la subordinazione dei singoli motivi nella sintesi. E come i)el 
primo non veniva meno al iNostronè la i)ertinacia dell'indagine, 
né l'acume del critico; così pel secondo non gli facevan difetto 
né il necessario buon gusto, né quella speciale sensibilità, me- 
diante la quale soltanto la visione artistica acquista vita e 
calore. L'oi)era d'arte, laboriosamente meditata, gli balza d'un 
tratto dinnanzi, piena di grazia e di vita, e 1' autore 1' ammira 
e si compiace nel ritrarla altrui con tanta evidenza di luce e 
calore, con tanta precisione di linee, con tanta minuzia di par- 
ticolari che par quasi ch'egli non la tenga soltanto dinnanzi 
alla fantasia, ma la scorga già come visibilmente fissata sulle 
tele o sulle pareti. Non è più il suggeritore d' opere ancor da 
farsi, ma l' interprete d' opere fatte. 

E quale interprete! !>' ogni ])ersonaggio, d' ogni atteggia- 
mento, d' ogni particolare decorativo sa penetrare ogni senso 
riposto morale e simbolico, sa trovar la parola o la frase più 
espressiva per comunicare a chi scrive l'anima e la vita di quei 
fantasmi, eh' egli stesso ha creato. In breve: esprime con effi- 
cacia ciò che efficacemente sciìte. 

* 
* * 

§ 12. — Raccogliendo quanto siamo venuti ricavando in 
questa scorsa attraverso 1' epistolario del Nostro, noi abbiamo 



(1) Ib. « Ma quando fosse anco maggiore per la voglia eh' ho di ser- 
virla, m' affido di condurla (intendi: 1' opera richiesta) purché mi dia tempo 

prima di tornare a Roma, poi di rivoltar delle carte, come è necessario 

E necessario racc»'>rla da diversi e compilare una cosa, che abbia del buono 
alla vista.... ». 

2$ — itti « Henorie della R. Dep. di Storia Patria per le Marche. 1910, 



— 386 — 

avuto modo di ])one in evidenza, se non e' inf»jinnianio, ])er 
quale sejireto queste scritture, qualunque argomento esse trat- 
tino, abbiano raggiunto quel grado d' artistica perfezione, che 
è loro riconosciuto per comune consentimento. Questo segreto 
consiste nella grande sincerità. Il Caro per lo i)iù manifesta 
sé stesso ora nialinconico, ora contento, ora adirato, ora gaio 
e faceto, senza mai assumere atteggiamenti più o meno sforzati, 
più o meno voluti. 

Fu celebre nel '500 la lettera paradossale, (1) con cui il 
Nostro volle dimostrare quanti e quali danni fosser provenuti 
all' umanità dall'usanza dello scrivere in genere e dello scriver 
lettere in si)€cial modo: eppure ben pochi posson dire d'averne 
scritte tante quante il Marchigiano. Egli odiava queste occupazioni 
cancelleresche; e intanto gli uscivan dalla penna ogni giorno let- 
tere per amici e conoscenti, per principi e prelati ed alti digni- 
tari, disparatissime per forma e contenuto, nelle quali invano 
cercheresti un segno, benché minimo di stanchezza o di noia. 

Concisione talora tacitiana, fiorita eloquenza tal' altra, chia- 
rezza, urbanità e arguta disinvoltura ne sono le doti preci{)ue; 
e queste a loro volta sono conseguenza immediata della since 
rità, con cui 1' A. apriva l'animo suo. Coll'Arnoltìni, colFAretino, 
con madonna Calidonia Spiriti egli è insincero; e 1' espressione 
mostra costante in questo caso il lavorio stilistico del retore. 

Ond' è che se si dovesse trarre da quanto abbiamo detto 
qualche avvertimento pratico, diremmo che invano si cercherà, 
come consigliavano i vecchi trattatisti, la frase e il disinvolto 
periodare del Caro, quando non si penetri questo segreto del 
1' arte sua: segreto, del resto ch'egli stesso in parte derivò per 
istudio e per imitazione dalla lettura dell'epistolario ciceroniano. 

(continua) Mario Sterzi. 



(1) Puccianti op. cit. L. XLIV p. 62 confronta la lettera contro 1' uso 
di leggere composta dal Doni a imitaziou di questa del Caro in A. F. Doni, 
Trattato secondo degli Autori veduti a penna, i quali non sono auchora 
stampati, il nome, il cognome i titoli et le materie: cose da esser lette et 
vedute da ciascuno ingegno a e. 161 de La Libreria del Doni Fiorentino; 
Giolito 1558. 



— 38? - 

N. B. — Essoiuloci 8fuj?u;it() qualche errore nell' aft'rettjita correzione 
(Ielle bozze mentre chiediamo venia di ciò al lettore cerchiamo di farne am- 
menda utile, se non onorevole, relegando in questa noticina una piccola 

ERRATA CORRIGE: 



'ajr. 


219 


riga 


1 


a 


1343 




223 


» 


7 


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coììtententato 




221 


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24 


» 


fino hora divieto 




228 


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23 


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260 


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28 


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9 


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303 


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304 


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305 


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» 


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313 


riga 


13 


» 


rappresntalo 




319 


» 


15 


» 


filologico 




» 


» 


22 


» 


spunto 




320 


» 


19 


» 


1546 




321 


» 


3 


» 


^ 122 




333 


» 


6 


» 


ad ' esse 




371 


» 


25 


» 


Qmxote 



sostituisci 1543 

» contentato 

» fino hora ha divieto 

» baloi'do 

» trentatrè 

» rivolgendovi 

» dura: 

» salce 

» sì 

» sfeì'e, 

» tu 

» rappresentalo. 

» filo logico 

» spunti 

» 1556 

» ^22 

» ad esse 

» Qìijote 




Giulio Grimaldi 

Con quale animo io abbia accolto l' invito del nostro pre- 
sidente di commemorare dinanzi a voi Giulio Grimaldi, può 
facilmente comprendere chi sa quale vincolo di salda e fraterna 
amicizia mi legasse a lui da tanti anni. Eppure, poiché è per 
merito suo eh' io sono entrato in questo sodalizio, poiché devo 
a lui tutto il poco che ho fatto nel campo degli studi marchi- 
giani, è giusto, è necessario che io faccia forza al mio senti- 
mento e vi parli brevemente dell'amico, del collega, del maestro, 
che il destino crudele strappava, il 2 agosto 1910, nel fiore della 
virilità alla famiglia, alla scuola, agli studi. 

La vita di Giulio Grinuildi, n. a Fano 1' 8 gennaio 1873, è 
la vita calma e tranquilla di un onesto e indefesso lavoratore. 
Una sola crisi egli ebbe nella sua esistenza: quando a 17 anni, 
già bene avviato ])er la carriera ecclesiastica, senti d'un tratto 
venirgli meno l'inclinazione i)ev la vita religiosa, e senza chiasso 
senza ribellioni violente, svesti d' un tratto 1' abito talare e 
s' avviò agli studi letterari, che terminò a Koma nell' estate 
del '95. Entrato subito nell' insegnamento secondario e ammo- 
gliatosi giovanissimo, nel '900, condusse d' allora una vita riti- 
ratissima, e divise i suoi affetti tra la scuola e la famiglia: 
l'insegnante rigido e apparentemente freddo e severo, inappun- 
tabile nell' adempimento dei suoi doveri ed intìessibile nel pre- 
tendere dagli scolari una diligenza costante, diventava in casa 
il marito più mite e affettuoso, il padre più paziente e talvolta 
più debole, che sacrificava ore ed ore ai capricci dei suoi piccoli 
e adorati tiranni. Un solo affetto egli ebbe vivissimo oltr'a quello 
della famiglia e della scuola: gli studi; ma non volle mai che 
questa sua passione, che gli sembrava quasi eg-oistica, dovesse 



— 390 — 

riuscire a detrimento di quelli oh' erano per lui i ])iù sacri 
doveri, ed agli studi non dedicò che il tempo sottratto al ri])oso 
ed al sonno. 

Nel contrasto, che a molti apparve e apparirà sempre stri- 
dente, fra il letterato originale e 1' erudito freddo e minuto, 
fra il cri^^jico e il polemista arguto, sarcastico, pungente, ed il 
poeta mite e dolce degli affetti familiari, una qualità comune 
prevale su tutte a dare unità all' opera sua di studioso: la la- 
boriosità continua, instancabile, sempre placida ed uguale. 

Artista nato, portato dalla natura e dai piccoli ambienti in 
cui passò la maggior i)arte della sua vita ad osservare e sentire 
le piti piccole sfumature, i lati i>iii oscuri e dimenticati della 
vita umana, egli inizia assai presto la sua attività di i)oeta, e 
i suoi quaderni di seminario sono ricoperti quasi ad ogni pa- 
gina di poesie, eh' egli non volle mai pubblicare e che hanno 
forse un valore artistico assai limitato, ma costituiscono j)er 
noi un documento interessantissimo per il misticismo i)rof()ndo 
da cui sono inspirate, e per la sincerità del sentimento religioso 
che esse rivelano. 

Mutato poi il gusto e il modo di sentire, innamoratosi del 
Giusti, dello Stecchetti, di Heine, pubblicando a Roma nel 92, 
pieno 1' animo delle migliori e più illusorie si)eranze, il i)rimo 
volume di versi, si ])roponeva di non attendere che alla produ 
zione letteraria, tenendosi lontano dalla critica e dall'erudizione 
che ammazzano — son sue parole di allora — tutto ciò che è 
arte schietta e geniale. Piena la mente di questi sogni artistici 
egli butta giù in questi anni a centinaia e centinaia i suoi 
versi, ma non trova e forse non cerca un editore che glieli stampi; 
compone alcune novelle, di cui una sola, quella finissima « Messa 
Novella » che tutti ricordiamo, egli pubblicò 15 anni ])iù tardi 
per un'occasione gentile, e si fa conoscere al pubblico soltanto 
con quei giornaletti umoristici, che un gruppo di amici pubbli- 
cava a Fano nella stagione balneare, e dov' egli ben presto, 
sotto lo ])seudonimo di Shervengul^ divenne popolarissimo come 
poeta dialettale. 

Ma quando le necessità della scuola lo niisero ))er la prima 



— 391 - 

volta di fronte ad mia di quelle ricerche faticose ed inutili^ 
contro le quali il poeta giovanissimo aveva scagliato i suoi fulmini, 
la coscienza di lavoratore onesto e i)aziente i^ie era in lui dalla 
nascita riprese subito il sopravvento sulle i)revenzioni dottri- 
narie contro 1' erudizione e la critica, e lo indusse a dedicarsi 
ad un lavoro di polso sul Teatro italiano del Cinquecento ed 
in i)articolare sul cardinal di- Bibbiena. Presentato nel 95 come 
tesi di laurea, il lavoro gii valse allora il massimo dei voti e le 
lodi dei pili competenti fra i suoi giudici; ma non era ancor 
tale da soddisfare il senso vigile di critica del suo giovane 
autore, che da Roma allargò le sue ricerche a Firenze e negli 
altri maggiori archivi d'Italia, e raccolse e trascrisse, scoprendo 
per molte di esse il cifrario, un numero grandissimo di lettere 
del Bibbiena; fece e rifece per ben tre volte il suo lavoro, tor- 
mentato sempre dal dubbio che altri potesse accusarlo di fretta 
o di poca diligenza, e proprio in questi ultimi mesi, con una 
pazienza da certosino, si preparava a rifarlo del tutto per la 
quaita e forse ultima volta, completando le sue passate ricerche 
con uno spoglio diligentissimo di tutto quanto s'è pubblicato in 
questi anni su quel periodo intricatissimo della storia del 
•Cinquecento. 

Ma contro le sue prevenzioni 1' erudizione e 1' amore delia 
ricerca non distrussero in lui l'arte schietta e geniale, ma anzi 
la raffinarono, la resero più originale e piti classicamente j)ura; 
e gli anni appunto che seguono alla sua laurea e all'inizio dei 
suoi studi eruditi sono quelli che manifestano un maggiore 
jìrogresso anche nella sua produzione letteraria. È infatti negli 
anni tra il 99 e il 900 che egli cominme e i)ubblica quei mi- 
rabili gioielli di poesia familiare, che sono i sonetti di Mater- 
nità, le Intime e le Ninne nanne, inspirate dall'amore per la 
sua Flavia e i)er la sua prima bambina; è tra il 901 e il 902 
<;he egli scrisse il suo romanzo marinaresco, che non è solo 
opera di un artivsta, ma di uno studioso serio già temprato al- 
l' osservazione scientifica, che ha saputo cogliere e ritrarre con 
mano maestra la vita drammatica dei i)escatori dell'Adriatico. 

In questi anni, da cui s'inizia il periodo migliore e sempre 



— 392 — 

ascendente dell' attività del Grimaldi, un' altra caratteristica 
comincia a manifestarsi e s'impone poi costante in tutta la sua 
operosità così varia e molteplice: l'amore fervido e intelligente 
per la propria regione. Come nel romanzo, nella novella, nella 
poesia egli fu semi)re uìarohigiano schietto nel sentimento, nei 
soggetti, nella lingua, così marchigiana, fu tutta l'opera sua di 
ricercatore e di critico. Fu quest' amore alle memorie della sua 
terra, che lo distolse dall' attendere con maggior cura a lavori, 
che gli avrebbero personalmente giovato assai di ])iù, e lo 
richiamò di continuo negli archivi marchigiani a compirvi ricer- 
che lunghe e difficili^ che ben tenui rapporti potevano avere con 
gli studi da lui professati e che egli proseguiva con passione 
del tutto disinteressata e per lo più in pura perdita. 

A quattro città egli rivolse in special modo 1' o])era sua di 
ricercatore: a Fano, a Fabriano, in Urbino e Matelica. 

Nella sua città nativa egli aveva cominciato dai)prima un 
semplice spoglio dei codici Malatestiani senza un fine determi- 
nato; si rivolse poi ai registri ed al carteggio, di cui si valse 
per lo studio su « Fano e il Sacco di Koma », che insieme 
all' altro analogo, sui documenti fabrianesi, potrà senipre gio- 
vare a chi voglia dire 1' ultima parola sulla politica di papa 
Clemente VII e di Francesco Maria della Rovere in quel momento 
burrascoso. Di mole e d' importanza assai maggiore è però la 
ricerca da lui proseguita por i)arecchi anni, nei mesi estivi, 
sui maestri di scuola dal sec. XIV al XVll. Frutto di queste 
ricerche, eh' egli avea quasi compiute, è un materiale ricchis- 
simo, che potrà permettere ad una meno esperta di condurre 
a termine senza grandi fatiche l' intero lavoio, e di scrivere 
una pagina interessantissima della storia della nostra cultura. 

A Fabriano, dov' egli passò i primi anni del suo insegna- 
mento, quando ancora 1' attività dell' eredito non gli sembrava 
conciliabile con quella del poeta, egli non fece che brevi in- 
cursioni nel campo archivistico; ma ritornatovi poi, di trat- 
to in tratto, negli ultimi anni, vi trascrisse i bandi più antichi 
ed i primi frammenti degli statuti; e valutata l'immensa im- 



— 393 — 

portanza di quell' archivio, che per il periodo comunale è forse 
il })iù ricco di tutta la regione, e di cui il compianto mons. 
Zonglii non aveva potato dare che una descrizione sommaria 
ed incompleta, ])reparava un piano di riordinamento completo, 
e certamente sarebbe riuscito ad attuarlo. 

In Urbino le sue ricerche furono rivolte quasi tutte «Ila 
storia letteraria: ad essa infatti appartengono la storia del 
teatro urbinate nel settecento, e i due opuscoli sui Disciplinati 
e sul poemetto della Passione, che doveano precedere di poco 
un lavoro di mole ed importanza ben maggiore su un prezioso 
codicetto di Laudi dell'ultimo Duecento, ch'egli avea trascritto 
e studiato con grandissima cura, illustrandolo con 1' aiuto dei 
registri della confraternita di S. Croce e dei confronti coi nu- 
merosi laudari già conosciuti. Dopo il lavoro sul Bibbiena era 
questo lo studio a cui egli giustamente annetteva il maggior 
valore. Ma appunto perciò la stessa incontentabilità, lo stesso 
eccesso di critica, che gli aveva fatto ritardare per 15 anni la 
pubblicazione del suo primo lavoro, lo trattenne dal dar l'ulti- 
ma mano anche a questo; ed oggi il ricc ) materiale, raccolto 
da lui per 1' edizione del Laudario, è pronto, già ordinato a 
disposizione dello studioso che vorrà pubblicarlo; e per buona 
ventura sembra che a quest' opera di giustizia voglia attendere, 
I)er iniziativa del Monaci, la Società filologica Romana. 

L' opera, che il Grimaldi dedicò all' archivio di Matelica, è 
troppo nota ai soci di questa Deputazione,, perchè sia il caso 
di insistervi: posso quindi limitarmi ad invitare gli amatori 
delle antiche Miemorie a visitare quell' archivio, dove oggi un 
materiale prezioso, e specialmente la ricca collezione delle 1200 
pergamene del Duecento e Trecento, é ordinata in modo da 
rendere facilissima la ricerca anche allo studioso, che disponga 
soltanto di poche ore; e devo augurarmi che molti comuni se- 
guano 1' esempio di quello di Matelica e trovino dei riordina- 
tori dell' intelligenza e dell' onestà del Grimaldi. Aggiungerò 
soltanto che l' indice completo dell' archivio è già stampato ed 
uscirà in questi nella collezione fondata dal compianto prof. 
Mazzatinti; e che per volontà del nostro presidente s' è già 



— 394 - 

iniziata la stampa dell'ampio reggeste, compilato dallo stesso 
Grimaldi, e che esso formerà due grossi volumi delle nostre 
Fonti. 

Ma l'attività spesa dal Grimaldi per le memorie della sua 
regione non s' è limitata alla ricerca ed alla critica personale: 
egli ha voluto essere anche un organizzatore, e i)er questo 
fondò nel 1900 la rivista « Le Marche » e la tenne in vita 
e la diresse per 10 anni con fatica, sacrifìci e dispendio non 
lievi. Alla rivista, sorta e condotta innanzi con mezzi limitatis- 
simi, si possono rimproverare molte manchevolezze e molte disu 
guaglian.'ie. Ma apparsa in un momento in cui non sopravviveva 
alcuno dei tanti periodici, nati di tratto in tratto nella nostra 
regione, essa ebbe il merito di raccogliere intorno a sé una 
schiera 8erai)re più larga di studiosi, e di stimolarli alle licer 
che di archivio, allontanandoli dalle facili ge)ieralizzazioni e 
dalle solite rifritture ricalcate sui vecchi storici locali. P] quello 
che la rivista ha potuto fare di buono è opera sola ed esclusiva 
del Grimaldi, che molte volte, pur di non ritardarne di troppo 
la pubblicazione, si trovò a farla completamente da sé, dalle 
memorie originali allo spoglio delle riviste, dalla scelta del ma 
feriale alla revisione completa delle bozze di stampa. 

Una mole così grande e così varia di lavoro (compiuto in 
])oco più di 10 anni, in mezzo ad occupazioni, spesso gravosis- 
sime d'indole affatto diversa e alle cure sempre più assorbenti 
della famiglia, non potevano essere che il frutto di una natura 
del tutto eccezionale, dotata di una resistenza straordinaria. 

Ohi abbia conosciuto la genialità della niente^ e il senso 
acuto e sano di critica posseduto dal Grimaldi, potrà rimpian- 
gere che tanto fuoco di attività si sia disperso in lavori d' in- 
dole così diversa dai suoi studi e dall' inclinazione della sua 
mente, senza una meta unica e ben determinata. Ma 1' uomo 
er.i fatto così: nello studio era un antiutilitario per eccellenza, 
e ciò che l'appassionava so])ra tutto era la ricerca per se 
stessa e la trascrizione del documento: il momento di sfruttare 
il materiale raccolto sarebbe venuto a suo tempo o ])er lui o 
per altri. Che in questa materia egli fu sempre di una gene 



— 395 — 

• 
rosila senza coiitìni, tanto ignota purtroppo a tutti ^M eruditi 

(li piofessione: quando il materiale era stato raccolto e trascritto 
esso finiva di aixparteuergli, ed ei lo cedeva a chiunque con una 
larghezza da gran signore. 

Ma se i vecchi amici del Grimaldi, e chi ammirava in lui 
sopratutto il letterato, i)otevano deplorare questa dispersione 
della sua attività, noi invece, nell' interesse dei nostri studi, 
non possiamo che essergli grati ])er aver sacrificato V utile 
proprio e una fama più vasta all' amore per le memorie della 
sua regione; e ci auguriamo per questo che il compianto pro- 
fiindo ed unanime, con cui fu accolta dovunque la notizia della 
sua fine crudele, sia pegno sicuio che tutti i lavori da lui la- 
sciati incompiuti possano presto trovare la ])ersona d'intelli 
geuza e di cuore che gli renda faciluiente accessibili a tutti 
quanti gli studiosi. 



BIBLIOGRAFIA 

1. Asfodeli - Versi - Roma 1892, 

2. Maternità - Versi - Firenze 1899. 

3. Le intime - Versi - Fano 1900. 

4. Bernardo Dovisi alla corte d'Alfonso II d'Aragona - Napoli 1900. 

5. Un episodio del pontificato di Giulio li - Roma 1900. 

6. Una lettera di Berardo Dovisi di Bibbiena a Giulio de' Me- 

dici - Roma 1901. 

7. Fano e il Sacco di Eoma dal 1517 - Fano 1901. 

8. Ninne nanne - Versi - Fabriano 1901. 

9. Fabriano e il Sacco di Eoma del 1527 - Fano 1902. 

10. La biblioteca d'un vescovo del Binascimento - Fano 1902. 

11. L'assedio di Mondolfo nel 1517 - Fano 1902. 

12. I più antichi libri consigliavi di Fabriano (in collaborazione) - 

Fano 1904. 
18. Indice delle riviste storiche marchigiane dal 1860 al 1902 (in col- 
laborazione) - Fano 1904. 



— 396 — 

14. Un laudario della Compagnia di S. Croce di Urbino • Perugia 1904. 

15. Versi popolari in un mss. fabrianese del sec. XIV Fano - 1904. 

16. £rod e dcin - Sonetti in vernacolo fanese - Fano -1905. 

17. Un rifacimento marchigiano del poemetto sulla Passione attribìiito 

a Niccolò Cicerchia - Fano 1905. 

18. Messa novella - Racconto - Senigallia 1906. 

19. Una fraternità marchigiana di disciplinati del sec. XI V - Seni 

gallia 1906. 

20. iy' Archivio segreto di Matelica - Relazione - Ancona 1907. 

21. Il nonno del Petrarca nelle Marche - Roma 1908. 

22. Messer Ftilveri de' Calboli in vn processo del sec. ^JF- Pisa 1908. 

23. Un' accademia di nobili e la storia di un teatro - Senigallia 1908. 

24. Maria risorta - Romanzo marinaresco - Torino 1908. 

55. Tracce di volgare in un voltime di fonti per la storia delle Marche 
- Senigallia 1909. 

26. Nuove letture (in collaborazione) - Firenze 1909-10 

27. Indice dell' Archivio Segreto di Matelica. 

In corso di stampa 

28. Regesto delle pergamene di Matelica. 

29. Statuti e bandi fabrianesi del sec. XIII (in collaborazione). 

In preparazione 

30. Bernardo Dovizi di Bibbiena. 

31. Un laudario urbinate del '300. 



rr^::". 



COMMEMOEAZIONE ') 

DEL SOCIO FONDATORE E BENEMERITO 

EILIPPO MARIOTTI 

SEXATORE DEL REGNO 



Cari Colleghi, 



Cbianiati,' in forma straordinaria di urgenza, ai nostri lavori,, 
dobbiamo, prima di ogni altra cosa, raccogliere e ingrandire in 
un sentimento solo di cordoglio, di riconoscenza, di rimpianto 
le impressioni che ciascuno di noi ebbe all'annunzio che Fi- 
lippo M arlotti, fondatore del nostro istituto, e delegato, i)er 
così dire, dalle Marche a rappresentarne, anche fuori d' Italia, 
la probità e il valore nelP arte, nella scienza, nella politica, in 
tutta la vita, aveva obbedito alla legge delle dissoluzioni e 
delle ricomposizioni. 

Tutti possiamo dire di avere perduto uno degli amici più 
stimati e più cari: a me conviene aggiungere che ho perduto 
un fratello. E fu amico costante nella fede e nell'amore; ma si 
accostava ai pochi, di cui avesse conosciuto a prova la bontà, 
l' ingegno, il carattere. Ai molti che si coagulano in clientele 
attorno ai potenti, solo per carpirne favori, non risparmiava 
ammonimenti e ripulse. Così che Filippo Mariotti, assunto 
ad alto ufficio di governo, negò coraggiosamente patrocinio a 
uomini e a faccende, che non ne fossero veramente degni, an- 
che e sopratutto se venivano dalle Marche. E n' ebbe l' inco- 
modo d'ingiuste querimonie, tanto che soleva dire argutamente: 
il sottosegretario di Stato viene demolendo, giorno per giorno, 
il deputato al parlamento. 

Di fronte a questo modo d'interpretare i doveri di uomo 
politico e di amministratore è tutta una storia di affetto, di 



1) Fatta in Ancona nell'adunanza dal 23 luglio 1911. 



— 6 — 

gratitudine, di costanza verso persone, istituti, città e regioni, 
coi quali avesse avuto ricambio di studio, di lavoro, di propo- 
nimenti, di opere non volgari. 

Di nobiltà e di singolare disinteresse diede a noi e al no- 
stro sodalizio ])rova insigne, quando egli, convinto che gli studi 
storici nelle Marche non potevano essere seriamente promossi 
e aiutati da una Deputazione, che, estendendo la sua influenza 
alla Toscana, all' Umbria ed alle nostre contrade, accordava, 
come era naturale, preferenza alle indagini ed alle ])ubblicazioni 
che interessassero la costellazione, su cui Firenze irraggiava 
più direttamente la luce, ebbe il coraggio di porre e di risol- 
vere la questione delle giuste autonomie, nonostante che molti 
ed autorevoli difensori del vecchio ordinamento gli opponessero 
fiere resistenze. 

E in premio della contrastata vittoria il Governo chiamò 
il Mariotti a presiedere il nuovo Istituto; egli non rifiutò 1' o- 
nore e le responsabilità della carica, solo percbè desiderava 
confortare di aiuti e di opere, nei primi esperimenti, un isti- 
tuto, che di tutto aveva bisogno: di tradizioni, di mezzi scien- 
tifici, di denaro. E i suoi atti furono, come sempre, proi)orzionati 
fille necessità presenti ed alle ragioni evolutive dell' avvenire. 
Ma non appena si accorse che radici, tronco e rami erano saldi 
€ vigorosi, volle innnediatamente cedere la direzione a chi me- 
glio di lui avesse tempo ed agio di conferire alla pianta novella 
maggiori e più moderne ragioni di accrescimento e di floridezza. 

Giovanni Mestica emulò l' illustre predecessore nella opero- 
sità, e del sodalizio perfezionò in breve tempo i disegni, gli 
istituti, le costumanze. E dopo di lui Amedeo Cri veli ucci, get- 
tando in un solo metallo le virtù di entrambi e le sue, ha 
tutto compiuto o predisposto perchè la nostra società non sia 
inferiore agli altri ben ordinati e ricchi laboratori essenziali 
della storia italiana. 

Ecco perchè la Deputazione di storia patria per le province 
marchigiane ha il dovere di stare in prima linea dovunque si 
tributino civili onoranze a Filippo Mariotti, e si deplori che 
le disparizione di lui abbia recato nocumento agli studi e a 



— 3 — 

tutte le forme di pensiero e di lavoro, che tornano a utilità ed 
a gloria della cosa pubblica. 

E in prima linea si trovò essa a Roma nel fosco giorno della 
lode, quando Governo, Parlamento, Ateneo, tutti gì' istituti e 
gli uffici maggiori, insieme con le persone eminenti nelle 
gerarchie dello Stato, convertirono i funerali di lui in una di 
quelle dimostrazioni, che si guadagnano il consentimento i)o- 
polare e nella metropoli accompagnano il feretro di chi visse 
illibato e con la morte suggellò una vita di multiformi bene- 
merenze. 

Né fu quella soltanto giornata di lutto: fu anche giornata 
di ammaestramenti. Perchè noi più vicini all' età dell' estinto 
eravamo sollecitati a ridire per quante testimonianze di mode- 
stia, di povertà, di coraggio, di offerta di se all' onore della 
patria era i)ervenuto ad uno dei gradi sociali, che sembrano 
riservati ai prediletti della fortuna. 

Ricordava taluno che nato in Apiro, terra privilegiata di vaio 
rosi, che nati di popolo si erano fatti maestri di sé stessi e conqui- 
starono, dall'alfabeto e dall'abaco tino alle supreme rivelazioni 
intellettive, tutte le palme nello stadio della sapienza. Avver- 
tivano altri che la grande palestra di questi meravigliosi auto- 
didatti fu, innanzi al 1859, nello stato della Chiesa, 1' insegna- 
mento privato o il magistero nelle scuole municipali, su cui meno 
premevano 1' ignoranza e la paura di un imbelle e cattivo go- 
verno, e che il Mariotti fu uno dei più animosi nella forte schiera 
di questi lavoratori per la libertà e per la civiltà. 

Per associazione d' idee altre ricordanze si aftollavano dal 
cuore alle labbra. 

Uscito di famiglia artigiana, come i suoi concittadini Fran 
Cesco e Giovanni Mestica, potè frequentare le scuole classiche e le 
universitarie, i)rocurarsi libri ed altri mezzi di studio, far viaggi, 
e tutto ciò con eroico sforzo di fatiche, di paisimonia, di per- 
severanza. Fin da giovanetto seppe ispirare tanta fiducia a 
nobili case, che queste lo scelsero premurosamente a compagno 
e maestro esemplare de' figlioli. Facendo in Firenze pratica di 
avvocato nello studio di Ferdinando Andreuccio ebbe modo di 



__ 4 — 

assistere utilmente alle lezioni nelF Istituto di studi superiori. 
Fu segretario, ed amico prediletto del grande Maurizio Bufa- 
lini; e così ebbe il merito di indurlo a scrivere i suoi ricordi, 
negli ultini anni della vita, e 1' incarico di curarne 1' edizione. 
Nel 1875, lo stesso anno della morte del Bufalini, i ricordi 
vedevano la luce, con un' aggiunta di documenti e di lettere 
preziose per la scienza e per la storia. 

Prima del 1860 era stato tra i più sinceri, energici efficaci 
iniziatori del movimento naziontde; tanto che, insorte le Marche, 
egli si era trovato tra i cittadini designati dalla rivoluzione a 
prendere in mano la direzione della cosa pubblica per la pro- 
vincia di Camerino ; fino a pochi giorni fa era P unico sui>er- 
stite di quell'audace e jnnidente governo provvisorio. 

Rifiutò la cattedra di diritto costituzionale, offertagli per 
V università di Camerino, risoluto com' era di dedicare tutta la 
sua attività agli studi letterari ed all' azione patriottica nel 
nuovo arringo della vita italiana. Aderì al partito liberale, che 
riconosceva per suo capo Camillo Cavour, e, dopo la morte del 
grande statista, seguì la bandiera di coloro che se ne vantavano 
continuatori, ma riconoscendo solo ad alcuni di essi e partico- 
larmente a Quintino Sella il diritto di rivendicarne le tradi 
zioni schiettamente liberali e progressiste. Così che, caduta la 
destra dal potere, egli fu tra i primissimi a propugnare, non 
il trasformismo, che in mano di Agostino Depretis generò tanta 
confusione nei partiti e tanto morale turbamento nel paese, ma 
il ritorno del partito liberale alle sue origini evolutive se- 
condo le leggi del progresso e d' accordo coi nuovi bisogni e 
con le nuove tendenze del paese. Allora ideò quella selezione 
logica e onesta, entro le fila della destra, che avrebbe dovuto 
dischiudere a Quintino Sella, liberato dalla compagnia di evirati 
conservatori, un nuovo periodo di attività politica, economica e 
sociale, e i^er ragioni diverse non fruttò che la secessione degli 
elementi i)iù liberali dal partito di destra. Appartiene a questo 
periodo il coraggioso discorso di lui sul suffragio universale, che 
sgomentò i suoi antichi amici e parve audacia fino a Quintino 
^ella. Anche oggidì, trascorsi tanti lustri, il pensiero e la parola 



— 6 — 

del ni archi gì ano fanno tremare le vene e i polsi dei nuovissimi 
oligarchi nel potere legislativo. Aveva concepito lo Stato moderno 
come il risultato armonico di un connubio dei principii, che ave- 
vano formato la grandezza di Roma e delle concezioni di libertà, 
che signoreggiano nelle costituzioni e delle leggi e piti ancora 
nel costume del popolo inglese. 

Fu perciò largo di non servile cooperazione a quegli statisti 
italiani, la cui tempra meglio richiamasse la memoria e il culto 
del modello ideale, che si era formato nel cervello. 

Onde, alla morte del Biellese, si accostò apertamente a Fran- 
cesco Crispi, e gli rimase fedele, a costo di far dispiacere al 
concittadino ed amico Giovanni Mestica, anche nell' ora degli 
abbandoni e delle disfatte. 

Riconobbe in fine il suo uomo di Stato in Giovanni Giolitti e gli 
fu largo di favore, sebbene nulla avesse da temerne o da sperarne; 
e perseverò nella fede a lui, anche quanto promulgò la legge 
sui limiti di età per gli alti dignitari, onde fu costretto ad 
uscire dal Consiglio di Stato. 

Il Mariotti fu deputato per otto consecutive legislature : di 
Camerino 10, 11, 12; di Fabriano (13, e 14), di Ancona durante 
le tre legislature a scrutinio di lista (15, 16, 17). Dall' Aprile 
1887 al febbraio 1801 fu Sotto Segretario di Stato all' istru- 
zione, essendo Ministri il Coi)pino e il Boselli. Fu quindi nomi- 
nato consigliere di Stato e Senatore. Gli atti parlamentari con- 
tengono molti ed eloquenti discorsi di lui in materia di diritto, 
di ordini scolastici, di biblioteche, di archivi, di monumenti 
archeologici e di opere d'arte. Fu aggregato, tanto alla Camera 
quanto al Senato, a molteplici Commissioni, e fu relatoie di 
parecchi disegni di legge : quali, ad esempio, quelli per 1' abo- 
lizione dei feudi e dei fldecommessi nella provincia romana, per 
la riforma della legge comunale e ])rovinciale, per il riordina- 
mento delle biblioteche, per 1' acquisto di Villa Borghese ecc. 
In parecchie sessioni api)artenne come segretario all' ufficio di 
presidenza alla Camera ed analogo ufficio aveva ora in Senato. 
La biblioteca della Camera deve a lui il suo razionale e com- 
pleto riordinamento e la ijubblicazione di un prezioso indice 



— 6 — 

analitico delle Riviste italiane e straniere. Non pochi provve- 
dimenti legislativi ed amministrativi si riferiscono unicamente 
all' iniziativa ed alla costanza di lui : come il trasporto nel Pan- 
theon di Santa Croce delle spoglie mortali dei grandi marchi- 
giani Puccinotti, Matas, Rossini: la classificazione fra i monu- 
menti nazionali della chiesa di San Vitale presso Napoli, ove 
riposano le ossa di Giacomo Leopardi, e le conseguenti cure 
governative per custodire onorevolmente la tomba del poeta; 
1' iniziativa pel centenario leopardiano, la rivendicazione e la 
stampa dei manoscritti del grande recatanese; la tanto combattuta 
laicizzazione del collegio Piceno in Roma ; la fonda/.ione della 
R. Deputazione di storia \\er le province marchigiane ; la rac 
colta e la stampa dei discorsi di Quintino Sella, e di Francesco 
Crispi ; l'illustrazione del pensiero filosofico di Francesco Pucci- 
notti ; la giusta apoteosi di Annibal Caro, che fu uno degli 
atleti maggiori del rinascimento. 

Ma più numerose che le opere da lui scritte furono quelle 
che ad altri propose e raccomandò, dopo averne delineato il 
disegno e data ricca contribuzione di consigli e di documenti. 

Per restringere il discorso alle cose minori, confesso che io 
sono debitore all' assidua suggestione di tanto amico il poco, 
che ho pensato e scritto per testimoniare di una coscienza libe 
rata e serena. 

Della fedeltà nell' amicizia si citano le sue relazioni immu- 
tate di affetto a Domenico Farini, a Benedetto Briu, a Gaspare 
Finali, a Guido Baccelli. 

Il Mariotti aveva il culto dei grandi nomi e dei grandi uo- 
mini: ne resta insigne ricordanza 1' orazione recitata nel 1894 
a Urbino in lode di Francesco Puccinotti, medi<x) e filosofo di 
ordine superiore ; nella quale, afferma Gaspare Finali, non sai 
se pili ammirare il pensieto o la forma, che ci richiamano alle 
prose pili venuste e sentenziose di Annibal Caro. 

Appartenne alla R. Accademia dei Lincei; fu insignito della 
croce di cavaliere dell' ordine civile di Savoia; fu consigliere 
nel gran Magistero dell' Ordine Mauriziano. 

Gli scritti e la vita di Filippo Mariotti ci si presentano 



adunque come un' impresa di cavaliere, senza macchia e senza 
paura. 

Ma rifulge specialmente il valore che egli dispiegò nel con- 
durre a termine, una per una, tutte le rivendicazioni leopar- 
diane. Ed in queste ebbe strenui cooperatori i due critici e 
storici marchigiani Giusei)pe Piergili e Giovanni Mestica. 

Sopra 1' arca lapidea di 8. Vitale facevano, prima di lui, 
grave mora opinioni e giudizi, che da Nicolò Tommaseo ad An- 
tonio llaineri tendevano a spiegare il pensiero e 1' arte del 
recanatese come rappresentazione di un contrasto trngico del 
l'anima di titano imprigionata in membre fiacche, dolenti, inca- 
paci di arrendersi a qualsiasi richiamo di vita e di amore. 
Una grande infermità e un ingegno sovrano, che s' erano accop- 
piati per restaurare la figura, le querimonie, il pessimismo di 
Giobbe ! ISTull' altro .... Nessuno osava affermare che il gob- 
baccio dei Leoi)ardi aveva, come Capaneo e come Epicuro, 
levata la fronte contro la metafisica, contro 1' Olimpo, contro 
le potenze tutte del cielo e della terra, perchè vedeva lontano 
lontano altre forme di arte, di patria, d'incivilimento, di ordine 
sociale I La evoluzione avvenne in virtù specialmente della 
pdbblicazioue che lo Stato fece, ])er consiglio del Mariotti, 
dello Zibaldone Leoj)ardiaiio, immenso convivio di moderna sa- 
pienza, a cui la poesia e la prosa del cantore di Nerina, di 
Asi)a8ia, di Bruto ritornano per attingere nuovi tesori di luce, 
di calore, di verità, e sembrano cose più belle e più grandi, 
ed hanno facoltà di superare tutta quanta la letteratura italia- 
na moderna. 

Se altro non avesse fatto che la restaurazione dell'autorità 
del Leopardi, il Mariotti avrebbe diritto, non nel Piceno sol- 
tanto, a pubblici onori. 

Piccoli uomini e i)icco]i giornali lo tassarono, alcuni anni 
fa, di ambizione affermando che egli affrettava 1' avvento di un 
ministero nuovo di antichità e di belle arti per assiderviai 
primo col titolo di eccellenza. Se avesse avuto, e non 1' ebbe, 
questo desiderio di elevazione, non gliene moveremmo censura, 
perchè solo i cattivi e i dappoco fanno pompa vana di mode- 



stia. La verità è che egli intendeva, per virtù di un ordina- 
mento amministrativo più omogeneo, più semplice ed agile, 
richiamare il paese all' assidua, gelosa e sicura vigilanza sopra 
un patrimonio di civiltà, che sopravanza quelli delle altre na- 
zioni riunite insieme, ed è i)cr noi titolo supremo di onore ed 
elemento altresì di fortuna economica. 

Ma dell' arte aveva la visione larga del rinascimento e 
vi raccoglieva non i soli esteti e i soli disegnatori dai di- 
segni, ma anche e con preminenza di merito gli artisti, gli 
artefici e gli operai, la cui mano sapesse imprimere un arcano 
segno di bellezza e di godimento anche nelle cose, che non 
sono destinate a rifulgere nel fasto delle piazze, delle reggie, 
dei teatri, dei parlamenti. 

Principalmente per questa sua potente ideazione di coltura e 
di educazione fu tra i rari eletti, che ad un tempo sedessero 
nel Consiglio superiore per la Pubblica Istruzione e in quello 
l)er l' Insegnamento agrario, industriale e commerciale. 

Il giorno, che fu 1' ultimo alle sue escursioni nell' Urbe, era 
tornato, forse per la ventesima volta, a visitare i mirabili pa- 
diglioni dell' esposizione in Piazza d' armi. Ed annnirando con 
quanti erano con lui quei monumenti d' arte moderna, che le 
regioni avevano con fiera gara fraterna edificato, ripeteva, di 
tempo in tempo, 1' esclamazione: queste cose qua non procedono 
che in parte dall' accademia tradizionale di belle arti; sono fi- 
gliolanza delle novissime scuole professionali, che il Ministero 
dell' industria e del commercio ha creato e crea, di continuo 
migliorandole, in tutte le province! 

Ed aveva ragione; perchè le nostre scuole di lavoro si sono 
luminosamente affermate, e in prima linea quella di Fano, in 
questo grande cimento di arti decorative, che ci ha fatto ricor- 
dare le botteghe, le opere, i maestri del quattrocento I 

Tale era il cittadino. 

A noi frattanto il dovere di non mostrarci degeneri da lui 
nell' assunto di ricostituire le ])agine della storia nelle terre, 
che tanta parte di storia nazionale materiarono di passione, di 



— 9 — 

idealità, di energia, di sangue loro ! A questo modo soltanto 
ci sarà dato di raccomandare alla venerazione dei nipoti la figu- 
ra alta e gagliarda del concittadino, del presidente e del maestro ! 

Ancona, 23 luglio 1911. 

Giuseppe Castelli 



Riportiarao un elenco delle sue pvincipali pubhlicazioni : 

Della Libertà Z>' insegnamento. — F'irenze; Barbera, 1864; 

Demostene e Eschine, Le Orasioni, tradotte e illustrate dall' avv. F. 
Mariotti, deputato al Parlamento. — Seconda edizione. — Tre vo- 
lumi in-lG", pag. XIII-404, XL-378, XXXII-590, con incisioni e 
il Codice civile degli Ateniesi compilato secondo 1' ordine delle 
materie del Codice civile italiano. Firenze, Barbera, 1888; 

Del parlare variamente veloce degli oratori. — Negli atti dell' Accade- 
mia dei Lincei. 

Dante e la statistica delle Lingue, con la raccolta dei versi della Divina 
Commedia messi in musica da G. Rossini, G. Donizzetti, F. Mar- 
chetti e R. Schumann. — Un volume in 16", pag. 116 di testo e 
64 di musica, con una fotografia. 

La sapienza politica del conte di Cavour e del Principe di Bismarck. 
Torino, 1886, Roux. (Opera tradotta in tedesco col titolo: Diepoli- 
tische Weiheit dcs Fursten von Bismarch und des Grafen C. von 
Cavour, da M. Bernardi, Hamburg, 1888); 

Il Suffragio Universale. Discorso alla Camera dei deputati. — Roma, 
tip. della Camera. 

Bufalini (Maurizio). Bicordi sulta vita e sulle opere proprie, pubblicati 
dall' avv. Filippo Mariotti. — Firenze, Le Mounier; 

La sapiensa di Francesco Puccinotti. — Roma, tip. del Senato; 

/ manoscritti Leopardiani. — Interpellanza nel Senato del Regno. — 
Roma tip. del Senato; 

I ritratti di Giacomo I/eopardi. — Nuova Antologia, 1898; 

La legge per la tomba di Giacomo Leopardi. — Roma, tip. del Senato. 

II Bisorgimento d' Italia narrato dai prineipi di Casa Savoia e dal 

Parlamento Italiano. (1848-1878); con dedica a S. A. R. il Prin- 
cipe di Napoli Firenze, Barbera; 
La legislazione delle Belle Arti. — Cooperativa editrice, 1892, 



— 10 — 

Le Gallerie^ i Musei e V Istituto di Belle Arti alla Villa Borghese. 

Discussione e voto del Senato. — Roma, tip. del Senato; 1902. 
Il monumento a Vittorio Emanuele. — Discussione e voto del Senato, 

Roma, tip. del Senato, 1902. 
Saggi di un libro: La Logica Politica. 

a) Cicerone introduttore della stenografia in Parlamento, inven- 
tore del resoconto sommario, giornalista e nemico di certi appelli 
nominali, Strenna-Album dell' Associazione della stampa in Italia, 
anno 11^ Roma, 1882. 

b) Le tasse sull'alfabeto ovvero dei conflitti fra l'aritmetica e la 
retorica, - Nuova Antologia, 1900. 

e) Storia dell'alpinismo politico. Nuova Antologia, 1901. 




INDICE DEL VOLUME 



ATTI 

DELLA R. Deputazione 



Verbale dell'adunanza generale 23 dicembre 1911 



pag. 



MEMORIE 

D. Spadoni, SettanV anni di patriottismo Marchigiano . » l 

D. Toni, Un formularietto della Cancelleria Urbinate (sec. XVJ » 84 
G. Natali Nel primio centenario dalla morte di Luigi Lama 

(31 marzo 1810 - 31 marzo 1910) . . . . » 103 

G. Leti, Memorie di un condannato (intorno la cospirazione 

maceratese del 1817) . . . . . » 127 

B. Feliciangeli, Notizie della vita di Elisabetta Malatesta- 

V arano (Contributo alla storia della famiglia Varano) » 171 

M. Sterzi, Sttidj sulla vita e sulle opere di Annibal Caro 

(Parte li.) » 217 



CENNI NECROLOGICI E BIOGRAFICI 



Giulio Grimaldi 
Filippo Mariotti 



389 
397 



.Prezzo di abbonamento ai volumi degli « Atti e Memorie » 
da pagarsi anticipatamente con cartolina vaglia intestata al 
Sig. Segretario Economo della E. ])eputazione di storia patria 
per le provincie delle Marche in Ancona, L. 12; per i Soci 
Onorari e Corrispondenti, L. 6. 

Sconto del 30 per cento agli abbonati, del 50 ])er cento ai 
Soci Onorari e Corrispondenti, per l'acquisto delle pubblicazioni 
anteriori. 



Ascoli Piceno, 1911 — Stab. grafico Cesari 



^puU«i<me di storia patria 
PW Xa Marche '^ * 

Atti e memorie 



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